XXVIII.
Quando si
mosse per partirsi di là, quando già aveva la mano sulla gruccia della
serratura, udì nell'andito dei passi che venivano a quella volta. Li riconobbe
tosto, erano i passi di lui. Ma non eran soli, quelli d'un altr'uomo li
accompagnavano, ed una voce, che Giovanna riconobbe tosto per quella dello
speziale, dialogava con Piero. Per nulla al mondo la poveretta avrebbe voluto
esser côlta in quel punto nelle stanze del giovine, tanto peggio poi da lui
stesso e accompagnato. Il primo suo pensiero fu di fuggirsi riportando via la
lettera; ma già erano troppo vicini per poterlo fare. Presso la stanza di Piero
vi era un gabinetto, di cui egli servivasi per la sua toilette. Giovanna
ebbe appena il tempo di gettarvisi e di far cadere dietro di sè la cortina
dell'uscio, che i due uomini entrarono.
Piero non era
venuto a casa che per prendere dei sigari prima d'avviarsi ad una passeggiata
per la campagna, a cui Domenico s'era offerto di accompagnarlo. Ma, appena
entro la stanza, lo speziale introdusse il discorso sull'argomento onde avevano
parlato la mattina, e domandò all'amico se avesse scritto la lettera, se avesse
avuto risposta, e quale, ecc. ecc.
Piero narrò
aver trovata Enrichetta lavorando a quel modo che ho detto, averle posto la sua
lettera dentro il cuscino da cucire, aspettarne ancora il riscontro.
- Tò, tò:
esclamò Domenico, il quale s'era accostato al tavolino; ecco qui sopra una
letterina che mi ha tutta l'aria di venire da mano di donna.
E presala fra
il pollice e l'indice della destra, la mostrò a Piero. Questi fu in un salto
presso lo speziale, e gliela strappò di mano. L'aprì sollecito e si pose a
leggerla palpitando.
Ma Domenico,
il quale guardava Piero, vide il volto di quest'esso improntarsi di tanto
stupore e quasi d'una certa aria di sbalordimento, che domandò:
- Che è? La
ti risponde picche?
- O cielo! È
successo uno strano errore.
- Che errore?
- Eh! non
posso spiegarlo.
Lo speziale
venne a lato dell'amico, e gittò un'occhiata di sbieco sulla carta che Piero
teneva spiegata in mano. Vide a piè della pagina il nome della zoppa.
- Oh oh
Giovanna! Tu hai scritto all'Enrichetta, ed è quell'altra che ti risponde.
- Ecco ciò
che non capisco.
- Ti scrive a
nome di sua sorella?
- No.
Domenico
travide la verità del fatto. - Che? che? diss'egli. Sarebbe mai?...
E l'idea gli
fu così burlesca ch'egli diede in una gran risata.
- Giovanna ha
creduto che la tua lettera fosse per lei?
Piero accennò
di sì col capo.
- E la ti fa
l'onore di accettare il tuo amore?
Piero non
potè tenersi dal foggiare le labbra ad un sorriso. Lo speziale invece ebbe un
nuovo e più forte scoppio di ilarità.
- Ah ah ah!
La storia è bella: tu hai fatto la conquista della gobba, della storta, della
butterata.
- Ella è
matta! disse Piero impazientato, scrollando le spalle.
Stracciò in
minutissimi pezzi la lettera di Giovanna e li gettò con dispetto per la
finestra aperta; poi s'affrettò ad uscire, seguito da Domenico.
E la povera
Giovanna? Oh quelle risa furono peggio che coltellate alla poveretta. Quella
tremenda verità le squarciò l'anima con tortura inesprimibile. Qual dolorosa
vergogna fosse la sua, niuna parola lo potrebbe dire. Ella aver osato sperare,
lusingarsi!... Se non cadde svenuta, lo si dovette all'eccesso medesimo della
sua onta.... Gran Dio! Se que' due avessero avvertito ch'essa era là! Dov'ella
fosse caduta, essi sarebbero accorsi; questo pensiero le diede forza; ma
l'angoscia fu tanta che un momento sperò di morire lì sul colpo. Perchè non un
gemito, non un sospiro la tradisse, si premette il fazzoletto alla bocca, si
morse sino al sangue le stesse sue mani. Il farsi male fisicamente le sembrava
un sollievo. E d'altronde in quel momento ella si odiava come non si era odiata
mai tanto.
Quando potè
uscire dal suo nascondiglio, era pallida come un cadavere, appena poteva
respirare, le gambe stentavano a reggerla, e chi l'avesse vista ne avrebbe
avuta profonda compassione, e insieme spavento. Si buttò a seder là, presso
quel tavolino su cui poc'anzi, il cuore pieno di tanta felicità, ella aveva
deposta la sua lettera; ed appoggiandovi i gomiti, si serrò fra le mani il
capo, confuso per mille idee cozzanti in tumulto. Una gran desolazione la
possedeva intieramente. Le pareva impossibile oramai la vita, e in
quell'agitazione dolorosa della mente spuntava un'orribile pensiero, una
sciagurata tentazione a cui mai la sua mite anima non avrebbe creduto di andar
soggetta: quella del suicidio.
Vivere ancora
dopo sì crudel disinganno, dopo una tanta vergogna! Oh no, non lo voleva più,
pensava più non poterlo. Sino al ritorno di Piero, l'esistenza non era stata
per lei che una sciagura; or ecco ridiventarle a mille doppi un tormento, e
un'onta.... Oh come Domenico aveva riso di lei! Ed anche Pierino aveva dovuto
sorridere. Essa non l'aveva visto questo sorriso, ma pur se l'era sentito
penetrare fino al cuore come una sottil lama di pugnale... E con qual accento
di disprezzo le pareva avess'egli esclamato: - Ella è matta!... Era Enrichetta
ch'egli amava. Ed ella non avea nemmanco pensato che ciò fosse! Ella,
miserabile mostricciuolo, aver avuto tanta superbia da credersi amata! Ben ti
sta la beffa crudele. Era la bellezza di Enrichetta che aveva vinto Piero.
L'anima ed il cuore chi li vede? Ella stessa, non era forse l'avvenenza del
cugino che a primo colpo le aveva fatto impressione? Enrichetta e Piero si
amano: e' son degni l'uno dell'altra. A loro le gioie dell'amore, le delizie
dell'Imene, le rose della vita. A lei, oh a lei, misero essere dispregiato, la
miglior sorte è morire.
Si alzò di scatto.
Le pareva sentire dietro sè lo scherno come un flagello sulle spalle. Uno
scoppio di riso beffardo le suonava incessante all'orecchio. Il suo sguardo
cadde per caso sopra uno specchio, e s'arretrò spaventata essa stessa innanzi
alla faccia contratta di color cadaverico che si vide dinanzi. Poi fissò con
una specie di astio accanito quella sembianza deforme: sogghignò pazzamente, e
tendendo il pugno chiuso verso la sua immagine, disse con accento d'odio
implacabile:
- Oh ti
distrarrò, miserabile corpo!
Si cacciò le
mani nei capegli, proprio come una pazza, e corse alla finestra. Sotto la casa
si stendeva un tappeto d'erba e di fiori. Colà sparsi vide ella ancora i
minuzzoli della sua lettera gettati al vento da Piero. Ecco com'erano disperse
la sua speranza e la sua gioia! - Era mezzogiorno - quell'ora appunto in cui
vedemmo incominciare questo dramma in sì modesta scena; - le volate della
campana messa in moto da Fusella mandavano tutt'intorno le onde sonore di
quella voce di bronzo. Giovanna alzò gli occhi verso quella parte d'onde veniva
quel sono così famigliare alla poveretta. Sopra le verdi masse degli alberi del
giardino si drizzava bianco sotto la piova della luce meridiana il campanile,
le cui tegole inverniciate in sul comignolo e la croce dorata brillavano al
sole. La povera Giovanna stette un momento a contemplare quel riflesso di luce.
Il suono grave e vibrato della campana della sua parocchia, le pareva un
saluto, le pareva un appello. Una bizzarra idea le spuntò ad un tratto nella
mente; parve che un gnomo venisse malignamente a sussurrargliela sotto il
cranio entro il cervello indolorito. Salire fin lassù su quel culmine, sopra il
quale a piombo batteva il sole, dare un'ultima sguardata al villaggio, alla
valle, alla montagna e poi precipitarsi giù nella sottostante piazza. Un
attimo, un respiro, un grido, e poi tutto finito! Finito il dolore, finita la
vergogna! Che cosa avrebbero detto quando la vedessero cadavere sformato su
quella piazza? Ah! nessuno più avrebbe osato di ridere.
- Quando sarò
morta, pensava, il terribile scancellerà il ridicolo.
Era sotto il
compiuto dominio di questa idea, non poteva più ammetterne altre, ogni voce
della ragione taceva.
Uscì di
quella casa correndo. Giunta al cancello di ferro però, ristette ad un tratto.
Si guardò intorno come smemorata. Fece scorrere il suo sguardo su tutti gli
oggetti che l'attorniavano, l'un dopo l'altro; la facciata dipinta della casa,
i boschetti del giardino, la sabbia dei sentieruoli, le aiuole dei fiori, le
sbarre inverniciate color di bronzo dell'inferriata. Diede mentalmente a tutte
queste cose un saluto. Mille ricordi diversi le invasero ad un tratto il
cervello. Colà s'era fermata una tal volta ed aveva colto un fiore; lì presso,
a quel cancello, Pierino l'aveva difesa; sotto quelle ombre ella aveva visto
Pierino ed Enrichetta felici di chicche e giocattoli, che loro si prodigavano,
mentre essa ne era priva pur sempre.... Quei tempi com'erano andati! E quei
luoghi ella non li avrebbe rivisti mai più! Provò uno stringimento tale nella
gola che credette di soffocare, ma gli occhi le erano asciutti con un fuoco
febbrile interno che li abbruciava. Mandò un'esclamazione, o meglio un gemito,
e riprese la sua corsa verso la piazza.
Mezzogiorno
suonato aveva fatto rientrare a casa loro pel pranzo tutti quei pochi
sfaccendati che stavano a chiaccherar sulla cantonata. Non un'anima viva per la
strada, nè per la piazza. Sul campanile ci si saliva dalla sacristia, ed a
penetrare in questa, bisognava passar per la chiesa. La gran porta della
parrocchia era chiusa, ma lo sportello n'era rabbattuto soltanto. Giovanna lo
sospinse con mano concitata che tremava, ed esso cedette alla spinta.
La
dissennata, infelice creatura si precipitò nel tempio, e, tuttavia correndo,
per quanto la sua gamba sciancata glielo permetteva, senza voler pensare ad
altro, coll'idea fissa chiovata in mente di voler morire, e tosto, la poveretta
prese la direzione della sacrestia.
La sua paura
era che Fusella, partendo, l'avesse chiusa a chiave dietro di sè. No, l'uscio era
aperto, e Giovanna varcò quella soglia. Allora temette non fosse invece serrata
la porta che metteva nel campanile. Corse là. Ancor essa era aperta.
Colà giunta,
la misera trasse un lungo respiro come di soddisfazione; poi, siccome era
stanca per quella corsa alle sue membra infelici cosi disagiata, affralita per
quella tremenda scossa morale onde l'animo suo era in preda, si appoggiò
all'impiallacciatura di rozzo legno che vestiva le pareti della sacristia, e
stette lì guardando con occhio smarrito la scura e piccola scala che,
cominciando ad un passo da lei, si contorceva su a spire entro il campanile,
quella scala che stava per menarla all'eternità.
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