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Vittorio Bersezio
Povera Giovanna

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  • XII
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XII.

 

Il notaio Tartini era fuori di casa. Gerolamo s'annoiava, guardando il cielo nuvoloso traverso il fumo grigio della sua pipa, seduto presso la finestra, di cui l'aria umida gli aveva fatto chiudere le invetriate.

- Si può? Disse la voce franca e leale del parroco, che, trovando aperto l'uscio del quartieretto, s'era introdotto nella prima stanza.

- Chi è ? Rispose Gerolamo, burbero come un caporale austriaco. Se cercate del notaio, egli non c'è: tornate più tardi.

Don Pasquale mostrò la sua buona faccia di vecchio frammezzo l'uscio della camera di Gerolamo.

Per lo zio di Giovanna il parroco non poteva giungere in momento più opportuno. E' si sentiva una grand'uggia addosso, e non sapeva dove andare, e non sapeva che cosa fare per torsela. La presenza di quel cuorcontento di don Pasquale gli parve in quel punto una ventura.

Si alzò egli da sedere, e fattosi incontro al prete, gli prese una mano e lo trasse dentro con festosa ed amichevole accoglienza.

- Bravo, don Pasquale! Gli è proprio un buon vento che vi porta. Venite a fare un po' di compagnia ad uno splenetico che sta qui a rodersi il fegato da solo. Sedete... ... così... Fa un tempo scellerato. Sapete che ho avuto una tentazione maledetta di accendere il fuoco e mettermi la vesta da camera coll'ovatta? E la chiamano primavera codesta? Tutto adunque è andato sottosopra in questo paese eh? Quand'ero giovane, in questi giorni di maggio si andavano a cogliere le mammole su per la montagna. E io che sono venuto qui per godermi un bel sereno di cielo! Tanto valeva che restassi fra la nebbia di colaggiù! Piove! Va a passeggiare per la campagna!...

Si rivolse quasi con accento di sfida e di minaccia al buon don Pasquale che certo non ci poteva nulla.

- Che cosa ne dite eh?

Il parroco fu lietissimo di trovare Gerolamo in quella disposizione d'animo. Mai cattivo umore di qualcheduno non rallegrò il benevolo spirito d'un galantuomo, come allora avvenne al nostro buon don Pasquale. Le sue grosse labbra bonarie sorrisero; offrì con premura una presa di tabacco all'interlocutore, e con aspetto e con espressione di vero soddisfacimento, infilzò secondo il suo solito due o tre interrogazioni:

- Ah dunque, voi vi annoiate molto? Vi pesa il viver solo eh? Trovato che due vecchi, come voi e Gaudenzio insieme, non si possono fare quella compagnia che una famiglia? Vi rincresce eh non aver una famiglia? Che cosa dareste per averne almeno uno scampolo? Sentite voi tutta la vacuità della vita non circondata da affezioni? Va bene, va benissimo.

Gerolamo guardò il prete coll'aria d'un mastino che sta per azzannare i polpacci d'un povero entrato nella cascina commessa alla sua guardia.

- Bene un corno! Esclamò egli, interrompendo con una di quelle bestemmie che gli scappavano alla sera, quando le sviste del buon Gaudenzio suo socio nel giuoco gli facevano perdere bagatto. Che cosa mi venite a contar qui, sor Prevosto? Sì, mi annoio; sì, mi pesa questa vita di solitudine; sì, darei questa mano e questa pipa per avere qualche birbante di figliuolo che mi facesse impazzare. Sono venuto apposta in questo brutto buco di paese perduto, che nemmanco il diavolo lo viene a visitare. E che cosa ho da farci se ho trovata una famiglia d'egoistoni che amerebbero il somaro di zio quando fosse carico d'oro? E codesto a me non mi fa. Avete capito? Or dunque non c'è a dire ridire, e bisogna striderci; e se voi avete un gran di sale in zucca, signor Prevosto, non venite a rompermi le tavernelle con di queste ragioni, che le so meglio di voi.

Don Pasquale seguitava a sorridere. Aprì la tabacchiera, rimestò in essa la polvere, ne richiuse il coperchio, vi battè su colle quattro dita, fece girare lestamente la scatola tra il pollice e l'indice, e riprese, niente sgomentito dall'intemerata di Gerolamo.

- Siamo d'accordo. Ma che cosa direste se io trovassi modo d'improvvisarvi sul momento una piccola famigliuola? Voi e Gaudenzio siete come due fratelli. Buono! Avete mestieri di qualche affetto figliale. Io ve l'ho trovato. Dicevate adesso adesso che vi farebbe tanto gusto di avere qualche birbone di figliuolo; che viso fareste se io vi mostrassi il modo d'avere un angiolo di figliuola?

Gerolamo allargò tanto d'occhi.

- Che figliuola d'Egitto? diss'egli bruscamente. Spiegatevi, che io non ho mai valuto niente a indovinare gli enimmi.

- L'enimma è subito spiegato. Voi avete de' nipoti....

- Ah non parlatemi de' Varada: interruppe il vecchio burbero. Guardate quel maledetto tempo! Il giorno in cui sono arrivato mi rideva il più graziosamente dinanzi col più splendido sole, ed ora ecco in che modo mi fa il broncio colla sua mattinata da novembre in pieno maggio. Ebbene, quei signori miei nipoti, verso di me, furono tale e quale. Una festa per accogliermi! Sei cazzeruole sul fornello, la veste di seta sulle spalle di Genoveffa, sulle faccie il sorriso piacentiere di chi aspetta l'eredità. Appena ebbi detto che ero uno spiantato, si fece nuvolo nella loro anima e sul loro muso; mostrarono rimpiangere il pranzo che m'avevano dato, il vino che avevo bevuto, la cortesia che m'avevano usata, e mi posero fuori della loro casa. Vadano al diavolo essi e la loro parentela, e mi caschi il naso se non gliela farò pagare tosto o tardi!...

Don Pasquale mise delicatamente una mano sull'avambraccio dello zio Gerolamo, e gli disse in tono piano e soave:

- No, pagare, amico mio. Sapete voi qual è il dovere di cristiano?...

- Ah! lasciatemi tranquillo col vostro dovere di cristiano. Volete farmi una predica adesso?

- No, niente affatto; tutt'altro! Avete mai provato che c'è un modo di rispondere al male, che confonde ancora di più chi ha torto verso di noi e che più giova all'anima nostra?

- L'anima! L'anima!... Borbottò Gerolamo, e avrebbe forse soggiunto qualche grossa bestialità se il parroco non si fosse affrettato a continuare, colle sue interrogazioni:

- Nella vita sarete stato offeso molte volte, non è vero? Non vi è capitato di dover poi rendere qualche servizio a chi vi aveva fatto danno o dispiacere? Scommetto di sì. Bene! Non avete voi sentito allora una buona dolcezza? E poi; ora io non vengo mica a dirvi di far qualche cosa pel sor Giacomo e per sua moglie. Oibò! Ma dei torti di essi vorreste voi farne colpa a tutta la famiglia? I figliuoli innocenti hanno essi da portare il peso del fallo paterno?... Ora, il sor Giacomo ha due figliuole.

Gerolamo drizzò, come si suoi dire, le orecchie, e mostrò di prestar molta ed interessata attenzione.

- Ebbene? Diss'egli come per incoraggiare il buon prete a proseguire.

- Ebbene: vorreste averla amara anche con loro?

- Niente affatto. Esse veramente non hanno la menoma colpa. Furono per me e sono affezionatissime l'una e l'altra; le vedo sempre con piacere quando vengono a trovarmi; e venissero anche più sovente, non mi lamenterei punto.

Don Pasquale tirò un lungo rifiato, e prese nella scatola un pizzico di tabacco.

- Benone! Disse egli con volto più sorridente che mai. Siamo a cavallo. Che vi parrebbe se vi proponessi di prendere con voi una di quelle ragazze a farvi da figliuola?

Gerolamo fece un sobbalzo.

- Quale? Enrichetta? Domandò egli vivamente.

- No, Giovanna.

- Uhm! cette laideron! Borbottò fra i denti Gerolamo, facendo una smorfia che prometteva poco di bene.

Ma il buon prete coll'ardore di chi raccomanda una cosa che proprio gli sta a cuore:

- La è tanto brutta, non è vero? Voi volete dirmi che non è piacevole aversi dinanzi un povero essere così maltrattato dalla natura, eh? Ma se sapeste in quel mostricciuolo di corpo che anima eletta è venuta ad albergare! Voi avete bisogno d'essere amato, non è così? E dove troverete un affetto più illimitato, più devoto, più sagace nel servirvi? In nessun luogo, ve lo dico io.

Parlò per un quarto d'ora, interrogando a suo modo, rispondendosi, esclamando, battendo sulla tabacchiera, scaldandosi come un avvocato che perora; ma un avvocato in buona fede che ha la persuasione sulle labbra e nell'animo - quella persuasione che si comunica e conquide soavemente l'anima dell'ascoltatore.

Lo zio Gerolamo era già mezzo convinto e mezzo commosso. Guardava il fumo grigio della sua pipa, e traverso i vetri le nuvole del cielo piovoso. Sentiva accrescersi nel cuore quel certo istinto d'affetto protettore che hanno tutti gli uomini d'età matura; pareva che nel cranio gli si gonfiasse il bernoccolo della paternità; si pose a pensare ad un tratto come una mano amorevole, la quale avesse cura delle sue biancherie e della sua roba, gli facesse la rimboccatura del letto la sera, gli preparasse la vesta da camera e le pantoffole da essa medesima ricamate, farebbe assai meglio della mano mercenaria, distratta e mal destra d'una fante. Sorrise, pensando a un tratto che quella mano medesima avrebbe potuto caricargli e porgergli la pipa.

Don Pasquale, che lo vide sorridere, credette la causa perduta; ella era invece guadagnata.

- Ma ho torto ad insistere sui vantaggi che ne avreste voi: continuò il parroco più infervorato; un uomo vostro pari è egli un egoista come gli altri? Ma volete sentire il vero argomento per farvi cedere? Eccolo qui. Non è per voi, è per quella infelice che vi domando l'opera di carità di torla della sua famiglia e prenderla con voi. Volete che la poverina muoia in poco tempo in mezzo ai maltrattamenti? Non avrete pietà d'una miserella, che in casa è peggio della Cenerentola della favola? Badate bene a quel che dico. Se Giovanna non vien fuori della sua famiglia, non passa un anno che la va a finire tutti i suoi guai al cimitero.

- Possibile! Esclamò Gerolamo.

E il prete a contargli tutto ciò che aveva visto, tutto quel che aveva indovinato; tutto quanto era giunto a spillar fuori da lei medesima quella stessa mattina.

Lo zio, che alcuna cosa già aveva notato di codesto, fu sdegnato contro i tristi genitori, coi quali aveva già una ruggine che non era acconcia a mitigarne il giudizio ch'egli portò dei fatti loro. Senza più dir parola, s'alzò vivamente, lasciò la pipa, prese il cappello e la mazza, e s'avviò con passo risoluto, mentre il parroco gli teneva dietro stupito e senza comprender bene.

- Che cosa volete fare? Domandò egli timidamente.

- Correre da quei cannibali. Domando loro la figliuola, e me la conduco via sull'istante.

Si arrestò ad un tratto, sovraccolto da un pensiere.

- E se me la rifiutassero? diss'egli.

- Spero di no, rispose il parroco. Credo che loro torni sommamente a grado l'esserne sbarazzati, avarucci come sono...

- E se me la rifiutano, corpo di bacco! Gridò lo zio brandendo il suo nodoso bastone, faccio un chiasso del diavolo, me la porto via per forza, e li mando tutti in quel paese.

- Piano, piano! Disse il parroco, per temperare quel subito bollore. Non facciamo guai, chè sarebbe peggio...

Ma lo zio Gerolamo già correva giù delle scale.

- Mi raccomando: disse ancora don Pasquale, raggiungendo l'impetuoso vecchio nell'andito della porticina. Usate calma e prudenza.

E fu allora che, uscendo fuori sulla piazza, Gerolamo pronunziò quelle parole che lo speziale e la serva del parroco avevano udite.

Ma l'usare calma e prudenza, pel carattere bizzarro dello zio Gerolamo, era più facile il prometterlo che il farlo. Picchiò risolutamente a modo suo all'uscio della casa dei Varada, e chi venne ad aprirgli, fu, come ben era da aspettarsi, Giovanna.

Costei, venuta a casa dopo la confessione e buscatosi per primo saluto il rabbuffo della Gertrude, aveva appena preso tempo di gettar per il fazzoletto onde s'era avviluppata le spalle, e s'era posta con gran furia a lavorare alle faccende di casa.

Ma il padre aveva rimbrottato la fante perchètardi gli avesse recato il caffè, e questa si era trionfalmente scusata accagionandone l'uscita di Giovanna, che tanto aveva indugiato a tornare; ma Enrichetta aveva dovuto scendere ella medesima a prendersi l'acqua tepida che soleva portarle Giovanna, onde vi lavasse quel suo bel visino; ma la signora Genoveffa aveva dovuto aspettare cinque minuti prima che Giovanna fosse , scoccata l'ora solita, a compire la lunga e difficile opera della sua pettinatura, a tirarle la stringa della fascetta ed affibbiarle il busto della vesta; e tutti questi erano peccati madornali, che volevano esemplari rampogne.

Cominciò il sor Giacomo, il quale usciva frettoloso secondo l'usato, col suo solito fascio di carte sotto il braccio, per recarsi, come soleva, in Comune. L'omaccino affermò essere costante che Giovanna doveva dirsi la più trascurata e la meno virtuosa delle figliuole di questo mondo; essere una colpa grave uscir di casa senza chieder licenza a chi di dovere, colpa gravissima il non venire a tempo affine di dare al papà la sua tazza di caffè. Rincarò la dose la signora Genoveffa, di cui lo sdegno rendeva ancora più rubiconda la faccia. Giovanna fu proclamata dalla madre incollerita tutto quel peggio che si potesse essere: senza testa, senza giudizio, e senza cuore; tutto ciò colle più esagerate e ridondanti amplificazioni a cui valga loquacità di donnaccola.

Giovanna confessò mitemente il suo fallo, che, al vedere la collera dei genitori, parve davvero immenso anche a lei. Era stata a confessarsi, e s'era lasciata trattenere da don Pasquale a chiacchierare nel tinello della canonica.

Nuovo scandalo e nuovo sdegno nei conjugi Varada! Il sor Giacomo non ebbe tempo a dire gran che. Il suo ufficio l'aspettava. Si contentò di serrare le labbra sottili e di crollare la sua testolina con atto molto severo.

- Male! assai male! Che cosa sono queste ciarle col parroco? Di che cosa avete potuto discorrere se non della famiglia e dei vostri parenti?... Non vi avrei mai più creduta capace di tanto!

Ed uscì, pronunziata questa sentenza, lasciando la povera vittima bersaglio alle più vive e meno assegnate rampogne di Genoveffa.

- Voi siete stata a contare il con e il ron di quello che si fa in casa: gridava colla sua voce stentorea madama Varada; avete detto male dei vostri parenti, ne sono sicura; chi sa che pettegolezzi avete fatto e che bugie avete inventate! So che anima falsa voi siete, sotto quell'aria di mezzomorta, nessun mi tocchi, impostora d'un'impostoraccia malvagia! Già! Avete l'animo brutto come quel visaccio, che farebbe paura al diavolo... Ma saprò ben io mettervi alla ragione, andate ! Se mi accorgo di tanto così che vi sia scappato di bocca, pover'a voi, che vi aggiusto per le feste, anima scellerata!

La poveretta aveva dapprima tentato di negare, aveva cominciato a protestare ch'ella non aveva detto nulla contro ai suoi parenti, perchè non aveva nulla di male da dirne, ad ogni modo li amava e rispettava troppo per non parlarne altrimenti che come a figliuola si conviene. Ma, visto che le sue negative e le sue difese inviperivano viemmaggiormente la madre, aveva finito per tacersi e per ricevere con muta rassegnazione, a capo chino, ma con che trafitture nell'animo Dio vel dica, tutti gl'improperî scaraventatile addosso.

Il cuore le batteva, le batteva affannosamente di dolore, le lagrime le salivano sino agli occhi e facevano ressa alle ciglia per isgorgare; ma ella, che sapeva come la vista di esse avrebbe eccitato ancora vieppiù lo sdegno della madre, usava ogni sua forza a ricacciarle indietro, a ritenerle, ed a ringelare insieme i singhiozzi che le stringevano la gola. Pur tuttavia due lagrime forzarono il serraglio delle ciglia e colarono lentamente giù delle guancie incavate della poveretta. La madre le vide.

- Ecco ! Esclamò con crudele ironia. Ci siamo alle lagrime. La bambinella piange! La fa la vittima... Poverina! Che ti venga... Uh! non so che cosa questa disgraziata mi farebbe dire e fare. Non voglio vederle queste imposture... Che sì che ti fo piangere io per davvero con un manrovescio...

E accompagnò le parole col simulacro del barbaro atto minacciato. Allora i singhiozzi e lagrime ruppero il freno per l'affatto alla povera Giovanna, che diede in uno scroscio di pianto.

Chi sa a qual eccesso il furore avrebbe spinto la spietata madre verso la misera figliuola, se per fortuna Enrichetta non fosse sopraggiunta in quel punto.

Enrichetta aveva un cuore troppo buono per vedere con occhio indifferente queste scene, che non si rinnovavano tanto di raro, contro la sua sorella maggiore. Ma il potere, che la bella ragazza esercitava sui genitori, era a questo proposito assai limitato dal rancore, dall'odio, chiamiamolo pure col suo vero nome, che Giacomo e sua moglie portavano alla brutta contraffatta. Se direttamente avesse tentato difendere Giovanna fronteggiando padre e madre, Enrichetta forse non avrebbe ottenuto che di far peggiori ancora le condizioni della sorella: onde, con quell'istinto d'accortezza che non fallisce mai a spirito di donna, aveva ella compreso che il miglior mezzo d'intervenire a favore di Giovanna era quello di sviare il temporale più che fosse possibile, quando crosciava sulle spalle della infelice. Un altro ancora migliore soccorso recava essa poi a Giovanna, ed era quello di alcune parole amorevoli, di alcune carezze onde dopo gl'ingiusti maltrattamenti ella regalava la povera sciancata. Per quanto dolorosa fosse la ferita che la misera aveva ricevuta, quello era balsamo che ne la risanava di botto.

Quel giorno adunque di cui vi sto narrando, Enrichetta, uditi gli scoppi di voce della madre, accorse quando il sino allora represso dolore di Giovanna traboccava in lagrime e singhiozzi. La giovanotta mostrò tuttavia di non vedere la faccia accesa di sdegno della mamma, quella inondata di pianto della sorella, mostrò di non accorgersi di nulla; ma tutto sorridente saltò innanzi alla zoppa, frammettendosi tra la madre e lei, e con piglio di scherzoso rimprovero le disse:

- Brava tu! Io t'aspettava nella mia camera per farmi il chignon: e aspetta, aspetta, non ti ho mai vista a comparire. Eccomi qua a cercarti io stessa. Fa il piacere, vieni tosto, chè senza tuo aiuto non mi ci raccapezzo. Abbi pazienza mamma, che ti piglio un momento la Giovanna, e tosto ch'io abbia finito, te la restituisco.

E senz'altro, presa pel braccio la sorella, seco la trasse nella sua stanza, prima che la madre avesse pur tempo a pronunziare una parola.

Quando furono colà ambedue, chiuso l'uscio e al riparo da ogni sguardo, Enrichetta gettò le braccia al collo della sorella, e stringendola a con amorosa pressione, le disse soavemente:

- Piangi pure, poverina, qui meco piangi pure liberamente, se ciò può farti bene.

Ma quelle lagrime che, impedite, erano sgorgate impetuose senza che la misera avesse più forza a trattenerle, ora che loro si lasciava libero il varco, parvero esaurirsi e poterono essere facilmente ricacciate indietro dalla sventurata fanciulla.

Giovanna fece il suo pallido sorriso; si premette colle scarne mani le occhiaie a rasciugarne il pianto, e disse mitemente:

- Sono sempre una bambina io, che al menomo rimbrotto mi vien da piangere.... Ho torto.... Ma non perdiam tempo, Enrichetta. Qua presto che ti racconci, per non far aspettare di molto la mamma... Tanto più che mi preme di andarle a chiedere il perdono.

E così fece. Rassettate quanto più sollecitamente seppe le chiome della sorella, si affrettò a recarsi innanzi alla madre, tutto raumiliata e col pentimento scritto sul volto, e pregarla perchè la volesse perdonare.

La signora Genoveffa rispose con un borbottio di parole inintelligibili, che svelavano impazienza più che altro; e di mala grazia, fattosi rendere quei servizi onde abbisognava, la mandò a riordinar la casa colla solita comminatoria di far presto e di far bene.

Quando venne ad aprire allo zio Gerolamo, la povera Giovanna, vestita a bardosso, scarmigliata le chiome, affannata per faticoso ed affrettato lavorare, la granata in mano, pareva poco meno che una strega di quelle che comparvero a Macbet.

Lo zio Gerolamo non potè a meno di esclamare ancora seco stesso:

- Per dio! come è brutta!

Ma non manifestò in nessun modo il suo pensiero.

- C'è tuo padre in casa? Domandò egli col suo solito accento ruvido e vibrato.

- No, signor zio, rispose Giovanna; è già in uffizio; ma c'è la mamma.

- Va bene; quasi quasi è appunto meglio ch'io parli a lei, che qui porta i calzoni.... Conducimi da tua madre.

Giovanna gittò la granata in un angolo e s'affrettò su della scala; Gerolamo le tenne dietro.

Giunsero così alla porta della stanza di Genoveffa, e la ragazza aprì per entrare.

- Scusi, diss'ella allo zio, che vide disporsi ad entrare con esso lei: vado ad avvertire la mamma, abbia la compiacenza di aspettar qui in sala.

Lo zio Gerolamo si ritrasse dall'uscio brontolando qualche cosa, e Giovanna sgusciò entro la stanza materna.

 

 

 




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