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Vittorio Bersezio
Povera Giovanna

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  • XIX
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XIX.

 

La malattia di Pierino fu causa che lo zio Gerolamo mancasse alla promessa che aveva dato a medesimo di non entrare mai più nella casa dei nipoti. Egli desiderava molto vedere l'infermo; i nipoti erano disposti ad accogliere a porta aperta lo zio e fargli cera migliore di prima, in causa dei dubbi cui avevano saputo ispirare le rivelazioni dello speziale; non mancava che il frego congiuntivo d'un'occasione per mettere a contatto questi desiderii e farli accordare. Quest'occasione la porse, chi l'avrebbe mai creduto? il marchese di Roccavecchia.

Ancor egli aveva udito far parola del giovane infelice arrivato e caduto infermo a quel modo, e come tutto il paese, essendo che il vecchio nobile avesse in fondo cuore eccellente, aveva sentito un grande interesse pel figliuolo del fallito Antonio Maria. Un giorno adunque, sceso dal suo superbo castello, s'era avviata alla casa del sor Giacomo coll'intenzione di cogliere due colombi con una fava; saper notizie di quel giovinetto, e vedere la sua diletta figlioccia Enrichetta, la quale da qualche giorno aveva trascurato di andargli a fare le solite visite.

Presso all'abitazione dei Varada il marchese incontrò Girolamo, che andava e veniva per uno spazio di una ventina di metri, battendo impazientemente colla ghiera del suo nodoso bastone i grossi sassi del disuguale selciato.

- Buon giorno, signor Porretta, disse per primo il vecchio nobile con tutta la sua compitezza abituale, toccando la larga tesa del suo cappello di paglia di Panama.

- Riverisco, signor marchese: rispose Gerolamo, non potendo a meno che rispondere, con una scappellata al saluto del gentilissimo aristocratico.

- Lei forse viene di casa, sor Gerolamo?

- No.

- Ci va?

- Sì.... no.... cioè.... Sono qui che aspetto il medico.

- È andato forse adesso a vedere il malato?

- Per l'appunto.

- E come va quel povero giovane?

- Son qui che attendo il medico che venga a portarmene le novelle: rispose Gerolamo con tutta, la sua ordinaria bruschezza.

Il marchese sorrise in aria di condiscendenza, di protezione e di superiorità.

- Mio caro signor Gerolamo, mi pare molto più semplice, in luogo di star qui aspettando le novelle, di andarle a cercare noi medesimi dentro.

Con una certa famigliarità da principe che vuol onorare il suo suddito, passò una mano sopra il braccio dello zio Gerolamo, ed appoggiandovisi, continuò coll'accento di chi non può supporre nemmanco si possa fare la menoma opposizione a quanto dice:

- Or via, andiamoci insieme poichè quella è la meta eziandio della mia gita; e sono appunto lieto di arrivare mentre c'è il medico.

Si ha bell'essere un vecchio burbero di democratico, ma quando l'ultimo nobile rampollo d'una stirpe nobilissima che si fu avvezzi nell'infanzia a veder circondata di ogni deferenza, vi parla in questa guisa e vi trae con per sì dolce ed urbana violenza, come si fa a resistere?

Lo zio Gerolamo, che pure aveva molto coraggio, non ebbe quello di piantarsi col suo bastone e dire al marchese:

- Non voglio entrare in casa di quegli animali, cui voi favorite della vostra protezione.

Si lasciò far violenza e ripassò - come dentro si desiderava fortemente - quella soglia che aveva giurato di non varcar più.

Il marchese e Gerolamo giunsero nel salotto terreno quando appunto il medico, dopo visitato l'infermo, dava ai parenti colà raccolti le men buone notizie. Il trasporto al capo in Piero resisteva a tutte le operazioni di sangue; la cognizione non era più tornata in lui, e il delirio s'avvicendava col letargo; di sicuro il medico non credeva poter dire ancora nulla, ma le probabilità erano più pel male che pel bene, e se l'infermo avesse durato ancora dodici ore in quello stato, il pericolo peggiore sarebbe diventato una certezza.

Il sor Giacomo esclamava che quello era un bell'impiccio, Genoveffa gridava che la sorte li aveva proprio presi a perseguitare, Enrichetta piangeva disperatamente, Giovanna, secondo il solito, era rimasta di sopra presso il capezzale del giacente.

L'entrata del marchese e dello zio Gerolamo fece diversione. Al marchese era cosa abituale che si facessero le più onorifiche accoglienze; allo zio Gerolamo la nuova politica, inaugurata dietro il consulto col diplomatico speziale, imponeva loro le sembianze dell'amorevolezza e del rispetto. Non ostante il fastidio e l'irritazione che in essi avevano posto le parole del medico, i coniugi Varada non mancarono alle loro abitudini verso il marchese, al divisato piano di condotta verso lo zio. Il sor Giacomo salutava come un burattino, e se il suo sorriso aveva l'amenità di quello del pizzicagnolo che si vede andare in malora le acciughe, era pur tuttavia pieno di buona volontà d'essere ameno; la signora Genoveffa si abbandonava alle riverenze più profonde ed ai complimenti di maggior sesto. Enrichetta, poverina, continuava a piangerdirotto, che non aveva tempo modo da dire da far nulla per accogliere il padrino e lo zio.

Il marchese, piantato marito e moglie Varada, corse nell'angolo dove singhiozzava la giovanetta.

- Olà, cara la mia fanciulla, diss'egli prendendola per mano e traendola a per abbracciarla paternamente; che cos'è questa desolazione così superlativa? Diamine! questo cugino, che è qui soltanto da due giorni, ti sta bene a cuore!

Enrichetta, pur nel suo dolore, sentì un gran turbamento a queste parole... Avrebbe voluto potere ad un tratto ringoiar tutte le sue lagrime, poter nascondersi, essere lontana di , e non aver udito quel che le era stato detto. Per la prima volta, sentì dentro se un po' d'ira contro il suo buon padrino, che la sopraccaricava sempre di carezze, di regali e di complimenti.

La madre intervenne.

- Questa buona Enrichetta! Diss'ella. Ha un cuore tanto fatto! È tutta la sua mamma questa cara piccina.

Gerolamo protestò con una tosse, cui gli suscitò l'aver ricacciate in gola le parole che già stavano per uscirne.

- Via, via, soggiungeva il marchese, carezzando la mano della ragazza. Ad ogni modo conviene farsi coraggio, e poi le cose non saranno proprio disperate del tutto...

Lo zio Gerolamo arrestò in quella per un braccio il medico, che, credendo di non aver più nulla da fare, se ne partiva quatto quatto.

- Alto , signor dottore. Parlate voi, e proprio sul sodo. Quel giovane è spacciato?

- Non ancora. Stanotte o domattina, mi aspetto una crisi; se volge in bene, eh allora si potrà sperare; ma se invece la va male, buona sera ai suonatori.

- Diavolo!

- Perciò io diceva al signor Varada che sarebbe stato forse opportuno scrivere alla madre di quel poveretto; se si voleva esser sicuri ch'ella potesse ancora vederlo.

- Diavolo! Diavolo! Esclamò ancora lo zio Gerolamo tormentando con mano agitata il pome del suo bastone.

Il sor Giacomo fece una smorfia, e il rosso della faccia di Genoveffa crebbe d'intensità.

- Sicuro! Disse il marchese; il quale ricordandosi come egli per convinzione e per partito politico fosse buon cattolico, si affrettò a soggiungere; e converrà pure pensare a fargli somministrare i conforti della religione.

A queste parole i sospiri di Enrichetta si cambiarono in un nuovo scoppio di lagrime e di singhiozzi.

- Eh! la religione avrà tempo ad arrivare: disse bruscamente lo zio Gerolamo, cui il marchese giudicò allora oltre che democratico, anche un eretico. L'abbiamo qui a due passi incarnata nella buona faccia di don Pasquale; ma la povera madre bisogna farla venire da Torino.

- Conviene scriverle subito, soggiunse il marchese. Colla strada ferrata in tre ore può essere qui.

- Certo! Rispose Gerolamo col suo burbero accento. Domani mattina potrebbe trovarsi al capezzale di suo figlio, ed assistere a quella crisi che il medico ci annunzia. Se la volgesse bene, nulla di meglio, ma se invece... Povera donna! Provata così duramente dalla sorte, avrebbe da vedere morirsi fra le braccia il suo unico figlio; il solo sostegno, il solo amore che le resti?

Le lagrime di Enrichetta raddoppiarono.

Lo zio Gerolamo aveva un cuore eccellente (ve ne siete potuti accorgere); ma aveva l'umore più bizzarro che non sia permesso ad uomo che ha da vivere in società. Il pianto della ragazza gli faceva molta pena, ma finì per impazientarlo ancora di più.

- Eh calmati una volta: gridò alla giovane lo zio con un tono ruvido, onde il padre e la madre di lei e il marchese e persino il medico si scandolezzarono. Quando tu abbia spremuto due ettolitri di lagrime, non cambierai punto cica delle cose.

Enrichetta mortificata cacciò il grembiale sugli occhi, e fuggì di stanza per andare a piangere liberamente altrove.

Gerolamo continuava, come se nulla fosse:

- Figuratevi il bel colpo che si ha da recarle a quella misera, scrivendole; «Venite presto che vostro figlio si muore!» E si avrà bell'avviluppare questa botta nel cotone delle frasi; state pur certi ch'ella capirà più e peggio di quel che sarà scritto; sentirà il colpo tremendamente nel cuore. C'è pericolo di ammazzare una povera creatura di donna. In presenza di questo pericolo io avrei il coraggio d'un temerario indugio. Aspettiamo la venuta della crisi. La va bene? Ed allora parto io stesso per Torino, cerco di quella povera donna, e la conduco qui fra le braccia del figliuolo entrato in convalescenza. La va male? Allora pazienza, si curva il capo alla necessità della sorte, che ci costringe a dare il colpo tremendo.

La proposta dello zio Gerolamo fu accettata all'unanimità; il marchese, da uomo di cuore qual'era, capì tutta la pietà dell'idea di Gerolamo; i coniugi Varada videro che si sarebbe ritardata la venuta d'una novella ospite, e non trovarono motivo di contraddire ai due vecchi postisi d'accordo.

Il medico partì promettendo di ritornare fra poche ore, il marchese si pose in cerca della sua diletta figlioccia, e lo zio Gerolamo salì al piano superiore, curioso di dare un'occhiata alla faccia dell'infermo.

Entrò pian piano nella stanza che si era fatta additare da Gertrude; così piano che neppure Giovanna a tutta prima non l'ebbe udito venire. Vero è che la povera Giovanna non era solo intenta a guardia del giacente, ma era assorta eziandio in una fervorosa preghiera.

La stanza essendo fatta scura, Gerolamo che veniva dalla luce non ci vide nulla per entro al primo affacciarsi, e si arrestò sulla soglia, timoroso d'urtare in qualche mobile. Nulla colà si muoveva, ed il solo rumore ad udirsi erano due respirazioni affannate, l'una dal mal fisico, l'altra da un immenso dolore morale.

Poco stante, lo zio cominciò a discernere alquanto gli oggetti in quello scuriccio; vide nel bianco dei lenzuoli un capo scarmigliato in cui due occhi accesi brillavano di luce febbrile, vide buttato presso al letto un viluppo di panni, che era la povera zoppa in ginocchioni colla testa appoggiata alla sponda.

Quando gli occhi di Gerolamo, assuefattisi a quella poca luce, vedevano distintamente ogni cosa, Giovanna sollevò il capo e fissò sul quadro pendente al capezzale del letto, quadro che rappresentava la Madonna dei sette dolori, uno sguardo di così intima supplicazione, di tanto spasimo e insieme di tanta speranza, che lo zio ne fu profondamente commosso. Le mani strette violentemente insieme e sollevate verso la divina effigie, l'espressione di anelito della faccia macilenta e scolorita, concorrevano a dare più vivo e più efficace il significato a quello sguardo che conteneva tutto lo spasimo d'un alto spavento e insieme tutto il trasporto d'una intima speranza e d'una fede sopraterrena. Il vecchio zio, in quel momento, per quella vista, lesse più a fondo e meglio nell'anima di quella povera creatura diseredata d'ogni bene, che non avrebbe potuto fare con lunga coabitazione nelle circostanze ordinarie. Involontariamente pensò alle lagrima ed ai singhiozzi d'Enrichetta che l'avevano impazientato un momento prima, e senza preconcetto proposito di volerne far paragone, si disse che più profondo ancora e più forte era quel muto dolore ch'egli ora sorprendeva nella povera sciancata, e che nell'anima di questa più tenaci ancora e più forti avevano ad essere gli affetti.

S'inoltrò con precauzione entro la stanza, e Giovanna che l'udì sorse di scatto in piedi.

- Lei, zio Gerolamo! Esclamò a bassa voce la poveretta, riconoscendo chi entrava. Oh come è stato buono a venire!

- Sì, sono io: rispose Gerolamo con una ruvidezza che celava la sua emozione. Buono o non buono, ho voluto vedere co' miei occhi come si governa questo poveretto.

Giovanna scosse il capo, mandò un profondo sospiro e reclinò gli occhi alla terra.

- Sete...sete... oh quanta sete! Balbettò in quella il giacente con fioca voce.

La ragazza destramente sollecita sollevò col braccio diritto il capo del malato, e colla mano sinistra gli porse alle labbra la tazza ch'egli bevette avidamente.

- Uhm! Fece lo zio. Sei sempre intorno a questo povero diavolo, ci scommetto.

- Più che posso, rispose semplicemente Giovanna. Non ho l'animo tranquillo, quando son fuori di qua. Egli stesso poi non prende volentieri da bere se non glie lo porgo io, e non si calma se non gli tengo io la mano sulla fronte.

- Ah ah! Dunque un po' di cognizione ce l'ha?

- Il medico dice di no; ma quando io sopraggiungo e gli parlo, e' mi pare che mi riconosca.

- Lascia un po' ch'io lo esamini per bene. Lungo la mia vita ne ho già veduti parecchi di quelli toccati dal dito della morte, e un poco me ne intendo.

Giovanna gli fece luogo, e Gerolamo, chinatosi sopra il malato, lo guardò attentamente.

- Può essere ch'io non sia altro che una grossa bestia! disse egli ridrizzandosi poi; ma mi pare che questo giovanotto ha ancora una buona provvigione di vita...

La misera zoppa non lo lasciò neppur terminare. In un impeto subitaneo di riconoscenza irriflessiva, gli afferrò una mano e la baciò con ardore.

- Ehi ! Esclamo lo zio con tono da brontolone. Io non ci posso nulla, che il diavolo mi porti!

Prese la buona Giovanna fra le braccia, e stringendola senza badare che le piantava nella gibbosità della spalla il pomo del bastone, suo inseparabile compagno, tanto da farle male, le stampò sulla fronte il più affettuoso bacio, come se sotto quella fronte vi fosse un leggiadro visino invece di quelle brutte sembianze, mal fatte e butterate.

- Sta di buon animo, Giovanna: le disse. Questo povero diavolo guarirà, e sarai tu che più del medico avrai giovato a guarirlo.

Quindi uscì, borbottando fra ;

- Se mai casco malato, non voglio altro guardiano che questo angelico mostro di ragazza, e quando tirerò le calze, il diavolo mi porti, se non voglio crepare fra le sue braccia.

Il marchese in questo frattempo s'era industriato a calmare il dolore d'Enrichetta, e se non era riuscito a consolarlo il meno del mondo, almanco aveva ottenuto alcuna diversione da esso col regalo d'una bella collana che appositamente s'era procurata a Torino. Quando il padrino le faceva di simili doni, Enrichetta gli saltava al collo, e sapeva trovarecare parole, dette in sì caro modo per ringraziarnelo, che il vecchio marchese ne andava tutto in sollucchero. Quel giorno invece mancò la gioia espansiva, mancarono i baci, mancò l'entusiasmo ammirativo; appena fu se lo sguardo della fanciulla pagasse un tributo di curiosità al gioiello che brillava nella sua bustina foderata internamente di raso; e tutta la manifestazione della riconoscenza la sostenne la signora Genoveffa con un'abbondanza di parole da impazientare chicchessia.

Il marchese, poco soddisfatto del cambio, se ne partì pensieroso, e sulla soglia incontrandosi di nuovo con Gerolamo, che se ne veniva ancor egli, andò con esso lui di conserva per un tratto di strada.

- Signor Porretta, disse il marchese, ha ella badato a una cosa?

- Ho badato a parecchie cose, rispose Gerolamo; ma non so se fra queste vi sia quella di cui vuol dire il signor marchese.

- Voglio dire il dolore d'Enrichetta.

In quella erano giunti alla cantonata della piazza, e lo speziale, dritto sul passo della sua bottega, secondo il solito, vedendoli venire mosse loro incontro con profonde salutazioni al signor marchese.

Questi rispose ai saluti con un cenno famigliare della mano, e continuò il suo discorso, che Domenico accostatosi potè udire.

- Quel dolore per un semplice cugino, ancorchè sia stato compagno d'infanzia, è troppo. Ho paura che quella cara Enrichetta si sia lasciata portar via il cuore.

- Diavolo! mormorò lo zio Gerolamo, a cui le parole del marchese facevano sospettare un'altra simile verità, onde assai si sgomentava, riguardo a Giovanna.

- Cospetto! esclamò lo speziale sbalordito, che vedeva in quelle poche parole una minaccia terribile ai suoi vagheggiati propositi.

Il marchese salutò col suo garbo protettore, e si allontanò nella direzione del suo castello.

Domenico domandò con premura a Gerolamo:

- Che cosa dic'egli il signor marchese? Ci sarebbe pericolo?

- C'è che, guarisca o muoia, quel dabben giovane mi pare mandato qui dal diavolo apposta per far molto male ad una povera creatura.

Così rispose quasi in collera lo zio Gerolamo, e senza voler ascoltar altro, entrò nella porticina, e si recò a casa sua.

- Che? che? disse a medesimo lo speziale, grattandosi un'orecchia. Mi lascierei portar via la torta da un gatto forestiero? Oibò oibò!

E si ritirò ancor esso nella sua farmacia, scuotendo il capo come se l'avesse grave per mille ponderosi pensieri.

 

 

 




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