XXIII.
Giunto a
Torino, lo zio Gerolamo, appena fuor della stazione, si vide innanzi la faccia
da ipocrita del sacrestano campanaro.
- Posso
servirla in qualche cosa, signor Porretta? La mi comandi. Sono tutto a' suoi
ordini.
Il nostro
vecchio burbero lo guardò di traverso.
- Ti comando
di lasciarmi tranquillo e di andare pei tuoi affari, come io vado pei miei.
Il volto
volontariamemente imbecille di Fusella non si scompose il meno del mondo.
- Signor sì:
rispose il mariuolo, stando intanto a' talloni di Gerolamo; ma siccome non sono
molto pratico io di Torino, e in questa strada dritta interminabile non so mai
trovar fuori il bandolo, se per effetto della sua bontà ella volesse, ella mi
permettesse....
- Che cosa?
Domandò bruscamente il sor Gerolamo impazientato.
- Di seguirla
un poco... per trovare la mia strada.
- Eh stupidaccio!
Chi ti dice che la strada che ho da tener io sia la tua?
- Se lei
volesse.... per tratto di sua bontà... dirmi verso che parte la s'incammina....
Gerolamo per
finirla disse di botto:
- Io vado
presso Piazza Castello.
- Benone!
Esclamò l'inserviente comunale, mostrandosi tutto giulivo: io debbo giusto
andare per quelle parti là.
- Gli è che
io prendo una carrozza e ti saluto tanto: disse ridendo Gerolamo, e fece cenno
ad un fiaccheraio che fu lesto ad accorrere.
Il vecchio
aprì lo sportello della carrozza e disse al cocchiere.
- Ti prendo a
ora. Vai alla birreria Calosso...
- Sì signore:
rispose l'automedonte.
Gerolamo
voltosi per caso, vide in quella il muso di Matteo, immelensito.
- Oh, vieni
qua tu: gli disse; guarda, ti metti per quella strada che vedi in faccia a te
di là dal giardino, e vai sempre dritto finchè sbocchi in una vasta piazza che
ha un gran palazzo in mezzo. Sarai allora nella piazza Castello.
- Sì,
signore: rispose Fusella, girando intorno degli occhi spaventati, più grullo
che mai.
Gerolamo
sedette in fondo alla carrozza, poi nel chiudere l'usciolo, come il suo sguardo
cadde di nuovo sul campanaro che pareva più impacciato di prima, il suo cuore
eccellente non gli permise di lasciarlo così.
- Aspetta:
gridò al conduttore che già faceva muovere la sua carrozza. Ehi Fusella!
Il birbo fu
in un salto accosto allo sportello.
- Monta su a
cassetta, e ti conduco io fin proprio in sul principio della piazza.
Matteo fece
così presto ad ubbidire, che non trovò neppure il tempo da dire un magro
ringraziamento. Si assettò presso al cocchiere, e la cittadina si mosse. Quando
attraversava la piazza Carignano, Gerolamo diede un pugno nella schiena al
cocchiere, gridandogli:
- Ferma,
ferma.
Il cavallo,
dietro un fiero arresto datogli dal conduttore, ristette traballando sulle sue
gambe magre. Gerolamo si sporse in fuori, e chiamò per nome un uomo che passava
frettoloso, e la vista del quale era stata la cagione del subitaneo ordine di
fermarsi.
Quell'uomo si
volse, riconobbe chi lo chiamava, ed accorse sollecito all'usciolo della
cittadina.
È superfluo
il dire come il bravo Matteo Fusella avesse concentrato tutte le facoltà
dell'esser suo nelle lunghe orecchie che gli ornavano la testa, affine di poter
intendere tutto ciò che stava per dirsi.
- Giusto lei
che andavo a cercare alla birreria Calosso: cominciò Gerolamo.
- Che fortuna
l'esserci incontrati: rispose quel tale, che era un agente di cambio; io ne
vado via in questo momento. Eccomi intanto qui ai suoi ordini. Se la vuol
comprare, la rendita ha ancora ribassato quest'oggi.
- No: rispose
Gerolamo. Voglio impiegare altrimenti i miei capitali. Mi si porge l'occasione
di acquistare dei beni stabili con sommo vantaggio, e cencinquanta mila lire
intendo applicarle a quell'uopo. - Cencinquanta mila lire! Ripetè fra sè stesso
Fusella sbalordito. Giuggiole! Le son mica una baja.
- Per ciò,
continuava il vecchio, voglio cambiare in moneta sonante quella somma che ho
investita per suo mezzo in Buoni del Tesoro, i quali sono già esigibili, e
ritirerò eziandio parte del capitale depositato al Banco sconto e sete.
- Come la
vuole: rispose l'agente di cambio. Per quando la somma in numerario vorrebbe
esser pronta?
- Per
domattina prima delle nove.
- Sta bene,
farò in modo che ella l'abbia appuntino. E dove ho da fargliela tenere?
- Dal
procuratore X***, al quale ho già scritto ed a cui andrò tosto a parlare.
- Ci conti
sopra.
I due uomini
si salutarono; l'agente di cambio tirò via per la sua strada, e Gerolamo, senza
più badare a Matteo, gridò al cocchiere.
- Via Santa
Teresa, Banco sconto e sete.
Quando la
carrozza fu giunta a quest'ultimo luogo Gerolamo nello scenderne si accorse del
campanaro che stava quatto quatto sopra il seggiolo del cocchiere.
- E che fai
tu costì? Gli domandò bruscamente.
E l'altro
tutto ringrullito:
- Aspetto
ch'ella mi conduca in Piazza Castello.
- Stupido
animale! Ci eravamo presso quando ho fatto fermar la carrozza. Perchè non sei
disceso?
- Ma io non
ne sapeva mica di nulla: rispose con aspetto di mortificata desolazione il
mariuolo.
- Or bene,
disse impazientemente Gerolamo, aspetta qui fuori sulla porta; quando avrò
finito ciò che ho da fare qui dentro, tornerò da quelle parti, e vi ti guiderò.
- Grazie
mille, rispose Matteo.
Porretta pagò
il cocchiere della carrozza di piazza, ed entrò nel cortile. Poco stante ne
uscì fuori con un portafogli piuttosto voluminoso, cui chiudeva diligentemente
colla linguetta a chiave e riponeva con una certa cura nella tasca interna del
petto del suo soprabito.
- Buono,
pensava Fusella. Costì sta il morto. Chi sa quante migliaia di buone lire in
qualche straccio di carta. Altro che ricco, gli è un riccone! E quest'impostore
se ne vive come un miserello che appena abbia da far bollire la pentola tutto
l'anno. È una vera birbonata. Mah! se quel portafogli e' lo potesse perdere, e
potesse trovarlo quel brav'uomo che si chiama Matteo Fusella!
Scosse il
capo tutto internamente commosso e turbato da questa supposizione.
- Eh! gli
gridò Gerolamo. Che cos'è che vai così impensierito?
- Nulla:
rispose il campanaro riscuotendosi.
- Bada bene,
soggiunse il vecchio burbero: questa è Dora Grossa, e laggiù in fondo c'è la
piazza, va sempre dritto, e non puoi sbagliare.
- Signor
sì..... La ringrazio infinitamente..... Ella mi ha reso un servigio....
Gerolamo non
diede altro cenno d'aver udito che una crollatina ili spalle; e sollecitamente
entrò in una porticina lì presso.
Il campanaro
stette un po' grattandosi il naso innanzi a quella porticina, dubbioso di quel
che dovesse fare. Volgendo gli occhi intorno, la vista d'una insegna sopra una
bottega che si trovava di faccia alla casa in cui era entrato sor Gerolamo, gli
ispirò una idea, alla cui felicità egli fece da sè stesso complimento con un
sorriso di compiacenza. Su quell'insegna stava scritto: Vini e liquori.
Matteo entrò colà dentro con passo risoluto, e due minuti dopo era seduto ad un
tavolino presso alla finestra che guardava precisamente rimpetto alla porticina
ch'ei voleva sorvegliare. Il garzone di bottega gli aveva recata una bottiglia,
che il bravo inserviente comunale credette conveniente bere quasi d'un fiato,
per paura che, Gerolamo uscendo prima che la fosse finita, avess'egli da
trovarsi nel bivio crudelissimo o di lasciar lì il vino o di perder le traccie dell'individuo
che doveva spiare. II vino era generoso, e il modo con cui Fusella l'ebbe
tracannato ne accresceva l'azione capitosa. II nostro galantuomo si sentì un
coraggio maggiore di quello che avesse prima, e uno zelo accresciuto d'assai di
corrispondere alla aspettazione del segretario comunale, suo capo diretto, il
quale avevagli dato sì fiduciosa missione.
- Lo zio
Gerolamo è entrato colà, numero tale, via tale, va benissimo: così ragionava
fra sè il mascalzone. Potrò dirgliene fedelmente: ma ciò non basterà a gran
pezza a fargli sapere, al sor Giacomo, che cosa egli sia andato a fare. Se
potessi dirgli invece: e' si recò in casa il tale o il tal altro!... Che bel
colpo!
Pagò ed uscì
della bottega, senza risoluzione fatta, ma pieno di audaci propositi. Domandare
al portiere i nomi di tutti gli inquilini di quella casa, andare a suonare i
campanelli a tutti gli usci in ogni ripiano, per chiedere se in quel quartiere
era venuto il signor Porretta; pensò mille cose assurde, cui il vino gli aveva
ancora lasciato tanto buon senso da non commettere. Un piede dopo l'altro,
senza aver bene deciso il da farsi, entrò in quell'andito, s'introdusse
nell'atrio della scala, fece ad uno ad uno gli scalini, finchè giunto al
secondo piano, un cartello appiccato ad un uscio venne a chiarirlo di quanto
desiderava. In quel cartello era scritto a stampa: X..... causidico
collegiato. Fusella aveva sentito dal sor Gerolamo pronunziato poc'anzi nel
modo che sapete il nome di quel procuratore. Era evidente come il vecchio fosse
venuto colà a recare la somma ritirata dal Banco. Matteo tutto lieto della
scoperta e superbo di sè, discese quatto quatto, e per premiarsi della sua
penetrazione rientrò nella bottega del liquorista a regalarsi un bicchierino
d'acquavite. Bevette in fretta anche questo, per timore che il vecchio venisse
in quel mentre; ma siccome ciò non avvenne, Fusella credette bene di ripetersi
quel regalo. Ebbe tempo di ingollarne tre o quattro, prima che fuor della
porticina di prospetto comparissero la faccia burbera e il bastone nodoso dello
zio Gerolamo.
Quando li
vide, Matteo, fatto meno prudente dalle libazioni, si precipitò per uscire
ancor egli: e per ventura gli occhi del vecchio erano allora giusto rivolti a
quel punto. Bene fu lesto il mariuolo a ricacciarsi indietro, ma Gerolamo
l'aveva visto ed avea visto del pari il moto di ritirata, e senza dare a ciò
alcuna importanza, aveva pensato che il campanaro si vergognasse per miracolo
di esser colto ad abbandonarsi al suo vizio prediletto, quello d'ubbriacarsi. Il
signor Porretta levò le spalle e continuò la sua strada, e Fusella dietrogli,
ma nel valoroso campanaro le idee erano un po' confuse e le gambe meno ferme di
prima.
Gerolamo fece
una lunga camminata, poichè se ne andò fino al viale del re in una casa che
faceva cantonata. Era quello l'indirizzo che Piero gli aveva dato
dell'abitazione di sua madre. Nell'entrare sotto il portone, lo zio dei Varada
volse indietro per caso gli occhi, e gli parve scorgere la persona del Fusella
che se ne veniva barellando un pochino.
- Che è ciò?
Disse egli fra sè. O che quell'asino spierebbe i miei passi?
Matteo
accortosi d'essere stato osservato, era di fretta scomparso entro la prima
porta di casa che gli si parò davanti: Gerolamo, non sapendo trovar fuori una
cagione per codesto spionaggio, credette piuttosto essersi sbagliato, e
continuò il suo cammino senza più pensarvi.
Il Campanaro
radunò ben bene tutti i suoi pensieri a capitolo. Si struggeva della voglia di
sapere in casa di chi fosse andato colà dentro lo zio Gerolamo, ma capiva,
anche nell'eccitamento in cui si trovava il suo cervello, che non conveniva
commettere imprudenze. Conosceva l'umore del vecchio bizzarro, e non aveva
desiderio nessuno di far conoscenza più intima con quel bastone che gli vedeva
portar sempre in mano. Ma egli era in un giorno di felici inspirazioni. Sapeva
che lo zio Gerolamo era venuto a Torino per prender seco la madre di Piero, e
fino a quel momento non si era ancora occupato di lei il meno del mondo. Nulla
di più facile adunque che in quella casa ci stesse la vedova di Antonio Maria.
Fusella ebbe la fortuna di trovare una portinaia chiaccherona come tutte le
portinaie, alla quale non occorse il solletico di molte interrogazioni per contare
la storia di tutti gl'inquilini, di tutti coloro che venivano a trovar
gl'inquilini, e via dicendo. Fra queste storie la più interessante era quella
della signora ospitata dai casigliani del secondo piano, nella quale Matteo
riconobbe tosto la storia della madre di Pierino.
Sino a questo
punto Matteo Fusella era stato saggio e fortunato; ed avrebbe potuto vantare
con tutta giustizia il suo trionfo. Ma qui il suo talento ebbe un eclisse, e la
buona Dea della fortuna lo abbandonò. Egli si sentiva appetito e non c'era più
legittimo diritto del suo di rifocillarsi; ma perchè scegliere appunto la
bettola che stava alla cantonata opposta a quella della casa ov'era entrato il
sor Gerolamo? Egli poteva mangiare finchè fosse sazio e bere a discrezione:
nulla di più giusto; ma perchè ubbriacarsi da perdere la padronanza del proprio
cervello, quando si aveva una così delicata missione, quando si aveva giurato
di non commettere questo fallo? La fortuna, che fino allora lo aveva favorito,
poteva bene far uscire Gerolamo di quella casa, mentre Matteo era a mezzo del
suo pasto: certo egli non si sarebbe scomodato più per saperne oltre ciò che
sapeva e che gli pareva già troppo per guadagnare la marcede promessagli; ma
no, ecco che per quanto lunga sia stata la stazione di Fusella all'osteria, di
uguale durata fu quella dello zio Gerolamo presso la madre di Piero, alla quale
quel brav'uomo ebbe molte cose da dire, e importanti misure da proporre, affine
di consolarla, di rincorarla di rassicurarla e sul figlinolo e sull'avvenire,
affine di aggiustare eziandio le faccende economiche della povera famiglia; di
guisa che, nello stesso, preciso momento in cui Gerolamo veniva fuori dalla
casa dirimpetto, Matteo usciva traballando dell'osteria con in gola una voglia
matta di cantare la bella Gigogin.
Erasi intanto
fatta la notte, e Gerolamo aveva preso il viale poco illuminato, ed a quell'ora
deserto. Non aveva egli dapprima posto mente a quell'ubbriaco, che usciva della
bettola e si poneva ad ormare i suoi passi; ma nell'andare s'era poi accorto
che un uomo lo veniva seguitando, fermandosi quando e' si fermava, assestando
l'andare precisamente a quello che egli faceva. I giornali narravano di quando
in quando audaci assalti in quelle ore notturne, di ladri che svaligiavano i
passeggieri sui pubblici viali della città medesima. Gerolamo temette d'esser
fatto segno ad una simile impresa da qualche mariuolo. Coraggioso e robusto
com'egli era, non si sgomentò punto.
- A me a dare
una lezione a questo birbante; diss'egli fra sè, brandendo il suo bastone; ed
aspettato di essere in luogo più scuro per alberi più folti e per maggior
lontananza dai lampioni si gettò ad un tratto dietro un tronco d'albero.
Fusella
rimase tutto stupito nel vederselo scomparire.
- To' to',
esclamò egli ad alta voce, avanzandosi coi più irregolari zig-zag: dov'è
andato? Si è profondato sotto terra di sicuro.... Come farò io a raggiungerlo
adesso?
Intanto era
arrivato all'altezza dell'albero cui si appiattava Gerolamo. Questi conobbe
dalla voce e dalla persona chi era il suo seguitatore. Di colpo capì chi
l'esserglisi messo a' panni in quel modo e l'averlo codiato tutto il giorno
come aveva fatto, era in Fuselli un proposito preso; e cercò in fretta fra sè
qual ne potesse essere la cagione. Si ricordò d'aver parlato di denari quando
il campanaro poteva udirlo e fece un giudizio temerario sul conto dell'onestà
di quell'ubriacone. Il sangue, com'era cosa solita in lui, gli ribollì
impetuosamente tutto ad un tratto; si slanciò addosso al mal capitato, e senza
dargli il tempo di pur voltarsi, fece crosciar giù una mezza dozzina di legnate
dove andavano andavano, gridando:
- Ah
birbante! ah scellerato! Gli è a me che ne vuoi eh? To' prendi per tuo ripago,
e impara a fare un altro più bello e più onesto mestiere, ladrone maldestro.
Fusella si
diede per morto. Cadde ginocchioni gridando come un majale che si scorticasse
vivo.
- Perdono!
vociava in mezzo alle grida. Io sono innocente, un povero padre di famiglia. Mi
hanno mandato.
- Mandato?
Chiedeva tutto stupito Gerolamo: a far che?... Ad assassinarmi?
- Oh no!....
Assassinarla.... Mai più!..... Come può credere una cosa simile di Matteo
Fusella?.... Volevano che la spiassi, che sapessi dire cos'ella faceva, dove
andava....
- Chi?....
chi ha voluto questo? domandava impetuoso lo zio dei Varada.
Nella nube
dell'ebbrezza permaneva pur tuttavia entro il mariuolo il ricordo della fatta
promessa.
- Ho giurato
di non dire, di....
Ma il vecchio
bizzarro non lo lasciò continuare.
- Voglio
saper tutto: gli disse con voce bassa, ma con accento pieno di comando e di
minaccia: e tu mi dirai tutto.
E afferratolo
pel bavero del vestito, lo scrollava violentemente.
- Sì... sì,
signore: balbettava l'ubbriaco: per carità non mi ammazzi, dirò tutto.... Gli è
il sor Giacomo che voleva sapere se lei era ricco o no, se....
- È lui che
ti ha pagato?
- Cioè no....
non mi ha ancora pagato. Mi ha promesso....
- Ebbene
comincia a pigliarti intanto questo po' di paga: il resto lo avrai dal mio
degno signor nipote.
E lasciò
cadere di nuovo il suo bastone sulle spalle dell'ubbriaco sempre inginocchiato.
- Aiuto!
Misericordia! Urlò il mariuolo abbandonandosi lungo e disteso per terra.
A Gerolamo
parve che accorresse gente a quelle grida, e senza preoccuparsi altrimenti di
quel miserabile, lo lasciò là e sì allontanò di buon passo.
Alcuno venne
difatti, e si abbassò verso quest'uomo giacente a terra che gridava come un
disperato; ma visto che gli era un ubbriaco, lo lasciò lì senz'altro al suo
destino. E il suo destino fu che, rotolandosi per terra, egli venne a cascare
entro il fosso, in cui per fortuna quella notte non correva l'acqua, e trovato
un soffice letto nella melma del fondo, vi si addormentò beatamente, non
isvegliandosi più che all'alba col mal di capo, colla bocca amara, colle spalle
dolenti, con qualche lividore sulla faccia, e cogli abiti che erano tutta una
crosta di fango.
In questo
bello stato egli capì che non aveva di meglio da fare che tornarsene al paese;
e messosi nel primo treno che partiva per colà, giunse al villaggio nella
mattinata, le orecchie basse e l'aria confusa d'un corpo d'esercito
solennemente battuto dal nemico.
L'accoglimento
ch'egli ebbe dal sor Giacomo non fu tale da consolarlo. Fattosi narrare ogni
cosa, il segretario comunale gli diede una famosa strapazzata, e non gli diede
la ricompensa promessa. Appena fu se gli volle pagare il prezzo del viaggio.
Fusella irritato ebbe ancora a sopportare il fuoco vivace dei rimproveri della
moglie, che lo vide giungere concio in quella guisa: ma almeno qui potè lo
sciagurato avere finalmente uno sfogo, perchè dato mano ad un randello, ne
prese occasione a restituire alla povera donna un po' di quella moneta onde lo
aveva favorito la sera innanzi lo zio Gerolamo.
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