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Vittorio Bersezio
Povera Giovanna

IntraText CT - Lettura del testo

  • XIII
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XIII.

 

Da quella stanza si udì tosto suonare irritata la voce robusta della signora Genoveffa.

- Che cosa c'è?

Lo zio Gerolamo non potè udire la risposta della Giovanna, ma di rimpatto giunse fino a lui la esclamazione che siffatta risposta provocò nella madre.

- Lui! Che cosa viene egli a rompere le tasche? Potevi dirgli che non c'ero nemmen io....

Giovanna dovette affrettarsi a farle conoscere che lo zio era nel salotto, colla sola separazione d'un uscio socchiuso, perchè la madre, interrottasi un momento, riprese con voce di sdegno:

- Sei una stupida.... Già sei sempre quella! Più che balordaggini non mi sai fare....

E giù una delle solite sfuriate.

Girolamo non ci tenne oltre: aprì l'uscio della camera della nipote, e cacciò dentro la testa.

- Corpo di mille diavoli! Gridò ancor esso colla sua voce incollerita da basso profondo.... Ad esserci venuto io in questa casa non è mica venuta la versiera. E se questa povera disgraziata ha per suo zio un po' più di rispetto di quello che hai tu, non è il caso di strapazzarla come un cane.

- Ah! il signor zio ascolta agli usci! Esclamò con ironico sorriso Genoveffa, imponente nel suo giaco da mattina di basino bianco. Non sa il proverbio? Chi ascolta agli usci ascolta i suoi disgusti.

- Ascolto un corno che ti... Uhf!... Gridi abbastanza forte perchè ti si senta anche da chi è in istrada.... Ma sta che non ti voglio romper le tasche un pezzo. Due parole; tu mi rispondi un sì o un no, e scappo, che non avrai più la seccatura di vedermiti dinanzi.

Cominciato in questo modo il colloquio, ciascun vede come poteva essere cordiale ed amichevole.

Giovanna fu lesta a partire. Lo zio piantò in terra la sua mazza, vi si appoggiò con tutte due le mani, e senza levarsi il cappello di testa, ritto in faccia alla nipote, le disse a bruciapelo:

- tu, tuo marito non potete vedere quella povera creatura di Giovanna, e io credo che paghereste qualche cosa per esserne sbarazzati. Ebbene io vengo a recarvi questo servizio, senza che vi costi la croce d'un centesimo.

Voi vedete quanto poco valesse in diplomazia lo zio Gerolamo.

- Come sarebbe a dire? Domandò, inarcando le ciglia e piantandosi le mani sui fianchi la signora Genoveffa tra stupita, tra offesa e tra curiosa di veder dove andasse a parare.

- Gli è a dire che io, per non viver più solo, mi prendo meco la Giovanna, e me la tengo come figliuola.... Ecco!

- Ma parla ella sul serio?

- Sul seriissimo! Volete o non volete? Se acconsentite, rendete un servizio a me, fate un bene a quella disgraziata, ed un vantaggio a voi altri, togliendovi dinanzi agli occhi chi non potete soffrire.

Genoveffa, da rossa che era, divenne scarlatta. - Dove ha ella sognato tutte queste belle cose? Domandò essa con un'ironia, sotto cui covava un furore pronto a prorompere in improperii.

- Sognato o non sognato, non istate menando il can per l'aia. Vi ho fatto una domanda ricisa, fatemi una ricisa risposta. Sì o no?

- Ma lei è matto:

- Siete matta voi....

- Ella crede che i figliuoli si dieno via così come si darebbe un cagnolino....

- Quando si trattino peggio ancora dei cani....

- Signor zio, guardi come parli....

- Signora nipote, guardate voi quello che fate.

- Io faccio quel che mi tocca e quel che mi conviene.

- Ed io vi dico quello che vi meritate.

- E se lei non fosse mio zio, le risponderei io per le rime.

- Mi pare che il rispetto non vi metta molto freno alla lingua.

- Gli è per dirmi tutto questo che è venuto a disturbarmi?

- Gli è per togliervi dalle unghie una povera vittima.

- Qui non c'è alcuna vittima, signor mio.

- C'è una povera diavola che farete crepare....

- Sa che cosa le ho da dire? Che lei s'immischi nei fatti suoi. Che io a casa mia son padrona. Che io non faccio crepar nessuno. Che le mie figliuole so come trattarle e come allevarle, e che non ho mestieri nessuno mi venga a fare il dottore...

- Avreste bisogno.... so io ben di che... E fece un atto col bastone, che in verità era fin troppo significativo.

Il diapason delle voci dei due interlocutori in quel rapido dialogo, che era stato uno scambio vivace di botte e risposte, erasi venuto alzando all'alto tono della collera e della minaccia; ma a quest'ultimo gesto imprudente dello zio Gerolamo, la voce di Genoveffa toccò le più vibranti note delle sue corde.

- Che cos'è questo? La vorrebbe venire a fare delle prepotenze a me? A me nessun muso mi fa paura, sa! e non me ne lascio imporre da chicchessia.

- Non si tratta d'imporre. Lasciamo le inutili ciarle. Vi ho fatta una proposta. Che cosa rispondete?

- Rispondo che non mi secchi.... Rispondo che se non mi tenessi, non so per che cosa, le mostrerei io....

- Eh mi mostrate già abbastanza che siete una cattiva ed una impertinente.

- Signor zio!

- Il fistolo che vi colga!... Volete che ve lo dica? voi farete morire quella poveretta, della quale il torto maggiore è d'essere nata figliuola....

- Signor zio! Ripeteva Genoveffa coi denti stretti e le guance color pavonazzo.

- E s'ella è un brutto mostro, chi ne ha colpa se non voi che l'avete fatta?

Codesto era troppo! Genoveffa parve sul punto di schiattar dalla bile nel suo giaco di basino.

- Oh sapete che mi avete fradicia!... Questa è mia casa.

- Casa di vostro marito.

- Questa è la mia stanza....

- È la stanza d'un animale.

- Fuori, fuori!... La vada fuori, o mi metto a gridare accorr'uomo.

- Vado, vado, ma giuraddio!... To', avrei gusto d'essere solamente per mezz'ora tuo padre o tuo marito, maligna megera che tu sei, per poterti dare una lezione a modo mio.

E girato vivamente sui talloni, uscì bestemmiando come un turco, mentre la signora Genoveffa gli scaraventava dietro improperii come una trecca.

Queste erano state la calma e la prudenza dello zio Gerolamo!

Uscendo questi impetuosamente di casa i Varada, si rintoppava naso a naso collo speziale, cui la curiosità aveva finito per trarre a forza fin sull'uscio di quella casa.

La faccia concitata dello zio Gerolamo e gli scoppi di voce onde la signora Genoveffa dall'interno dell'alloggio perseguitava il fuggente, dicevano abbastanza qual vivace scena avesse dovuto aver luogo.

- Che cosa è stato! Chiese Domenico sollecito allo zio Gerolamo.

- Eh! andate al diavolo anche voi! rispose questi, che agitava il suo nodoso bastone, come guerriero che brandisce la spada.

Lo speziale non credette prudente insister dell'altro con quell'energumeno; ma lasciatolo passare, sgusciò pianamente nella casa.

Dall'alto della scala il giaco bianco della signora Genoveffa si agitava in una mimica che pareva convulsa, accompagnando il tempestare delle più violente ingiurie che sappia trovar collera di donna.

- O mio Dio! esclamò coll'aria d'uno sgomento interessato quell'impostore d'uno speziale. Che cosa le è capitato, signora Genoveffa? Si calmi per carità!

La moglie del sor Giacomo contò a suo modo la cosa: e il suo modo non era quello di una scrupolosa esattezza storica. Dal racconto della donna sdegnata si deduceva colla chiarezza d'una dimostrazione matematica, che quel tanghero malcreato d'un Gerolamo aveva tutti i torti, e che essa aveva dovuto uscire a forza della sua dolcezza d'agnellino, per ribattere le impertinenze di quel prepotente.

Domenico Tartini, come era da supporsi, diede tutte le ragioni alla signora Genoveffa; e poi con quel suo fare da volpone, che sembrava una semplicità o una franchezza, disse che quella richiesta cui Gerolamo era venuto a fare era stata complottata col parroco, il quale pareva a lui, Domenico, si piacesse un po' troppo di ficcare il naso negli affari della gente e nel seno delle famiglie. E qui, la signora Genoveffa a interrogarlo, a sollecitarlo perchè dicesse quel che sapeva, e che il furbo speziale aveva una matta voglia di dire. Ben conosceva egli di non esser troppo nelle buone grazie del parroco, e pensava che a mettere screzio fra don Pasquale e la famiglia d'Enrichetta, egli pel suo covato progetto di matrimonio non avrebbe potuto che averne giovamento. Disse dunque tutto quel che sapeva, e più ancora. L'acume della signora Genoveffa allora credette aver capito tutto. Ella fu chiara come quella vipera scaldatasi in seno di Giovanna - fu la sua  espressione - fosse andata dal parroco a far mille false ed ingiuste lagnanze, a calunniare infamemente i suoi genitori; e il parroco avesse messo su quel villanzone dello zio Gerolamo a venire da lei a fare di quelle scene, che gli era un orrore da destar raccapriccio.

La bizza della brava donna era elevata all'ultima potenza di un parossismo che assolutamente richiedeva uno sfogo. E contro chi poteva aver luogo questo sfogo, se non contro la prima e la peggiore colpevole, la quale si trovava giusto sotto mano a tiro della collera della signora Genoveffa?

Le stanze della casa rimbombarono tutte della stentorea voce, con cui la fiera donna chiamò la rea ad audendium verbum.

- Giovanna! Giovanna!

Lo speziale era troppo furbo per non capire che quello era il momento di tirar via e lasciare a fronte madre e figliuola. Guizzò fuor di casa come vi era entrato, e tornò a rintanarsi nella sua farmacia, dove ci aveva dei veleni molto più innocenti dell'azione ch'egli aveva allor allora commessa.

La zoppa comparve innanzi alla madre già tutta tremante, come vi potete pensare.

Genoveffa le fu coi pugni sotto il naso per primo saluto.

- Che cosa sei tu andata a dire al parroco, brutto mostro?

- Io?... nulla.... Sono andata a confessarmi.

- Ah sì? Confessarti! Impostorona, falsa come l'anima di Giuda; non ti basta essere la nostra vergogna, non ti basta esserci una spina continua negli occhi, farci amara la vita colla tua presenza? Bisogna ancora che tu vada a sparger calunnie sul nostro conto!... Accusare, ed accusare falsamente i proprii genitori, oh! la è la più nefanda azione che possa commettere un figliuolo.

L'enormezza dell'accusa potè dar tanta forza a quell'innocente da superare il suo spavento e la sua emozione, e trovar tanta voce da esclamare:

- Non è vero! Ti giuro, mamma, nel nome di Dio, che non è vero...

Ma la madre con più inviperito scoppio di voce:

- Silenzio, bugiarda sfacciata, spergiura!... Ben lo sapevo che tu eri capace.... Te l'ho detto: guai se ti colgo!... Ora ne ho le prove, e l'hai da fare con me.

Giovanna tentò pronunziare ancora alcuna parola; la crudele madre si abbandonò siffattamente all'eccesso dell'ira da percuoterla.

L'infelice fanciulla quello schiaffo non lo sentì sulla pallida guancia, ma lo sentì nel cuore come una mazzataVide venire tutto scuro intorno a , fece ad abbrancarsi a qualche cosa per non cadere, sentendosi mancare le gambe di sotto, ma non potendo a nulla appigliarsi, strammazzò lunga e distesa per terra.

Accorsero Enrichetta e Gertrude. La sventurata fu portata sul suo letto, dove stette alcuni giorni facendo temere una grave malattia. il padre la madre furono mai a vederla. Il sor Giacomo, informato dalla moglie, aveva condannato la colpevole figliuola a star priva della vista dei genitori, chiusa in arresto nella propria camera. Enrichetta guizzava qualche volta in questa povera stanzuccia a vedere ed abbracciare la sorella. Le recava così un poco di luce, per così dire, col suo sorriso, un po' di caldo colle sue carezze. Nella sua solitudine la povera sciancata lavorava e piangeva, ed accusava stessa per iscusare altrui.

Di andarsi a confessare, di andare a messa da sola, Giovanna fu proibita per sempre in avvenire. Dallo zio Gerolamo fu prescritto che l'una, l'altra delle due sorelle non mettessero i piedi mai più; e questo bel successo ebbe l'intervento pietoso del buon parroco per recare alcun sollievo a quella infelice creatura.

Povera Giovanna! Chi le avesse detto che il suo dolore, quando piangeva desolatamente da sola nella sua camera, sarebbe stato superato di assai da altri dolori che l'aspettavano, avrebbe sembrato a lei medesima che dicesse una cosa impossibile, eppure doveva esser così.

 

 

 




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