Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Vittorio Bersezio
Povera Giovanna

IntraText CT - Lettura del testo

  • XI
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

XI.

 

Don Pasquale usava dir sempre la prima messa. Non era ancora spuntato il sole quando egli celebrava il sacrificio incruento alla dubbia luce delle candele che tremolavano nel buiccio del crepuscolo, in presenza di tre o quattro femminette che borbottavano dei paternostri.

In una di quelle mattinate di maggio in cui nei paesi montanini la temperatura è ancora fredduccia e l'aria sottile, quando si vede ancora il rifiato uscir della bocca di chi parla, quindici giorni dopo l'arrivo dello zio Gerolamo, il buon parroco era, secondo l'usato, a dir la sua messa all'altare della Madonna dei sette dolori. Il giorno tardava quel di più del solito a comparire, perchè nuvoloso era il cielo ed anzi una fina pioviggina gocciava chetamente facendo per l'umidità parer più fredda ancora la temperatura. Lo scarso numero degli uditori di quella messa mattiniera era anche più scarso del solito: e don Pasquale, venendo dalla sacristia, non aveva veduto che due o tre forme di donne inginocchiate nell'ombra, cui egli non riconobbe e, come era suo costume, non cercò nemmanco di riconoscere.

Quando aveva incominciato la sua messa, ecco che da un angoluccio presso al confessionale che si appoggiava al pilastro d'un'arcata, egli sente suonare una tosse profonda, penosa, da stringere il cuore d'un essere pietoso.

- Questa è la povera Giovanna, ci scommetto: disse il parroco fra con molto rincrescimento. E voltosi un poco della persona, fece guizzare uno sguardo verso quella parte. Vide colà prosternata sulle ghiacciate lastre di marmo del pavimento una massa che avreste detto un mucchio di panni, se a rivelarla una creatura umana non ci fosse stato il bisbiglio d'un'ardente preghiera e di quando in quando lo scoppio di quella tosse così dolorosa.

- È proprio lei; continuò a parlar seco stesso il buon sacerdote, distratto alquanto dal suo uffizio per la tanta pietà che glie ne nacque nell'anima. Già alzata a quest'ora, , inginocchiata sull'umido e freddo spazzo! Roba da far male anche ad un sano.... Ora la mi sentirà.

Non oserei dire che don Pasquale affrettasse la celebrazione della messa per togliere più presto da quella perniciosa positura la giovane infermiccia: ma il fatto è, però, che la sua messa, non mai lunga, durò quella mattina meno ancora del solito.

Partendosi dall'altare, il parroco fece il giro del pilastro - cosa insolita - per passare vicino a Giovanna nel recarsi alla sacristia, e quando fu presso alla poveretta sempre inginocchiata a quel modo, le disse:

- Vieni in sacristia; debbo parlarti.

Giovanna fe' cenno di sì, e quando il parroco fu entrato nella sacristia, ella, finite le orazioni ch'era in via di dire, si fece il segno della croce, ed alzatasi a fatica, si recò zoppicando dove don Pasquale stava aspettandola.

Il parroco, già svestitosi delle sue paramenta, era , appoggiato alla spalliera di legno grossolanamente scolpito di una gran cassapanca, e faceva girare la sua tabacchiera tra le dita con una prestezza che in lui era segno di contrarietà.

Quando vide accostarglisi la Giovanna, si pose a crollare il capo con aria di scontentezza, mentre sulla sua fisonomia appariva l'interessamento e la compassione che invano avrebbe voluto nascondere per quella infelice creatura.

- A quest'ora, malaticcia come sei, già alzata! Esclamò il parroco in tono di affettuoso rimprovero.

- Mi alzo sempre all'alba, rispose umilmente Giovanna, perchè, se non facessi così, come avrei tempo a far tutto quello che devo, io che sono troppo lenta e incapace!

- Almeno non dovresti uscir fuori con questo umido, e cacciarti nella nostra chiesa, che è fredda come una ghiacciaia.

- Sentivo tanto bisogno di udire una messa!

- Eh la messa!... Cominciò con espressione d'impazienza il prevosto, ma poi tosto si corresse, e soggiunse col solito accento pacato: va benissimo. È sempre una buona cosa l'udir messa, ma non è questa la sola che si dica.

- Più tardi non avrei potuto venirci, e poi, desidero anche....

Sembrò esitare.

- Che cosa? che cosa? Domandò con sollecitudine il parroco.

- Che la mi faccia la carità di udirmi in confessione.

- Ah si. Eccomi pronto. Non ho ancora fatto colazione, non ho preso nemmanco il caffè, ma non monta... Per te, cara la mia figliuola....

- No, no: interruppe vivamente l'umil Giovanna; per me non voglio che la si disturbi.... Si figuri se occorre!... Io vado in chiesa e l'aspetterò al confessionale. Ella faccia con tutto suo comodo, e quando potrà, mi farà la grazia di venire.

E come se non avesse più voluto ascoltar altro, ella si avviò per tornare nella chiesa; ma don Pasquale tese una mano, e l'arrestò pigliandole un braccio.

- Fermati: le disse: vuoi tornare in quel freddo che ti fa male?

Toccandone i panni colla mano onde avevale abbrancato il braccio, egli sentì che erano bagnati.

- Disgraziata! Esclamò. Tu sei venuta in chiesa senza ombrello....

- Gli ombrelli son disopra, e per andarli a cercare avrei potuto turbare il sonno a babbo e mamma e ad Enrichetta....

- E te ne sei stata cosi cogli abiti immollati addosso tutto questo tempo! Ma tu sei matta, ma tu vuoi ammazzarti?....

- Oh no, signor parroco. Ho pregato tanto la Madonna. Essa mi aiuterà.

- Ti aiuterà, ti aiuterà!... Aiutati che Dio t'aiuta: dice il proverbio... Intanto non ti voglio lasciar cosi con tutta questa roba immollata addosso. Vieni in canonica; troveremo una buona fiammata di sarmenti in cucina ed una chicchera di caffè caldo che avrà fatto Margherita....

- Ma.... sussurrò Giovanna, resistendo alla mano del parroco che voleva trarla nella direzione della porticina verso cui egli s'avviava.

- Ma la confessione, vuoi dire? Eh! ti capisco. Ti confesserò la stessa cosa nel mio tinello, seduto comodamente sul mio seggiolone, e Dio, credilo pure, ci vedrà e ci assisterà quel medesimo.

Giovanna seguì il prevosto, il quale, uscendo per la piccola porta della sagristia, la condusse in pochi passi a quella dell'attigua modesta casa parrocchiale.

La grossa Margherita brontolava già, appunto perchè il padrone tardasse a venire per prendere il caffè ch'essa aveva fatto. Nell'alto camino della cucina, due tizzi raccostati conservavano un po' di fuoco, al quale scaldava la sua pancia rotonda la cuccuma di latta gialla. La vecchia fante non avrebbe mancato alla sua buona abitudine ch'ella di certo scambiava per un dovere: quella di accogliere il parroco al suono di qualche rimprovero, se il parroco medesimo glie ne avesse lasciato il tempo; ma don Pasquale, con una decisione di comando, di cui si serviva assai raramente, appena entrato, disse alla Margherita, piantata secondo il solito colle mani in sui fianchi:

- Getta una brancata di sarmenti sul fuoco. È fatto il caffè?...

La serva voleva rispondere, e come!... Ma egli non glie ne diede il tempo.

- Si?... va bene; metti due chicchere sopra un vassoio, e ne prenderà una tazza madamigella Varada.... Porta una seggiola qui presso al fuoco.... presto che la ci si sieda. Ella ha tutte le vesti bagnate addosso....

- Ih che furia! Esclamò Margherita; ih quante cose! Non posso mica far tutto in una volta: non ho cento mani, cento gambe.... Pigliar la fascina, le tazze, la seggiola....

- Incomincia dalla fascina: disse il buon prete colla sua virtuosa pazienza: dopo ci darai il caffè: quanto alla seggiola, to' la prendo io.

E cacciatasi in fretta nel naso la presa che si trovava ancor fra le dita, abbrancò la seggiola per la traversa della spalliera, e la recò presso al camino.

Chi sa quali e quanti argomenti di brontolio avrebbe trovato Margherita nella parole e nell'atto del parroco, se in quella il suo sguardo non fosse caduto sulla povera Giovanna, che se ne stava presso la porta tutto mortificata, umile e peritosa. Vistala così pallida che era perfin verde in volto, tremolare sotto i brividi che le correvano le gracili membra, Margherita, in fondo una buona donna, ebbe pietà della sciancata, e smessa ogni altra parola, si credette in obbligo di dirigere alla poveretta una specie di sorriso e qualche incoraggiamento.

- La venga avanti, madamigella. Proprio ch'ella è conciata come un barboncino che esce dall'acqua. Lasci a me che le vengo facendo tosto una vampa che il falò della festa di San Michele gli è nulla in paragone.

Prese un fascio di ramoscelli, li ruppe e gettò sui tizzi accesi, vi aggiunse un po' di scheggie, una manciata di truccioli, ed in un attimo ebbe fatto levare la fiamma più allegra e più vivace la cui vista possa rallegrare un miserello dalle membra intirizzite.

Giovanna, fatta sedere presso quel fuoco riconfortatore, schiuse le labbra ad un pallido sorriso di benessere, e quando ebbe preso il caffè caldo che Margherita s'affrettò a mescerle ed a porgerle, si sentì veramente rinfrancata.

- Scusi, diss'ella allora al parroco, timidamente secondo il suo solito; non vorrei esserle di fastidio, ma s'ella potesse farmi tosto la carità di cui la ho pregata.... Mi rincresce andar tardi a casa e mancare al mio dovere.

- Bene, bene, hai ragione. Eccomi qua subito, vieni nell'altra stanza.

La condusse nel tinello, e sedutosi sul seggiolone impagliato che stava sotto ad un umile crocifisso di legno appeso alla parete, s'apprestò ad udire quella poveretta in confessione.

Essa, Giovanna, si gettò in ginocchio ai piedi del parroco e incominciò senz'altro.

L'anima di quella infelice era essenzialmente religiosa.

Nelle sublimi espansioni, nei conforti divini della religione trovava la misera l'unico rifugio del suo cuore appassionato, l'unico sfogo del suo bisogno d'amore. Amò veramente, come dice il catechismo, Dio oltre ogni cosa e il prossimo come stessa, anzi più che stessa, imperocchè per medesima avesse ancor ella parte di quel disprezzo che avevano gli altri, e si ritenesse per la più infima e la meno degna creatura di Dio.

Don Pasquale ascolto sorridendo benignamente le pretese colpe di quell'anima innocente, e più volte si sentì commosso alla bontà di quell'essere diseredato d'ogni gioia della vita, d'ogni vantaggio della gioventù. Si affrettò a dare l'assoluzione, a farla sorgere da' suoi piedi e sedere sopra una seggiola vicina a lui, e la ritenne poscia in amichevole colloquio mercè il quale accortamente egli seppe farsene dire, senza ch'ella se ne accorgesse, tutti i tormenti, tutte le persecuzioni ond'era fatta segno in famiglia.

Passò così un'ora, e il loro colloquio avrebbe durato anche di più se, avendo gettato lo sguardo sopra l'orologio a pendolo che segnava l'ora in alto della sua lunga cassa dei contrappesi, Giovanna, atterrita di dover rientrare tanto tardi a casa, non si fosse affrettata a partire.

Diffatti Geltrude, sdegnata di aver dovuto essa stessa accendere il fuoco e preparare il caffè, accolse la Giovanna con un rabbuffo, che riempì di lagrime gli occhi e di amarezza il cuore alla misera sciancata.

Ma le confidenze involontarie che coll'arte delle sue interrogazioni don Pasquale era riuscito a strappare alla sua penitente, avevano fatto una profonda impressione nell'anima del buon parroco, già piena cotanto di pietà per quella creatura infelice.

Chiunque si sarebbe accorto che don Pasquale andava ravvolgendo nella sua mente qualche idea straordinaria. La sua tabacchiera si apriva e richiudeva troppo frequentemente fra le sue dita irrequiete; la attenzione ch'egli fece all'asciolvere messogli innanzi dalla Margherita era troppo inferiore ai meriti della cuoca ed al suo ordinario appetito. La placida fisionomia del suo volto, rotondo come quello del sole dei tarrocchi, lasciava scorgere una preoccupazione gravida di qualche partito da prendersi. E ad un tratto questo partito fu preso. Gettò sulla tavola la servietta che aveva sulle ginocchia, battè un colpo secco colle dita sul coperchio della scatola, e sorse come spinto da una molla.

- Santa Madonna! esclamò Margherita attonita vedendolo andare a prendere il tricorno ed avviarsi con passo accelerato verso la porta di via. Che cosa le è capitato? Dove corre con tanta furia?

Don Pasquale non rispose, dondolò alquanto la testa con espressione che significava: «Eh! so ben io quel che voglio,» e venuto fuori, traversò la piazza, si diresse alla casa, dove sopra l'uscio d'una bottega, in mezzo a due caducei, brillava in lettere rosse su fondo nero il nome di Domenico Tartini, lo speziale.

Il parroco aprì l'invetriata della bottega e cacciò dentro nient'altro che la testa. Al tintinnio del campanello, cui il battente aprendosi faceva suonare, alzò il capo Domenico, che stava dietro il banco seduto ad esaminare il suo libro di ragioni.

- Buon giorno, prevosto: disse lo speziale. Venite avanti.

- No; cerco del sor Gerolamo: e guardavo se gli era qui dentro. Sapreste dirmi se sia in casa?

- Non saprei. Probabilmente sì. Se volete, mando il garzone a chiamarlo.

- No, no; vado io stesso. Grazie.

E ritrattosi di mezzo l'uscio, lo richiuse, e per la porticina che stava allato alla bottega entrò in casa.

- Che cosa può egli volere dal sor Gerolamo, il parroco, a quest'ora? Si domandò lo speziale curioso come egli era; e venne sul passo dell'uscio della sua bottega per vedere quando il prete sarebbe venuto fuori.

Dall'altra parte della piazza sullo scalino della porta della canonica c'era Margherita, non ancora riavutasi affatto dallo stupore che le avevano prodotto le nuove maniere del suo padrone.

Lo speziale aveva voglia d'interrogare, Margherita aveva uguale la volontà d'essere interrogata. Fecero ciascuno la metà del cammino e s'incontrarono nel centro della piazza.

- Il parroco è venuto a cercare del signor Gerolamo con un'aria così pressata che mi sorprese non poco: disse lo speziale.

- Ah! egli è andato dal sor Gerolamo? Domandò la fante, curiosa al pari del farmacista.

In breve quest'ultimo seppe che alla mattina di buon'ora la primogenita del segretario comunale erasi recata in canonica, che ci aveva avuto col parroco un colloquio di oltre un'ora, e che in seguito di esso don Pasquale era sempre stato sopra pensiero, finchè era uscito con subita risoluzione per venire dallo zio di Giovanna.

Bisognerebbe non conoscere affatto la vita dei villaggi per non indovinare che questi semplici avvenimenti eccitarono la fantasia del bravo speziale e della valorosa serva del parroco a fare mille assurde supposizioni, e destarono in ambedue un matto desiderio di conoscere il segreto che avevan per certo si nascondesse sotto.

Non bastavano tuttavia questi eccitamenti alla loro curiosità. Mentre discorrevano ancora in mezzo la piazza, ecco venir fuori dalla porticina della casa dello speziale il parroco collo zio Gerolamo, e questi, togliendo commiato dal primo, dirgli ad alta voce che Margherita e Domenico poterono udire:

- Lasciate fare a me. Corro, parlo, faccio, e vedrete che tutto andrà bene.

- Farete un'opera buona, Gerolamo: disse don Pasquale.

- Anzi farò un vantaggio a me, e vi ringrazio di cuore di avermi suggerito codesto.

Si strinsero la mano, e il parroco tornò a casa sua, il sor Gerolamo col suo inseparabile bastone s'avviò giù per la strada principale del villaggio.

Che cos'era quell'opera buona? Dove voleva andar subito il sor Gerolamo? In che bisogna sperava egli riuscire? Queste erano le domande che si faceva la curiosità, spinta all'ultimo grado, del farmacista il quale, piantato a mezzo della piazza, seguitò collo sguardo lo zio Gerolamo, e lo vide fermarsi e battere all'uscio della casa dei Varada, ed entrarvi, appena gli fu aperta.

Una delle cose che desiderava sapere, aveva già Domenico appreso: dove Gerolamo aveva da andare. Ma per che cosa? Era questo il mistero ch'e' si rodeva di scoprire. Se i miei lettori hanno un minuzzolo di questa curiosità che aveva lo speziale, io posso soddisfarli subito, facendoli assistere col solito privilegio di romanziere all'abboccamento che aveva avuto luogo fra il parroco e il sor Gerolamo.

 

 

 




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License