Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Vittorio Bersezio
Povera Giovanna

IntraText CT - Lettura del testo

  • XVIII
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

XVIII.

 

La malattia di Pierino fu giudicata cosa seria e pericolosa, a gran disappunto della signora Genoveffa, a gran malavoglia del sor Giacomo, a profonda irritazione di tuttidue. Enrichetta e Giovanna, buone creature, pendevano dalle labbra del medico coll'ansietà di chi aspetta sentenza di cosa che tocchi i suoi più vivi interessi. Gertrude esclamava forte che gli era un peccato che un bel giovane come quello avesse da morire; lo speziale studiava i moti delle fisionomie dei coniugi Varada; il malato si sforzava di riafferrare quell'intelligenza che pareva balenargli un tratto innanzi e poi sfuggirlo dileguandosi.

- È cosa grave! Diss'egli, ripetendo le parole del medico. No, non voglio essere ammalato. Non posso esserlo, non ho tempo. Mia madre ha bisogno di me, del mio lavoro. Devo affrettarmi, devo andare....

E fece un moto per drizzarsi. Lo si contenne, e il medico, che era chirurgo altresì, cominciò per fargli un buon salasso, dopo il quale il malato parve cadere in una specie di letargo.

- E così? Che ve ne pare? Disse il sor Giacomo con faccia conturbata allo speziale, il quale s'era fermato dietro il medico per apprendere tutte le circostanze dell'arrivo del giovane. A me hanno a capitare di queste battoste! Mi costerà un occhio della testa la malattia di costui, che infine dei conti non mi è poi congiunto che alla lontana. Ciò è costante.

Lo speziale gli diede ragione, lo compati, pose la sua bottega al servizio del malato, e tornò a contare ai soliti frequentatori della sua spezieria che il cugino del sor Giacomo, arrivato quella stessa sera, era poco meno che moribondo, e mezz'ora dopo tutto il villaggio sapeva per cosa certa che il figliuolo d'Antonio Maria giunto quel giorno medesimo, non avrebbe passata la notte.

Il medico, tornato più tardi a visitare il malato, gli riapri la vena, e lo lasciò senza alcun miglioramento. Nell'uscire di quella casa, s'imbattè con Gerolamo, il quale girava in que' dintorni ansioso di saper notizie di quel giovane per cui aveva sentito nascere in cuore un vivo interesse, e pur non volendo mancare alla promessa che aveva fatto a medesimo di non mettere i piedi più in casa de' suoi nipoti. Dal medico seppe Gerolamo che se le notizie erano gravi, non erano però così disperate come ne correva la voce, che i signori Varada marito e moglie avevano tanto di muso, e che le ragazze promettevano di aver pell'infermo le cure che avrebbero potuto avere due sorelle.

Lo zio Gerolamo se ne andò, piantando forte per terra il suo bastone e mormorando fra ;

- Buone figliuole! Sì, buone figliuole!

E diffatti era questo il proposito delle due fanciulle, ma quella che solamente lo potè mettere in pratica fu Giovanna.

Ad Enrichetta non si consenti in nissun modo che ella rimanesse appo il letto dell'infermo. Una ragazza intorno ad un giovanotto, oh sarebbe stato uno scandalo! Andarlo a vedere qualche volta, passi; ma rimaner le lunghe ore - tanto peggio poi durante la notte - mai più! E poi star nell'ambiente mefitico d'una stanza di malato, non era egli voler guastar quel flor di bellezza? Per Giovanna era un altro paio di maniche. Poteva ella dirsi una ragazza? Era un mostricciuolo che non aveva sesso. E quanto alla salute di lei, chi se ne curava? L'avrebbero lasciata di continuo a far da guardiamalati presso Pierino, se non avessero avuto bisogno ancor essi di lei. Incaricata esplicitamente di vegliare l'infermo era Gertrude; ma sì! ella aveva millanta cose da fare - ad udirla lei - e non ne aveva di voglia neppure per una. Dove aveva da pigliare il tempo? Andava a cacciar il naso di quando in quando nella stanza del malato, e lo guardava un momento, e poi se ne tirava via, dicendosi per tranquillare la sua coscienza:

- E' non ha bisogno di nulla che di star quieto.

La signora Genoveffa passava giorni intieri senza varcar la soglia di quella cameretta. Si fermava quasi sempre sul passo dell'uscio, e domandava alla Giovanna, che stava li rannicchiata a piè del letto:

- Ebbene?

Giovanna rispondeva:

- Sempre lo stesso.

E la sottana frusciante di madama Varada s'allontanava lungo il corridojo, che tremava sotto il passo pesante.

Se per caso trovava colà Enrichetta, le dava una strapazzatina e la conduceva via.

Così tutte le ore che prima soleva passare lavorando nella stanza terrena dove abbiamo visto andarle a parlare il parroco, ora Giovanna le passava nella stanza del cugino, lavorando del pari, pronta ad ogni menomo cenno di lui.

Le notti poi avvenne che quasi tutte e per intero le vegliasse la povera zoppa intorno al malato. Aveva incominciato fin dalla prima sera. Enrichetta sola aveva parlato della necessità che alcuno rimanesse a veglia del poveretto; ma Gertrude aveva protestato che, quanto a , ella era troppo stanca dei lavori della giornata per reggere al sacrificio di tutta una notte; la signora Genoveffa aveva affermato che non c'era nemmen per l'ombra un tal bisogno; il sor Giacomo esclamò con irritazione concentrata nella sua vocina che, per compir degnamente l'opera avrebbe ancora bisognato che gli si volesse far pagare una guardia notturna. Giovanna non disse nulla, ma di soppiatto strinse la mano ad Enrichetta con forza, in modo che significava, e la sorella lo capì perfettamente: «Sta tranquilla; sono qua io.»

E diffatti, quando essa ebbe tutto fatto quel che le toccava per la casa e intorno alla mamma, quando questa fu in letto, la Giovanna, invece di scendere al piano inferiore e recarsi allo stramazzo preparatosi, guizzò pianamente nella cameretta dove dolorava l'infermo, e sedutasi innanzi a lui, stette immobile, fissa a guardarlo.

Nella stanza non c'era lume. L'avarizia del sor Giacomo, aveva trovato che esso era perfettamente inutile per un malato che non doveva leggere, camminare, far null'altro che starsene in letto a giacere. Ma la luna mandava per la finestra un fascio de' suoi raggi che, disegnando una larga striscia sul pavimento, veniva a finire sulle coltri del letto. Quei raggi lunari riflettevano un chiarore opalino che si diffondeva per tutta la stanza, soavissimamente temperato, se così posso dire, all'alta quiete notturna. A tal chiarore, in mezzo alle coltri bianche, spiccava il viso gentile del giacente, più bianco di quelle coltri, più pallido di quel raggio di luna, con intorno l'aureola delle sue abbondanti, finissime chiome bionde, scomposte su pei guanciali.

E Giovanna, la povera Giovanna, la brutta, la deforme, la disprezzata Giovanna guardava, guardava con ineffabile tenerezza quelle troppo leggiadre sembianze.

Chi potrebbe dire i pensieri che invasero la mente di quella creatura infelice, cui la propria innocenza, il disprezzo medesimo che aveva ella stessa di non ponevano per alcuna guisa in guardia contro il pericolo di quelle dolci, novissime emozioni ond'ella si sentiva turbata?

Non vi ho io già detto che l'anima sua era amorosissima, e che in quel cuore, con tanta ironia della sorte posto in si misero albergo, stavano raccolti tesori d'affetto?

Ella non riconosceva più stessa nel suo segreto. Le idee, che avrebbe trovate le più balzane il giorno innanzi, venivano a spuntare nel suo cervello, come i fiori nel prato di primavera. Nello stesso mentre che la vista di suo cugino soffrente era per lei un tanto dolore, essa sentiva pure nel fondo dell'anima una ignota e inesplicata tendenza ad una strana, mai più provata letizia. Ella guardava sempre Pierino, ma non avea bisogno di vederlo per averne l'immagine innanzi. Questa le si era stampata nella mente e, chiudendo gli occhi, le si affacciava più viva, più reale che mai. Essa tornava a vederlo entrare in quella stanza dov'era solita a lavorare, col suo aspetto sofferente, colla sua andatura graziosa, colla sua maschia e pur gentile bellezza, che tanto bene diceva dello spirito che animava quelle belle sembianze, del cuore che palpitava in quelle membra leggiadre. Poi lo rivedeva, con crescente emozione, levarsi e far un passo verso di lei; quando Enrichetta, traendola per mano, glie la conduceva dinanzi, riudiva il dolce suono delle parole di lui, si ritrovava nuovamente fra le braccia, appoggiata al seno del giovane, come in quel momento in cui il suo cuore le aveva sembrato si dovesse rompere sotto il più acuto, tremendo diletto avesse mai provato l'esser suo. E qui tornava a sentire - e si riscuoteva tutta dal profondo a questa sensazione - sentiva di bel nuovo le labbra di lui posarsi sulla sua fronte...

Oh quel bacio! Le pareva che le avesse lasciato come un'impronta di fuoco, dove s'era messo, che permanesse quasi un focolare acceso, il quale continuasse a lanciarle una soave caldezza entro le vene. Si era fatto, direi quasi, un essere materiale che la occupava col suo pensiero, che prepoteva con carissimo dominio sulla sua volontà. Chiudendo gli occhi, ella vedeva la pallida, bella figura di Piero, staccarsi dal guanciale e venire lentamente verso di lei, col suo sorriso pensoso e si potrebbe dire addolorato, e tornare a darle quel bacio, per cui tanto cambiamento era avvenuto in essa.

Rendersi utile a qualcheduno, potere con un suo fatto recar alcun vantaggio a questo od a quello, era stato sempre per la buona creatura il massimo de piaceri; ma ora, poter tutta consecrarsi a lenire pure un istante di dolore a quel giovane sofferente, le tornava la più superba, la più profonda contentezza che avesse ancora provato: il pensiero s'ella potrebbe tutta la vita impiegare a servire, unicamente soggetta come una schiava, quest'essere che di botto le era apparso, la sentiva così nobile, tornava per lei come la più bella sorte da vagheggiarsi, come un paradiso sulla terra.

Povera Giovanna! Anche nel suo cuore la gioventù aveva rammontato quella massa di aspirazioni, di poesia, di intimi sensi che fanno turbata e splendida l'atmosfera in cui palpita l'anima della donna quando l'amore sta per predisporla e maturarla alla necessità del suo destino. A un tratto questo calor latente ed ignorato era stato svolto di forza, da un aspetto, da uno sguardo, da una mite parola, da un accento di voce, da un fatale contatto di labbra. Fantasia e sensi, cervello e cuore, tutto avea tumultuato in lei. Come una nuvola vertiginosa di farfalle dai brillanti colori, come uno stormo d'uccelletti vivaci ed agitantisi, erasi precipitata nell'anima di lei una turba di pensieri nuovi, strani, seducenti, una turba di amorini sussurranti in vario metro una dolcissima musica.

Ed essa guardava sempre la pallida, bella faccia di Piero. Ad ogni menomo atto, Giovanna era in piedi ed accorreva al capezzale, affine di udire se l'infermo domandasse alcuna cosa od esprimesse un desiderio. Quasi sempre erano parole incoerenti pronunziate nel delirio che perdurava; sovente egli faceva colle labbra inaridite il moto che si fa bevendo, e la ragazza, indovinando che quello era effetto della sete che tormentava il giacente, gli amministrava con infinita sollecitudine e delicatezza da bere.

Fino ad un punto, il malato era rimasto abbastanza tranquillo; ma nell'inoltrarsi della notte erasi manifestata e venuta crescendo in lui un'agitazione per cui Giovanna sentiva la maggior pena del mondo. Egli si dimenava entro il letto di qua e di , volgeva e rivolgeva dall'una all'altra parte la testa, come se dappertutto trovasse un guanciale di spine; tentava sollevarsi, e non potendo, ricadeva piombato sul letto, rigettava dal suo petto le coltri come se gli fossero un peso insopportabile, smaniava agitando le mani, e mandava tratto tratto gemiti interrotti di lamento. Che cosa non avrebbe dato la povera Giovanna per poter procurare alcun sollievo a quel dolorante a lei già così profondamente diletto! Come si struggeva nella dolorosa impotenza in cui ella era di fargli alcun bene! Aveva pensato chiamar soccorso destando i suoi che dormivano, correre dal medico perchè veniss'egli a trovare quel poveretto; e non aveva osato far l'una cosa, l'altra. Pregava con fervore entro l'anima sua la beata Vergine, e i santi, e il Dio che ha sofferto per l'umanità.

Il colore acceso delle guancie di Piero indicava abbastanza come egli fosse allora sotto il parossismo d'un forte accesso di febbre. Giovanna ritta presso al letto, appoggiandosi a quest'esso, volle giudicare dell'ardore della febbre toccando la fronte dell'infermo. Questa fronte ardeva. Quando la ragazza tentò ritirare la sua lunga e magra mano da quella fronte, Piero fece un moto come per ritenervela. La freddezza della palma della destra di Giovanna aveva recato alcun refrigerio al dolorante, ed egli, con atto istintivo, procurava continuare quel contatto onde aveva conforto. Giovanna comprese e stette immobile per lunghe ore, alternando or questa or quella mano sulla fronte del giacente. Fosse il freddo materiale di quel tocco, fosse l'effetto d'un fluido speciale infiltrato da quella tanta volontà di giovare, da quel tanto affetto che animava quella buona creatura, il vero è che il malato si venne calmando a poco a poco, e sotto quella mano, che posava su di lui come una carezza, fini per assopirsi. Giovanna, vedendo Piero respirar più quieto nel suo sopore, sentì una tale soavità invaderla tutta, che gliene vennero agli occhi le lagrime.

Nelle notti di poi era stato ordine del medico che si stesse a vegliare l'infermo. Nuovi borbottamenti di Genoveffa e di Giacomo, i quali tuttavia non pensarono nemmanco un istante a concorrere personalmente all'opera pietosa. Fu deciso che avrebbero vegliato Gertrude e Giovanna, una notte per turno ciascuna. La serva non mostrò accogliere quella decisione con molta contentezza; borbottò che ella, faticando tutto il giorno, aveva mestieri di dormire la notte, e che se si voleva una vegliatrice notturna, dovevano procurarsela altrimenti; ma figuratevi se i coniugi Varada erano disposti ad udire di quell'orecchia! Enrichetta si offrì bene con molto calore ad entrar terza in quel turno e vegliare una notte su tre ancor ella; ma la sua proposta dalla mamma non fu nemmanco lasciata venire in discussione, e dichiarata tosto impossibile, assurda, affatto sconveniente.

Ma la prima notte che toccò vegliare a Gertrude, la povera Giovanna sul suo stramazzo nella stanza terrena non poteva aver quiete. Le pareva che non essendoci essa presso il malato; ogni momento dovesse succedere qualche cosa di peggio. E Gertrude sarebb'ella stata sveglia? E Gertrude avrebb'ella avuto, avrebbe saputo avere tutte le attenzioni che occorrevano? Ah! non sarebbe stata la mano di Gertrude - essa lo sentiva - la quale avrebbe potuto ottenere l'effetto che la notte precedente aveva conseguito la sua mano posta sulla fronte di Piero! E s'egli avesse avuto ancora bisogno di codesto e invano avesse aspettato quel sollievo!... Giovanna non potè più reggere oltre alla inquietudine che la prese. Salto giù del suo giaciglio, si vestì a bardosso in tutta fretta, e con ogni maggior cura, per non far sentire il suo passo claudicante su per la scala e lungo l'andito del piano superiore, si recò nella stanza del cugino. La luna che batteva giusto sul letto le mostrò il malato, nel parossismo della febbre, uguale se non maggiore di quello della notte precedente, smaniare più agitato che mai, e Gertrude, appoggiato il capo sul lembo estremo del materasso, placidamente addormentata.

Giovanna fu in un salto alla sponda del letto. La serva si svegliò in sussulto mezzo spaventata.

- Che cosa c'è? Gridò essa ad alta voce nel vedersi dinanzi quell'ombra colle chiome scarmigliate entro il chiarore della luna.

- Zitto! Disse la zoppa sollecita. Non ispaventarti. Sono io.

- Lei! Che cosa vuole? Che cosa è venuta a fare! Che cosa v'ha di nuovo? La povera sciancata ebbe l'ispirazione d'una sublime bugia.

- È già tardi, ella disse. Presto farà giorno, se vuoi andarti a riposare un poco, vacci pure. Starò io in tua vece.

Codesto rispondeva troppo bene all'intimo desiderio della Gertrude, perchè questa movesse la menoma obiezione: onde, senza punto stupirsi che la notte fosse passata con tanta fretta, la serva si alzò, e non ringraziando nemmanco la giovane, lasciata costei a suo posto, se ne andò a coricarsi nel suo letto, dove, non erano cinque minuti trascorsi, che ella russava nel sonno il più sodo e il più duro che si possa avere.

Giovanna, rimasta sola presso il malato, provò di nuovo a tener la sua mano sull'infuocata di lui fronte, ed ebbe l'immenso gaudio di vedere ottenuto il medesimo effetto.

Le notti che susseguirono avvenne sempre la cosa stessa. Passato appena un'ora dacchè Gertrude era lasciata a guardia del malato, Giovanna compariva, dicendole che la mattina era presso e ch'essa poteva ritirarsi: il che la fante non mancava mai di fare, senza la menoma obiezione; e così avveniva che tutte le notti le vegliasse la povera sciancata, senza riposarsi mai.

Chi avrebbe creduto capace la miserella, debole ed infermiccia cotanto, di reggere a questa prova? La volontà, la carità e l'affetto sono veramente capaci di grandi miracoli. Giovanna dimagrò, impallidì, si stremò ancora di più; le sue guancie divennero più infossate, più livide le sue occhiaie, più profonda e più penosa la sua tosse; ma ella sostenne la gravosa fatica, lieta, non trascurando pur nulla mai delle altre sue bisogne, quasi riconoscente che le si lasciasse compiere tanto sacrificio di .

 

 

 




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License