XIV.
Erano alcuni
giorni passati. Lo zio Gerolamo, senza sapere precisamente la parte che nella
nuova disgrazia di Giovanna aveva avuta lo speziale, s'era sentita accrescere
in cuore l'antipatia che quest'ultimo gl'ispirava, e se a tale antipatia non
dava aperta manifestazione, come il suo carattere avrebbe voluto, gli era
soltanto in considerazione del dispiacere che sapeva ne avrebbe provato il suo
buon amico Gaudenzio, quando col figliuolo di quest'esso egli fosse venuto a
palese rottura. Imperocchè a dispetto della enorme differenza di carattere e di
cuore che passava fra loro, a dispetto anche dei torti che lo speziale aveva
verso di lui, il buon notaio amava tuttavia immensamente suo figlio, e, mercè
una di quelle paterne illusioni che pei genitori è una felicità lo avere, egli
continuava a credere alla bontà dell'indole, alla bontà dell'animo, così fermamente
come credeva alla superiorità del talento del suo Domenico.
Questi, a cui
giovava la stima universale onde godeva suo padre, faceva tanto che bastasse
per non aver in pubblico la nota di cattivo figliuolo; e del resto sfruttava
molto bene colla sua furberia, nelle sue brighe, la considerazione del nome
paterno.
Accorto come
vi dico ch'egli è, figuratevi se lo speziale non si è avvisto di qual natura
fosse il sentimento che l'amico di suo padre aveva per lui! Ma siccome romperla
con esso non gli presentava pel momento alcun vantaggio, ed era sua massima non
farsi dei nemici dichiarati che per inevitabile necessità, egli dissimulava
molto bene, ed appariva agli occhi della gente in assai buoni termini col
signor Gerolamo Porretta.
Osservatore
di tutto e di tutti, Domenico aveva creduto notare nei fatti di Gerolamo alcuna
cosa che affatto non s'accordava con quanto egli aveva detto delle cose sue,
una piccola ombra di mistero che avvolgeva le presenti di lui condizioni.
Gerolamo non aveva mai voluto contare divisatamente le sue avventure del tempo
in cui era stato all'estero; e si era sempre attenuto a quella sommaria
esposizione che abbiamo udita anche noi, cui egli conchiudeva sempre
coll'affermazione di aver messo in salvo appena una tenue rendita onde non
mancar di pane pel fine de' suoi giorni; ma quale fosse questa rendita, su che
capitali o possedimenti fondata, non bisognava nemmeno cercar di sapere, perchè
Gerolamo ne taceva sempre, ed a qualche meno discreta domanda in proposito,
rispondeva di guisa da levar la voglia di continuare.
Oltre ciò,
questo bizzarro vecchio, pungente come un istrice a chi lo accostava, era di
una generosa beneficenza, la quale, benchè egli si nascondesse accuratamente
per farla, non tardò tuttavia ad essere in parte conosciuta. Lo speziale dalle
sole larghezze che vennero a sua cognizione argomentò che quella certa rendita
non doveva poi essere tanto tenue, e che quindi, nell'affermare così
ripetutamente la sua povertà, Gerolamo non era del tutto sincero.
Bastava più
del bisogno codesto per istimolare nello speziale la innata curiosità, che in
quest'occasione dava la mano all'interesse, stante il suo carezzato progetto di
matrimonio colla figliuola del sor Giacomo. Ma quali mezzi aveva egli per
venire a capo di scoprir qualche cosa? Nessuno; e questo gli accresceva ancora
il matto solletico.
Una sera il
barocciaio Barbetta, che faceva da procaccio della posta fra il villaggio e la
città vicina, aveva recato il plico delle lettere al sor Domenico, che aveva
unito alla farmacia l'uffizio postale; mentre il farmacista dissuggellava il
plico, Barbetta stava aspettando, per prendere di poi, se ce n'era, le lettere
di coloro che abitavano nella campagna, ai quali egli era solito recarle a casa
per guadagnarsi qualche soldo in capo all'anno.
In quella,
ecco sopraggiungere Gerolamo, che tornava da una delle sue abituali
passeggiate, in cui andava vuotando la sua borsa nei tugurii dei poveri.
- Che fai tu
costi, buona lana? Disse egli a Barbetta, che lo salutava con un rispetto misurato
alla buona mancia, ch'e' ne soleva ricevere ogni qual volta lo conduceva alla
stazione della ferrovia, andata e ritorno.
- Ho portato
il plico della Posta ed aspetto le lettere del territorio.
- Ah ah! sai
tu se ci sieno lettere per me? Barbetta si strinse nelle spalle.
- Il sor
Domenico rompe il pacchetto soltanto in questo momento.
Gerolamo
entrò nella farmacia.
Lo speziale
stava giusto esaminando con molta attenzione una lettera largamente ripiegata,
sulla bustina della quale, sotto l'indirizzo dalla parte anteriore e sulla
linguetta dov'era appiccicata l'ostia dalla parte posteriore, si vedeva
impresso un bollo con inchiostro azzurro.
- Ci è
qualche cosa per me? Domandò Gerolamo.
Domenico ebbe
un lieve sussulto come persona sorpresa.
-
Precisamente: ripos'egli poi tosto, senza il menomo impaccio. Questo plico è
diretto a lei; signor Gerolamo Porretta; viene da Torino, e ci ha su il bollo
del Banco di sconto e sete.
- Ah sì?
Disse bruscamente Gerolamo, e, presa vivamente la lettera di mano allo speziale,
uscì fuor della bottega, dove si mise a leggerla tosto.
Il farmacista
si recò a continuar la sua bisogna presso l'uscio, e mentre veniva via facendo
lo spoglio delle lettere, andava pur di sottecchi guardando che impressioni si
dipingessero sul volto dello zio d'Enrichetta, nel leggere la ricevuta lettera.
Ma Gerolamo non mostrò che la massima indifferenza.
- Barbetta,
diss'egli però, quando ebbe finito di legere, ripiegata la carta e rimessala
nella busta; domani mattina terrai pronto il baroccio per tempo, che io possa
giungere a C. pel passaggio del primo treno.
- Va a
Torino? Domandò lo speziale, alzando il naso dalle lettera che faceva scorrere
tra le mani.
- Vado dove
mi pare e piace: rispose rozzamente Gerolamo; poi continuando a parlare a
Barbetta: - E secondo il solito, mi aspetterai pure pel convoglio della sera,
che tornerò a casa.
- Sì,
signore.
Domenico
Tartini pensò lungamente e profondamente; e il domattina, quando Gerolamo fu
partito, il bravo speziale pose in atto una presa risoluzione.
Si recò dalla
signora Genoveffa, e confidenzialmente le comunicò i sospetti che gli erano
nati intorno a quel misantropo di zio, che, vivendo da povero, largheggiava in
elemosine da ricco, che riceveva lettere da uno dei principali stabilimenti di
credito di Torino, e faceva in seguito ad esse viaggi solleciti e misteriosi;
imperocchè il farmacista aveva osservato che le altre giterelle di Gerolamo
erano avvenute eziandio dopo l'arrivo di una lettera simile o press'a poco.
La signora
Genoveffa cadde dalle nuvole; ebbe una paura maledetta di dover pentirsi d'aver
trattato così senza riguardi lo zio, e parendole troppo grave la cosa per
indugiare a provvedere, mandò issofatto Gertrude alla casa comunale a chiamare
in tutta fretta il sor Giacomo.
A tale
appello il signor Varada piantò sulla sua scrivania le carte, la berretta, gli
occhiali e la mezza manica di tale nera che portava al braccio destro; e corse
sgomento co' suoi passetti accelerati
I due coniugi
tennero un consiglio di guerra coll'intervento dello speziale, a cui fecero
l'onore di ammetterlo terzo fra cotanto senno. I dubbi di Domenico e lo
spavento di Genoveffa divennero sull'istante lo spavento e i dubbi del sor
Giacomo. Ma quid agendum? Chiarirsi prima di tutto del valore delle
induzioni dello speziale, e muovere intanto qualche passo per preparare una
riconciliazione collo zio. Fu il parere del presidente, la signora Genoveffa,
validamente appoggiato dal farmacista, accettato senza contrasto dal sor
Giacomo, il meno ricco di idee. Succedeva una quistione ancora più difficile.
Come scoprire la ragna? Genoveffa ne disse una, lo speziale ne disse un'altra,
sor Giacomo non disse nulla.
Domenico ebbe
la gloria di mettere innanzi una idea pratica.
- Bisogna
aspettare che una circostanza simile si rinnovi; allora si manda dietro al sor
Gerolamo un uomo fidato, che sappia spiarne i passi e riferirci dove andò e
tutto quel che fece a puntino.
- Bravo!
Esclamò la signora Genoveffa con entusiasmo.
- È costante
che questo è il modo migliore: sussurrò il sor Giacomo colla sua voce sottile.
- Ma dove
trovar questo tale? Domandò madama Varada, che lanciava intanto un'occhiata
adulatrice allo speziale, come per invitarlo a trovar egli la persona ad hoc,
oppure ad assumersi egli stesso il dilicato ufficio.
Domenico si
grattava dietro l'orecchio; Giacomo saltò in mezzo tutto raggiante, felice
d'aver egli una proposta da fare.
- L'ho io
l'uomo che ci vuole: Fusella, l'inserviente comunale... È furbo come la malizia,
e per un po' di denaro andrebbe a tirar la coda al diavolo... È un ubbriacone è
vero, e bastona sua moglie... ma questo non ci ha che fare... Come mio
subordinato, ci terrà a far le cose pulito per contentarmi, e comandandogli di
non bere... e soprattutto non pagandolo che dopo, è possibile averne ciò che si
vuole.
Il sor
Giacomo ebbe la soddisfazione di vedere accolta la sua proposta. Determinarono
adunque: 1° per mezzo delle nipotine - chè quello fu giudicato il mezzo
migliore - si comincierebbe ad avviare qualche riavvicinamento collo zio
sdegnato, dentro lo spinoso riccio delle cui maniere ci poteva essere una buona
castagna di eredità; 2º Domenico avrebbe invigilato attentamente per saper
subito quando Gerolamo facesse nuovamente una di codeste sue gite, e tosto
tosto ne li avrebbe avvertiti; il sor Giacomo istruirebbe Matteo Fusella, e lo
farebbe star pronto a compire la sua missione al primo avviso. Lo speziale fu
ringraziato vivamente; si scambiarono delle forti strette di mano come i tre al
Rutli, e Domenico partì colla dolce lusinga che egli poteva già dirsi un poco
di quella famiglia, e quindi avrebbe avuto, per mezzo d'Enrichetta, in suo
potere il patrimonio dei Varada, il legato del marchese di Roccavecchia e
l'eredità dello zio - se v'era un'eredità da beccare.
Il bravo
diplomatico non prevedeva che, quel giorno medesimo, lo zio Gerolamo sarebbe
tornato al villaggio in compagnia di un nuovo attore nel dramma incominciato,
nel qual personaggio le speranze e le previsioni dello speziale avrebbero
incontrato il più serio ostacolo.
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