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Vittorio Bersezio
Povera Giovanna

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  • XX
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XX.

 

La notte che successe, Giovanna non abbandonò un minuto solo il capezzale del giacente; bene aveva inteso dal medico che quella era notte decisiva della sorte del giovane, meglio ancora e più vivamente glielo diceva in cuore il suo istinto. Essa inumidì al dolorante le labbra con cura continua, ne rinfrescò la fronte colle carezze delle sue mani, coll'alito del suo soffio, coi baci - sì anche coi baci - delle sue labbra. Ad un punto in cui pareva oppresso al giacente il respiro, ella trovò tanta forza nelle sue deboli membra, lasse per tanta fatica già sostenuta, da poter sollevare la persona di Piero e sostenerla appoggiata al petto palpitante, il capo abbandonato sulla sua spalla fuor di squadro. Quella positura parve recare conforto non poco all'affanno onde l'infermo era travagliato. Stette così lunga ora in un queto assopimento; ed ella immobil sempre nel penoso suo stare, non osava pure trarre il respiro. Ma quanta soavità sentiva la buona creatura entro stessa!

Il suo amore - sì il suo amore; e perchè non chiameremmo la cosa col suo nome? - Era un vero amore il suo, da essa medesima ignorato, povera creatura condannata a viver scevra dalle gioie paradisiache e tremende dell'amor corrisposto, ma un amore santo, puro, immenso, in cui tutta s'era venuta a fondere l'anima sua, la potenza della sua virtù, la sublimità del suo spirito - il suo amore prendeva in quell'istante alcuna tinta eziandio di quell'altro divino sentimento che è la maternità. Le pareva, sentiva che in quell'atto, con quella tanta effusione di volontà, di affetto, di medesima, ella istillava una porzione di vita in quell'organismo travagliato dal male, ella impediva, colla potenza del desiderio e dell'amore, che in esso prevalesse la morte. Gli affetti di donna innamorata e di madre in una invasero la sua anima così nobile e così santa. Le parve acquistare un diritto su quell'essere che riposava abbandonato fra le sue braccia; che ella, conservandolo alla esistenza, faceva suo il diritto ed il dovere di vegliare per sempre su quel capo diletto, che si appoggiava con tanta fiducia su lei. Ebbe uno scampolo delle ineffabili gioie materne, ella, misera pianta infeconda in questa landa della vita!

Al mattino il medico fu molto e grandemente sorpreso della piega che prendevano le cose.

- È va il meglio che si possa desiderare, diss'egli alle due ragazze che stavano ansiose aspettando le sue parole. Sono certo che fra poco tornerà pienamente in conoscenza di , e se nulla succede di nuovo, si può dir salvo fin d'ora.

Enrichetta proruppe in una esclamazione di gioia, e non potè contenere l'espressione del suo contento. Giovanna, essa, non ebbe parole; impallidì ancora maggiormente, sentì un rimescolìo inesprimibile in tutto il suo essere, le parve che la tanta emozione le stringesse la gola con mano di ferro, i polsi le batterono forte forte nel capo, fuggì da quella stanza, e riparatasi dove nessuno la potesse vedere, si gittò ginocchioni in terra, scoppiò in pianto che non erale penoso, sollevò le palme congiunte al cielo. ed esclamò dal fondo dell'anima:

- Grazie! Grazie, mio Dio! Grazie Vergine santissima addolorata!

Poi rasciugatisi in fretta in fretta gli occhi, premutosi il cuore che saltellava allegramente, come per imporgli più calmo battito, ella tornò sollecita nella camera dell'infermo. Tutta la sua stanchezza della notte parevale affatto svanita. Il medico aveva detto che Piero non avrebbe tardato a rientrare in . Ella voleva esser a cogliere il primo sguardo della tornata intelligenza. Era l'unico premio cui osava aspirare. Con quanta emozione stette essa aspettando questo sguardo! Ma vedete disavventura della infelice! La madre la chiamò per alcuna bisogna.

- Vai pure, disse Enrichetta. Sto io qui a vece tua....

Ah! gli era questo appunto che pungeva la povera creatura, e non ne sapeva bene il perchè. Un'altra in sua vece! Un'altra che avrebbe potuto carpirle quell'unico compenso cui agognasse! La madre ripeterà la chiamata colla voce più forte, con cui fosse solita far rimbombare le stanze di quella casa. Giovanna diede ancora una sguardata al volto placidamente composto di Piero, che teneva gli occhi chiusi e si allontanò. Ma appena aveva fatto pochi passi, quando Piero, foss'egli stato desto dalla voce troppo robusta della signora Genoveffa, aprì gli occhi, e li girò intorno con espressione di piena intelligenza.

Vide innanzi a la splendida bellezza d'Enrichetta, la quale pareva spandere un mite chiarore nello scuro di quella stanza. Richiuse nuovamente gli occhi per vedere se quella fosse una lieta visione od una realtà. Riaprendoli, riconobbe del tutto quelle sembianze leggiadre e quello sguardo soave, in cui era una emozione ch'egli sentì ricercargli dolcemente le più intime fibre dell'anima.

Durante il suo delirio, alcune volte, aveva egli pur tuttavia traveduto, come per lucidi intervalli, uno sguardo e un sorriso benigno di donna stargli sopra con immenso amore: aveva sentito in nube l'impressione di benessere che le cure della povera Giovanna gli cagionavano: l'idea glie n'era stata come latente entro l'anima per isvolgersi al primo tornare in della mente offuscata. Ora il ricordo e la riconoscenza glie ne vennero ad un punto: e trovandosi presente la bella fanciulla, a lei di colpo egli ne fece omaggio e li credette dovuti. Piero guardò la cugina con occhio pieno d'amore, le rivolse un ineffabile sorriso, e sussurrò colla debol voce impressa d'immensa gratitudine:

- Enrichetta!

Giovanna l'udì, benchè già avesse passata la soglia della stanza. Tornò presso al letto d'un balzo; ma era tardi! Il primo sguardo, il primo sorriso, la prima parola non erano state per lei.

- Anche tu, Giovanna! Disse il malato vedendola: Grazie! Grazie tuttedue!

Anche tu! Ecco la miserella ridotta alla parte secondaria. Ella ch'era stata sola al travaglio, non veniva che in secondo grado nella riconoscenza. Non pensò neppure a dolersene la povera sciancata, ma in quel primo istante n'ebbe una trafittura non lieve, di cui si rimproverò aspramente fra stessa come d'un tristo sentimento.

- Giovanna! Giovanna! Tornò a tuonare la voce potente dell'autocrate in gonnella di quella casa: e la poveretta s'affrettò ad accorrere.

- Io starò qui un poco a farti compagnia, se ti piace: disse Enrichetta colla sove melodia della sua voce, sedendosi su quella seggiola su cui aveva vegliate tante notti di seguito Giovanna.

- Oh tanto, oh tanto! Mormorò il giacente con infinita emozione di giubilo, di benessere e di riconoscenza.

- Va bene, riprese vezzosamente la fanciulla; ma bisogna star quieto e non parlare.

- Purchè possa guardarti! Disse Piero. Mi fa tanto bene il vederti!

Enrichetta fece un sorrisetto pieno d'una inesprimibile avvenenza.

- Oh guardami pure. Credo che ciò non ti possa nuocere.

E stettero guardandosi: e quante cose, senza pronunciar parole, si dissero in quegli sguardi le due giovani, belle e simpatiche creature! Giovanna in quel frattempo faticosamente si adoperava nei più umili e più gravosi servizi di casa.

Era di poco inoltrata la mattina, quando venne lo zio Gerolamo, che trovò Piero meglio assai di quanto avrebbe potuto immaginare la più lusinghiera speranza.

- E così, giovinetto, mi riconoscete ancora? Domandò egli col suo piglio franco e non ispiacevole nella sua bruschezza.

- Oh sì, signor Gerolamo: rispose il malato, e ricorderò sempre come al mio ritorno al villaggio il primo de' miei compaesani ch'io incontrassi sia stato lei, che fu così gentile per me....

- Uhm! Interruppe il vecchio bizzarro. Gentile un corno!... Gli è voi che foste superbo, più forse che non avreste dovuto. Lasciamola .... L'abbiamo scappata bella eh? Che tocco di febbre cerebrale voi mi covavate sotto quel malessere che a dir la verità, sosteneste con molto coraggio!... Basta; l'abbiamo rattoppata, e io metto pegno che queste arie balsamiche montanine, che sono inoltre le vostre arie native, vi rimettono quel di prima in men che non si dice. E della vostra guarigione sapete a chi vi conviene dir grazie? Alla natura dapprima, la quale in questa sorta di cose fa i due terzi, e poi ancora la maggior parte dell'altro terzo; quindi, se vi piace, dite pur grazie anche al medico, che non vi ha ammazzato, ma più assai che al medico siate riconoscente ad un angiolo che vi ha curato con tanta pazienza, con tanta sollecitudine che nulla più.

Piero volse il suo sguardo pieno di amore verso Enrichetta, la quale stava ancora ai piedi del letto, e disse coll'espressione di un sentimento incancellabile:

- Oh sì! lo so, e potessi dare tutta la mia vita a mostrare a quell'angelo la mia gratitudine.

Gerolamo si compiacque molto del calore con cui erano dette quelle parole da Piero, e non si pensò nemmanco per sogno che questi le applicasse ad altra persona da quella che se le meritava.

Forse lo zio, continuando nel discorso, avrebbe chiarito l'inganno; ma ad interrompere, ecco entrare la mole animata che portava il giaco bianco e la faccia rubiconda della signora Genoveffa.

Per prima cosa costei fece partire Enrichetta di , per seconda degnò d'una stretta di mano lo zio Gerolamo tutto stupito di tanto favore, per terza disse al malato ciierallegrava molto di vederlo in quella miglioria, e che sì augurava guarisse presto e per lui e per loro stessi.

Avrebbe detto qualche cosa di più chiaro da far capire al giacente che trovavano un soverchio peso la malattia di lui, se Gerolamo non l'avesse interrotta.

- Se voi mi promettete di star calmo, diss'egli a Piero, vi dirò una cosa che vi farà molto piacere di certo.

- Sì, sarò calmo, rispose il malato: ah! voi mi volete parlare di mia madre?

- Bravo! L'avete indovinata alla prima.

- Ah! Ella è qui! Esclamò Piero, i cui occhi brillavano. Oh venga, venga! Come la vedrò volentieri!...

- Ecco che non siete più calmo. No, signorino, essa non è ancora qui. Abbiamo giudicato meglio di non darle nuove affatto di voi, se non quando potessimo dargliene alcune un po' migliori. Questo momento è venuto. Essa, per non aver ricevute vostre lettere, sarà certamente in qualche ansietà, che è tempo di far cessare. Bene! Voi mi dite il suo indirizzo; io le scrivo tosto che si prepari e m'aspetti: parto col treno di mezzogiorno, arrivo a Torino - ho giusto qualche cosa da farci - la cerco, la trovo, le dico tutto per filo e per segno, e domani la imbarco meco in un carrozzone della ferrata, e ve la porto qui alla sponda del letto a mezzogiorno, un po' prima o un po' dopo, secondo che il mulo di Barbetta vorrà camminare.

- Oh grazie, esclamò Piero, i cui sguardi esprimevano tutta la gioia che gli destava in cuore quest'annunzio,  tutto il bene che gli faceva e tutta la riconoscenza che ne sentiva per Gerolamo: oh grazie! Voi siete buono...

- Sì, tre volte buono, che il diavolo mi porti!... Sono quel che mi ha fatto Domeneddio, e state zitto voi, che il parlar non vi giova.

Nelle parole dello zio, due cose avevano colpito sora Genoveffa: una il prossimo arrivo della cugina, cui se non le dispiaceva affatto vedere umiliata ed aver supplichevole dinanzi, le rincresceva pur tuttavia dovere albergare; l'altra che Gerolamo aveva alcune faccende da sbrigare a Torino, ed era quindi il caso di mettere in atto il disegno suggerito da quel furbo di speziale.

Quando lo zio se ne fu andato, Genoveffa corse ella stessa nella casa comunale, confabulò col marito, e poi guizzò lesta nella farmacia, e si ridusse a stretto colloquio col sor Domenico nella retrobottega.

Ella disse allo speziale tutto quello che aveva da dire, ma lo speziale aveva da parte sua ben maggiori e più importanti cose da comunicarle. Prima di tutto, egli incominciò con una dichiarazione formale: il suo interesse per la famiglia Varada era tanto che ad ogni modo si sarebbe posto a qualunque sbaraglio pel vantaggio della medesima; credeva averne dato prove per l'addietro luminose; quantunque in realtà non avesse fatto nulla, la signora Genoveffa stimò buona politica di riconoscere calorosamente che queste prove egli le avea date in realtà. Ma, soggiunse il furbo factotum di quel villaggio, schietto com'egli era per natura, pensava suo debito non tacer oltre un suo caro progetto, di cui forse la signora Genoveffa erasi dubitata, poichè egli ci valeva cosi poco a dissimulare. Se a questo progetto fosse stato fatto buon viso dalla famiglia Varada, egli avrebbe avuto maggior zelo e maggiori titoli per adoperarsi in favore di essa, poichè si sarebbe stimato sin da quel momento di aver l'onore di appartenere alla medesima; e credevasi in caso di poterle rendere un servizio tutt'altro che indifferente.

Genoveffa, che aveva già capito tutto, domandò istantemente, pro forma, dicesse l'accennato disegno; e quando udì esser una proposta di matrimonio fra lo speziale ed Enrichetta, si mostrò forte stupita, come per cosa inattesa, di questa, domanda che si aspettava da oltre un anno. Capì che Domenico metteva la sua complicità a quel prezzo, ed ella, in massima non avversa a siffatto progetto, avrebbe pur voluto sapere se il concorso del farmacista arrecava un utile tale per cui convenisse impegnarsi con esso lui di subito, rinunziando ai possibili benefizii del temporeggiare. Rispose pertanto colle solite tergiversazioni. Era un grande onore per lei e per la figliuola la proposta accennata dal signor Tartini; ma Enrichetta era ancora tanto giovane; ma ella non poteva decider nulla così su due piedi, senza consultare prima anche il padre della ragazza; ma conveniva dipendere anche dall'eccellentissimo marchese di Roccavecchia, amoroso padrino d'Enrichetta, ecc., ecc.

Lo speziale controrispose come in una discussione alla Camera: Un buon matrimonio non esser mai troppo presto per una giovane che avesse passato i sedici anni; lusingarsi egli per le sua fortune, per le sue attinenze, pel suo casato di non essere un partito disprezzabile; certo essere da aspettare il parere del padre della ragazza, ma sapersi da tutti quanta deferenza avesse giustamente il sor Giacomo per sua moglie; confidare egli intanto che quest'alleanza non sarebbe vista di mal occhio nemmanco dal signor marchese, a cui egli sarebbe andato quel giorno medesimo ad aprirsi, quando la risposta della signora Genoveffa non l'avesse tolto affatto di speranza.

Siccome la madre d'Enrichetta si mostrava ancora in fra due, Domenico diede allora un gran colpo.

- Bene! Vi lascio tutto il tempo che più vi piaccia a pensarvi; ma, se fossero veri i sospetti che ho intorno alle intenzioni del sor Gerolamo, mi licenziereste voi intanto ad agire come se già fossi vostro genero?

- Che intenzioni sospettate voi nello zio? Domandò con molta curiosità Genoveffa.

- Le intenzioni più avverse a voi altri.

- Ma quali? Ma quali?

- Egli vuol fare testamento, e lasciare le sue sostanze ad altri che non voi.

- Oh cielo!

- Zitto! ch'egli è qui sopra con mio padre.

- Ma come? È ciò possibile? Da che cosa avete scoperto un simile orrore? Ma s'egli vuol far testamento, è proprio segno, gran Dio! ch'egli ha qualche cosa da lasciare!

Lo speziale ammiccò degli occhi e dondolò la testa, come per dire ch'egli n'era ormai certo.

- Volete ch'io vi dica tutto? Domandò egli.

- Oh sì, caro sor Domenico: disse Genoveffa con effusione, prendendogli le mani e stringendogliele forte.

Lo speziale guardò che nessuno potesse entrare in bottega senza far suonare il campanino della porta, tirò le tendine delle finestre perchè niuno si potesse accostare dal cortile senza esser visto, e cominciò la sua narrazione.

 

 

 




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