Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Vittorio Bersezio
Povera Giovanna

IntraText CT - Lettura del testo

  • XV
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

XV.

 

Lo zio Gerolamo, come aveva annunciato a Barbetta, col treno della sera arrivava alla stazione di C., di ritorno dal luogo a cui si era recato.

Mentr'egli scendeva dal carrozzone di prima classe, da uno di terza vicino discendeva pure un giovanotto, il quale attrasse la sua attenzione; ed era infatti tale da attirar quella di qualunque. Mostrava dai 20 ai 25 anni, e un paio di baffi sottili e finissimi di color biondo gli ombreggiava il labbro superiore. Bionda del pari aveva la capigliatura, folta, inanellata. Alto e ben preso di statura, aveva nelle sue maniere un certo garbo nativo misto a dignità, che riusciva assai bene simpatico. Era una di quelle figure su cui non può a meno che fermarsi benigno uno sguardo di donna, la persona all'avvenante: pareva fatto per essere distinto in ogni dove e in mezzo a chiunque si trovasse. Ora la sua bellezza era quasi direi ottenebrata da una mestizia così piena che ben si mostrava lo stampo d'un profondo, immenso dolore; i suoi bellissimi occhi color del mare non avevano luce, lampi; le labbra scolorate avreste detto che avevano disimparato per sempre il sorriso. Compagno a quella mestizia stavagli sulle guancie un pallore quasi cadaverico, livido sotto le occhiaie, quale avrebbe avuto chi fosse afflitto da malore poco men che mortale. E difatti, chi avesse visto quel giovane scender dal carrozzone, e lo vedesse muovere i primi passi fuori della stazione, giudicherebbe ch'egli a stento si regge, ed appena tanta forza gli rimane da camminare. Vestiva panni modesti, ma pulitissimi, di lutto, e portava in mano un piccolo sacco da viaggio, che pareva l'unico suo bagaglio.

Gerolamo sentì di subito un sentimento di simpatia per quel giovane sconosciuto, che pareva, a così vederlo, essere stato colpito da qualche grande sciagura e portarla con assai nobile coraggio; e volentieri gli avrebbe rivolta la parola ed offertogli i suoi servigi, se avesse saputo in che modo farlo senza ferire la suscettiva riserbatezza che in quel giovane appariva molta e tale da esigere ogni rispetto.

Quel giovane, su cui tanto s'era fermata l'attenzione del nostro vecchio amico, da parte sua non aveva badato menomamente a quest'esso, a nessuno, a nessuna altra cosa di quanto si vedeva e si trovava dintorno.

Uscito della stazione, si appoggiò alla parete un istante come uomo affaticato che vuol riprender lena, quindi drizzò la persona, scosse la testa, e guardò intorno a coll'aria investigativa di chi non conosce i luoghi e deve cercare per essi la sua strada.

In quella il barrocciaio, che stava aspettando lo zio Gerolamo, accostandosi riverente a quest'esso, lo salutava chiamandolo per nome.

- Eccomi qua ai suoi ordini, signor Porretta.

Questo nome parve fare alcuna impressione sul giovane sconosciuto. Valse i suoi occhi verso Gerolamo e lo guardò attentamente.

Gerolamo rispondeva al barrocciaio:

- Va bene, ma io di tutto il giorno colaggiù non ho potuto fare che un boccon di colazione, e mi sento bisogno di pranzare. Conducimi all'albergo del Braccio d'oro. Darai ancora una manciata di fieno al tuo mulo, berrai una volta anche tu, e quando io abbia pranzato, partiremo per ***.

E nominò il villaggio, teatro delle nostre scene.

Il giovane, che pareva esitare in una sua risoluzione, ad udir nominato questo villaggio, si decise; s'accostò con nobil mossa a Gerolamo, e salutandolo molto garbatamente, gli disse in dialetto del paese, ma con lieve accento forestiero:

- Scusi, vorrebb'ella farmi la gentilezza di mostrarmi quale sia la strada per ***?

- Ella deve andare colà?

Il giovane chinò la testa in segno affermativo.

- Farò di meglio che insegnargliene la strada: continuò Gerolamo. Sono ancor io diretto a quel paese. In dieci minuti pranzo e parto. Se vuole aver la compiacenza d'aspettarmi, le offro un posto nel barroccio del procaccino che ho impegnato a mio servizio per questa gita.

Quel burbero d'un Gerolamo riconobbe fra medesimo, e non senza meraviglia, che a quello sconosciuto parlava con più gentilezza di quanta fosse solito ad usare con chicchessia; e di ciò non sapeva egli stesso darsene una ragione.

Il giovane sembrava perplesso, teneva gli occhi bassi, e non dava risposta.

Gerolamo, guardandolo da vicino nel viso, credette vedergli scolpite le traccie non solo d'un dolore, ma degli stenti - forse d'una dissimulata miseria.

- Anzi, soggiunse tornando alla sua ruvida vivacità abituale, s'ella volesse farmi compagnia anche a tavola, per non annoiarsi aspettando, le offro volentieri...

Non terminò nemmanco la frase, perchè il giovane alzò vivamente il capo come cavallo che s'inalbera, e piantò in volto al suo interlocutore uno sguardo pieno di orgoglio offeso, mentre un lievissimo rossore glie ne veniva alle smunte guancie.

Però fu sollecito lo sconosciuto a dominare quello che pareva in lui un subito adombrarsi di suscettività soverchia, e raumiliatosi tosto nell'aspetto, rispose mitemente:

- La ringrazio... Non posso accettare... Non domando altro se non che la mi additi la strada.

- Va bene: riprese Gerolamo. La strada è quella...

E gliene diede tutte le occorrenti informazioni, per non fuorviarsi lungo la medesima sino alla meta.

Il giovine ringraziò, salutò collo stesso garbo con cui s'era accostato, e s'allontanò col suo sacco sotto il braccio per la strada indicatagli.

Gerolamo lo seguitò collo sguardo per un poco.

- Quell'individuo ha qualche cosa... un non so che.. dei modi... un'aria... Non saprei dirne la ragione ma m'interessa.

Montò sul barroccio, e si fece condurre all'osteria, dove, fattosi recare in fretta in fretta qualche vivanda, si pose a tavola a saziar l'appetito; ma intanto, e per la strada e mangiando, il suo pensiero non si sapeva spiccare da quel giovane in apparenza infelice, e pur sì nobilmente superbo.

Ad un tratto lasciò andar sul desco il coltello che teneva nella mano destra, e colla palma si picchiò la fronte come fa chi ha la mente illuminata ad un tratto dalla rivelazione d'un'idea.

- Cospetto! Esclamò egli fra . Vestito a lutto, triste, con un povero bagaglio, diretto a ***! Gli è di certo Pierino, il figliuolo di Antonio Maria... Ed io, bestia, non ci ho pensato!

S'affrettò a trangugiare quello che gli era stato ammanito, ci bevette su in un fiato un bicchierone di vino, strapazzò il garzone che non gli portava il conto abbastanza sollecito, pagò senza ribatter parola sui prezzi, in due salti fu nel cortile; poi nel barroccio, e disse a Barbetta, che alle grida di lui era salito in furia a cassetta:

- Fa correre quel tuo vecchio mulo più che puoi; e più presto raggiungeremo quel giovane che s'è avviato per dianzi, più grossa avrai la mancia.

Il barrocciaio, stimolato dal vino che aveva bevuto e più ancora da queste parole, si diede a frustare il mulo con una severità che non aveva mai avuto, e la bestia stupita, sparato un paio di calci per protestare contro l'inusata barbarie, levò il trotto, che la frusta di Barbetta s'incaricò di fargli mantenere.

Ma non ebbero a correre un gran tratto. Oltre un miglio appena, apparve loro il giovane disteso sull'orlo del fosso, come se, non reggendogli più le forze, fosse caduto o si fosse buttato a giacere finchè glie ne ritornasse la lena.

Gerolamo fece di subito fermare il barroccio. Saltò giù e corse dal giovane, il cui occhio semispento era quello d'un uomo presso a svenire.

- Voi vi sentite male, giovinotto? Disse con molto affetto Gerolamo, passando una mano sotto l'ascella del giacente per aiutarlo a sollevarsi.

Il giovane gli volse uno sguardo riconoscente, e balbettò con quel poco di fiato che gli rimaneva:

- Sono stanco, sono debole.... Mi sento il petto oppresso.

Porretta prese il polso del giovane, che s'era messo a sedere.

- Eh diavolo! Avete una febbre da cavallo.... Io non sono medico, ma me ne intendo quanto un medico, il che non è un miracolo... Ora poi non mi farete più l'affronto di rifiutare il posto che vi offro in quella macchina scellerata a molle tutt'altro che inglesi.

Il giovane sorse in piedi aiutato da Gerolamo e dal barrocciaio, che era venuto anch'egli in soccorso, e sorretto ai due lati andò verso il barroccio, e vi salì sopra.

- La ringrazio, diss'egli con nobile semplicità a Gerolamo.

- Il fistolo che ci colga! Esclamò il vecchio burbero tornando a tutta la bizzarria del suo umore. C'è veramente un gran che da ringraziarmi. Avreste dovuto accettare subito alla prima offerta che ve ne ho fatta.... Ecco ciò che avreste dovuto.... Tu, Barbetta, ora vai pure pianino: non c'è più bisogno alcuno di correre, e il tuo maledetto legno farebbe saltar le budella anche ad uno fasciato e stretto come un salame. Va di passo, e ci guadagnerà il tuo mulo, ed anche noi.

La raccomandazione era troppo consentanea alle abitudini di Barbetta e del suo mulo, perchè fosse menomamente trasgredita. Il barroccio si pose a camminare con una solenne lentezza, che non si smentì mai sino alla fine.

I due compagni di viaggio tacquero per un istante. Il giovane stava accasciato dal male, scosso di quando in quando dai brividi della febbre: Gerolamo pareva meditar seco stesso; la sua faccia piena di rughe manifestava col succedersi delle espressioni la varietà dei sentimenti che gli si scambiavano nell'animo.

Ad un tratto il vecchio ruppe il silenzio a suo modo con una brusca uscita, che pareva uno scoppio di collera o poco meno.

- Due che vanno di compagnia, devono sapere l'un dell'altro chi sia.... almeno io la penso così. Se Ella è pratica di questi paesi, deve aver udito far menzione della famiglia Porretta, antichi fattori di padre in figlio della nobil casa dei marchesi Roccavecchia. Io sono l'ultimo di quel nome, e non ho più voluto essere al servizio d'altri che mio. Mi chiamo Gerolamo Porretta, ho corso il mondo, ho fatto ogni razza di mestieri.... onesti, e sono venuto a deporre le mie quattro ossa nella terra dove sono nato e dove ho mosso i primi passi.... Ecco!

Il giovane parve esitare un momento su ciò che avesse da dire o da fare; volse i suoi occhi abbattuti verso la rozza ma franca fisionomia del suo compagno, e parve dall'espressione di essa pigliar animo a parlare. Aprì le labbra, ma Gerolamo lo interruppe:

- Un momento! Voi non avete ragione, desiderio alcuno di nascondermi l'esser vostro?

- No... Tanto meno ora che conosco chi siete.

- Va bene. Allora lasciatemi il gusto di indovinare. Scommetterei che voi siete Pierino, il figliuolo di Antonio Maria Varada.

Negli occhi di quel giovane brillò un riflesso di luce come quello d'un raggio ripercosso da una lagrima.

- Sì, son quel desso....

Gerolamo non gli lasciò aggiungere altre parole; gli prese tuttedue le mani fra le sue, gliele strinse forte, e con emozione dissimulata nella sua bruschezza d'accento soggiunse:

- Bene, benissimo... Non aggiungete altro. So tutto. Siamo ancora quasi parenti. Mia nipote ha sposato vostro cugino Giacomo. Da vostro padre dovete aver inteso alcune volte far cenno di me. Io mi ricordo avervi visto non più alto di un sommesso. Quando son partito, che età avevate? Due o tre anni tutt'al più.

- Avevo tre anni... Sì, mio padre mi ha parlato soventi volte di lei, che amava e stimava moltissimo.

- Eravamo amici e compagni di scuola. Anzi ce la dicevamo insieme abbastanza bene, al contrario di ciò che accade, e fu sempre così, con quel meschino animale di Giacomo.... Basta! non parliamo di ciò.... Voglio concludere che io non sono un estraneo per voi, e che se mai adesso e poi posso aiutarvi in qualche cosa, eccomi qua.

- Grazie, mormorò Pierino, colla voce che pel malore e per la commozione gli tremava. Non ho bisogno di nulla.

Stettero in silenzio ambedue. Gerolamo borbottava fra i denti non so che cosa; Pierino lottava contro la febbre che lo possedeva.

Quando furono al principio della salita, Barbetta saltò giù per alleggerire il peso alla bestia, e Gerolamo ne imitò l'esempio; il giovane volle far così ancor egli, ma il suo compagno ne lo trattenne. - State , che diamine! Vedete bene che non vi potreste reggere in piedi.

Pierino si lasciò andare sul poco soffice banco ove sedeva.

Calava la sera; una tepida sera del mese di giugno, illuminata dal sanguigno chiarore dell'occaso. Innanzi agli occhi dei viaggiatori danzavano per l'aria vertiginosamente in frotte i moscerini. Dall'alto d'un poggio vicino veniva giù lenta e grave la voce d'un villano, che lavorava la terra cantando una di quelle meste e monotone canzoni delle nostre montagne. Il mulo camminava più lento che mai, scuotendo di quando in quando i campanelli del suo collare. Gerolamo, con una mano appoggiata all'usciolo del baroccio, veniva accosto al giovane, e lo guardava di quando in quando.

Ad un punto ruppe il silenzio.

- Dove fate voi conto di pigliare alloggio? gli domandò bruscamente.

Pierino volse verso l'interrogatore la sua faccia scialba e rispose con un po' di quella dignità orgogliosa che aveva già mostrato alle prime parole direttegli da Gerolamo alla stazione della ferrovia:

- Ho una casa.

Gerolamo chinò alquanto la testa; le rughe del suo volto s'incresparono, per così dire, e la sua fisionomia prese quell'aspetto che aveva quando ciò che gli era detto non gli andava a grado.

S'egli avesse formulato a voce il suo pensiero, avreste udito queste parole a press'a poco:

- Ecco !.. Allevato da ricco, colle abitudini da ricco, come se la ricchezza non avesse da mancar mai... Parla di sua casa... parlerebbe de' suoi redditi se gli si desse occasione.... L'offerta d'un soccorso la riceve come un oltraggio.... e forse non ha energia, talenti da bastare a stesso ed alla madre!

Alzò gli occhi e li piantò in volto al giovane. Il dolore fisico ed anco - e forse più - il morale avevano impresso e lasciatovi uno stampo così profondo, che di botto, al vederlo, tornò a sorgere in tutta la sua forza la compassione nel cuore del ruvido vecchio.

- La vostra casa! Esclamò egli. Ma, poverino, non ne avete più. Essa vi è chiusa per ordine di giustizia, ed appartiene ai vostri creditori, che se la disputeranno a colpi di lite.... di cui voi pagherete le spese.

I lineamenti patiti del giovane si contrassero, come avviene a quel ferito di cui una mano poco delicata urti la piaga.

- Avete ragione; diss'egli. Non ho più nulla al mondo.... che il mio dolore.... Andrò da' miei parenti.

- Ah sì i vostri parenti? Domandò Gerolamo con una ironia mal dissimulata; e tacque per un momento.

- Ne avete ancora molti di parenti in questo villaggio?

Pierino scosse il capo in segno negativo, e poi si dispose a rispondere a voce; ma siccome il respiro gli era grave e la parola faticosa, Gerolamo, senza lasciargliene il tempo, continuò egli stesso:

- Sì, sì, sono una bestia.... So bene che non vi ci resta che la famiglia di vostro cugino Giacomo.... Uhm!... Andate dunque .... Certo dovete andar .... Uhm! uhm!

Tacque di nuovo per un istante. Gli occhi di Pierino, collo sguardo incerto e vago d'uomo travagliato dalla febbre, stavano fissi sulle alte cime fronzute dei castagni indorati ancora, sopra il colle, dal riflesso della luce rossa del tramonto. Il suo dolore aveva preso la tinta d'una profonda mestizia. Certo ancor egli riconosceva que' luoghi che aveva abbandonati fanciullo e non aveva rivisti più, pei quali era corso così lietamente giuocando, ed a cui come diverso egli ora ritornava sotto i colpi d'una tremenda sciagura!

Alcune ragazze del villaggio tornando da attinger acqua alla fresca sorgente del bosco vicino, colle loro pentole di terra in equilibrio sul capo, dritte e ferme sulle ben piantate persone, passarono salutando lo zio Gerolamo, e gettando un lungo sguardo di curiosità e d'interesse su quel bel giovane dall'aspetto così patito e dolorante. Il piccolo campanile della cappelletta di S. Rocco, che sta al principio del villaggio come sentinella avanzata, appariva già fra le foglie degli alberi allo svolto della strada che saliva tortuosamente la costa, da lontano si sentiva già risuonare la grossa campana della parrocchia messa in moto dal braccio robusto di Fusella.

Quella vista, quei suoni, quegli accenti, le voci del natio quasi obliato dialetto produssero nell'animo tormentato del giovane nuovo intenerimento. Si coprì colle mani gli occhi e pianse in silenzio.

Gerolamo riprese a parlare:

- Voi siete giovanissimo, ma avete girato il mondo, e non mi pare dobbiate avere l'intelletto affatto ottuso. Dovete adunque aver imparato dall'esperienza più che agli altri della vostra età non consentano gli anni. Dovete conoscere gli uomini, e sapere che chi in una distretta fida nell'aiuto di essi invece che nel proprio coraggio, nella propria energia, la sbaglia come chi aspetta per sicura la vincita del quaterno giuocato al lotto. Avrete avuto campo già di apprezzare che cosa valgano in generale gli amici. Quando non vi piantano su due piedi nella disgrazia, non servono che a seccarvi col senno di poi e con inutili consigli, come facevano già al tempo di Giobbe que' chiaccheroni che andavano a fargli tanto di testa sul suo letamaio. Se Giobbe fosse stato furbo, si sarebbe potuto sbarazzare di essi senza ritardo col domandar loro denari in imprestito. Il mondo è sempre tale e quale: e guai a chi casca sul letamaio di Giobbe! I parenti poi sono degli amici che ci ha dato la natura, e il più delle volte valgono ancora meno di quelli che ha acquistati la nostra scelta.... Capite il latino? Voglio dire che, se voi avete fondato qualche speranza su vostro cugino, ci tiriate pur su un buon frego, e non che a soccorsi, non vi aspettiate neppure all'accoglienza la più cordiale ed entusiastica.

Pierino volse penosamente il capo verso il suo vecchio compagno di viaggio, staccando con rincrescimento lo sguardo dalla vista della campagna.

- Ah! non è per me, e non per mio avviso ch'io vengo ad implorare soccorso diss'egli. È per mia madre, e fu dessa a mandarmi. Un lieve sacrificio del cugino potrebbe conservarci la casa di questo villaggio, nel quale tutti i miei maggiori sono nati e dormono l'ultimo sonno, fuori del mio povero padre, dove nacque anche mia madre e son nato pur io.... Me d'altronde pungeva il desiderio di rivedere il paese. Partii sollecito, e forse troppo presto, perchè il malore, che già mi sentivo fin dal viaggio che ho fatto in tutta fretta per restituirmi in patria appena ricevuto il fatale annunzio, malore che speravo di vincere, ora mi pare accresciuto di tanto da vincer me.

Si entrava nell'abitato. Barbetta si volse verso Gerolamo:

- Dove ho da condurre il barroccio?

- A casa del sor Giacomo: rispose Gerolamo; ma ora aspetta un po' che aggiusto teco i conti, e poi ti lascio andar con Dio.

Trasse di tasca la borsa, e Barbetta tese la mano.

- Ha visto come ho fatto trottare il mio povero mulo, eh? Disse il barrocciaio, mentre Gerolamo contava i denari. Sì, che in un momento abbiamo raggiunto quel giovane, come ella desiderava!...

- Sfido io! esclamò Gerolamo. Quel giovane era mezzo morto su per la strada! Ma non temere tuttavia, avrai la mancia che ti ho promesso.

Lo pagò generosamente, salutò Pierino che lo ringraziava, e dopo che il barroccio riprese il cammino, stette un momento a guardargli dietro; poi presa una stradicciuola di traverso, s'avviò lentamente, appoggiandosi al suo bastone, verso la sua dimora.

Pochi momenti dopo il barroccio s'arrestava alla porta della casa del sor Giacomo.

Al rumore di esso, Enrichetta era la prima a saltar fuori, per veder chi fosse. Si trovò in faccia a quel giovane alto e leggiadro, dalle guancie così pallide, dalla fisionomia così triste, il quale entrava con umile ma dignitoso contegno, tenendo per mano il suo piccolo bagaglio, mentre già si allontanava il barroccio di Barbetta. Ella diede addietro d'un passo; e il suo cuore, senza ch'ella ne sapesse il perchè, si mise a batterle forte forte.

Il giovane, all'aspetto di quella splendida bellezza, rimase sovraccolto, e la sua emozione si manifestò con un lieve rossore che pur venne a colorire la malaticcia pallidezza delle sue guancie.

- Enrichetta! esclamò egli. Tu, certo, se' Enrichetta?

La ragazza stette ancora un poco infra due; poi arrossì fino alla fronte essa pure; i suoi occhi lampeggiarono lietamente, e mandando un gridolino di sorpresa e di gioia, esclamò:

- Ah! tu se' Pierino?

E senza indugiare dell'altro, spinta da un subito impeto di affetto, gli gettò le braccia al collo e gli stampò sulle guancie due bei baciozzi sonori, che il giovane restituì in tutta coscienza e con pari vivezza.

- Finalmente sei qui! Ripigliava la cara e bella ragazza tutta animata. Oh come sei bravo ad esser venuto!... Ti aspettavo, sai!... Me lo dicevo quasi tutti i giorni. Pierino verrà, certo che verrà!... Non avrà dimenticato il suo paese e la sua piccola amica... Ora non sono più piccola com'ero quando ci hai lasciati....

Ed appoggiandosi con amorevole famigliarità alla spalla del cugino, misurava, ingenuamente civetta, la sua graziosa personcina alla statura di lui.

- Ma, continuava, amica lo sono sempre del pari.... E spero bene che tu non ne dubiterai, non è vero?... Come spero che, in tutto questo sì lungo tempo che sei stato lontano, avrai ricordato me e i giorni che abbiamo passati insieme, e i nostri giuochi.... Ti ricordi quando facevamo a gatta cieca nel cortile? E quando andavamo a rubare le susine verdi nell'orto, a gran disperazione della mamma?

Enrichetta rideva allegramente, ed anche Pierino apriva le labbra ad un sorriso, non ostante il male sempre maggiore che si sentiva addosso.

- Se mi sono ricordato di te! Diceva a sua volta il giovane. Oh tanto tanto! In ogni luogo ch'io mi trovassi, in ogni caso della mia vita, il mio pensiero correva alle nostre montagne, e ci vedeva questi cari luoghi, e ci vedeva una cara testolina bionda con quelle due labbra di corallo che son adesso tali e quali.... Ma poi, quando la mia troppa disgrazia mi ebbe colpito, ed allora l'unico possibile sollievo al mio dolore sentii che gli era qui, allora, anelai a tornarvi con tutta l'aspirazione dell'anima mia, allora mi parve che qui e dalla mia amica d'infanzia soltanto avrei potuto trovare una vera pietà, alcun conforto, una partecipazione al dolor mio.

Queste parole disse egli con accento pieno di pianto. Enrichetta lo guardò in viso, e gli vide le traccie di tanto soffrire che i suoi occhi eziandio si riempirono di lagrime.

- Ma tu se' stanco: riprese a dire la ragazza, come per isviare il discorso dal troppo doloroso argomento; ed io ti tengo qui in piedi a ciarlare. Vieni, vieni innanzi.

E presolo per mano, lo introdusse nella stanza in cui come il solito stava a lavorare Giovanna, la quale, per sommo favore restituita in grazia, era di nuovo ammessa a far tutte le fatiche e tutte le bisogne della casa.

La zoppa, seduta nel suo cantuccio, arrestò un momento la mano che coll'abituale prestezza tirava i punti nel suo cucito, e guardò chi entrava. La nobile, interessante e soffrente figura del giovane introdotto per mano da Enrichetta, le parve la più bella che essa avesse vista mai. Nel vedere quelle mostre di tanto dolore che lo sconosciuto portava sulla faccia, l'anima di lei, che di patimenti s'intendeva pur troppo, provò per esso il più simpatico trasporto. Avrebbe voluto di botto potere con un suo sacrificio condurre una consolazione in quel cuore, un sorriso su quel volto, e l'avrebbe fatto senza esitare.

Il giovane non ebbe campo a vederla nell'ombra che la sera cominciava a gettare negli angoli. Innanzi a lui si presentarono Genoveffa, alta la faccia rubiconda, imperioso e superbo l'atteggio, ed umile seguace di lei il mingherlino sor Giacomo.

Enrichetta non diede tempo ai genitori d'interrogare; fu presso di loro con un salto, tutta lieta, battendo insieme le palme.

- Gli è nostro cugino, gridò essa trionfalmente. Gli è Pierino, che è venuto finalmente a trovarci.

I genitori non accolsero quella novella colla centesima parte dell'entusiasmo con cui la fanciulla loro l'annunziava.

- Ah! Fece Genoveffa, gli è Pierino!

- Oh oh! Ripetè il sor Giacomo come un'eco: Pierino.

Questi s'avanzò; salutò il cugino e la cugina; li baciò e ne ricevette il freddo amplesso; poi sentendosi mancare le gambe, prese una seggiola e vi si lasciò cader su più pallido d'un cadavere.

Enrichetta fu d'un balzo accosto al cugino, tutta sgomenta.

- O Dio! tu ti senti male?

Pierino rispose con voce affannata, ringraziandola del suo interesse mercè uno sguardo riconoscente:

- Gli è qualche tempo che ho di quando in quando dei capogiri, delle soffocazioni.... Spero che non sarà nulla.

Giacomo e sua moglie si guardarono con aria spaventata. In quello sguardo si dicevano chiaramente a vicenda:

- Costui ci fa qui una malattia adesso! Non ci mancherebbe altro!

- Tu hai bisogno di qualche cosa, rispondeva Enrichetta con amorevole sollecitudine. Vado a prenderti una tazza di brodo.

Pierino scosse la testa in segno debolmente negativo. Il sor Giacomo fu lesto a tradurre in esplicite parole quella negativa.

- No, no, egli non vuol nulla; e mi è avviso ch'egli ha ragione, e che la vera prudenza lo consiglia. È costante che s'è' non si sente troppo bene, il caricarsi ancora lo stomaco può, non che giovargli, ma accrescergli il disagio. Laonde è molto miglior partito lo star così, tanto più che essendo giunta oramai la sera, non si è più lontani dall'ora della cena, dove Pierino si può rifocillar poi, seppure non avrà pranzato, come in città è l'uso generale, alle cinque pomeridiane.

- È impossibile che abbia pranzato alle cinque, interruppe vivamente Enrichetta, poichè essendo giunto coll'ultimo treno della ferrata, egli era in viaggio a quell'ora.

- L'osservazione è giusta, disse il sor Giacomo. Voi dunque, Pierino, soggiunse a mezze labbra, ci farete compagnia a cena.

Il giovane alzò il capo, e guardò fisso in volto prima Giacomo, poi Genoveffa, la fisionomia dei quali era così poco invitativa come poco cordiale l'accoglimento. In quel punto gli vennero alla memoria le parole che poc'anzi gli aveva detto Gerolamo intorno ai parenti; e ne capì tutto il significato.

- Voi sapete, disse egli lentamente, guardandoli sempre a quel modo, che in questo paese, come in nissuno del mondo, io non ho più di mio un misero tetto sotto cui riparare il mio capo. Recandomi nel mio villaggio natale, avrei creduto farvi torto, se da voi non fossi venuto a cercare l'ospitalità.

- Certo, certo: sussurrò il sor Giacomo con tanto appena di fiato da poter essere udito.

- Avete fatto bene: disse Genoveffa freddamente, aggiustandosi le pieghe del grembiale.

- Sì, sì, Pierino: esclamò con calore Enrichetta. Da ragazzi, non eravamo noi come fratelli? Torneremo a vivere quel medesimo per l'avvenire.

- E vostra madre? Chiese il segretario comunale con una certa esitazione, che era frutto del timore di sentirsi a rispondere che sarebbe arrivata ancor essa.

- L'ho lasciata a Torino. Una pietosa famiglia, a cui mio padre, nel tempo della sua prosperità, aveva reso qualche servizio, ha raccolta la povera donna dopo la tremenda sventura, e la tien seco amorevolmente, quantunque non corra fra essa e noi nessun vincolo di parentela.

I coniugi Varada scambiarono fra loro uno sguardo che voleva dire come avessero capito la satira.

- E voi, domandò allora Genoveffa, come per volgere ad altre idee il discorso, da quanto tempo siete tornato in Piemonte?

- Da quindici giorni: rispose Pierino con una voce sorda, che indicava come a questo ritorno cagionato da sì dolorose circostanze avesse sofferto l'anima sua.

Ma Genoveffa, che non era da tanto da capir queste cose, muoveva un'altra più crudele interrogazione.

- E dove eravate voi quando la nuova del disastro vi giunse?

Pierino fu scosso da un lieve fremito, che passò come un lampo.

- Mi trovavo a Nuova York, rispose colla medesima voce. Il colpo fu sì crudo che giacqui per qualche tempo privo di forze, di volontà, di cervello. Quando appena lo potei, dato ordine ai miei affari, partii. Ciò che ho sofferto non saprei dirvelo, non potrei spiegarlo, non lo ricordo nemmanco. Non mi resta più dei tormenti passati che un indebolimento dell'anima; ma nel cuore ogni giorno si rinnova lo spasimo. Soffrii di mente, d'animo e di corpo. Ero ammalato; ma la mia volontà, più forte di esso, dominava il male. Certi momenti credevo morire, ma volevo almanco giungere a morir qui, dopo abracciata mia madre. Molte volte sentivo sfuggirmi dal cervello la ragione e credevo impazzire. L'ho persino desiderato. Ero povero affatto. I fondi mi mancavano, ed io aveva scritto al mio sventurato padre, domandandogli nuovo invio di denari. Povero padre mio! Invece della risposta che aspettavo, mi giunse...

La parola gli fu mozza in gola da un singulto. Tacque un istante; poi riprese con una corta foga, che era come una dolorosa impazienza di finire il crudele racconto:

- Volli pagare ciò che dovevo colaggiù. Vendei tutto quello che mi apparteneva. Quando ebbi pagati tutti i miei debiti e pagato il mio passaggio a bordo di una nave diretta a Genova, mi trovai senza roba e con tanto appena di denari da non morir subito di fame, da non essere costretto a domandar subito un tozzo di pane per Dio, appena avessi posto il piede sul terreno della mia patria. Sostenni privazioni di tutto, e d'ogni fatta. Purchè giunga sino in Italia, mi dicevo, sino a riveder mia madre! Guardavo il mare con infinito spavento nell'anima. Un giorno o l'altro, pensavo, sarò gettato cadavere in questi flutti profondi. Ma invece, a seconda che mi avvicinavo all'Italia pareva in me riprender vigore la vita. Giunto a Genova, presi il primo treno che partiva, e volai a Torino. Come ci rivedessimo mia madre ed io, quali parole e quali lagrime fossero le nostre, non vi dirò. Sono di quei momenti di cui non può capire tutto il dolore chi non li ha provati, cui non sa esprimere nemmanco chi passò per essi. La mia povera madre trovasi invecchiata ad un tratto, come se 20 anni fossero passati dopo l'ultimo amplesso che io le aveva dato. Dopo aver pianto di molto sul nostro dolorosissimo presente, parlammo dell'avvenire. I nostri pensieri si volsero con desio e con amore a questo caro luogo di nostra nascita. Ricordammo che qui avevamo amorosi parenti, che qui aveva le radici la nostra famiglia, che qui sarebbe stato possibile, mentre io avrei incominciato sotto altri auspici, in altre condizioni, la lotta della vita, che mia madre trovasse intanto sicuro asilo e riposo.

La narrazione di Pierino era pure riuscita a commuovere la signora Genoveffa ed anche il sor Giacomo. Quella s'era soffiato due volte il naso fragorosamente, e questi aveva un istante gli occhi rimbamboliti, come quando per gentilezza tirava su del naso due granellini di tabacco della presa offertagli dal parroco. Ma il finale guastò tutto l'effetto di quel patetico.

- Si viene a domandar soccorso da noi: pensarono ambedue; gli è alla nostra borsa che se ne vuole. All'erta!

Le loro faccia divennero fredde come maschere lisciate di cartone; e se Pierino, invece di tener la testa bassa, assorto nel suo dolore, avesse viste quelle fisionomie, senz'aggiungere aspettar altro, avrebbe cacciato fuor del suo cuore ogni speranza che vi potesse ancora avere verso que' suoi congiunti ed avrebbe fors'anco abbandonata in quel momento stesso la loro casa.

Chi non ebbe freno alla sua commozione e non la nascose fu Enrichetta, la quale, piangente, si gettò senza riguardi al collo del cugino, e gli disse con amorevole voce da riuscir soave anche al cuore più travagliato dallo spasimo del dolore:

- Povero Pierino! Povera tua madre!... Perchè non l'hai tu subito condotta teco?... Oh scrivile tosto che venga, che venga...

- Cara Enrichetta! Rispose Pierino dolcemente commosso. Oh! tu sei buona!...

La madre in quella interruppe:

- Lasciamo per ora questi discorsi. E' fanno male a Pierino, e nient'altro... Ed anche a me, non fo per dire, ma mi danno un certo rimescolo... Quando si ha un cuore come il mio!

- Si, soggiunse in appoggio il sor Giacomo colla sua voce sottile, facendo boccaccia per mostrare l'interno suo intenerimento; parliamo d'altro.

Ma di che cosa si aveva da parlare? Si stette muti un istante in un silenzio che era più impaccioso e più grave ancora del troncato discorso.

Pierino fu desso a riprendere la conversazione.

- Ma qui, diss'egli, guardando Giacomo, Genoveffa ed Enrichetta che gli stavano intorno, ma qui non veggo tutta la vostra famiglia, cugino. E Giovanna? che cosa ne accade di lei?

Giacomo fece la smorfia che gli era solita quando gli si parlava della sua figliuola primogenita: Genoveffa avrebbe risposto che Giovanna stava benissimo, se Enrichetta glie ne avesse lasciato il tempo; ma la vispa ragazza, senza indugio, con vivacità uguale nell'accento e nelle mosse, esclamò:

- Ah Giovanna!... Gli è vero! Perchè non vieni avanti Giovanna?... Eccola qui la buona Giovannina!

E corse nell'angolo dove, senza che nessuno le avesse badato fin allora, stava rannicchiata la povera zoppa.

In tal momento questa infelice avrebbe voluto profondar sotto terra. Le pareva di star così bene colà, non curata, ignorata, potendo udir ogni cosa e guardare a tutto suo agio la bella figura soffrente e simpatica del giovane cugino! Perchè andarnela a disturbare? Ella aveva ancora gli occhi pieni di lagrime pel racconto udito; e nell'anima aveva una confusione, un turbamento che mai l'uguale. Oh! se avesse potuto recare pur una parola di conforto a quell'immenso dolore che con sì modesti accenti si era pur allora manifestato! Ma che cosa avrebb'ella saputo dire? che fare? La sua naturale timidezza, di colpo, le si era accresciuta con una vergogna de' fatti suoi, quale non aveva ancora provata. Enrichetta la prese per mano, la fece sorgere in piedi, e poi la tirò per condurla presso al giovane sempre seduto, che la guardava dalla lungi.

Bisognava camminare! E bisognava camminare sotto lo sguardo di Piero, che stava aspettandola. Lo spazio di pochi passi fra e lui parve a Giovanna d'una lunghezza enorme; si disse in fretta in fretta fra ch'ella non avrebbe mai il coraggio di superarlo, e che pure bisognava percorrerlo. Fino allora non le era venuto in mente ancora mai di rimpiangere la sua sventura d'esser zoppa e di desiderare di non esser tale. Sempre le era apparsa questa come la più natural cosa del mondo: ella si riteneva zoppa per la stessa legge per cui sono aspre le sorbe e sono dolci i fichi; mai erale passato per la testa il sacrilego pensiero di ribellarsi al decreto della natura, al buon Dio che aveva voluto così. Ora, ad un tratto, sentì una pena nuova ed incommensurabile a doversi mostrar zoppicante innanzi a suo cugino. Non pensò neppure a cercare una ragione; l'avesse anche cercata, non avrebbe saputo dirsela; ma le parve che avrebbe più volentieri affrontato qualunque pericolo che non attraversato quei due metri di pavimento che la separavano da Piero. Avrebbe voluto scappare: si sentì mancare il cuore, ed ebbe paura un momento di svenire; si sentì serrar la gola, e fu per rompere in uno scoppio di pianto.

Enrichetta la tirava sempre per mano:

- Vieni, su, animo; vieni ad abbracciare anche tu il cuginetto.

Pierino si alzò da sedere, Giovanna gli stava davanti, rossa, confusa, gli occhi bassi, tremante: e il cuore come le batteva affannoso!

- Addio, Giovanna: disse Piero colla sua voce simpatica, armoniosa ed amorevole. Perchè non volevi venirmi ad abbracciare? Forse che tu non mi ricordi più, come mi ricorda ancora Enrichetta?

Giovanna protestò con una esclamazione. Osò ella sollevare lo sguardo in volto al giovane, e vide in esso una sì benigna espressione d'affetto che par tutte le vene sentì scorrere come un benefico calore che la confortasse. Il palpito del suo cuore non fu meno frequente, ma fu meno doloroso, più agevole il respiro.

- Io! Diss'ella con vivacità d'accento per lei straordinaria. Io dimenticarmi di voi... di te... Oh Pierino!

E non potè aggiunger altro, ma chinando di nuovo verso terra quei suoi poveri occhi grigi, due lagrime le calarono giù dalle guancie.

Oh! S'ella avesse saputo dirgli come la immagine del vispo garzoncello, che era stato suo difensore nell'infanzia, fosse rimasta sempre scolpita nel suo cuore; come fra gli affetti maggiori della sua anima avess'ella allogato un'accalorata gratitudine per quell'unico che non solo non l'aveva offesa mai, ma le si era dimostro generosamente pietoso!

Piero vid'egli quelle lagrime? Il suo tanto dolore lo rese forse più ancora proclive a comprendere i dolorosi misteri che gli si rivelavano pur nel contegno, nell'aspetto, in quelle poche parole della povera deforme? Il vero è che egli, con una espansione di tenerezza, strinse fra le sue braccia l'infelice sciancata, e le stampò un caldo bacio sulla fronte, poi due altri sulle guancie, che diventarono infuocate.

Chi potrebbe dire l'emozione onde fu colta in quell'istante Giovanna? Un tale atto ella non se lo sarebbe aspettato mai. Se glie l'avessero predetto, non l'avrebbe creduto di certo. Fuori di Enrichetta così buona, qual altra creatura umana poteva baciar mostro siffatto? E Pierino, la cui beltà essa aveva ammirato cotanto, la teneva fra le sue braccia: e le calde labbra di lui ella le sentì sulla fronte e sul viso! Quel bacio la penetrò come una fiamma. Ella chiuse gli occhi e s'abbandonò un momento sul petto di lui, proprio perchè le mancavan le forze. Quel ratto istante le tornò lungo e troppo corto. Quando, fattasi forza, potè reggersi e spicarsi dal seno di Piero, le pareva che un avvenimento fosse succeduto per cui tutta la sua vita avesse ad esser mutata di botto. Era un nulla che era tutto. Prima il sangue le era salito alla faccia, poi si ritrasse al cuore, che le parve dover iscoppiare, e divenne più pallida d'un cadavere. Sentì come se nella fronte le fossero rimaste appiccicate quelle calde labbra, e seguitassero a filtrare nel sangue un fluido pieno d'incognita ardenza.

Frattanto, colla sua voce commessa e soave, Pierino le diceva:

- Sì, anche tu sei buona, ed anche tu amerai questo povero infelice.

Oh si ch'ella lo avrebbe amato! Oh si ch'ella lo amava!

Giovanna si ritrasse sollecita senza pur rispondere. Avea bisogno d'esser sola. Le orecchie le ronzavano, i nervi le tremavano, si sentiva invasa da qualche cosa di nuovo, di strano, d'inesplicabile, ond'era tutta turbata. Le cose che l'attorniavano, anche le più indifferenti, le comparivano sotto una nuova luce, per così dire, sotto una forma novella. Le impressioni che riceveva erano tutte diverse, più vive le une, più smussate le altre, ma di tutt'altro tenore che prima. Che cosa era dunque intravvenuto? Corse nella sua stanzetta. Per la finestra aperta si vedeva un tratto di cielo bianchiccio per l'ultima luce del crepuscolo; in un angolo cominciavano ad accendersi alcune stelle, e mitemente splendeva più delle altre Venere colla sua luce benigna. Giovanna fissò in questi astri uno sguardo che luceva del pari. Quelle stelle la misera fanciulla le aveva guardate tante volte, e pure mai non le avevano detto la centesima parte di quello che ora le parve dicessero. Credette vederle sorridere a lei, ed ella rispose loro con un suo sorriso. Senti in tutto il suo essere commosso un trasporto, come un bisogno di pregare, di ringraziar Dio, di gettar baci all'aura che spirava. Le sembrò bella la vita!...

 

 

 




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License