IX.
I nuovi
venuti furono accolti assai bene dai coniugi Varada; si prese tutti insieme il
caffè; Domenico Tartini fece dei complimenti da secentista ad Enrichetta, che
fuggì ridendo, non ostante gli sguardi severi della madre; il parroco infilzò
delle dozzine d'interrogazioni, a cui non si diede e non aspettò risposta;
Gaudenzio il notaio e lo zio Gerolamo parlarono del buon tempo passato, e si
animarono allegramente ai ricordi della loro gioventù; Gerolamo tornò a
proclamare la povertà con cui era tornato, uguale press'a poco a quella con cui
era partito; il sor Giacomo tacque profondamente, strette le sue labbra
sottili, e non pronunziò che pochi monosillabi col suo fil di voce quando non
potè farne a meno; Giovanna, com'era naturale, soltanto per servire il caffè,
fu strapazzata aspramente due o tre volte, e dichiarata una buona da nulla, una
mal destra, una sgarbata, uno stupido animale.
Passata circa
un'ora, il parroco fu il primo a levarsi per partire, e il suo esempio fa
imitato dagli altri.
Mentre i
Tartini padre e figlio prendevan congedo dai Varada, il parroco chetamente
sgusciò nella stanza vicina a cercare, diss'egli, il cappello che vi aveva
lasciato. Era una piccola bugia, perchè il tricorno egli lo aveva deposto
nell'andito, e quella era la stanza in cui lavorava la Giovanna.
Difetti
questa povera creatura era là, sotterrata di nuovo dall'ammasso dalle stoffe
che cuciva.
All'udire
aprirsi l'uscio, l'infelice alzò il capo, e guardò chi entrase: visto il
parroco, una specie di letizia si dipinse su quei tratti macilenti e butterati.
Nell'accostarsi a lei la benigna fisionomia del parroco era ancora più benigna
del solito.
- Ebbene,
Giovanna, come va? disse don Pasquale in fretta in fretta, come per paura
d'esser colto a favellare colla ragazza, e sotto voce come per non esser udito.
- Oh va bene,
rispose la miserella con infinito sentimento di riconoscenza nella voce e nello
sguardo. La ringrazio tanto!
- Tu dici
sempre che va bene, riprese il parroco crollando un pochino la testa; tu sei
sempre contenta di tutto, povero agnellino... Dammi un po' qui la tua mano.
Giovanna
smise un momento dal far andare l'ago e porse la destra che don Pasquale prese
fra le sue. Qual differenza fra le mani grasse e paffutelle dei parroco e
quella di Giovanna, esile, lunga, tirata, magra da parere di scheletro coperta
di pelle ingiallita!
- Buon Gesù,
esclamò il sacerdote, questa mano abbrucia.
- Sono stata
presso presso al fuoco, disse la giovane: e questo mi ha riscaldata!
- Eh! questo
è ben altro calore. E poi non ti fa bene farti arsicciare il sangue così.
E la
poveretta, come per difendersi da un rimprovero:
- È vero che
lei me lo ha già detto, sor Prevosto, ma avevo da aiutar Gertrude, e poi ho
dovuto fare due volte di seguito il caffè.
Il parroco
non disse più nulla, ma stette un momento tastando il polso della fanciulla.
Poi scosse la testa, come se quel polso non gli piacesse gran che, ma non
manifestò però altrimenti il suo pensiero.
In quella una
tosse profonda e penosa ad udirsi eruppe dal petto incavato di quella povera
creatura.
- Ecco ancora
la tua tosse! disse don Pasquale con accento sgomentato. La ti tormenta dunque
sempre?
- Sì, di
quando in quando, rispose mitemente la fanciulla. La notte soprattutto. C'è
delle volte che mi pare voglia rompermi lo stomaco, e mi rincresce tanto tanto,
perchè disturbo il babbo e la mamma dal dormire.
- E te ne
rimbrottano eh?
- Oh no!... Certo
per loro è una gran noia... Mi avevano detto, così per farmi paura, che se
tossivo ancora a quel modo mi avrebbero mandata a dormire nella stanza terrena,
dove si mette la frutta, e ciò mi avrebbe fatto assai pena, perchè, non ho
vergogna a dirlo, avrei una gran paura a dormire colà, sola, lontana da tutti.
- Cospetto di
bacco! Esclamò il parroco, preso da una grande indignazione che pur voleva
dissimulare. In quella stanza umida e fredda? Ci mancherebbe altro!...
E faceva
girare con rapidità concitata fra le dita la sua tabacchiera.
- Io faccio
ben di tutto per frenar quella tosse, continuava Giovanna col medesimo tono. Ma
la è più forte di me. Tengo, tengo un bel pezzo, e poi bisogna che prorompa,
altrimenti schiatto, e mi par di soffocare.
- Un'altra
bestialità adesso! Vuoi farti scoppiar qualche vena? Tossi liberamente, che
diamine, e lascia dire. Tu non ne puoi mica nulla tu! E che cosa prendi per
rimedio?
- Niente.
Enrichetta voleva bene da principio che il medico venisse a vedermi e mi
ordinasse qualche cosa; ma papà ha detto che non c'era bisogno di ciò, e che
sarebbe passata.
- Uhm!
Borbottò il parroco, ed avrebbe aggiunto altre parole, se in quella non si
fosse udita la voce del notaio che diceva:
- E don
Pasquale? Dove s'è andato a cacciare? Gli è partito senza aspettarci.
Il buon prete
fece in fretta una carezza paterna alla guancia smunta della bruttissima
Giovanna, e le disse con molto affetto:
- Addio. Sta
di buon animo. Vieni qualche volta a vedermi... non fosse altro col pretesto di
confessarti... E se desideri qualche cosa, e se hai qualche bisogno, dimmelo
senza soggezione, sai?
Giovanna levò
in volto al vecchio sacerdote gli occhi lagrimosi per intenerimento e
riconoscenza, e presagli la mano con cui le aveva fatta quella carezza, la baciò.
- Grazie, sor
prevosto. Non ho bisogno di nulla, ma verrò a confessarmi quanto prima.
- Son qua,
son qua: gridò il parroco, slanciandosi fuor della stanza incontro a quelli che
lo cercavano; non so più dove diavolo ho posto il mio cappello... Hanno visto
il mio cappello?
Enrichetta
comparve col tricorno di don Pasquale in testa, mostrando sotto i tre becchi di
esso la faccia più leggiadramente furfantella che sia possibile immaginare.
- Eccolo qua
il suo cappello.
- Ah
biricchina! Esclamò don Pasquale, e prendendole il cappello di testa fece alla
guancia fresca, bella e rubiconda di Enrichetta la medesima carezza che aveva
fatta poc'anzi alla Giovanna; ma se in questa c'era cordialità ed affetto, non
ce n'era tuttavia tanto quanto in quella che aveva avuto la povera deforme.
I visitatori
uscirono.
- Vengo ad
accompagnarti: disse col suo solito accento ruvido lo zio Gerolamo a Gaudenzio
Tartini. Buon giorno, nipoti miei... A rivederci.
Prese il
braccio del suo vecchio amico, e senza voler ascoltare altrimenti le parole dei
Varada, che facevangli a mezza bocca offerte e proteste, entrò innanzi col
notaio lasciandosi alle spalle il parroco e lo speziale.
- Senti un
po', Gaudenzio: incominciò a dire Gerolamo; questi miei nipoti mi sanno del
tirchio che fa spavento. Son venuto qua per avere delle affezioni
disinteressate, ed ho trovato un'avida avarizia, che ha subito messo il broncio
alla mia povertà. Se fossi tornato un asino carico d'oro, m'avrebbero aperto le
braccia, il cuore e la casa. Quando ho loro detto che ero un pitocco sempre
come prima, mi posero bellamente fuor dell'uscio. È un disinganno che la mia
esperienza mi faceva bensì aspettare, ma che ciò nulla meno mi caccia l'anima
di traverso. Non so che cosa mi tenga
dal ripigliare la strada con questo mio fido compagno (e mostrava il nodoso
bastone che aveva tra mano), e senza più nè buon dì nè buon anno, andarmene a
crepare tutto solo in un cantuccio della terra, che nessuno di questi balordi
non sappia mai più nulla de' fatti miei.
- Faresti
male, disse affettuosamente il buon notaio.
E Gerolamo
colla sua ruvidezza:
- Eh! lo so
che farei male, ma pure... Anzi so ancora ciò che me ne trattiene, e sei tu....
- Io?
- Sì; perchè
sono persuaso che se tu non sei cambiato da così a così (e voltò la mano da sopra
a sotto), sei capace di avere un po' d'amore per un pover'uomo senza cercare se
qualche cosa te ne viene in tasca.
Gaudenzio
sorrise.
- No, in
questo non sono cambiato.
- Uomo raro,
va! Ho girato il mondo, e conosco dove il diavolo tiene la coda. La gente
dabbene, come sei tu, è più rara della fenice.
- Via, via,
non esageriamo, disse il notaio. E qui stesso di galantuomini ne troverai
parecchi. Tu devi restar fra noi, perchè alla tua età si ha bisogno di ripose e
di quiete nell'anima e intorno a sè. Dove troveresti maggiore la quiete che nel
villaggio in cui sei nato e che ti ricorda i begli anni dell'infanzia e della
giovinezza? Del resto io parlo anche un poco per egoismo: se a te non farà male
trovarti a contatto della mia vecchia amicizia, a me sarà una grazia fiorita
addirittura l'avere a fianco un caro e sincero amico, derrata che non si trova
di spesso, e che non ho trovato più qui, dopo che ti ho perso.
- Va
benissimo. Hai tu una stanza da darmi nella tua casa?
- La casa la
ho ceduta a mio figlio, il quale ne aveva molto desiderio. Io non mi sono
conservato che quattro cameruccie. Sono piccole, modestissime, ma pulite, ed
hanno i favori del sole state e inverno, dalla mattina alla sera. Il sole per
noi vecchi è un amico ed un medico. Quelle quattro stanzuccie sono a tua
disposizione
- Ne prendo
una: disse vivamente Gerolamo; e faremo i nostri pasti insieme; pagando io
affitto e pensione, s'intende. Per quanto piccola sia la camera, ci sarà ben
posto per alcuni libri, per un lettuccio, e per una poltrona, su cui sdraiato
fumare dopo pranzo? Codesto mi basta. Vivremo da fratelli come due filosofi, e
discorrendo del nostro passato, ci consoleremo della vecchiaia con dir corna
del presente.
- Ebbene,
sia, vieni a vedere il mio quartieretto.
Come aveva
detto il notaio, esso era di quattro camere: la prima servivagli da studio, ed
era la più grande; a fianco di quella c'era la cucina, e innanzi dalla parte
posteriore della casa le due altre, di cui una rimase a Gaudenzio e l'altra fu
presa da Gerolamo, al quale la vista che appariva dalla sua finestra e il sole
che l'invadeva prepotentemente, piacquero a dismisura.
La vista era
quella d'una sequela di orticelli e di piccoli giardini, che presentavano allo
sguardo un ricco tappeto di verzura, smaltato di fiori e diviso da folte siepi
e da rigagnoli d'acqua limpida che correva allegramente.
Gerolamo ben
presto ebbe adottato il metodo di vita del suo vecchio amico. Si alzava per
tempo, e mentre Gaudenzio lavorava nel suo studio, egli andava a prendere
appetito in lunghe passeggiate nei bellissimi dintorni della campagna, poscia
in compagnia del notaio divideva le ore della sua giornata fra la bottega del
farmacista e le lunghe stazioni sulla piazzuola innanzi alla chiesa, per finire
la sera in canonica dal parroco, che era lietissimo d'aver acquistato
una nuova recluta fra i giuocatori di tarocchi.
Il signor
Domenico - lo speziale - non aveva tardato ad andar poco a versi di Gerolamo;
ma questi, per riguardo al padre, dissimulava i suoi sentimenti, o almeno non
li manifestava che col silenzio, rivolgendo egli rarissime volte la parola a
quel potente personaggio del paese.
Del resto la
vita che conduceva lo zio Gerolamo era davvero quella d'un povero diavolo che
possiede tanto appena da far bollir la pentola tutti i giorni. Nessuno sapeva
dove avesse impiegati, nè come quei pochi capitali de' cui frutti viveva; ned
egli confidavasi con nessuno, e quando qualche indiscreto accennava di voler
fare interrogazioni a tal proposito, Gerolamo s'affrettava a fare una di quelle
sue burbere risposte, che levavano la voglia a chicchessia di insistere e di
tornare altra volta su simil discorso.
Di quando in
quando egli si allontanava dal paese; prendeva il baroccio di Barbetta, e si
faceva condurre alla più vicina stazione di via ferrata, donde recavasi poi,
niuno sapeva il dove, ma tutti sussurravano che ci andava pei suoi affari.
Poichè una
simil cosa si fu rinnovata due e tre volte, come vi potete pensare, divenne
oggetto delle chiacchere del villaggio: e la signora Genoveffa, subodorato un
mistero, venne in una maledetta curiosità di scoprirlo. Vedremo più tardi in
qual modo essa procedesse a quest'intento, e che riuscita avessero i suoi
tentativi.
Colla famiglia
dei nipoti, Gerolamo tenne interrotte relazioni. Le poche volte che andava
nella casa loro, mostrava troppo apertamente che la compagnia del sor Giacomo e
le chiaccole della sora Genoveffa lo impazientavano a dismisura: quando i
Varada andavano a trovarlo nella sua cameretta, li accoglieva con si poco garbo
che, anco essendo i più duri di cotenna, bisognava sentirne l'umiliazione;
onde, sicome in fin dei conti non credevano di avere ragione nessuna da
ingoiare con coraggiosa tolleranza i rabbuffi e i disdegni di codesto zio
bisbetico, si ripeterono il proverbio: chi non ci vuole non ci merita, e
misero un punto fermo alle loro visite, e lo zio rese loro con perfetta
reciprocanza il concambio.
Andavano però
a trovarlo ancora tal fiata, le ragazze, Enrichetta specialmente, della cui
allegria e grazia e gentilezza mostrava forte piacersi il vecchio zio. Giovanna
poteva meno frequentemente recarsi da lui, perchè le faccende domestiche e i
lavori continui che a lei si accollavano la tenevano schiava in casa; nè ad
essa, come succedeva con Enrichetta, Gerolamo faceva istanza affinchè tornasse,
perchè se la sventura della poveretta gli faceva compassione, e s'egli la
trattava quindi con una certa dolcezza che era ammirevole pel suo carattere e
per le sue abitudini di bizzarria, non era pur tuttavolta che la presenza e la
compagnia di quell'infelice fossergli tanto gradevole da volersele procurare.
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