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Vittorio Bersezio
Povera Giovanna

IntraText CT - Lettura del testo

  • XXIII
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XXIII.

 

Giunto a Torino, lo zio Gerolamo, appena fuor della stazione, si vide innanzi la faccia da ipocrita del sacrestano campanaro.

- Posso servirla in qualche cosa, signor Porretta? La mi comandi. Sono tutto a' suoi ordini.

Il nostro vecchio burbero lo guardò di traverso.

- Ti comando di lasciarmi tranquillo e di andare pei tuoi affari, come io vado pei miei.

Il volto volontariamemente imbecille di Fusella non si scompose il meno del mondo.

- Signor sì: rispose il mariuolo, stando intanto a' talloni di Gerolamo; ma siccome non sono molto pratico io di Torino, e in questa strada dritta interminabile non so mai trovar fuori il bandolo, se per effetto della sua bontà ella volesse, ella mi permettesse....

- Che cosa? Domandò bruscamente il sor Gerolamo impazientato.

- Di seguirla un poco... per trovare la mia strada.

- Eh stupidaccio! Chi ti dice che la strada che ho da tener io sia la tua?

- Se lei volesse.... per tratto di sua bontà... dirmi verso che parte la s'incammina....

Gerolamo per finirla disse di botto:

- Io vado presso Piazza Castello.

- Benone! Esclamò l'inserviente comunale, mostrandosi tutto giulivo: io debbo giusto andare per quelle parti .

- Gli è che io prendo una carrozza e ti saluto tanto: disse ridendo Gerolamo, e fece cenno ad un fiaccheraio che fu lesto ad accorrere.

Il vecchio aprì lo sportello della carrozza e disse al cocchiere.

- Ti prendo a ora. Vai alla birreria Calosso...

- Sì signore: rispose l'automedonte.

Gerolamo voltosi per caso, vide in quella il muso di Matteo, immelensito.

- Oh, vieni qua tu: gli disse; guarda, ti metti per quella strada che vedi in faccia a te di dal giardino, e vai sempre dritto finchè sbocchi in una vasta piazza che ha un gran palazzo in mezzo. Sarai allora nella piazza Castello.

- Sì, signore: rispose Fusella, girando intorno degli occhi spaventati, più grullo che mai.

Gerolamo sedette in fondo alla carrozza, poi nel chiudere l'usciolo, come il suo sguardo cadde di nuovo sul campanaro che pareva più impacciato di prima, il suo cuore eccellente non gli permise di lasciarlo così.

- Aspetta: gridò al conduttore che già faceva muovere la sua carrozza. Ehi Fusella!

Il birbo fu in un salto accosto allo sportello.

- Monta su a cassetta, e ti conduco io fin proprio in sul principio della piazza.

Matteo fece così presto ad ubbidire, che non trovò neppure il tempo da dire un magro ringraziamento. Si assettò presso al cocchiere, e la cittadina si mosse. Quando attraversava la piazza Carignano, Gerolamo diede un pugno nella schiena al cocchiere, gridandogli:

- Ferma, ferma.

Il cavallo, dietro un fiero arresto datogli dal conduttore, ristette traballando sulle sue gambe magre. Gerolamo si sporse in fuori, e chiamò per nome un uomo che passava frettoloso, e la vista del quale era stata la cagione del subitaneo ordine di fermarsi.

Quell'uomo si volse, riconobbe chi lo chiamava, ed accorse sollecito all'usciolo della cittadina.

È superfluo il dire come il bravo Matteo Fusella avesse concentrato tutte le facoltà dell'esser suo nelle lunghe orecchie che gli ornavano la testa, affine di poter intendere tutto ciò che stava per dirsi.

- Giusto lei che andavo a cercare alla birreria Calosso: cominciò Gerolamo.

- Che fortuna l'esserci incontrati: rispose quel tale, che era un agente di cambio; io ne vado via in questo momento. Eccomi intanto qui ai suoi ordini. Se la vuol comprare, la rendita ha ancora ribassato quest'oggi.

- No: rispose Gerolamo. Voglio impiegare altrimenti i miei capitali. Mi si porge l'occasione di acquistare dei beni stabili con sommo vantaggio, e cencinquanta mila lire intendo applicarle a quell'uopo. - Cencinquanta mila lire! Ripetè fra stesso Fusella sbalordito. Giuggiole! Le son mica una baja.

- Per ciò, continuava il vecchio, voglio cambiare in moneta sonante quella somma che ho investita per suo mezzo in Buoni del Tesoro, i quali sono già esigibili, e ritirerò eziandio parte del capitale depositato al Banco sconto e sete.

- Come la vuole: rispose l'agente di cambio. Per quando la somma in numerario vorrebbe esser pronta?

- Per domattina prima delle nove.

- Sta bene, farò in modo che ella l'abbia appuntino. E dove ho da fargliela tenere?

- Dal procuratore X***, al quale ho già scritto ed a cui andrò tosto a parlare.

- Ci conti sopra.

I due uomini si salutarono; l'agente di cambio tirò via per la sua strada, e Gerolamo, senza più badare a Matteo, gridò al cocchiere.

- Via Santa Teresa, Banco sconto e sete.

Quando la carrozza fu giunta a quest'ultimo luogo Gerolamo nello scenderne si accorse del campanaro che stava quatto quatto sopra il seggiolo del cocchiere.

- E che fai tu costì? Gli domandò bruscamente.

E l'altro tutto ringrullito:

- Aspetto ch'ella mi conduca in Piazza Castello.

- Stupido animale! Ci eravamo presso quando ho fatto fermar la carrozza. Perchè non sei disceso?

- Ma io non ne sapeva mica di nulla: rispose con aspetto di mortificata desolazione il mariuolo.

- Or bene, disse impazientemente Gerolamo, aspetta qui fuori sulla porta; quando avrò finito ciò che ho da fare qui dentro, tornerò da quelle parti, e vi ti guiderò.

- Grazie mille, rispose Matteo.

Porretta pagò il cocchiere della carrozza di piazza, ed entrò nel cortile. Poco stante ne uscì fuori con un portafogli piuttosto voluminoso, cui chiudeva diligentemente colla linguetta a chiave e riponeva con una certa cura nella tasca interna del petto del suo soprabito.

- Buono, pensava Fusella. Costì sta il morto. Chi sa quante migliaia di buone lire in qualche straccio di carta. Altro che ricco, gli è un riccone! E quest'impostore se ne vive come un miserello che appena abbia da far bollire la pentola tutto l'anno. È una vera birbonata. Mah! se quel portafogli e' lo potesse perdere, e potesse trovarlo quel brav'uomo che si chiama Matteo Fusella!

Scosse il capo tutto internamente commosso e turbato da questa supposizione.

- Eh! gli gridò Gerolamo. Che cos'è che vai così impensierito?

- Nulla: rispose il campanaro riscuotendosi.

- Bada bene, soggiunse il vecchio burbero: questa è Dora Grossa, e laggiù in fondo c'è la piazza, va sempre dritto, e non puoi sbagliare.

- Signor sì..... La ringrazio infinitamente..... Ella mi ha reso un servigio....

Gerolamo non diede altro cenno d'aver udito che una crollatina ili spalle; e sollecitamente entrò in una porticina presso.

Il campanaro stette un po' grattandosi il naso innanzi a quella porticina, dubbioso di quel che dovesse fare. Volgendo gli occhi intorno, la vista d'una insegna sopra una bottega che si trovava di faccia alla casa in cui era entrato sor Gerolamo, gli ispirò una idea, alla cui felicità egli fece da stesso complimento con un sorriso di compiacenza. Su quell'insegna stava scritto: Vini e liquori. Matteo entrò colà dentro con passo risoluto, e due minuti dopo era seduto ad un tavolino presso alla finestra che guardava precisamente rimpetto alla porticina ch'ei voleva sorvegliare. Il garzone di bottega gli aveva recata una bottiglia, che il bravo inserviente comunale credette conveniente bere quasi d'un fiato, per paura che, Gerolamo uscendo prima che la fosse finita, avess'egli da trovarsi nel bivio crudelissimo o di lasciar il vino o di perder le traccie dell'individuo che doveva spiare. II vino era generoso, e il modo con cui Fusella l'ebbe tracannato ne accresceva l'azione capitosa. II nostro galantuomo si sentì un coraggio maggiore di quello che avesse prima, e uno zelo accresciuto d'assai di corrispondere alla aspettazione del segretario comunale, suo capo diretto, il quale avevagli datofiduciosa missione.

- Lo zio Gerolamo è entrato colà, numero tale, via tale, va benissimo: così ragionava fra il mascalzone. Potrò dirgliene fedelmente: ma ciò non basterà a gran pezza a fargli sapere, al sor Giacomo, che cosa egli sia andato a fare. Se potessi dirgli invece: e' si recò in casa il tale o il tal altro!... Che bel colpo!

Pagò ed uscì della bottega, senza risoluzione fatta, ma pieno di audaci propositi. Domandare al portiere i nomi di tutti gli inquilini di quella casa, andare a suonare i campanelli a tutti gli usci in ogni ripiano, per chiedere se in quel quartiere era venuto il signor Porretta; pensò mille cose assurde, cui il vino gli aveva ancora lasciato tanto buon senso da non commettere. Un piede dopo l'altro, senza aver bene deciso il da farsi, entrò in quell'andito, s'introdusse nell'atrio della scala, fece ad uno ad uno gli scalini, finchè giunto al secondo piano, un cartello appiccato ad un uscio venne a chiarirlo di quanto desiderava. In quel cartello era scritto a stampa: X..... causidico collegiato. Fusella aveva sentito dal sor Gerolamo pronunziato poc'anzi nel modo che sapete il nome di quel procuratore. Era evidente come il vecchio fosse venuto colà a recare la somma ritirata dal Banco. Matteo tutto lieto della scoperta e superbo di , discese quatto quatto, e per premiarsi della sua penetrazione rientrò nella bottega del liquorista a regalarsi un bicchierino d'acquavite. Bevette in fretta anche questo, per timore che il vecchio venisse in quel mentre; ma siccome ciò non avvenne, Fusella credette bene di ripetersi quel regalo. Ebbe tempo di ingollarne tre o quattro, prima che fuor della porticina di prospetto comparissero la faccia burbera e il bastone nodoso dello zio Gerolamo.

Quando li vide, Matteo, fatto meno prudente dalle libazioni, si precipitò per uscire ancor egli: e per ventura gli occhi del vecchio erano allora giusto rivolti a quel punto. Bene fu lesto il mariuolo a ricacciarsi indietro, ma Gerolamo l'aveva visto ed avea visto del pari il moto di ritirata, e senza dare a ciò alcuna importanza, aveva pensato che il campanaro si vergognasse per miracolo di esser colto ad abbandonarsi al suo vizio prediletto, quello d'ubbriacarsi. Il signor Porretta levò le spalle e continuò la sua strada, e Fusella dietrogli, ma nel valoroso campanaro le idee erano un po' confuse e le gambe meno ferme di prima.

Gerolamo fece una lunga camminata, poichè se ne andò fino al viale del re in una casa che faceva cantonata. Era quello l'indirizzo che Piero gli aveva dato dell'abitazione di sua madre. Nell'entrare sotto il portone, lo zio dei Varada volse indietro per caso gli occhi, e gli parve scorgere la persona del Fusella che se ne veniva barellando un pochino.

- Che è ciò? Disse egli fra . O che quell'asino spierebbe i miei passi?

Matteo accortosi d'essere stato osservato, era di fretta scomparso entro la prima porta di casa che gli si parò davanti: Gerolamo, non sapendo trovar fuori una cagione per codesto spionaggio, credette piuttosto essersi sbagliato, e continuò il suo cammino senza più pensarvi.

Il Campanaro radunò ben bene tutti i suoi pensieri a capitolo. Si struggeva della voglia di sapere in casa di chi fosse andato colà dentro lo zio Gerolamo, ma capiva, anche nell'eccitamento in cui si trovava il suo cervello, che non conveniva commettere imprudenze. Conosceva l'umore del vecchio bizzarro, e non aveva desiderio nessuno di far conoscenza più intima con quel bastone che gli vedeva portar sempre in mano. Ma egli era in un giorno di felici inspirazioni. Sapeva che lo zio Gerolamo era venuto a Torino per prender seco la madre di Piero, e fino a quel momento non si era ancora occupato di lei il meno del mondo. Nulla di più facile adunque che in quella casa ci stesse la vedova di Antonio Maria. Fusella ebbe la fortuna di trovare una portinaia chiaccherona come tutte le portinaie, alla quale non occorse il solletico di molte interrogazioni per contare la storia di tutti gl'inquilini, di tutti coloro che venivano a trovar gl'inquilini, e via dicendo. Fra queste storie la più interessante era quella della signora ospitata dai casigliani del secondo piano, nella quale Matteo riconobbe tosto la storia della madre di Pierino.

Sino a questo punto Matteo Fusella era stato saggio e fortunato; ed avrebbe potuto vantare con tutta giustizia il suo trionfo. Ma qui il suo talento ebbe un eclisse, e la buona Dea della fortuna lo abbandonò. Egli si sentiva appetito e non c'era più legittimo diritto del suo di rifocillarsi; ma perchè scegliere appunto la bettola che stava alla cantonata opposta a quella della casa ov'era entrato il sor Gerolamo? Egli poteva mangiare finchè fosse sazio e bere a discrezione: nulla di più giusto; ma perchè ubbriacarsi da perdere la padronanza del proprio cervello, quando si aveva una così delicata missione, quando si aveva giurato di non commettere questo fallo? La fortuna, che fino allora lo aveva favorito, poteva bene far uscire Gerolamo di quella casa, mentre Matteo era a mezzo del suo pasto: certo egli non si sarebbe scomodato più per saperne oltre ciò che sapeva e che gli pareva già troppo per guadagnare la marcede promessagli; ma no, ecco che per quanto lunga sia stata la stazione di Fusella all'osteria, di uguale durata fu quella dello zio Gerolamo presso la madre di Piero, alla quale quel brav'uomo ebbe molte cose da dire, e importanti misure da proporre, affine di consolarla, di rincorarla di rassicurarla e sul figlinolo e sull'avvenire, affine di aggiustare eziandio le faccende economiche della povera famiglia; di guisa che, nello stesso, preciso momento in cui Gerolamo veniva fuori dalla casa dirimpetto, Matteo usciva traballando dell'osteria con in gola una voglia matta di cantare la bella Gigogin.

Erasi intanto fatta la notte, e Gerolamo aveva preso il viale poco illuminato, ed a quell'ora deserto. Non aveva egli dapprima posto mente a quell'ubbriaco, che usciva della bettola e si poneva ad ormare i suoi passi; ma nell'andare s'era poi accorto che un uomo lo veniva seguitando, fermandosi quando e' si fermava, assestando l'andare precisamente a quello che egli faceva. I giornali narravano di quando in quando audaci assalti in quelle ore notturne, di ladri che svaligiavano i passeggieri sui pubblici viali della città medesima. Gerolamo temette d'esser fatto segno ad una simile impresa da qualche mariuolo. Coraggioso e robusto com'egli era, non si sgomentò punto.

- A me a dare una lezione a questo birbante; diss'egli fra , brandendo il suo bastone; ed aspettato di essere in luogo più scuro per alberi più folti e per maggior lontananza dai lampioni si gettò ad un tratto dietro un tronco d'albero.

Fusella rimase tutto stupito nel vederselo scomparire.

- To' to', esclamò egli ad alta voce, avanzandosi coi più irregolari zig-zag: dov'è andato? Si è profondato sotto terra di sicuro.... Come farò io a raggiungerlo adesso?

Intanto era arrivato all'altezza dell'albero cui si appiattava Gerolamo. Questi conobbe dalla voce e dalla persona chi era il suo seguitatore. Di colpo capì chi l'esserglisi messo a' panni in quel modo e l'averlo codiato tutto il giorno come aveva fatto, era in Fuselli un proposito preso; e cercò in fretta fra qual ne potesse essere la cagione. Si ricordò d'aver parlato di denari quando il campanaro poteva udirlo e fece un giudizio temerario sul conto dell'onestà di quell'ubriacone. Il sangue, com'era cosa solita in lui, gli ribollì impetuosamente tutto ad un tratto; si slanciò addosso al mal capitato, e senza dargli il tempo di pur voltarsi, fece crosciar giù una mezza dozzina di legnate dove andavano andavano, gridando:

- Ah birbante! ah scellerato! Gli è a me che ne vuoi eh? To' prendi per tuo ripago, e impara a fare un altro più bello e più onesto mestiere, ladrone maldestro.

Fusella si diede per morto. Cadde ginocchioni gridando come un majale che si scorticasse vivo.

- Perdono! vociava in mezzo alle grida. Io sono innocente, un povero padre di famiglia. Mi hanno mandato.

- Mandato? Chiedeva tutto stupito Gerolamo: a far che?... Ad assassinarmi?

- Oh no!.... Assassinarla.... Mai più!..... Come può credere una cosa simile di Matteo Fusella?.... Volevano che la spiassi, che sapessi dire cos'ella faceva, dove andava....

- Chi?.... chi ha voluto questo? domandava impetuoso lo zio dei Varada.

Nella nube dell'ebbrezza permaneva pur tuttavia entro il mariuolo il ricordo della fatta promessa.

- Ho giurato di non dire, di....

Ma il vecchio bizzarro non lo lasciò continuare.

- Voglio saper tutto: gli disse con voce bassa, ma con accento pieno di comando e di minaccia: e tu mi dirai tutto.

E afferratolo pel bavero del vestito, lo scrollava violentemente.

- Sì... sì, signore: balbettava l'ubbriaco: per carità non mi ammazzi, dirò tutto.... Gli è il sor Giacomo che voleva sapere se lei era ricco o no, se....

- È lui che ti ha pagato?

- Cioè no.... non mi ha ancora pagato. Mi ha promesso....

- Ebbene comincia a pigliarti intanto questo po' di paga: il resto lo avrai dal mio degno signor nipote.

E lasciò cadere di nuovo il suo bastone sulle spalle dell'ubbriaco sempre inginocchiato.

- Aiuto! Misericordia! Urlò il mariuolo abbandonandosi lungo e disteso per terra.

A Gerolamo parve che accorresse gente a quelle grida, e senza preoccuparsi altrimenti di quel miserabile, lo lasciò e sì allontanò di buon passo.

Alcuno venne difatti, e si abbassò verso quest'uomo giacente a terra che gridava come un disperato; ma visto che gli era un ubbriaco, lo lasciò senz'altro al suo destino. E il suo destino fu che, rotolandosi per terra, egli venne a cascare entro il fosso, in cui per fortuna quella notte non correva l'acqua, e trovato un soffice letto nella melma del fondo, vi si addormentò beatamente, non isvegliandosi più che all'alba col mal di capo, colla bocca amara, colle spalle dolenti, con qualche lividore sulla faccia, e cogli abiti che erano tutta una crosta di fango.

In questo bello stato egli capì che non aveva di meglio da fare che tornarsene al paese; e messosi nel primo treno che partiva per colà, giunse al villaggio nella mattinata, le orecchie basse e l'aria confusa d'un corpo d'esercito solennemente battuto dal nemico.

L'accoglimento ch'egli ebbe dal sor Giacomo non fu tale da consolarlo. Fattosi narrare ogni cosa, il segretario comunale gli diede una famosa strapazzata, e non gli diede la ricompensa promessa. Appena fu se gli volle pagare il prezzo del viaggio. Fusella irritato ebbe ancora a sopportare il fuoco vivace dei rimproveri della moglie, che lo vide giungere concio in quella guisa: ma almeno qui potè lo sciagurato avere finalmente uno sfogo, perchè dato mano ad un randello, ne prese occasione a restituire alla povera donna un po' di quella moneta onde lo aveva favorito la sera innanzi lo zio Gerolamo.

 

 

 




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