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Vittorio Bersezio
Povera Giovanna

IntraText CT - Lettura del testo

  • XXIV
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XXIV.

 

Dopo il mezzogiorno, in quell'ora appunto in cui era arrivato la prima volta, lo zio Gerolamo scendeva dal baroccio di Barbetta alla porta della casa dei Varada, e conduceva seco, giusta quel che aveva promesso, la madre di Pierino.

Non vi dirò la scena d'intenerimento che ebbe luogo fra madre e figliuolo nel rivedersi. Mentre essi erano lasciati alla mutua espansione dei loro affetti, lo zio Gerolamo ebbe a nella stanza del piano terreno Giacomo e Genoveffa, e colla faccia più scura d'un tiranno di compagnia drammatica, disse loro, incrociando le braccia al petto nella mossa di tutti i Napoleoni di bronzo degli orologi da camino:

- Ah! voi dunque volete sapere se questo vecchio carcame di zio ha denari o no, per misurare alla sua ricchezza la vostra affezione per lui? Va benone! Questo è proprio quello che mi piace, e che mi commuove nel fondo dell'anima. Avete precisamente trovato il modo di guadagnare le mie buone grazie e la mia eredità. Cialtroni che siete, cuori di sasso, e cervelli di sughero. Ebbene, sissignori, io son ricco: ho un mezzo milione circa impiegato qua e colà cosi bene che mi rende una trentina di mila lire all'anno....

I Varada allargavano tanto d'occhi. Lo zio prendeva innanzi a loro delle proporzioni monumentali; credevano vedergli intorno alla fronte un'aureola di marenghi.

- Ma di questa roba voi non avrete mai un centesimo sin che vivo, quando io sia andato ad ingrassare i petronciani, a meno che colla vostra condotta mi dimostriate di poter imparare ad esserne degni, val quanto dire diventiate umani, misericordi, generosi. Voi foste avari e scortesi con me, foste avarissimi e crudeli con vostro cugino, vi disponete ad essere sordidi verso la povera vedova di Antonio Maria, siete stati sempre i più barbari dei genitori per la vostra Giovanna. Provatemi che vi siete corretti, e io vi proverò poi che mi ricorderò d'essere vostro zio.

I due coniugi erano cosi confusi che non seppero trovare una parola da dire. Gerolamo uscì senza aspettare nessuna risposta, e s'avviò risolutamente verso la porta da via; ma , quando già aveva la mano sulla gruccia della serratura per aprire, ecco una bella personcina precipitargli incontro abbracciandolo soavemente, ed una vocina la più dolce che si possa immaginare sussurrargli piano all'orecchio con infinita supplicazione:

- O caro zio! Ho tanto bisogno di parlarle.

- Eccomi qua, Enrichetta: rispose lo zio, nel quale e l'irritazione interna e la ruvida irosa espressione del volto non poterono a meno che dileguarsi al suono di quella voce, alla graziosa venustà di quell'aspetto che gli stava dinanzi. Che cosa mi vuoi dire?

- Venga meco, di grazia, soggiunse la giovanetta; andiamo a fare un giro nell'orto. Ho bisogno di essere affatto sola con lei.

E presolo per mano, lo trasse con proprio fino al punto più lontano dell'orto.

- Or bene? Disse allora con accento interrogativo lo zio.

Enrichetta trasse due o tre sospiri desolati dal profondo del petto, poi sussurrò piano piano:

- Ahimè! Mi vogliono maritare.... ed io credo che non c'è che lei a potermi salvare.

- Salvare?... Cospetto! Mi pare che questa non è poi tal pericolo da sgomentare siffattamente una ragazza....

- Secondo chi si tratta di sposare: disse vivamente la fanciulla.

- Sì eh? Vedi mo' la innocentina!...

Enrichetta divenne rossa fino alla radice de' capelli, e guardò la sabbia del viale con un'immensa confusione.

- Via, via: soggiunse lo zio, pigliandole il mento per farle sollevare il bel visino; non hai torto, e la è proprio cosi. Adunque ti vogliono dar marito, e quello che ti si propone non ti va a garbo?

La ragazza scosse il capo con mossa molto significativa.

- E chi è questo infelice?

Enrichetta si appoggiò alla spalla dello zio, e gli sussurrò all'orecchio:

- È lo speziale.

- Oh oh, il signor Domenico. A dire la verità ciascuno lo troverebbe un buon partito.

- Non mi piace: disse la giovane, scuotendo la testa con una smorfietta piena di grazioso dispettuccio.

- È di conveniente età, ricco, stimato.

- Non mi piace, non mi piace: ripetè con insistenza Enrichetta, battendo il piedino per terra.

- Bene! La ragione è eccellente. E chi è che vuol fartelo sposare contro tua voglia? Ordinariamente qui non si fa che a tuo senno.

- Tutti sono contro di me. Pare che si sieno data l'intesa di farmi contro. Quel sornione li ha saputi metter tutti quanti dalla sua.... E lo posso soffrire anche meno per ciò. Babbo e mamma, e perfino il padrino lo proteggono.

- Anche il signor marchese? L'affare è serio allora. Contro tali e sì poderosi avversarii che cosa potrei fare io... ammesso eziandio che volessi patrocinare le tue voglie, pazzerella?

- Ah! non sono pazzerella, stia sicuro. Che? Avrebbe simpatia anche lei per quel dissimulatore, per quella faccia tosta?...

- Lasciamo codesto. Non è il caso di sapere adesso ciò ch'io pensi o non pensi di quel cotale. Ti dico che, ricorrendo a me, tu ti raccomandi a un santo che non ha credito.

- Oh sì, sì: interruppe vivamente la fanciulla. Forse gli era com'ella dice parecchi giorni sono; ma da un po' di tempo babbo e mamma ci hanno ridato il permesso di andarla a trovare ed inculcatoci di essere con esso lei quale a buone nipoti si addice. E sì che non faceva bisogno ce lo dicessero! Stamattina poi, dopo un colloquio che ebbero coll'inserviente comunale, papà e mamma dissero esplicitamente che bisognava assolutamente guadagnarsi le sue grazie, perchè da lei dipendeva la nostra sorte.

- Ah si? Dissero queste parole? Va benissimo. Che cari nipoti!... Bene! Ma se io avessi da pigliarmela calda in tuo favore, occorrerebbe ancora ch'io fossi bene addentro ne' tuoi segreti...

Enrichetta non aspettò che lo zio aggiungesse altra parola per arrossire di nuovo sino nel bianco degli occhi.

- Eh! io non ho segreti: diss'ella vivamente.

- Perchè arrossi allora?

Voi indovinate che la giovinetta arrossì ancora di più.

- Niente affatto: perchè avrei da arrossire? Disse con una bizza adorabile la fanciulla. Non capisco nemmanco quel che ella voglia dire.

E lo zio, paternamente prendendola per le mani e guardandola per entro gli occhi ch'essa fu lesta a sviare da quelli di lui:

- Voglio dire che ordinariamente, quando un marito che non è il fistolo, proposto da padre e madre, fa lo spavento d'una ragazza, gli è segno evidentissimo che quell'individuo non piace, perchè c'è un altro che piace assai di più, troppo di più... Mi capisci adesso?

Enrichetta si divincolava per isciogliersi dalle grosse mani dello zio, bella come un amorino nella sua confusione e nella sua stizza.

- Non ho nessuno che mi piaccia... Oh che le pare quel grullo d'uno speziale sia partito da mandare in visibilio?... Non lo posso soffrire, ecco!

Riusci a liberarsi le mani dalla stretta dello zio, e scappò leggera e leggiadra come una ninfa.

- E se mi vogliono obbligare a sposarlo: soggiuns'ella fermandosi poi a pochi passi; piuttosto mi vado a far monaca...

- Eh! che i monasteri sono soppressi: esclamò ridendo lo zio.

- Cattivo anche lei, signor zio. Ah! se mi libera da questa disgrazia, le vorrò tanto bene, tanto bene. tanto bene, che sarà contento di me.

E gli ammiccava così vezzosamente da lontano pochi passi, che il vecchio burbero si sentì tutto allietare da quel giovanile sorriso.

- , , sta tranquilla: diss'egli scherzosamente. Lo zio Gerolamo ti sosterrà nella tua ribellione contro l'autorità paterna, ed anche contro quella del padrino... Sì, per mille e cento diavoli! tanto più volentieri contro il superbo signor marchese.

Enrichetta gli mandò colla punta affusolata delle sue bianchissime dita un bacio tutto riconoscenza e spari traverso le piante. Gerolamo battè forte per terra con quel suo grosso bastone.

- No, per Dio, non lascierò fare questo matrimonio; e poichè il signor marchese lo vuole, ed io avrò un gusto matto ad oppormivi.

Uscì di casa i Varada con passo risoluto ed aria decisa, come un buon soldato che cammina quasi allegramente alla battaglia; ma poco stante, il suo aspetto cambiò e la sua fronte si coperse di nubi come la montagna vicina, quando minacciava temporale. Nella sua anima infatti sorgeva un tumulto di contrarie voglie, che lo mettevano infra due. Gli era venuto il pensiero di due persone, le quali ora gli erano le più care: Gaudenzio e Giovanna. Che cosa avrebbe detto il primo nel vedere il vecchio amico implacabilmente ostile a suo figlio? E per quella Giovanna, non sarebbe forse stata una ventura quel matrimonio, che separasse per sempre Enrichetta  da Pierino? Però Gerolamo non istette lungo tempo nell'incertezza.

- Gaudenzio, pensò egli, è tanto assennato e tanto buono che capirà la ragione e mi perdonerà. Enrichetta, separata da Pierino, non otterrà il miracolo che quest'ultimo corrisponda all'amore della povera Giovanna. Dunque? A questa disgraziata altri compensi, a quei due che si amano... e non dubito punto che Pierino non s'accorga dell'amore d'Enrichetta e non tardi a corrisponderle.... a que' due la felicità di essere uniti...

Egli borbottava ancora fra queste ultime parole, quando fu accostato dallo speziale, che gli disse in tono di voce straordinariamente cortese e melato:

- Riverisco il signor Porretta. Giusto lei che desideravo vedere.

Lo zio Gerolamo alzò il capo, e trovossi alla cantonata della bottega di Domenico. Guardò in faccia quest'ultimo, e lo vide col sorriso il più ameno che egli avesse nel suo repertorio; quel sorriso ch'egli soleva usare soltanto nelle grandi occasioni, verso quelli solamente di cui aveva bisogno.

- Ho capito: disse fra il vecchio, la cui faccia per contrapposto divenne più burbera che mai. Viene a parlarmi dell'affare.

- Avrebb'ella, continuava Domenico, sempre più grazioso e piacentiere, un momento solo da ascoltare una sola parola?

E Gerolamo, coll'accento più ruvido che contrastasse con quello sì dolciato del farmacista:

- Un solo momento, una sola parola, sia; ma non più.

Il figliuolo di Gaudenzio accolse quella risposta colla faccia gioconda che si fa ai complimenti, e recatosi con Gerolamo nella retrobottega, diede ampia ragione all'indovinamento di quest'ultimo, cioè gli fece domanda solenne della mano di Enrichetta, protestando che dal solo buon volere di lui egli desiderava ottenerla. Mise in pratica tutta la furba eloquenza con cui usava abbindolare i contraenti nella conclusione di qualche affare, gli elettori nelle preparazioni di qualche nomina; ma i suoi colpi rinforzati dall'adulazione rimbalzarono impotenti contro la corazza adamantina della malavoglia ond'era armato lo zio Gerolamo, e le infinite, minutissime rughe della faccia di costui non accennarono pur mai, neanco un momento, di rispianarsi; la fronte stette accigliata, lo sguardo freddo e torvo, talmente che gli occhietti guizzanti dello speziale non osarono pur mai affrontarlo direttamente. Domenico sentì che quel primo assalto era una sconfitta.

- Signor Domenico, rispose asciuttamente Gerolamo, quando l'altro ebbe finito. Voi dite delle bellissime cose: ma lasciate l'essenziale. E si è che per ottenere Enrichetta, bisognerebbe che foste amato da lei, od almeno le aggradiste. Or io ho l'onore di dirvi che ciò non è il meno del mondo, e che io le ho promesso or ora di sostenerla nella negativa che ella intende di dare alla vostra domanda.

Così detto, lo zio Gerolamo voltò le spalle allo speziale, e se ne andò pei fatti suoi. Domenico rimase tutto sbalordito.

- Ah! questo è un ostacolo serio, esclamò poi fra , stato un poco a meditare. Ma pure, vorrà egli cambiare il suo testamento e togliere la eredità ad Enrichetta se io la sposo? Mai più! Il sor Giacomo sarà così ossequente alle parole dello zio da mancare alla parola datami?... Può darsi. Ma a quest'uopo conviene opporre influenza ad influenza. Se il marchese comandasse, conosco Varada io, non sarebbe capace di ribellarsi al suo volere... Andiamo a trovar il marchese.

E ci fu senza perder tempo. Colà seppe così bene presentar le cose ed avvolgere le sue parole, che, senza pure averlo detto chiaro, mandò persuaso il nobile padrino d'Enrichetta, che lo zio di questa - un mauvais manant, diceva il marchese fra i denti - non  per altro s'opponeva al disegnato maritaggio che per gusto di contraddizione e per mancanza di rispetto alla nobile prosapia ed al nome illustre di sua eccellenza. L'ultimo dei Roccavecchia giurò par ses grands Dieux, e per le ceneri di tutti i suoi antenati, ch'egli l'avrebbe fatta vedere a quell'insolente plebeo; che già altra volta aveva potuto conoscere le sciagurate dottrine ch'ei professava, tanto più colpevoli in uno la cui famiglia era dipendente dall'augusto casato ond'egli, marchese, aveva l'onore di portare il sangue nelle vene, il nome glorioso e il titolo non macchiato mai; che non sarebbe più stato egli se non l'avesse spuntata, e palsambleu! avrebbe mostrato di che cosa era capace.

Domenico Tartini se ne partì dal castello tutto giulivo, mentre il marchese dava ordine solennemente ad un domestico che scendesse nel villaggio ed intimasse al sor Giacomo Varada di accorrere tosto a castello.

Giacomo fu lesto ad obbedire, e mezz'ora dopo tornava a casa ad annunziare alla moglie e ad Enrichetta desolata come egli avesse promesso al signor marchese che entro la settimana si sarebbero appiccati alla comune i cartellini della denunzia di matrimonio fra il signor Domenico di Gaudenzio Tartini speziale e la signora Enrichetta di Giacomo Varada e Genoveffa Porretta.

 

 

 




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