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Vittorio Bersezio
Povera Giovanna

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  • XXII
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XXII.

 

Gaudenzio il padre dello speziale, discese nella bottega del figliuolo, dopo la conferenza con Gerolamo e col parroco, portando ancora in volto le fiamme suscitatevi da una calorosa disputa, e le mostre d'una preoccupazione e d'una contrarietà appena vinte.

Il figliuolo stava al banco a spedire una ricetta ad una povera donna che aspettava, tenendo in braccio un bimbo gemicolante. Il furbo speziale, guardando, senza farsi scorgere, suo padre, vide tosto che alcuna cosa di grave era intravvenuto, e che il brav'uomo era in una di quelle disposizioni dell'animo durante le quali egli aveva alcuna probabilità, con certi suoi modi acconci, di potervisi insinuare per entro. A quest'effetto, bisognava per primo guadagnare maggiormente le buone grazie del padre, e il birbo troppo sapeva come regolarsi in proposito.

- E dunque, diss'egli alla donna, quasi continuando un discorso, questo vostro bambino ci ha le febbri da un pezzo?

- Oh Santa Maria! Gli è un mese e più; rispondeva dolentemente la poveretta; e la vede come lo hanno stremato che pare un Gesù di cera, e il medico mi dice che senza il chinino non c'è rimedio e me lo porteranno via.... Ma Dio buono! il chinino costa cotanto, e noi siamo sì poveretti; e dove prendere il denaro? Abbiamo resistito finchè ci parve che la Madonna ci volesse far la grazia di guarircelo. Ma poi mi sono decisa: sono andata ad impegnare le sottane di lana e gli abiti dell'inverno, e....

- Povera donna! Esclamò Gaudenzio, il quale a questo racconto aveva posto in seconda fila le precedenti preoccupazioni per dare il primo luogo alla compassione. E come farete quest'inverno?

La donna voltò gli occhi in su ed alzò le spalle non quella rassegnazione fatalistica dei poveri:

- Eh! l'inverno è ancora lontano,

- Vi soprarriverà prima ancora che abbiate tempo a provvedervi.

- Alla guardia di Dio! Esclamò la donna, ripetendo quell'atto che ho detto poc'anzi. Intanto convien bene ch'io faccia guarire questo poverino. L'ho io da lascar morire addirittura?

Gaudenzio aveva le dita della destra nel taschino del panciotto, dove stava cercando e ricercando. Lo speziale, guardando di sottecchi suo padre, porse alla donna l'ampollina che aveva finito di riempire, e disse con voce insinuante:

- Voi guarirete vostro figliuolo, e non avrete da spendere nemmeno un soldo.

- Come! domandò la donna tutto stupita, la quale aveva già tratto di tasca le monete avviluppate in un pezzo di carta straccia.

- Tornate a riportare quei denari dove avete impegnato la roba, e fatevela restituire. Questa medicina  è per niente.

- Per niente! ripetè la misera, che allargava tanto di occhi e non poteva credere a sì gran generosità dello speziale.

- Sicuro, per niente affatto. Prendete e andatene con Dio.

Le benedizioni della donna piovvero per cinque minuti con entusiasmo di riconoscenza sullo speziale e sulla sua bottega. Quando ella si partì, il buon Gaudenzio, che aveva finito di rimuginare colle dita nel taschino del panciotto ed aveva raccolte in un pizzico fra l'indice e il pollice le poche monete che ci aveva trovate, l'arrestò un momento mentre apriva l'uscio, le insinuò in fretta in fretta nella mano quelle monete, e per paura che essa incominciasse da capo le sue benedizioni e i suoi ringraziamenti, la spinse per le spalle fuor della bottega, e le chiuse dietro l'uscio sollecitamente.

- Bravo! diss'egli poi, tornando colla mano tesa verso di suo figlio. Se I'ho sempre detto che tu sei migliore di quello che il mondo ti crede.

- Eh! sono vostro figliuolo, papà.

- Adulatore!

- Voi avete avuto una specie di battibecco col sor Gerolamo, disse ad un tratto lo speziale, che stimò miglior partito l'affrontare direttamente la difficoltà.

- Battibecco, no; rispose Gaudenzio, ma una discussione. Chi te lo ha detto?

- Sono venuto nella retrobottega dove avevo qualche cosa da fare, mentre discorrevate qui ad alta voce, e, volere o non volere, ho dovuto udire qualche cosa.

- Ed hai inteso di che si trattasse?

- Ho udito che si parlava di testamento.

- Diavolo, diavolo! Potevi bene far rumore perchè si sentisse che tu eri costì.... Se Gerolamo sapesse mai....

- Egli non saprà niente, e voi potete esser certo, papà, che io non dirò mai la menoma parola di codesto con anima viva.

- Ci conto su.

- Quanto poi all'argomento della vostra discussione col sor Gerolamo, io non posso a meno che darvi ragione.

- Ah sì? Esclamò Gaudenzio tutto lieto di quest'approvazione del figliuolo.

- Certissimamente. Sarebbe assai male che il signor Porretta lasciasse ad altri le sue sostanze che ai suoi nipoti, e voi, come notaio e come amico, avete fatto benissimo a metterglielo sotto gli occhi. Io non so se le fortune del sor Gerolamo sieno vistose e non mi curo di saperlo.

Tacque un momento, come per tirare il fiato, ma in realtà per aspettare se una parola, un atto, un movimento di fisionomia del padre valesse a fargli indovinare parte della verità. Gaudenzio non mosse ciglio. Lo speziale continuò:

- Ma fossero pur anco un nonnulla, mi sa male che un estraneo ne abbia da profittare, per quanto  (soggiunse guardando attentamente suo padre) questo estraneo possa apparire degno di riguardo e di interesse....

- Che? Proruppe il buon notaio con un sussulto di sorpresa. Tu sapresti per caso chi sia colui al quale Gerolamo voleva lasciare la sua eredità?

- Eh! lo suppongo: rispose con aria accorta lo speziale, ammicando degli occhi. Qualche parola pronunziata dal sor Gerolamo mi pose sulla traccia. Credo non essermi ingannato nelle mie congetture.

- Lo so che tu sei molto penetrativo. Io, a luogo tuo, veramente non mi ci sarei mai più potuto raccapezzare: ma io sono un bonus vir. E dunque, sapendo chi è che quel matto di Gerolamo voleva lasciar erede, tu mi approvi che io mi sia opposto con tutte le mie forze?

- Per bacco, se vi approvo!

Il buon Gaudenzio non potè contenere la dolce sensazione che questo tratto del figliuolo destava in lui. Si gettò al collo dello speziale, e lo abbracciò e baciò con una espansione che da lungo tempo non aveva più usata con esso.

- Bene! Benone! Esclamò egli colle ciglia umide per dolcissima commozione. Sì che tu sei mio vero figliuolo. Sì che sei un birbone, che ti piace nascondere quel tuo buono e bravo cuore che ci hai dentro... Perfino a tuo padre par certe volte che tu la voglia accoccare, cattivo che sei; ma io me lo sono sempre detto fra me e me: - E' sa fingere, e' gli piace, non so per qual bizzarria, mostrarsi interessato; ma in fondo, oh gli è ben altra cosa, ma venga un'occasione, e si vedrà. L'occasione è venuta, e tu ecco a mostrarmi ciò che vali... E forse che tu avresti potuto credere un momento che tuo padre la pensasse diversamente in punto a delicatezza, in punto a dovere di coscienza? Appena mi ebbe detto chiaro la sua intenzione, perchè io, a dirti la verità, prima non l'avevo subodorata il meno del mondo, tosto lo rimbeccai di santa ragione, come per un vero insulto ch'e' mi volesse fare.

Domenico, attonito e scombussolato, guardava suo padre e sentiva tenzonar la testa fra un dubbio ed un timore, che subitamente gli erano nati nell'animo. Certo era che suo padre l'avrebbe lodato tanto delle sue parole se si fosse trattato di lasciar erede Pierino, ned egli avrebbe risposto, come diceva aver fatto, a Gerolamo, quasi che avesse voluto recargli oltraggio. Era dunque un altro questo tale che il vecchio burbero aveva pensato di lasciare erede delle sue sostanze, e chi poteva egli essere se non l'unico amico che avesse oramai, il suo compagno d'infanzia, con cui era venuto a passare, coabitando insieme, anche la vecchiaia?

Ed egli, bestione! non ci aveva nemmeno pensato!... Ah! se l'idea della possibilità di codesto fossegli passata per la testa! Avrebbe trovato ben egli mezzo alcuno da aggiustar le cose di guisa che il padre od accettasse, o almanco non impedisse Gerolamo di porre in atto quel suo divisamente, che l'avido speziale non poteva a meno di trovare stupendo. Ed invece no; il suo cervello aveva miserabilmente mancato al dover suo, sviandosi in una supposizione affatto erronea; ed ora era troppo tardi per rimediarvi in alcun modo.

Domenico volse a suo padre un sorriso di quelli che i francesi chiamano di color giallo.

- Veramente, diss'egli, se ne troverebbe pochi al mondo di coloro che stimassero un'eredità, che si voglia loro lasciare, al pari d'un insulto.

- Eh! le eredità che non ci spettano non fanno buon pro: esclamò tutto accalorato il buon notaio. Il mondo avrebbe potuto dire che io mi sono valso dell'amicizia che Gerolamo ha per me affine di spogliare i suoi parenti. Corpo della luna! Piuttosto vorrei vivere a pane ed acqua per tutto il poco tempo che mi rimane da trascinarmi su questa terra. Gli ho detto a quel vecchio matto ciò che ne pensavo. Il parroco non potè a meno di darmi ragione; ed egli dovette bene fare a modo nostro.

- Lo avete dunque deciso a lasciar eredi il sor Giacomo e sora Genoveffa? Domandò premurosamente Domenico.

- Loro no... Si lasciò scappar detto il buon notaio: ma poi tosto ravvisatosi, troncò la risposta.

- Eh, che diavolo mi fai tu chiaccherare? Queste cose non vanno dette anco ad un figliuolo.

- Voi sapete bene che potete essere sicurissimo di me.

- Non ne dubito.. Ma il primo dovere della mia carica è la segretezza assoluta.

- Tanto e tanto ho capito tutto: soggiunse lo speziale, guardando acutamente suo padre.

- Che cosa hai capito?

- Il sor Gerolamo ha lasciato eredi non i Varada, ma le loro figliuole...

La maniera stupore e d'ammirazione con cui il buon Gaudenzio guardò suo figlio, persuase costui d'aver dato nel segno.

- E forse una soltanto di esse...

Nuovo atto di meraviglia nel notaio, atto che il furbo speziale capì prontamente per un'affermazione.

- E non è difficile indovinare quale delle due... Il padre temette di aver già troppo tradito il suo dovere di segretezza.

- Tu sei più malizioso del fistolo: disse egli tra ammirante e contrariato: e senza aggiunger altro, aperto l'uscio della bottega, scappò fuori come si scappa da un pericolo che non si hanno i mezzi d'affrontare.

- È chiaro come il pien merIggio: disse lo speziale rimasto solo; l'erede è una delle ragazze, e non ci vuole molta penetrazione a indovinare che la non può essere altri che l'Enrichetta. Va benissimo. Si può ancora rimediare all'onesta sciocchezza fatta da mio padre. Andiamo a tirar le reti, perchè in ogni caso la selvaggina non ci scappi.

Si vestì cogli abiti di rispetto, si pose in testa il cappello a staio, e s'avviò di buon passo verso il castello di Roccavecchia.

Il marchese era nel suo giardino, che i buoni terrazzani chiamavano il parco, a passeggiare colle mani dietro le reni, guardando di sotto la larga tesa del suo cappello di Panama, le ciliege che pendevano in gruppo mature dai rami, e le fragole che smaltavano le liste di terreno fra siepi di rose fiorite.

Secondo il solito, il vecchio nobile esaltò il passato, e lo speziale gli diede ragione; disse corna del presente, e lo speziale gliene diede più ragione ancora; smaltì le più tremende profezie per l'avvenire, e lo speziale gli diede ragionissima.

A sua volta il furbo Domenico adulò la gloriosa stirpe dei Roccavecchia e il suo ultimo rappresentante, adulò le magnificenze del castello e le bellezze del parco, le virtù degli antenati e la magnanimità del vivente, adulò le ciliege, le fragole e le rose, e tutto quanto. L'incenso non era dei più grossolani, ed era mandato con bastevole arte cortigianesca alle nobili nari di quell'ultimo scampolo di feudatario. Il marchese si degnava sorridere e dire caro monsù Tartini a quel figliuolo di vassallo. Giunse persino ad appoggiare la sua destra sopra il braccio dello speziale, e ad offrirgli colle sue mani aristocratiche una rosa spiccata dallo arbusto.

Domenico giudicò che il momento era il più opportuno del mondo. La rosa gli ofriva una transazione  naturalissima a parlar d'Enrichetta, e quindi dell'oggetto per cui soltanto era venuto.

- La offrirò a madamigella Varada, questa rosa, diss'egli, la quale è veramente degna di lei, e riuscirà tanto più gradita che la viene dal parco del signor marchese.

Quando sì diceva madamigella Varada, era inteso per tutto il villaggio che si intendeva parlare della secondogenita delle due sorelle; la prima non si chiamava da tutti che la povera Giovanna.

- Ah ah! quella cara Enrichetta! esclamò il marchese. Va benissimo; e ditele, monsù Tartini, che la fa male a trascurare il suo vecchio padrino così com'essa  fa da qualche tempo.

Lo speziale entrò di pieno nel cuore dell'argomento con tutte le accorte finezze della sua rettorica. Egli amava come un disperato e sperava come un innamorato; ma ogni suo bene dipendeva dal cenno del marchese; a lui pertanto, prima ancora di parlare ai parenti, era venuto, per dovere, per fiducia, per impulso di profondo sentimento d'ossequio, ad aprire il suo cuore e ad invocare una parola che facesse nella sua vita le tenebre o la luce. Le reciproche condizioni di stato, di età, di fortune s'accordavano a maraviglia fra lui e la ragazza; egli aveva un patrimonio di tanto che avrebbe potuto farlo audace ad aspirare al miglior partito del Circondario; ma il miglior partito per esso era quello della giovanotta che alle grazie ed alle virtù onde andava ornata, congiungeva la inapprezzabile ventura della protezione del signor marchese, eccetera, eccetera. Parlò per venti minuti, si esaltò, si asciugò una lagrima assente, disse di aspettare la sua sentenza colla rassegnazione d'un cristiano, ma colla speranza di chi conosce la giustizia del giudice che deve pronunziare.

Come si fa a sfatare questa speranza in un uomo che pensa bene, cioè che pensa come voi, che vi ha dato ragione fin adesso e vi ha lodato dalla nobiltà del sangue fino alla bellezza dell'ultima rosa del vostro giardino? La favola del corvo e della volpe sarà pur sempre una verità nella storia dell'uomo. Le adulazioni sapute fare otterranno fino alla fin dei secoli tutti i formaggi, a cui anelano, dai becchi più tenaci. Il marchese parlò del cuore di Enrichetta, del pericolo che potesse essere occupato; e Domenico soggiunse che tanto più premeva aprirgliene ufficialmente le porte a lui per iscacciare qualche intruso, se ciò fosse (ma egli sperava di no) per istabilirvisi definitivamente ed impedire l'accesso ad ogni altro, quando fosse ancor libero: e dell'una o dell'altra cosa che occorresse, egli, sor Domenico, credeva potersi tener sicuro ed assicurare altrui di giungere a capo senza contrasto.

Breve! Lo speziale uscì dal castello, con una rosa all'occhiello dell'abito, una aperta soddisfazione nell'animo e una specie di promessa del signor marchese, ratificata da una stretta di mano, in cui il nobile padrino d'Enrichetta aveva posto, oltre il suo costume, più che la punta delle dita.

 

 

 




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