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| Vittorio Bersezio Povera Giovanna IntraText CT - Lettura del testo |
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VII.
Lo zio Gerolamo bevette ancora d'un tratto un colmo bicchier di vino, fece scoppiettar la lingua contro il palato, e poi prese a raccontare, in mezzo all'attenzione de' suoi uditori, che intenti ora tenebant. - Sono partito con pochi denari in saccoccia, e molto coraggio nell'animo. In questo paese avevo provato a far di tutto, e nulla mi era riuscito. A Torino, dov'ero stato commesso e poi socio d'un negozio che finì per un fallimento, avevo stretto conoscenza con uno svizzero, corrispondente di varie case commerciali di Francia e di Germania; egli mi diede lettere per parecchi paesi di questa e di quella, nelle quali mi raccomandava caldamente; e munito di esse, io sono andato a cacciar la fortuna in un'età quando chi ha da riuscire l'ha già presa pel ciuffetto, e chi è restato colla mano vuota, può giudicarsi per condannato da Domeneddio a restar pitocco. - E voi? E voi siete riuscito? Domandò il sor Giacomo con tanto ardore, che gli diede perfino forza alla voce. Gerolamo scosse la testa, e scrollò le spalle con atto molto filosofico, ma assai sconfortevole per le speranze dell'avido nipote. - Mi sono fatto molto ricco.... d'esperienza. Ve ne ha pochi al mondo, oso dire, che conoscano così bene gli uomini, e che abbiano perciò meno stima di essi. Dappertutto mi sono trovato in faccia l'egoismo o ipocrita o sfacciato. La caccia alla ricchezza è una lotta fra i concorrenti, in cui chi vince è quegli che ruba di più agli altri, più accorto, e meno scrupoloso. Sono entrato socio di certe imprese di costruzioni, nelle quali, in que' paesi come nel nostro, si rubava allegramente allo Stato. Rubare allo Stato è rubare a nessuno; massima morale, che fiorisce sotto tutte le latitudini. I guadagni erano molti ed i pericoli pochi... - Avete dunque guadagnato? Interruppe il sor Giacomo col medesimo ardore di poc'anzi. - Immensamente. Il buon segretario comunale tirò un lungo rifiato, e i suoi occhietti brillarono lietamente. - Mio caro zio! Diss'egli con accento di tutto buona fede. Bevete ancora una volta di questo Caluso. E mescette con generosa abbondanza nel bicchiere dello zio. Questi ringraziò, e tracannò il dorato liquore di Caluso senza farsi pregare; poi riprese con un'aria mesta, che da sola bastò a ghiacciare il sangue nelle vene del sor Giacomo: - Sì, avevo guadagnato, ma quei guadagni che aveva fatti per me l'arte maliziosa de' miei soci, me li mangiò quell'arte medesima in una lite che seppero farmi e vincere. - Diavolo! Esclamò il nipote tutto mortificato. - Bisognava ricominciare da capo. Si forma una società anonima per l'esercimento d'una miniera di lignite, di cui si dicevano meraviglie. Mi ci metto con miracoli di destrezza, imitando accortamente gli esempi altrui, e acquisto una vistosa quantità d'azioni, che non pago. Le cose vanno benone. Per certi metodi appositi, i capi dell'Impresa, che erano fra i più potenti re della Borsa, danno favore a codeste azioni che montano, montano come nel ramino il latte che sta per pigliare il bollore. Ci ho un guadagno netto del 60 per cento, il che mi fa un bel gruzzolo in verità. Vivano codeste speculazioni di Borsa! In due mesi eccomi ricco.... - Ah! Esclamò il sor Giacomo con interesse, ma non osando più abbandonarsi come prima alla gioia. La bottiglia del vino di Caluso fu lasciata tranquilla. - Non avrei avuto che da vendere a quel punto le mie azioni, continuò lo zio, e lo volevo fare; ma uno giusto di quei pezzi grossi della finanza che ci aveva di più le mani in pasta, mi sconsigliò dal farlo, imperocchè le sarebbero cresciute ancora, e il dividendo, in fin del semestre, sarebbe stato qualche cosa di inaspettato. E fu veramente quale nessuno se lo aspettava, perchè non ce ne fu di sorta alcuna; appena è se si potè pagare l'interesse, e le azioni scapitarono della metà. Alla stretta de' conti, io ci perdetti quei pochi risparmi che avevo ancora. - Diavolo! Diavolo! Mormorò il sor Giacomo sbalordito. - Seppi che quel buono mio consigliatore, nel tempo stesso che dissuadeva me dal vendere, e' si sbarazzava segretamente di tutte le azioni che possedeva. - Che birbone! Disse Varada con profonda indignazione. È costante che quello era un birbone matricolato. - Allora determinai di cambiar paese. Andai in Germania. Gente più onesta, ma più sora; affari più sicuri, ma più lenti; per farmi un discreto patrimonio mi conveniva lavorare trent'anni, e morir di vecchiaia appena avessi radunato tanto da vivere agiatello. Ah! se ci fossi andato da giovane! Se aveste un figliuolo, miei cari nipoti, il quale avesse il buon senso di prendere la carriera dei commerci invece di farsi un inutile avvocato od un'ostrica appiccata al banco degl'impieghi, vi consiglierei di mandarlo colà. Imparerebbe a lavorare sul serio, arriverebbe a raccogliere delle sostanze onorate, perchè dovute alla propria opera, al rispamio ed alla virtù della previdenza, e si conserverebbe onesto. Non dico che colà sieno una derrata impossibile gl'imbroglioni, gli arruffoni, i ladri in soprabito alla moda; tutto il mondo è paese; ma dico che l'ambiente colà è più morale, il lavoro più onesto, i costumi più sani, e la ricchezza più degna e più degnamente aquistata che altrove. Lo zio prese egli stesso la bottiglia del vin di Caluso, e si mescette un altro bicchiere, che il sor Giacomo preoccupato non pensava più ad offerirgli. - Insomma? Disse quest'ultimo, desiderando venirne ad una conclusione. - Insomma, un bel giorno - un brutto giorno devo dire - mi sento cogliere da una tremenda. palpitazione di cuore e da un affanno che non mi lascia aver più il rifiato. Credevo schiattare a momenti. Un medico viene, mi fa cacciar sangue, mi fa impiastrare di cataplasmi lo stomaco, e mi dichiara che il soverchio lavoro, le emozioni, i dispiaceri mi hanno favorito d'una famosa malattia di cuore, e che se io non ho le più attente cure del mio individuo, robusto come mostro d'essere, posso basir lì da un momento all'altro. Grazie del complimento! N'ebbi abbastanza di viaggi, di fatiche, di tentativi, di lusinghe della sorte. Mi spaventai all'idea di crepar solo in terra straniera, senza riveder più i cari luoghi della mia giovinezza; e decisi su due piedi tornare in paese, e dare le mie quattro ossa all'alta erba del nostro solitario cimitero. Pensai a voi altri, unici congiunti che mi restate; mi affidai di trovare in voi una famiglia, poichè non ebbi la fortuna e il buon senso di procurarmene una; feci fagotto, ed eccomi qua, povero quale son partito. Il sor Giacomo a questa chiusa stette cogli occhi bassi, tutto imbarazzato, senza trovare una parola da dire; Genoveffa guardava il marito e taceva ancor essa, mentre il suo viso non palesava neppure una gran soddisfazione per le cose udite; ma Enrichetta, che non era occupata da' pensieri de' suoi genitori, spinta dal suo buon cuore, disse vivacemente con somma effusione: - E noi, sì davvero, le saremo una famiglia, caro signor zio; Giovanna ed io le faremo da figliuole. Gerolamo ebbe ne' suoi occhi un lampo di tenerezza, che contrastava colla burbera espressione della sua fisionomia. - Gli è cosi che l'intendo: diss'egli, col suo solito accento vibrato, tornando a fare una carezza alla bottiglia. Il sor Giacomo, sempre più impacciato, guardava di sottecchi con malavoglia quel vino d'un limpido color d'oro riempiere di nuovo il bicchiere dello zio. Si vedeva che il brav'uomo voleva dire alcuna cosa e non sapeva come incominciare. Genoveffa, partecipe di certo dei sentimenti del marito, gli lanciava delle occhiate animatrici; lo zio, che considerava attentamente le figure dei due coniugi, venne egli stesso a solleticarlo, chiedendogli: - Ebbene, Giacomo, che cosa ne dite? Il signor Varada si pose allora a guardar fissamente il manico del coltello che aveva allato, e parlò: - parlò colla sua voce esile, collo stile e coll'accento da processo verbale che gli erano soliti: - È costante che una gran soddisfazione è per tutti noi la vostra venuta: per Genoveffa, la quale veramente è la sola nipote che vi rimanga, per me che tutto ciò che riguarda mia moglie sono uso a considerarlo come cosa mia propria. È costante che noi siamo lieti di accogliervi ed aprirvi la casa, come se fosse roba vostra; e se fossimo in grado di fare secondo le nostre intenzioni e i nostri desiderii, certo voi, signor zio, non avreste da mancare di nulla più, e vorremmo che viveste in mezzo a noi come un milionario. Ma... Qui il sor Giacomo s'interruppe, e tirò un sospirone; poi preso in mano quel coltello che contemplava così attentamente, si pose a nettarne la lama colla sua servietta da una macchia immaginaria. - Ma, ripigliava intanto, pur troppo le nostre fortune sono tutt'altro che prospere. Voi potete pensare in che larghezze possiamo trovarci col miseruzzo di stipendio che ho io dal Comune e con quel poco di rendita che dà la dote di mia moglie. - Ho capito! Disse lo zio Gerolamo, tenendo fissi i suoi occhi nel volto di Giacomo, che si ostinava a fissare il suo manico di coltello. Vuoi dire che voi non avete volontà di tenermi in casa vostra. - Oh che cosa dite? Esclamarono in coro marito e moglie. E la ragazza, che non intingeva per nulla nella machiavellica diplomazia di suo padre; Enrichetta, tutto sollecita, con vera effusione di cuore: - Ma non sa, interruppe, caro zio, che dal momento in cui arrivò la sua lettera noi ci facciamo una festa di accoglierla? La sua camera è bella e pronta, che lo aspetta; l'abbiamo preparata con tutta cura Giovanna ed io... Anzi (soggiunse tosto graziosamente sorridendo) fece quasi tutto la buona Giovanna, perchè in questa casa mia sorella, se c'è un lavoro da fare, una fatica da prendersi, non c'è verso ad impedirla d'incaricarsene. Lo zio Gerolamo guardava Enrichetta con occhio benigno. - Via, via! pensava: anche qui c'è del buono. Quanto alle ragazze, le cose camminano, ma là.... E volgeva lo sguardo verso i coniugi Varada, che avevano tuttidue l'aria asciutta e composta d'un creditore, a cui il debitore è venuto a domandare la grazia d'una proroga pel pagamento. - Vedremo di meglio: conchiuse fra sè stesso lo zio. La signora Genoveffa si volse con tono di rimbrotto alla figliuola: - Che cosa ti salta in capo di dire? Giovanna non fa nè più nè meno di quello che deve fare e non c'è nessun miracolo da affibbiarle. Enrichetta non ribattè parola. Allora la moglie del sor Giacomo si volse allo zio, e disse certo assai più e più chiaramente di quanto avrebbe osato dire il timido marito. - Sì, caro zio - queste furono le solenni parole della signora Genoveffa - la vostra camera vi aspetta. Non è già che nella nostra piccola casetta abbiamo una camera di troppo. Santa Vergine dei dolori! Abbiamo appena il bisognevole; ma per accogliervi, per farvi luogo ne' primi tempi (e pronunziò spiccatamente queste parole) ci siamo aggiustati, restringendoci, abbiamo lasciata per voi la nostra stanza; e certo quanto più tempo la occuperete, tanto meglio piacere ci farete. Il tono con cui queste cose furono dette era più freddo d'un raggio di luna, l'inverno. Nella faccia dello zio corse un rossore repentino, negli occhi balenò una fiamma improvvisa; parve esser lì lì per parlare, ma non pronunziò verbo, e diede mano di nuovo alla bottiglia. Enrichetta ascoltava assai stupita, e non comprendeva nulla. Quello zio era aspettato con tanta ansietà, ed ora ch'egli era giunto si mostrava ad un tratto una tal freddezza verso di lui! La stanza preparata non era occupata da nessuno, e si teneva pei forestieri; ed ora venivasi dicendogli che era quella della mamma e del babbo, e che avevano dovuto restringersi per lasciargliela! - Ma, disse la ingenua giovanetta, mamma.. E avrebbe forse imprudentemente svelato l'arcano, se la madre non le avesse di sotto la tavola pestato un piede, accompagnando quest'atto con un'occhiata fulminea. Enrichetta si tacque interdetta, ma divenne in volto del colore di una fragola matura. Persino al marito parve che la Genoveffa avesse detto un po' troppo, e soprattutto troppo chiaramente; onde pensò d'aggiustarla egli con una di quelle sue parlatine architettate. - Egli è il vero, disse che la nostra casa non è un palazzo e le nostre fortune non sono quelle dell'illustrissimo signor marchese di Roccavecchia. Ma ciò nulla meno, un parente ci troverà sempre disposti a far per lui ogni sacrificio che sia compatibile col nostro dovere di genitori, poichè non conviene dimenticare nemmanco che noi abbiamo famiglia, e che è primo nostro debito pensare all'avvenire delle nostre figliuole... - Oh quanto a noi... Esclamò l'Enrichetta; ma la madre, dandole un'altra pestata ai piedi, non le lasciò aggiunger altro. - Non interrompere tuo padre quando parla; disse Genoveffa severamente. Lo zio Gerolamo aveva finito di centellinare il suo ultimo bicchiere, e si mostrava affatto calmo. - Buono! Diss'egli. Voi avete le maggiori ragioni del mondo. Speravo poter vivere in famiglia con voi; mi provate che ho torto, non se ne parli più. Guarderò quello che mi resti da fare di meglio. - Io aveva fatto un progetto: soggiunse allora il sor Giacomo; un progetto che sarebbe tornato acconcio per tutti; ma da quanto mi avete narrato, caro zio, vedo che esso è di impossibile esecuzione. - Che progetto? Domandò lo zio. - Qui presso a casa nostra - l'avrete veduta venendo - c'è una bellissima casa con un bellissimo giardino. - Sì l'ho visto. Di chi è quella roba? Quando sono partito, a quel posto c'era la casa di vostro cugino Antonio Maria..... - Ed è bene ancora sua quella lì cotanto signorile; cioè sua non più, perchè il poveretto è morto.... E raccontò per filo e per segno la storia di Antonio Maria arricchitosi, messosi a scialarla con mille grandigie, e poi rovinatosi e morto. - Or bene, soggiunse di poi, quella casa io aveva immaginato che se voi foste tornato ricco come ci auguravamo... per vostro bene, voi l'avreste potuta comprare, e così, prima di tutto, avremmo vissuto d'accosto, e poi quella bella proprietà non sarebbe uscita, per così dire, dalla famiglia. Gerolamo lo interruppe più burbero di quanto l'asse stato mai. - Eh! io non ho denari da comperare case nè grandi nè piccole, nè ricche nè umili.... Ma sono pure avvezzo alle privazioni, all'esistenza del povero, e quel poco che mi basta per vivere l'ho tuttavia salvato dai vari naufragii che ha sofferto la mia fortuna. Tacque un momento, e poi chiese con molto interesse. - Vive bene ancora il notaio Tartini? A questo nome, il sor Giacomo fece una piccola smorfia. - Sì, vive. - Benone! Questa novella mi fa proprio tanto di buon sangue. Eravamo così intimi amici!... Egli aveva un figliuolo; che cosa ne fu di esso? - Egli è speziale, il primo speziale del paese; ha il fondaco sulla cantonata della piazza. - Or bene, potrò aggiustarmi a stare con quella brava gente a dozzina. I due coniugi si guardarono come per consultarsi a vicenda. - Oh! per andare in una famiglia d'estranei; disse il sor Giacomo. - Per pagare ad altri delle mesate, soggiunse Genoveffa. - È costante che sarebbe meglio steste qui con noi. - Ed a noi recaste quel poco vantaggio. - Senza contare che saremo meno esigenti degli altri nel prezzo. - E noi vi serviremo con grande amore, caro zio, disse Enrichetta. - E si eviterebbero le ciarle del paese, il quale chi sa che cosa direbbe se voi andaste ad abitare in casa d'altri. Lo zio Gerolamo s'alzò da sedere. - Basta! diss'egli; ci penserò. Non voglio recar disturbo a nessuno, io, e non voglio averne. Questo è il mio carattere. Prima di decidermi a stare con voi, voglio vedere se poi voi od io non avremmo a penarcene. In quella entrò la povera Giovanna tutta rossa nel volto, come chi è stato curvo sulle fiamme o sulle braci accese, e fra le mani si recava un vassoio colle tazze del caffè. - Signor zio, Barbetta ha recato le sue valigie, ed è lì fuori che aspetta. - Digli che aspetti ancora: rispose lo zio. Prendo il caffè, poi me le faccio portare alla locanda dove andrò ad alloggiarmi. - Come! Alla locanda? Oh questo poi no: disse il sor Giacomo. Per ora starete qui. Si rivolse con aspro accento di rimbrotto a Giovanna. - Sei una stupida, che non sai far altro che stupidaggini. Che bisogno c'era egli di venire a dir cotesto in tal modo? Se tu avessi pure un granino di sale in quella zucca..... - Oh sì, esclamò con ironia la madre, un po' di sale quella lì! Il padre continuava: - Avresti fatto portar su la roba nella stanza dello zio, congedato l'uomo, e poi saresti venuta ad annunziare che la era cosa fatta. - Ma, babbo....sussurrò la miserella tutta mortificata. Ed ecco entrare in campo la madre più aspra e niquitosa del sor Giacomo: - Ci siamo collo scusarsi lei!... La non vuol mai star zitta quando la si rimprovera... Quante volte non ve l'ho già detto che non voglio scuse? Lo zio Gerolamo guardava fisso la povera Giovanna, ne' cui occhi vòlti alla terra brillavano in pelle in pelle due lagrime. - Via, via, diss'egli colla sua voce robusta e sdegnosa: non istrappazzatela in questo modo per codesto, dove la non ha torto.... Se il nuovo arrivato fosse stato, come ne avean concepito speranza, un vero zio d'America, è probabile che la signora Genoveffa avrebbe tollerato da lui ch'e' prendesse le difese della sciancata; ma giungendo pitocco nè più nè meno come quando era partito, secondo ciò che aveva dichiarato egli medesimo, parve questa alla brava donna un'improntitudine da non tollerarsi. - Signor zio, diss'ella con tono più agro d'una susina verde: dovreste sapere che non c'è nulla di peggio che difendere i ragazzi dai giusti rimproveri dei genitori. Il naso dello zio Gerolamo diventò rosso come un peperone. - Cospetto di Dio! per cento mila, diavoli! Vorreste ora farmi la lezione?... E la Genoveffa, che aveva ancor essa l'umore bizzarro più che bisogno non fosse, di rimpatto, senza lasciarsi punto sgomentare: - Voglio, voglio.... Ma ecco saltare in mezzo Enrichetta e il sor Giacomo. - Genoveffa! Esclamò questi con aria più di preghiera che di autorità. - Mamma! disse quella, abbracciando l'incollerita donna. Quanto a Giovanna, ella non fece un motto nè un atto, ben sapendo che ogni cosa da parte sua sarebbe stata inutile all'uopo, se non peggio, ma le due lagrime le caddero giù dalle guancie, e il cuore le palpitava forte forte nel petto. La povera creatura si sentiva pungere da un vero rimorso dicendo che cagione di questa scena era essa, la sventurata! Non è punto probabile che l'intervento del marito avrebbe nulla giovato a sedare la bizza della signora Genoveffa; anzi l'esperienza del passato potrebbe persuaderci del contrario, ma gli è alla preghiera ed all'amplesso della Enrichetta che la madre troppo parziale non sapeva resistere; onde, quando si fu visto innanzi il bel visino della figliuola prediletta, si racquetò di subito, e s'ingoiò le parole stizzose che già aveva sulla punta della lingua. Lo zio Gerolamo scrollò le spalle, e si diede a guardare una dalle quattro stagioni dell'anno in litografia che, incorniciate di legno nero, decoravano le pareti del tinello. Fu sopra Giovanna - com'era naturale - che il sor Giacomo sfogò il dispetto che gli aveva procurato quell'incidente. - Ebbene, che cosa stai ora a far costi, piantata come un zugo a piuolo? Non hai capito abbastanza? Vai, e fa portar quella roba di sopra. - No: disse vibratamente lo zio. Si avrebbe di nuovo il fastidio di farla riportare abbasso. - Oh che? insisteva il segretario comunale. Non ci farete un torto simile: bisogna acconciarvi a modo nostro... È costante. Giovanna, che pareva sulle spine, pur tuttavia non si muoveva. - E così, marmotta? le gridò il padre. - Gli è che quell'uomo, disse balbettando la zoppa. - Ebbene quell'uomo? - Ah! Il bell'ardore del sor Giacomo si estinse di botto, come cessa il bollor della pentola al cacciarvi dentro un secchiello d'acqua fresca. Ma tuttavia fece un atto eroico. - Pagato? diss'egli. Ebbene, to', pagalo e che se ne vada con Dio. E pose due dita nel taschin sinistro del panciotto, dove teneva i denari. Lo zio Gerolamo, che l'osservava sempre a suo modo, fece un cotal sogghigno, e disse con accento autorevole: - Lasciate stare, Giacomo; vado io da quell'uomo ed aggiusto ogni cosa. Giovanna, conducimi tu da questo Barbetta. Gerolamo e Giovanna uscirono della stanza. Appena fuori di stanza lo zio, i coniugi Varada si guardarono in faccia. - Sei stata un po' troppo brusca nelle tue parole, disse il marito; ma credo in fin de' conti non abbiamo a lamentarci del loro effetto. È costante che rimanendo a casa nostra lo zio, e non ci avrebbe pagato nè pensione, nè altro, e ci avrebbe costato assai. - Babbo, disse Enrichetta: questo è pur l'unico parente che rimane alla mamma. L'ho udito dire da te stesso. Non ti pare che sarebbe nostro dovere.... - Lascia a noi pensare a queste cose: disse la madre con imponenza, benchè con amorevolezza. Di mangiapani non ne occorre empirci la casa; e se col risparmio arriviamo a metter qualche cosa in disparte, tutto andrà ad ingrossare la tua dote, carina. La ragazza accennò voler parlare ancora; ma in quella si udì la voce dello zio, accompagnata da alcune altre. - Zitto! Disse il prudente sor Giacomo, lo zio è qui che torna. E diffatti l'uscio si spalancò vivamente ed entrò lo zio seguito da altri tre personaggi, di cui uno solo è già da noi conosciuto: il parroco.
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