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Vittorio Bersezio
Povera Giovanna

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  • XXVI
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XXVI.

 

Ecco che cosa era successo quella mattina nel castello di Roccavecchia.

Il marchese aveva dormito poco bene; si sentiva un po' più tormentato dalla gotta, trovava più pesanti dell'ordinario i fastidii del celibato; era d'un cattivissimo umore. Per poco lo si fosse solleticato, si sarebbe ottenuto di farlo uscire da quella squisita urbanità ond'e' si faceva una legge: se fosse passato presso ad un povero che gli tendesse la mano, avrebbe fors'anco potuto dimenticare di dargli la solita moneta da venti centesimi. Insomma raramente era stato in sì straordinaria condizione dell'animo. Il pensiero di Gerolamo, della ricchezza di lui e della opposizione ai suoi voleri, lo veniva ad angustiare con nuovo pizzicore. Glie ne voleva maledettamente, a lui che della sua gotta, del suo celibato e della sua insonnia non ne poteva il meno del mondo. Ad un tratto pensava alle grazie della sua figlioccia, e l'egoismo gli andava suggerendo con potenti sofismi che avrebbe fatto assai bene a non lasciarla andare a marito con questo con quello, ma pigliarsela seco, e tenersela come figliuola a castello.

In questo frangente, capitava appunto Enrichetta. Il marchese volle accoglierla bruscamente, ma non seppe. In pochi minuti la giovanetta riebbe tutto il suo antico influsso sull'animo del padrino, e questi la rimandò consolata d'una specie di promessa che la questione del suo matrimonio collo speziale sarebbe posta sotto un nuovo esame.

Se Enrichetta avesse trovato per istrada, tornando a casa, lo zio Gerolamo, una gran sciagura sarebbe stata avanzata; ma mentre la damigella scendeva di corsa al villaggio per la stradicciuola più ripida e più corta, lo zio saliva, sbuffando e masticando furibonde imprecazioni, per la strada carrozzabile.

Al marchese bastò l'annunzio che il signor Gerolamo Porretta si presentava chiedendo un colloquio, per fargliene tornare in corpo tutto il cattivo umore che la visita d'Enrichetta aveva quasi dileguato compiutamente. A prima giunta pensò addirittura non riceverlo, poi si ravvisò, e diede ordine lo s'introducesse. I due vecchi si avvicinarono come due nemici. Il marchese stette in piedi, per indicare che desiderava l'abboccamento fosse corto e non voleva dare al visitatore alcun favore di famigliarità. Gerolamo, che era stanco della gita, sentì un vivo dispetto di codesto tratto; da parte sua il discorso cominciò senz'altro come una contesa. Se il plebeo era più violento, il nobile era più fine ed arguto nelle botte che si scambiarono a parole; l'uno e l'altro colpivano nel vivo. Da quello che avevano per le mani passarono agli argomenti i più estranei; se ne immischiarono le opinioni politiche; fu un battibecco in tutta forma. Il marchese si lasciò scappare un cenno che alludeva agli obblighi della famiglia Porretta verso la stirpe dei Roccavecchia; e Gerolamo si lasciò scappar del tutto quella pazienza che aveva sì poca. Il nobile padrone del castello mise alla porta il plebeo insolente, il quale uscì schiattando letteralmente di bile.

Gerolamo venne sino a casa sua che proprio non ci aveva più lume negli occhi. Gridava imprecazioni e bestemmie e gestiva da parere un matto; si sentiva nell'interno uno sconquasso e quasi un rumore come di una macchina le cui ruote girano senza regola, non più misurato e trattenuto l'impulso. Ebbe giusto tempo a salire in camera sua e poi cadde lungo e disteso, mancandogli ad un tratto tutte le forze. Egli capì subito di che si trattava, e lo disse colla voce soffocata a Gaudenzio, che per fortuna trovavasi  in casa ed accorse a sollevarlo tutto spaventato.

- La è bella e finita per me...

- No, no: disse Gaudenzio commosso, trasportandolo  a stento sul letto. Vado pel medico...

- Va piuttosto pel parroco: disse Gerolamo, che si sentiva mancare il respiro.

Gaudenzio corse dal medico, dal parroco, da tutti. e due ore dopo un po' di miglioramento era avvenuto, ma la morte non era respinta.

Nella camera del giacente stavano la povera Giovanna, Gaudenzio, il parroco, e ci veniva di quando in quando con qualche pretesto il curioso speziale che aveva tanto interesse a vedere e sapere come le cose si passassero.

Una delle fiate, in cui Domenico si recò a far capolino sull'uscio, gli avvenne di udire lo zio Gerolamo che diceva queste parole:

- Come esecutori miei testamentari, voi difenderete questa povera Giovanna, che ho fatta mia erede, dalla ingordigia de' suoi parenti. Voi impedirete che le male arti altrui e il proprio buon cuore non la spoglino di quella ricchezza che ho voluto a lei appartenesse per compensarla in parte di quello che le è toccato soffrire sinora. Tu, Giovanna, lascierai che la vedova e il figliuolo di Antonio Maria abitino nella casa che fra poco diventerà tua, e ciò, non solamente perchè fu mio desiderio, ma perchè il tuo cuore eccellente proverà piacere nel farlo. Io avrei voluto darti la felicità, poichè ti ho scoperta degna di ogni bene, ma la felicità, povera creatura, è fatta per nessuno sulla terra, e meno forse per te... Ti ho lasciata la ricchezza, la quale almeno compra di molte cose...

Giovanna piangeva, piangeva eziandio il buon Gaudenzio; e il parroco, il quale non aveva gli occhi asciutti neppur egli, interruppe il malato per pronunziare alcune confortevoli parole, consigliandolo a non sfaticarsi e star calmo.

Lo speziale s'allontanò quatto quatto senz'essere stato visto, ma con un grande turbamento nell'anima.

Giovanna era dunque l'erede? La brutta, la zoppa, la gobba Giovanna? Chi voleva guadagnare un mezzo milione addirittura non aveva che da pigliare quella mano lunga e macilenta da rachitico, e glie l'avrebbe trovato in pugno? Domenico stette dieci minuti piantato come un piuolo in mezzo la sua bottega, grattandosi il naso e l'orecchia e la testa.

Sentiva che gli avvenimenti incalzavano, che per procurare insieme il proprio interesse e far bella figura conveniva prendere una sollecita determinazione, prima che il mistero ch'egli aveva scoperto fosse fatto palese dalla morte di Gerolamo. Maledì la bizzarria di quest'ultimo nel voler lasciare le sue ricchezze a quel mostro. Chi si sarebbe mai più pensato un simil fatto? Mosse un passo verso l'uscio e s'arrestò: vide, come se l'avesse innanzi agli occhi, tutta la bruttezza di quella disgraziata creatura contraffatta, miseruzza e butterata, ed il suo coraggio esitò. Poscia venne ad occuparlo il pensiero ch'egli sarebbe il più ricco di tutto il circondario, che la sua influenza già cotanta sarebbe diventata incontrovertibile. Chi può mettere un limite alla tristizia del pensiero d'un egoista che anela al possesso dell'oro? Si disse che Giovanna non avrebbe potuto vivere lungamente, e che, lei morta, chi l'avesse sposata e sapesse farsene lasciare erede a sua volta...

Uscì precipitosamente di bottega, e corse in casa del segretario comunale.

I coniugi Varada non avevano ancora avuto, e non ebbero mai più uno stupore uguale a quello che provarono in quel giorno. Lo speziale, coll'aria compunta di un san Luigi, disse loro che nel matrimonio di Enrichetta, egli era l'affetto, era il cuore che cercava e non altro, e che essendo ora chiaro come la fanciulla ripugnasse, pur troppo - per mia sciagura, esclamava Domenico, volgendo al soffitto gli occhi - a quel modo, egli mai, no mai più non avrebbe voluto, nemmeno per ombra, vedervela obbligata. Egli veniva dunque, come galantuomo che egli era, secondo l'obbligo che sentiva fargliene la coscienza, veniva a restituire a' suoi amici i signori Varada, la parola che s'era tra loro scambiata, assicurando che ciò nullameno egli avrebbe sempre conservato una gran riconoscenza per essi, e si sarebbe considerato anzi fin d'allora come appartenente a quella famiglia, a cui non disperava tuttavia di potersi in qualche modo alleare.

Alla sua parlatina rispose un gran sospirane di sollievo dal petto dei genitori d'Enrichetta, che videro di botto levate via tutte le difficoltà onde si conturbavano; esaltarono essi fino al cielo la generosità di Domenico; gli dissero che, ad ogni modo, avrebbero mantenuto la parola data, ma che pure egli aveva preso il più savio partito che toglieva di mezzo ogni imbarazzo; protestarono che qualunque altra cosa potessero fare in beneficio di lui, ad un solo cenno l'avrebbero fatta.

Lo speziale uscì modesto sotto la piova di tante lodi, e si affrettò a tornare presso il moribondo. Giovanna era colà seduta al capezzale del malato, che stava assopito. Domenico s'accostò adagio adagio, e guardò la povera creatura cosi mal trattata dalla sorte. Sentì correre per l'epidermide una specie di ribrezzo, dicendosi: - Dovrò sposare quel mostro . Ma egli in questa fatta di cose era pieno di coraggio. Guardò da capo la Giovanna, e stette cogli occhi fermi su di lei. Il vero è che quell'espressione di bontà, onde ho già fatto cenno, era diffusa in quel momento sui tratti della meschinella. Però, più di codesto valeva per sor Domenico la frase meravigliosa ch'ei si veniva ripetendo fra e :

- Quello scimiotto scontorto avrà mezzo milione!

Affè! Non gli parve poi che quella bruttezza fosse cotanta. E poi, si disse, uno spirito superiore bada esso a queste cose? Ed egli aveva l'intima persuasione d'essere uno spirito superiore.

Giovanna sentì lo sguardo di Domenico si fissamente fermo su di lei, ed alzò il capo. La faccia dello speziale aveva un aspetto di tanta ammirazione, che la fanciulla tutta stupita gli domandò a bassa voce:

- Che cosa c'è?

Lo speziale congiunse le mani, e torse il collo per rispondere con flebile accento.

- C'è che ella è un angelo, madamigella, e che io, al vedere tanta bontà, tanta virtù, l'ammiro e la venero come una santa del paradiso.

Questo linguaggio eranuovo per le orecchie della povera contraffatta, che ella stette cogli occhi sbarrati e colla bocca larga a guardar chi glie lo traeva, come avrebbe guardato un quadrupede che si fosse messo a parlare. Prima credette che ad altri si dovessero indirizzare quelle parole; poi riflettendo che era sola, le giudicò una beffa, ed arrossì leggermente. Domenico si affrettava a ripeter la dose; ma essa gli cenno tacesse, e colla sua voce sorda e rimessa gli disse:

- Zitto! Non bisogna svegliare lo zio.

Poi chinò di nuovo il capo, come per significare che non avrebbe prestato più attenzione ad altri discorsi.

Domenico uscì persuaso in medesimo d'aver fatto colpo nell'animo della ragazza. Questo sistema di corteggiamento tenne egli pel seguito. Alla fanciulla parlava sempre, con una dolcezza adulativa, in termini di ammirazione. A tutti gli altri parlava di lei con entusiasmo. Siccome la malattia dello zio Gerolamo durò ancora una settimana, egli ebbe tempo a stupire tutto il villaggio della sua propensione e dell'affetto che manifestava per la zoppa, da tutti disprezzata, prima che la morte del vecchio e la conseguente conoscenza del testamento ch'egli aveva fatto venisse a dare agli accorti la ragione di quel suo nuovo diportarsi.

Lo zio Gerolamo, secondo quello che aveva desiderato, morì con intorno a Gaudenzio, il parroco e Giovanna, la quale lo pianse, come se da lungo tempo avesse imparato a conoscerlo ed amarlo.

Pel paese fu una gran novella che la sciancata fosse ad un tratto diventata ricca d'un mezzo milione; per la famiglia di lei fu un gran dispetto, e la memoria dello zio fu salutata con certi epiteti che non erano tutto riverenza. Allora capirono l'arte dello speziale, e pensarono opporre a quella un'altra manovra nel loro interesse. Ad essi conveniva che la Giovanna non uscisse mai di casa loro; e poichè la natura aveva già fatto assai per questo, si diedero a cercar modo di guarentirsi il pieno ottenimento di siffatto scopo.

La brutta, contraffatta, disprezzata ragazza, vide giorni novelli, così che le pareva sognare. Era diventata qualcheduno, essa che sino allora non aveva contato mai per nulla; poco mancava anzi che non fosse un personaggio d'importanza. La si trattava oramai con rispetto e deferenza. Codesto cominciava dalla famiglia, e si estendeva in tutta la cerchia del villaggio. Il padre le parlava, non coll'affetto che usava parlando ad Enrichetta, ma con riguardi, quali aveva per i suoi superiori; la madre metteva la sordina alla sua voce robusta nel rivolgerle il discorso, spoglio ora di tutte le solite invettive; il bastone della granata aveva cessato di essere in continua attinenza colle mani della poveretta: Gertrude si adoperava alacremente essa stessa nei lavori di casa, e faceva il miracolo di non borbottare; lo speziale non perdeva nessuna occasione per farle assaggiare quel profumo da cui era stata sceverata fino allora, il profumo dei complimenti che la turbavano con un profondo sentimento di vergogna; i biricchini avevano cessato di schernirla; nello sguardo della gente le pareva di trovare un'espressione di interesse, che il suo desiderio si compiaceva ad interpretrare per manifestazione d'affetto.

Un fatto la commosse sino al fondo dell'anima. La madre di Piero e quest'esso, il quale nella sua convalescenza progrediva con passo lento ma sicuro, vennero a ringraziarla d'averli lasciati prendere stanza nella casa del morto loro marito e padre. La vedova di Antonio Maria sentiva una viva gratitudine per questo fatto. Piero, di cuor generoso, aveva accresciuta la sua naturale compassione per l'infelicità di quella creatura da una simpatia fraterna, che s'era destata in lui vedendola, durante la famigliarità della convivenza, sì buona e sì mite nella sua rassegnazione. Fu con vera tenerezza che la madre le espresse i suoi ringraziamenti, che Piero le strinse le mani, chiamandola «sua cara Giovanna». Ella sentì un rimescolio non mai provato, volle parlare, e non ebbe parola fatta: si gettò al collo della madre di Piero, e ruppe in un pianto che le tornò dolcissimo. Quella stretta delle mani di Piero, quelle sue parole piene d'affetto, quei suoi sguardi espressivi erano altrettante preziosissime gioie per lei, cui avrebbe pagato anche col suo sangue.

 

 

 




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