XXV.
Intanto la
malattia di Pierino andava sempre meglio. La presenza di sua madre era stata
per lui il farmaco più potente. Giovanna ora non era più che l'umile serva
della vedova di Antonio Maria, per aiutarla nelle cure verso il convalescente.
Enrichetta era stata proibita con solenne imponenza di comparire mai nella
camera del cugino, eccetto che in quei pochi e ratti momenti in cui ci stava la
signora Genoveffa. Pochi momenti e troppo ratti davvero e per lei e per lui: i
quali ambedue, nel loro segreto, li aspettavano con un'ansia, con un desiderio
da non dirsi, e provavano in quei fugaci istanti una dolcezza onde il loro
cuore tutto era invaso e beato.
Pierino amava
ancor egli immensamente Enrichetta. Era troppo modesto per lusingarsi di essere
corrisposto, ma sentiva una infinita speranza quando mirava quello sguardo così
sereno di lei a sè dolcemente rivolto, quando credeva ricordarsi aver veduto
nel suo delirio china su di lui la faccia d'una donna, a cui egli attribuiva i
bei lineamenti d'Enrichetta.
Ben sapeva
egli d'esser povero, e questa sua povertà frammettersi ostacolo fra lui e la
giovane; ma anche a tal riguardo, era venuta a rassicurarlo una conferenza che
aveva avuto luogo al suo letto, tosto dopo l'arrivo della madre, fra quest'essa
e il signor Gerolamo Porretta. Questi si rendeva acquisitore della casa e dei
beni di Antonio Maria, pagandone col prezzo relativo i creditori, ad istanza
dei quali erano stati sequestrati. Almanco quella diletta casa non cascava in
mani profane, e Gerolamo annunciava che la porta di essa sarebbe sempre stata
aperta per la vedova e pel figliuolo di quell'infelice che l'aveva fatta
abbellire. Oltre ciò, siccome egli, Gerolamo, aveva ancora conservato alcune
relazioni in quella sfera commerciale in cui aveva raccolto le sue ricchezze,
egli prometteva, guarito che fosse Piero, di tastare quali fossero le sue
capacità, e, trovatele acconcie, di affidargli un qualche piccolo capitale per
cui potesse avviarsi all'opera di restaurare la fortuna paterna e di prendere
una rivincita contro la sorte.
Lascio stare
le benedizioni che madre e figliuolo mandarono sul capo al vecchio Gerolamo, e
che questi non volle sentire, interrompendo bruscamente col dire: che ciò
faceva perchè l'acquisto di quei beni e di quella casa gli conveniva, e perchè
aveva voglia di mettere a frutto in nuove speculazioni commerciali, ch'egli
stesso avrebbe diretto, qualche poco di suo capitale, giacchè non dovessero
pensare ch'egli quelle anticipazioni che avrebbe fatto le volesse loro
regalare: e ciò detto col medesimo accento con cui un altro direbbe delle
ingiurie in una contesa, egli se n'era uscito per non udir più altre parole.
In tutto il
villaggio aveva prodotto un effetto magico la novella che in un lampo s'era
propagata: Gerolamo essere un riccone, comprare egli tutti i possedimenti di
Antonio Maria, aver tanti denari da comprare, s'e' volesse, tutto il
territorio, ed altre parecchie esagerazioni siffatte. Il vecchio bizzarro era
di subito salito all'apogeo nella stima della gente, e, trattine Gaudenzio e il
parroco, i quali continuarono ad essere quelli di prima, non vi fu persona che
non accrescesse le mostre del rispetto per questo Creso che si nascondeva sotto
i panni d'un povero.
La casa di
Antonio Maria fu aperta e ripulita, fu fatto mondar dalle cattive erbe ed
aggiustare il giardino: ma Gerolamo continuò ad abitare la sua stanzetta presso
al suo vecchio amico Gaudenzio; e si seppe che appena Piero avrebbe potuto
reggersi in piedi, il nuovo padrone della casa aveva voluto ch'egli e sua
madre, abbandonando la dimora dei Varada, andassero ad abitar colà. Alcuni
lodavano, alcuni censuravano, in presenza di lui tutti esaltavano la generosità
del sor Gerolamo, il quale scrollava le spalle e rispondeva irosamente a suo
modo. In sostanza non era più che si parlasse d'altro che di codesto.
Tutte queste
voci e tutto questo rumore non poteva a meno che salire eziandio al castello di
Roccavecchia, e chi conosce un tantino il cuore umano, non avrà bisogno di
molte parole per andare persuaso, che siffatte chiacchiere piacevano al
marchese come altrettanti buffetti sul naso. La importanza che veniva
acquistando il plebeo Gerolamo, pareva al nobile discendente dei feudatarii ed
era in fatti una diminuzione di quel tanto d'influenza che, quantunque non
ufficialmente, pur tuttavia glie n'era rimasto, quasi un residuo della sua
antica signoria. Vedeva in ciò il liberalismo moderno venire a sfidarlo e
vincerlo fino nell'ultimo suo serraglio, e lamentava amaramente il predominio
della bassa caricatura sulla nobiltà della stirpe nata a non far nulla. Ciò
valse a rendere il marchese più ostinato che mai a volere che il matrimonio di
Enrichetta collo speziale si compiesse,
appunto perchè quest'ultimo seppe fargli intendere accortamente, come Gerolamo
vi si opponesse non per altro che per farla vedere al signor marchese. Il sor
Giacomo ebbe nuova intimazione di eseguire quanto prima il divisato progetto, e
le polizze degli annunzi furono appiccate alle tavole del Comune.
Enrichetta
piangeva, come la fontana presso al bosco dei castagni, lagrime inesauribili; e
pensate se la buona Giovanna poteva vedere questo spettacolo senza punto
commuoversi.
- Mia cara
Enrichetta, le disse abbracciandola con infinito amore: non piangere così, per
carità, che ben troveremo rimedio ancora a questa sciagura. Il marchese ti vuol
tanto bene che mi pare impossibile non ceda alle tue preghiere, se tu vai a
dirgliene ciò che provi, e lo zio Gerolamo non mancherà di assisterti come ha
promesso. Io perciò sarei d'avviso che tu corra al castello, e veda di parlar
da sola a solo al marchese: ed io frattanto vado dallo zio Gerolamo ad
avvisarlo come ne stanno le cose.
- Ah sì, è
vero! Esclamò vivamente Enrichetta, la quale baciò e ribaciò con espansione di
riconoscenza la faccia butterata della sorella.
E tuttadue
s'affrettarono a recarsi al luogo rispettivamente assegnatosi.
Lo zio
Gerolamo, udita la Giovanna, prese pure senza parlare il suo cappello e la sua
mazza, e s'avviò giù della scala del suo quartieretto così frettolosamente che
la povera zoppa aveva difficoltà a seguitarlo.
- Va benone:
diceva egli fra i denti. Il sor Giacomo mi sentirà, e mi sentirà anche il
signor marchese, dove occorra.
Com'egli
stesso aveva detto pochi giorni prima al suo amico Gaudenzio, era da qualche
tempo che Gerolamo non si sentiva molto bene di salute. Quel giorno, fosse
l'effetto della fatica del viaggio, congiunta colle emozioni morali che aveva
dovuto provare; quel giorno egli stava ancora peggio, e il suo cuore, in mezzo
a palpitazioni frequenti, gli dava acuti dolori di quando in quando. Alle
parole di Giovanna, egli provò un certo rimescolo d'ira, che gliene fece
arrossare i pomelli delle guancie ed accrescere il battito del cuore. Quando
ebbe scesa a furia la scala, Gerolamo dovette fermarsi sulla soglia ed
appoggiarsi con una mano alla parete, perchè fu assalito dal capo-giro, e la
respirazione parve mancargli. Fu l'affare d'un minuto secondo. Si riebbe subitamente,
tirò un lungo rifiato, e riprese il cammino di buon passo verso la casa del
Comune, che si trovava dall'altra parte della piazza. Giovanna se ne tornò
sollecitamente a casa.
Gerolamo
entrò nell'ufficio del segretario comunale, colla dolcezza con cui entra un
vento impetuoso che spalanca le finestre e fa tremare tutta la stanza.
- Che cos'è
questo che intendo? Gridò egli come se avesse da fare udire la sua voce ad un
battaglione di sordi. Nella vostra famiglia chi comanda è dunque il marchese?
Presso di voi chi ha influenza è dunque un estraneo più che non un parente...
un parente che ha mezzo milione di suo?
Il sor
Giacomo, la mano in aria colla penna gocciante d'inchiostro, gli occhietti
sbarrati, balbettò colla sua vocina delle parole che non sapeva egli stesso
quali si fossero.
A quel magico
motto di mezzo milione egli si sentiva commuovere profondamente le viscere.
Lo zio giurò,
spergiurò e sacramentò che se non si faceva a modo suo, se non si rompeva
subito quel maritaggio, se non si stracciavano senza ritardo le scritte delle
denunzie appiccate lì sotto nel vestibolo della casa comunale, egli avrebbe
saputo come regolarsi a sua volta verso i nipoti, e corrispondere degnamente al
loro trattare.
Lo sfortunato
sor Giacomo vide fiammeggiare in queste parole la minaccia della diseredazione.
Figuratevi l'imbroglio in cui il pover uomo si trovava! Dall'una parte lo zio
che, se quel matrimonio si faceva, lo privava della sua eredità, dall'altra il
marchese, il quale, se non si faceva, gli toglieva la sua protezione e tutte le
speranze che a questa venivano connesse. Mai nessun bivio più tremendo tenne
dubbioso un Ercole senza risoluzione. Glie ne vennero le lagrime a quegli
occhietti, che per emozione di pietà non piangevano mai. Espose supplicante la crudeltà
della sua situazione allo zio incollerito, che faceva un chiasso del diavolo
battendo col suo bastone per terra e sui mobili. Appena ebbe udito far cenno
del comando dato dal marchese, Gerolamo interruppe con imprecazioni più
concitate ancora del solito, poichè gli era il marchese che faceva e disfaceva,
ed egli avrebbe parlato con esso lui; ma intanto la famiglia, che aveva per
esso cosi pochi riguardi, si sarebbe accorta, avrebbe visto giuraddio! avrebbe
dovuto pentirsene. Ed uscì collo stesso impeto con cui era entrato, lasciando
il povero sor Giacomo pentito di non avere addirittura sconfessato quel
maritaggio in grazia del merito del mezzo milione. Non ci aveva più testa agli
affari del Comune, si sentiva da meno della circostanza, ed aveva bisogno del
rincalzo dei consigli di Genoveffa. Era così turbato in faccia che Domenico
Tartini, vedendolo a passare, abbandonò la soglia della sua bottega per
venirgli incontro sollecito, e gli domandò se avesse male, che cosa mai fosse
capitato.
Il sor Giacomo
disse tutta la verità. Grande allarme eziandio nello speziale, che temette il
vecchio matto potesse spingere la sua ostinazione sino a cambiare le
disposizioni del suo testamento s'egli sposasse Enrichetta. Domenico accompagnò
Varada in casa, e si tenne fra i tre congiurati nuovo consiglio, che durò assai
lungo tempo, senza che nessuna risoluzione s'adottasse in cui paresse loro
veramente di poter quietarsi. Era quello un Waterloo pel furbo Domenico, quando
la fortuna venne a cambiarlo in un Marengo. Mentre stavano ancora fittamente
discorrendo, dopo un'ora di colloquio, i conjugi Varada e lo speziale, ecco
entrare affannato in casa del segretario comunale il buon Gaudenzio, sconvolto
in viso da far paura, gridando, se lì per caso era suo figlio, che lo si
chiamasse in tutta fretta.
A Domenico,
il quale comparve ad interrogare che cosa fosse avvenuto, Gaudenzio disse con
lagrime nella voce e con ispavento nell'aspetto:
- Presto!
Corri! Gerolamo ha bisogno di te, Gerolamo si muore.
Tutti furono
sossopra in un amen. Le interrogazioni s'incrociavano affollate e Gaudenzio non
rispondeva altro che: - Correte, correte. Corsero diffatti tatti quanti, ma,
benchè zoppa, la povera Giovanna fu la prima ad entrare nella camera dello zio.
Questi
giaceva sul suo letto, gli occhi semichiusi, acceso in volto, affannoso oltre
ogni dire il rifiato. Il medico, che gli stava a' fianchi, avevagli fatto un
salasso, e teneva il polso in mano, studiandone attentamente i battiti. La sua
faccia era oscura da presagire poco di bene. Gerolamo era in sè pienamente, e
riconobbe tosto la Giovanna appena fu essa entrata. Le tese una mano, ch'ella
si affrettò a venire a stringere ed a baciare.
- Brava! Le
disse lo zio con quel po' di voce che gli rimaneva. Tu starai meco fin che sia
finito. Quando ti ho vista intorno al letto di Piero, ho concepito il desiderio
di averti assistente agli ultimi istanti della mia vita. Ringrazio il Cielo che
questo desiderio sia soddisfatto, poichè tu starai qui, non è vero?
Il suo
sguardo offuscato esprimeva pur tuttavia, tanta passione di desiderio che la
sciancata s'affrettò a rispondere.
- Sì, sì...
Ed avrebbe
aggiunto altro se il medico non gli avesse esclamato che bisognava tacere e
lasciar tacere l'infermo, e se in quella non fossero entrati tutti gli altri,
la famiglia Varada in corpo, e dietro di essa la faccia sottile dello speziale.
Convenne che
a costoro il medico ripetesse l'intimazione del silenzio per porre fine alle
esclamazioni e domande che fioccavano come le palle d'un fuoco di fila. Tutti
volevano stare al capezzale del caro zio: ma il malato, che incominciava a
perder pazienza, fece comprendere che non voleva altri che la Giovanna, e il
medico aiutato da Gaudenzio riuscì a metter fuori tutti gli altri.
Domenico
Tartini scese nella sua farmacia fregandosi le mani.
- S'egli
crepa, diss'egli a sè medesimo, non potrà più opporsi al matrimonio, e non
potrà rifare il testamento.
|