XII.
Il notaio Tartini
era fuori di casa. Gerolamo s'annoiava, guardando il cielo nuvoloso traverso il
fumo grigio della sua pipa, seduto presso la finestra, di cui l'aria umida gli
aveva fatto chiudere le invetriate.
- Si può?
Disse la voce franca e leale del parroco, che, trovando aperto l'uscio del
quartieretto, s'era introdotto nella prima stanza.
- Chi è là?
Rispose Gerolamo, burbero come un caporale austriaco. Se cercate del notaio,
egli non c'è: tornate più tardi.
Don Pasquale
mostrò la sua buona faccia di vecchio frammezzo l'uscio della camera di
Gerolamo.
Per lo zio di
Giovanna il parroco non poteva giungere in momento più opportuno. E' si sentiva
una grand'uggia addosso, e non sapeva dove andare, e non sapeva che cosa fare
per torsela. La presenza di quel cuorcontento di don Pasquale gli parve in quel
punto una ventura.
Si alzò egli
da sedere, e fattosi incontro al prete, gli prese una mano e lo trasse dentro
con festosa ed amichevole accoglienza.
- Bravo, don
Pasquale! Gli è proprio un buon vento che vi porta. Venite a fare un po' di
compagnia ad uno splenetico che sta qui a rodersi il fegato da solo. Sedete...
lì... così... Fa un tempo scellerato. Sapete che ho avuto una tentazione
maledetta di accendere il fuoco e mettermi la vesta da camera coll'ovatta? E la
chiamano primavera codesta? Tutto adunque è andato sottosopra in questo paese
eh? Quand'ero giovane, in questi giorni di maggio si andavano a cogliere le
mammole su per la montagna. E io che sono venuto qui per godermi un bel sereno
di cielo! Tanto valeva che restassi fra la nebbia di colaggiù! Piove! Va a
passeggiare per la campagna!...
Si rivolse
quasi con accento di sfida e di minaccia al buon don Pasquale che certo non ci
poteva nulla.
- Che cosa ne
dite eh?
Il parroco fu
lietissimo di trovare Gerolamo in quella disposizione d'animo. Mai cattivo
umore di qualcheduno non rallegrò il benevolo spirito d'un galantuomo, come
allora avvenne al nostro buon don Pasquale. Le sue grosse labbra bonarie
sorrisero; offrì con premura una presa di tabacco all'interlocutore, e con
aspetto e con espressione di vero soddisfacimento, infilzò secondo il suo
solito due o tre interrogazioni:
- Ah dunque,
voi vi annoiate molto? Vi pesa il viver solo eh? Trovato che due vecchi, come
voi e Gaudenzio insieme, non si possono fare quella compagnia che dà una
famiglia? Vi rincresce eh non aver una famiglia? Che cosa dareste per averne
almeno uno scampolo? Sentite voi tutta la vacuità della vita non circondata da
affezioni? Va bene, va benissimo.
Gerolamo
guardò il prete coll'aria d'un mastino che sta per azzannare i polpacci d'un
povero entrato nella cascina commessa alla sua guardia.
- Bene un
corno! Esclamò egli, interrompendo con una di quelle bestemmie che gli
scappavano alla sera, quando le sviste del buon Gaudenzio suo socio nel giuoco
gli facevano perdere bagatto. Che cosa mi venite a contar qui, sor
Prevosto? Sì, mi annoio; sì, mi pesa questa vita di solitudine; sì, darei
questa mano e questa pipa per avere qualche birbante di figliuolo che mi
facesse impazzare. Sono venuto apposta in questo brutto buco di paese perduto,
che nemmanco il diavolo lo viene a visitare. E che cosa ho da farci se ho
trovata una famiglia d'egoistoni che amerebbero il somaro di zio quando fosse
carico d'oro? E codesto a me non mi fa. Avete capito? Or dunque non c'è a dire
nè ridire, e bisogna striderci; e se voi avete un gran di sale in zucca, signor
Prevosto, non venite a rompermi le tavernelle con di queste ragioni, che le so
meglio di voi.
Don Pasquale
seguitava a sorridere. Aprì la tabacchiera, rimestò in essa la polvere, ne
richiuse il coperchio, vi battè su colle quattro dita, fece girare lestamente
la scatola tra il pollice e l'indice, e riprese, niente sgomentito
dall'intemerata di Gerolamo.
- Siamo d'accordo.
Ma che cosa direste se io trovassi modo d'improvvisarvi lì sul momento una
piccola famigliuola? Voi e Gaudenzio siete come due fratelli. Buono! Avete
mestieri di qualche affetto figliale. Io ve l'ho trovato. Dicevate adesso
adesso che vi farebbe tanto gusto di avere qualche birbone di figliuolo; che
viso fareste se io vi mostrassi il modo d'avere un angiolo di figliuola?
Gerolamo
allargò tanto d'occhi.
- Che
figliuola d'Egitto? diss'egli bruscamente. Spiegatevi, che io non ho mai valuto
niente a indovinare gli enimmi.
- L'enimma è
subito spiegato. Voi avete de' nipoti....
- Ah non
parlatemi de' Varada: interruppe il vecchio burbero. Guardate quel maledetto
tempo! Il giorno in cui sono arrivato mi rideva il più graziosamente dinanzi
col più splendido sole, ed ora ecco in che modo mi fa il broncio colla sua
mattinata da novembre in pieno maggio. Ebbene, quei signori miei nipoti, verso
di me, furono tale e quale. Una festa per accogliermi! Sei cazzeruole sul
fornello, la veste di seta sulle spalle di Genoveffa, sulle faccie il sorriso
piacentiere di chi aspetta l'eredità. Appena ebbi detto che ero uno spiantato,
si fece nuvolo nella loro anima e sul loro muso; mostrarono rimpiangere il
pranzo che m'avevano dato, il vino che avevo bevuto, la cortesia che m'avevano
usata, e mi posero fuori della loro casa. Vadano al diavolo essi e la loro
parentela, e mi caschi il naso se non gliela farò pagare tosto o tardi!...
Don Pasquale
mise delicatamente una mano sull'avambraccio dello zio Gerolamo, e gli disse in
tono piano e soave:
- No, pagare,
amico mio. Sapete voi qual è il dovere di cristiano?...
- Ah!
lasciatemi tranquillo col vostro dovere di cristiano. Volete farmi una predica
adesso?
- No, niente
affatto; tutt'altro! Avete mai provato che c'è un modo di rispondere al male,
che confonde ancora di più chi ha torto verso di noi e che più giova all'anima
nostra?
- L'anima!
L'anima!... Borbottò Gerolamo, e avrebbe forse soggiunto qualche grossa
bestialità se il parroco non si fosse affrettato a continuare, colle sue
interrogazioni:
- Nella vita
sarete stato offeso molte volte, non è vero? Non vi è capitato di dover poi
rendere qualche servizio a chi vi aveva fatto danno o dispiacere? Scommetto di
sì. Bene! Non avete voi sentito allora una buona dolcezza? E poi; ora io non
vengo mica a dirvi di far qualche cosa pel sor Giacomo e per sua moglie. Oibò!
Ma dei torti di essi vorreste voi farne colpa a tutta la famiglia? I figliuoli
innocenti hanno essi da portare il peso del fallo paterno?... Ora, il sor
Giacomo ha due figliuole.
Gerolamo
drizzò, come si suoi dire, le orecchie, e mostrò di prestar molta ed
interessata attenzione.
- Ebbene?
Diss'egli come per incoraggiare il buon prete a proseguire.
- Ebbene:
vorreste averla amara anche con loro?
- Niente
affatto. Esse veramente non hanno la menoma colpa. Furono per me e sono
affezionatissime l'una e l'altra; le vedo sempre con piacere quando vengono a
trovarmi; e venissero anche più sovente, non mi lamenterei punto.
Don Pasquale
tirò un lungo rifiato, e prese nella scatola un pizzico di tabacco.
- Benone!
Disse egli con volto più sorridente che mai. Siamo a cavallo. Che vi parrebbe
se vi proponessi di prendere con voi una di quelle ragazze a farvi da
figliuola?
Gerolamo fece
un sobbalzo.
- Quale?
Enrichetta? Domandò egli vivamente.
- No,
Giovanna.
- Uhm! cette
laideron! Borbottò fra i denti Gerolamo, facendo una smorfia che prometteva
poco di bene.
Ma il buon
prete coll'ardore di chi raccomanda una cosa che proprio gli sta a cuore:
- La è tanto
brutta, non è vero? Voi volete dirmi che non è piacevole aversi dinanzi un
povero essere così maltrattato dalla natura, eh? Ma se sapeste in quel
mostricciuolo di corpo che anima eletta è venuta ad albergare! Voi avete
bisogno d'essere amato, non è così? E dove troverete un affetto più illimitato,
più devoto, più sagace nel servirvi? In nessun luogo, ve lo dico io.
Parlò per un
quarto d'ora, interrogando a suo modo, rispondendosi, esclamando, battendo
sulla tabacchiera, scaldandosi come un avvocato che perora; ma un avvocato in
buona fede che ha la persuasione sulle labbra e nell'animo - quella persuasione
che si comunica e conquide soavemente l'anima dell'ascoltatore.
Lo zio
Gerolamo era già mezzo convinto e mezzo commosso. Guardava il fumo grigio della
sua pipa, e traverso i vetri le nuvole del cielo piovoso. Sentiva accrescersi
nel cuore quel certo istinto d'affetto protettore che hanno tutti gli uomini
d'età matura; pareva che nel cranio gli si gonfiasse il bernoccolo della
paternità; si pose a pensare ad un tratto come una mano amorevole, la quale
avesse cura delle sue biancherie e della sua roba, gli facesse la rimboccatura
del letto la sera, gli preparasse la vesta da camera e le pantoffole da essa
medesima ricamate, farebbe assai meglio della mano mercenaria, distratta e mal
destra d'una fante. Sorrise, pensando a un tratto che quella mano medesima
avrebbe potuto caricargli e porgergli la pipa.
Don Pasquale,
che lo vide sorridere, credette la causa perduta; ella era invece guadagnata.
- Ma ho torto
ad insistere sui vantaggi che ne avreste voi: continuò il parroco più
infervorato; un uomo vostro pari è egli un egoista come gli altri? Ma volete
sentire il vero argomento per farvi cedere? Eccolo qui. Non è per voi, è per
quella infelice che vi domando l'opera di carità di torla della sua famiglia e
prenderla con voi. Volete che la poverina muoia in poco tempo in mezzo ai
maltrattamenti? Non avrete pietà d'una miserella, che in casa è peggio della
Cenerentola della favola? Badate bene a quel che dico. Se Giovanna non vien
fuori della sua famiglia, non passa un anno che la va a finire tutti i suoi
guai al cimitero.
- Possibile!
Esclamò Gerolamo.
E il prete a
contargli tutto ciò che aveva visto, tutto quel che aveva indovinato; tutto
quanto era giunto a spillar fuori da lei medesima quella stessa mattina.
Lo zio, che
alcuna cosa già aveva notato di codesto, fu sdegnato contro i tristi genitori,
coi quali aveva già una ruggine che non era acconcia a mitigarne il giudizio
ch'egli portò dei fatti loro. Senza più dir parola, s'alzò vivamente, lasciò la
pipa, prese il cappello e la mazza, e s'avviò con passo risoluto, mentre il
parroco gli teneva dietro stupito e senza comprender bene.
- Che cosa
volete fare? Domandò egli timidamente.
- Correre da
quei cannibali. Domando loro la figliuola, e me la conduco via sull'istante.
Si arrestò ad
un tratto, sovraccolto da un pensiere.
- E se me la
rifiutassero? diss'egli.
- Spero di
no, rispose il parroco. Credo che loro torni sommamente a grado l'esserne
sbarazzati, avarucci come sono...
- E se me la
rifiutano, corpo di bacco! Gridò lo zio brandendo il suo nodoso bastone, faccio
un chiasso del diavolo, me la porto via per forza, e li mando tutti in quel
paese.
- Piano,
piano! Disse il parroco, per temperare quel subito bollore. Non facciamo guai,
chè sarebbe peggio...
Ma lo zio
Gerolamo già correva giù delle scale.
- Mi
raccomando: disse ancora don Pasquale, raggiungendo l'impetuoso vecchio
nell'andito della porticina. Usate calma e prudenza.
E fu allora
che, uscendo fuori sulla piazza, Gerolamo pronunziò quelle parole che lo
speziale e la serva del parroco avevano udite.
Ma l'usare
calma e prudenza, pel carattere bizzarro dello zio Gerolamo, era più facile il
prometterlo che il farlo. Picchiò risolutamente a modo suo all'uscio della casa
dei Varada, e chi venne ad aprirgli, fu, come ben era da aspettarsi, Giovanna.
Costei,
venuta a casa dopo la confessione e buscatosi per primo saluto il rabbuffo
della Gertrude, aveva appena preso tempo di gettar là per là il fazzoletto onde
s'era avviluppata le spalle, e s'era posta con gran furia a lavorare alle
faccende di casa.
Ma il padre
aveva rimbrottato la fante perchè sì tardi gli avesse recato il caffè, e questa
si era trionfalmente scusata accagionandone l'uscita di Giovanna, che tanto
aveva indugiato a tornare; ma Enrichetta aveva dovuto scendere ella medesima a
prendersi l'acqua tepida che soleva portarle Giovanna, onde vi lavasse quel suo
bel visino; ma la signora Genoveffa aveva dovuto aspettare cinque minuti prima
che Giovanna fosse lì, scoccata l'ora solita, a compire la lunga e difficile
opera della sua pettinatura, a tirarle la stringa della fascetta ed affibbiarle
il busto della vesta; e tutti questi erano peccati madornali, che volevano
esemplari rampogne.
Cominciò il
sor Giacomo, il quale usciva frettoloso secondo l'usato, col suo solito fascio
di carte sotto il braccio, per recarsi, come soleva, in Comune. L'omaccino
affermò essere costante che Giovanna doveva dirsi la più trascurata e la
meno virtuosa delle figliuole di questo mondo; essere una colpa grave uscir di
casa senza chieder licenza a chi di dovere, colpa gravissima il non venire a
tempo affine di dare al papà la sua tazza di caffè. Rincarò la dose la signora
Genoveffa, di cui lo sdegno rendeva ancora più rubiconda la faccia. Giovanna fu
proclamata dalla madre incollerita tutto quel peggio che si potesse essere:
senza testa, senza giudizio, e senza cuore; tutto ciò colle più esagerate e
ridondanti amplificazioni a cui valga loquacità di donnaccola.
Giovanna
confessò mitemente il suo fallo, che, al vedere la collera dei genitori, parve
davvero immenso anche a lei. Era stata a confessarsi, e s'era lasciata
trattenere da don Pasquale a chiacchierare nel tinello della canonica.
Nuovo
scandalo e nuovo sdegno nei conjugi Varada! Il sor Giacomo non ebbe tempo a
dire gran che. Il suo ufficio l'aspettava. Si contentò di serrare le labbra
sottili e di crollare la sua testolina con atto molto severo.
- Male! assai
male! Che cosa sono queste ciarle col parroco? Di che cosa avete potuto
discorrere se non della famiglia e dei vostri parenti?... Non vi avrei mai più
creduta capace di tanto!
Ed uscì,
pronunziata questa sentenza, lasciando la povera vittima bersaglio alle più
vive e meno assegnate rampogne di Genoveffa.
- Voi siete
stata a contare il con e il ron di quello che si fa in casa:
gridava colla sua voce stentorea madama Varada; avete detto male dei vostri
parenti, ne sono sicura; chi sa che pettegolezzi avete fatto e che bugie avete
inventate! So che anima falsa voi siete, sotto quell'aria di mezzomorta, nessun
mi tocchi, impostora d'un'impostoraccia malvagia! Già! Avete l'animo brutto
come quel visaccio, che farebbe paura al diavolo... Ma saprò ben io mettervi
alla ragione, andate là! Se mi accorgo di tanto così che vi sia scappato di
bocca, pover'a voi, che vi aggiusto per le feste, anima scellerata!
La poveretta
aveva dapprima tentato di negare, aveva cominciato a protestare ch'ella non
aveva detto nulla contro ai suoi parenti, perchè non aveva nulla di male da dirne,
ad ogni modo li amava e rispettava troppo per non parlarne altrimenti che come
a figliuola si conviene. Ma, visto che le sue negative e le sue difese
inviperivano viemmaggiormente la madre, aveva finito per tacersi e per ricevere
con muta rassegnazione, a capo chino, ma con che trafitture nell'animo Dio vel
dica, tutti gl'improperî scaraventatile addosso.
Il cuore le
batteva, le batteva affannosamente di dolore, le lagrime le salivano sino agli
occhi e facevano ressa alle ciglia per isgorgare; ma ella, che sapeva come la
vista di esse avrebbe eccitato ancora vieppiù lo sdegno della madre, usava ogni
sua forza a ricacciarle indietro, a ritenerle, ed a ringelare insieme i
singhiozzi che le stringevano la gola. Pur tuttavia due lagrime forzarono il
serraglio delle ciglia e colarono lentamente giù delle guancie incavate della
poveretta. La madre le vide.
- Ecco lì!
Esclamò con crudele ironia. Ci siamo alle lagrime. La bambinella piange! La fa
la vittima... Poverina! Che ti venga... Uh! non so che cosa questa disgraziata
mi farebbe dire e fare. Non voglio vederle queste imposture... Che sì che ti fo
piangere io per davvero con un manrovescio...
E accompagnò
le parole col simulacro del barbaro atto minacciato. Allora i singhiozzi e
lagrime ruppero il freno per l'affatto alla povera Giovanna, che diede in uno
scroscio di pianto.
Chi sa a qual
eccesso il furore avrebbe spinto la spietata madre verso la misera figliuola,
se per fortuna Enrichetta non fosse sopraggiunta in quel punto.
Enrichetta
aveva un cuore troppo buono per vedere con occhio indifferente queste scene,
che non si rinnovavano tanto di raro, contro la sua sorella maggiore. Ma il
potere, che la bella ragazza esercitava sui genitori, era a questo proposito
assai limitato dal rancore, dall'odio, chiamiamolo pure col suo vero nome, che
Giacomo e sua moglie portavano alla brutta contraffatta. Se direttamente avesse
tentato difendere Giovanna fronteggiando padre e madre, Enrichetta forse non
avrebbe ottenuto che di far peggiori ancora le condizioni della sorella: onde,
con quell'istinto d'accortezza che non fallisce mai a spirito di donna, aveva
ella compreso che il miglior mezzo d'intervenire a favore di Giovanna era
quello di sviare il temporale più che fosse possibile, quando crosciava sulle
spalle della infelice. Un altro ancora migliore soccorso recava essa poi a
Giovanna, ed era quello di alcune parole amorevoli, di alcune carezze onde dopo
gl'ingiusti maltrattamenti ella regalava la povera sciancata. Per quanto
dolorosa fosse la ferita che la misera aveva ricevuta, quello era balsamo che
ne la risanava di botto.
Quel giorno
adunque di cui vi sto narrando, Enrichetta, uditi gli scoppi di voce della
madre, accorse quando il sino allora represso dolore di Giovanna traboccava in
lagrime e singhiozzi. La giovanotta mostrò tuttavia di non vedere la faccia
accesa di sdegno della mamma, nè quella inondata di pianto della sorella,
mostrò di non accorgersi di nulla; ma tutto sorridente saltò innanzi alla
zoppa, frammettendosi tra la madre e lei, e con piglio di scherzoso rimprovero
le disse:
- Brava tu!
Io t'aspettava nella mia camera per farmi il chignon: e aspetta,
aspetta, non ti ho mai vista a comparire. Eccomi qua a cercarti io stessa. Fa
il piacere, vieni tosto, chè senza tuo aiuto non mi ci raccapezzo. Abbi
pazienza mamma, che ti piglio un momento la Giovanna, e tosto ch'io abbia
finito, te la restituisco.
E senz'altro,
presa pel braccio la sorella, seco la trasse nella sua stanza, prima che la
madre avesse pur tempo a pronunziare una parola.
Quando furono
colà ambedue, chiuso l'uscio e al riparo da ogni sguardo, Enrichetta gettò le
braccia al collo della sorella, e stringendola a sè con amorosa pressione, le
disse soavemente:
- Piangi
pure, poverina, qui meco piangi pure liberamente, se ciò può farti bene.
Ma quelle
lagrime che, impedite, erano sgorgate impetuose senza che la misera avesse più
forza a trattenerle, ora che loro si lasciava libero il varco, parvero
esaurirsi e poterono essere facilmente ricacciate indietro dalla sventurata
fanciulla.
Giovanna fece
il suo pallido sorriso; si premette colle scarne mani le occhiaie a rasciugarne
il pianto, e disse mitemente:
- Sono sempre
una bambina io, che al menomo rimbrotto mi vien da piangere.... Ho torto.... Ma
non perdiam tempo, Enrichetta. Qua presto che ti racconci, per non far
aspettare di molto la mamma... Tanto più che mi preme di andarle a chiedere il
perdono.
E così fece.
Rassettate quanto più sollecitamente seppe le chiome della sorella, si affrettò
a recarsi innanzi alla madre, tutto raumiliata e col pentimento scritto sul
volto, e pregarla perchè la volesse perdonare.
La signora
Genoveffa rispose con un borbottio di parole inintelligibili, che svelavano
impazienza più che altro; e di mala grazia, fattosi rendere quei servizi onde
abbisognava, la mandò a riordinar la casa colla solita comminatoria di far
presto e di far bene.
Quando venne
ad aprire allo zio Gerolamo, la povera Giovanna, vestita a bardosso,
scarmigliata le chiome, affannata per faticoso ed affrettato lavorare, la
granata in mano, pareva poco meno che una strega di quelle che comparvero a
Macbet.
Lo zio
Gerolamo non potè a meno di esclamare ancora seco stesso:
- Per dio!
come è brutta!
Ma non
manifestò in nessun modo il suo pensiero.
- C'è tuo
padre in casa? Domandò egli col suo solito accento ruvido e vibrato.
- No, signor
zio, rispose Giovanna; è già in uffizio; ma c'è la mamma.
- Va bene;
quasi quasi è appunto meglio ch'io parli a lei, che qui porta i calzoni....
Conducimi da tua madre.
Giovanna
gittò la granata in un angolo e s'affrettò su della scala; Gerolamo le tenne
dietro.
Giunsero così
alla porta della stanza di Genoveffa, e la ragazza aprì per entrare.
- Scusi,
diss'ella allo zio, che vide disporsi ad entrare con esso lei: vado ad
avvertire la mamma, abbia la compiacenza di aspettar qui in sala.
Lo zio
Gerolamo si ritrasse dall'uscio brontolando qualche cosa, e Giovanna sgusciò
entro la stanza materna.
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