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Vittorio Bersezio
Povera Giovanna

IntraText CT - Lettura del testo

  • XXIX
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XXIX.

 

Siccome la povera Giovanna, in quel momento, non aveva proprio più forza nessuna per muovere pure un passo, dovette rimaner più che non avrebbe voluto. Un gran silenzio regnava in quel luogo. Niun altro rumore perveniva a lei che quello d'un tarlo che rodeva presso con monotono scricchio il legno dell'impiallacciatura, e quello del suo cuore che le batteva concitato nel petto. Una dubbia luce, cha appena dileguava le tenebre, penetrava in quella sacristia. Quelle ombre e quel silenzio in quell'ora erano già come una segregazione dalla vita, parevano il silenzio e le ombre d'un sepolcro. , in mezzo ai viventi, Giovanna si sentiva pur tuttavia sola, abbandonata da tutti. All'accesso del dolore violento di poc'anzi, sottentrò in lei un abbattimento compiuto, ma disperato ancor esso. Stette ella alcuni minuti che le sembrarono eterni e pur tuttavia un soffio, tanto aveva ella smarrito la misura del tempo, stette a capo chino, le braccia pendenti colle mani intrecciate, senza pensiero, senza volontà, ma con un immenso, intimo dolore indefinibile nell'anima. Si riscosse ad un subito rumore che ruppe ad un tratto quell'alto silenzio. Un buffo di vento, entrando per la porta e per la finestra della chiesa, venne ad aprire l'uscio della sacristia e farlo batter contro il muro.

Giovanna sussultò spaventata. Ma da quell'uscio aperto sgusciava una lista di chiarore, mandata da quella maggior luce che per le alte finestre invadeva la chiesa; ma con questo chiarore penetrava di subito il pigolio di alcune rondini che, entrate pei finestroni nel tempio, si movevano svolazzando allegramente sotto la volta. Era la vita che s'intrometteva in quella silenziosa tenebria di tomba. La misera fanciulla, istintivamente, senza propria volontà, senza pur badarci, venne fino alla soglia a guardare quelle rondinelle temerarie. Nella chiesa eravi tutt'altro ambiente da quello dell'angusta e scura sacristia. V'era luce e calore. Le tende rosse delle finestre svolazzavano, quasi direi allegramente, a quel venticello che, entrando per le invetriate aperte, scorreva con lieve sussurro nella navata e tra gli archi delle cappelle. La lampada, di continuo accesa innanzi alla Madonna de' sette dolori, dondolava graziosamente. Anche v'era una profonda pace, ma non la pace del sepolcro.

Quante memorie eziandio in quella chiesa, per la infelice! Ma queste memorie non erano tali che, al par delle altre, accrescessero lo spasimo del suo dolore. Guardò fisamente il banco su cui soleva venirsi ad inginocchiare per udir la messa, guardò l'immagine della Madonna che sorrideva colle sette spade piantate nel cuore, guardò il confessionale dove la si prosternava ai piedi del buon vecchio sacerdote; e il suo occhio perdette alquanto di quella asciutta ardenza che aveva. Questi oggetti le parvero come veri amici che avessero simpatia e compianto per la sua sciagura. Se alcuni momenti di bene essa poteva contare nel suo passato, gli era a quei luoghi, a quelle cose che li doveva. Le si presentarono alla memoria certe estasi di anima commossa, certe interne tenerezze di sentimento che si erano a volta a volta suscitate in lei sotto il misterioso influsso della preghiera, , in quel banco, sotto quella immagine della Vergine, alla grata di quel confessionale.

Quest'ultimo le fece apparire dinanzi la buona e santa figura di quel vecchio umile, pietoso, dalla veneranda canizie, che era il parroco. Sentì allora di non essere affatto sola e abbandonata nel mondo, si accusò d'ingratitudine per aver potuto obliare un momento questo suo vero padre spirituale. Le parve che la Madonna dipinta la guardasse con mite rimprovero. Tutte le preghiere, le ardenti preghiere, - per di farla buona, per gli altri di farli felici - ch'ella aveva innalzate sotto quell'immagine, le parve ridiscendessero, per cosi dire, da quell'immagine a lei e facessero come una catena che soavemente la venisse a cingere e l'attraesse di nuovo colà ad umiliarsi innanzi a quel'emblema dell'umiltà glorificata. Cedette, si buttò ginocchioni sotto quella lampada accesa, e le sue labbra cominciarono a balbettare le usate parole dell'Avemmaria.

Dapprima la sua preghiera non fu meglio che un atto macchinale. Le sue idee erano altrove, o per meglio dire, erano intralciate, confuse, incerte ed ondeggianti: ma quella fissa e tremenda, che un istante prima possedeva per intero la misera creatura, erasi quanto meno affievolita, e sotto l'agitarsi di altre mille veniva via via digradando.

A poco a poco la mente di quell'angosciata si fissò sulle parole cui pronunziavano le sue labbra: su quelle parole, alle quali ella soleva dare tante significazioni, nel suono delle quali ella comprendeva pur sempre tante aspirazioni dell'anima, tanta espansione di quella massa di intimi, caldissimi, sublimi affetti, che doveva comprimere entro il cuore. Un'ombra di tenerezza, per così dire, cominciò a spuntare in quell'anima contristata, tutta fino allora occupata, dal furore della disperazione. Ad un tratto ricordò - e  perchè mai quel ricordo le venne? oh certo fu il suo pietoso angelo custode che le invocò la dolcezza di quella memoria - ricordò il giorno della sua prima comunione ch'essa, erano già anni parecchi, aveva compito in quella medesima chiesa. Era un bel , con uno splendido sole, come quello che raggiava allora appunto dal sereno azzurro del cielo; anche allora, ella si rammentava aver udito sul cornicione della chiesa cantare le rondinelle; e in quel momento siffatto canto le era sembrato tutto un inno di tripudio. Ora di certo quelle bestiole innalzavano il medesimo canto; ma era l'anima sua che, mutata così profondamente, più non lo capiva. Ah! quel giorno era sempre rimasto nei suoi sovveniri come lo splendore d'una gioia fra la monotona tristezza della sua vita abituale. Quel , contro l'ordinario, tutto le aveva sorriso. Nessuno l'aveva maltrattata; ed ella pel mistico rapimento della sua anima in quella festa cristiana, erasi sentita cosi internamente lieta, cosi innalzata oltre la sfera terrena, che le era sembrato aver veduto aprirsi la volta del cielo e trasparire allo sguardo della sua mente quasi in estasi le ineffabili delizie del paradiso. E quanti proponimenti non aveva ella fatti allora di virtù, di sacrificio, di abnegazione, sentendo con ardore un trasporto, una smania direi quasi di soffrire per altrui, di rassegnarsi ad ogni tormento, di rispondere ad ogni cosa con un'effusione di amore! Ed ora era ella ancora la medesima? Inorridì al pensiero che, per la prima volta, aveva accolto nell'anima un sentimento di odio: vero è che quest'odio volgevasi principalmente contro stessa: ma pure ella s'era sentita offesa, e non aveva perdonato. Offesa? Oh sì! Ma che colpa ne avevano gli altri? Il torto era tutto suo. Ella che si era così stranamente, così sfacciatamente illusa. Avrebbe ella accagionato altrui della sua sciagura di essere un mostro, d'essere una creatura disprezzevole, di aver avuta la folle temerità d'una impossibile lusinga?

- O madre divina, perdonatemi! Esclamò la misera con ineffabile trasporto dell'anima, levando verso l'immagine della Vergine gli occhi e le mani congiunte: Madonna Santa dei dolori, datemi voi conforto e consigli e forza a vincere il male.

Provò come una calma che scendesse in lei; le parve udirsi all'orecchio le miti benigne parole del confessore, tante volte sue consolatrici; a poco a poco i suoi occhi avevano perduto quella vitrea fissità ed aridezza, e venivano inumidendosi; ad un tratto un singhiozzo le salì dall'imo petto, e la piena del dolore trovò finalmente sfogo a prorompere in lagrime. Pianse e fu sollevata. Pianse a lungo, disperatamente, perdutamente; pianse come la poveretta che di sulla soglia del chiostro un ultimo addio alle gioie dal mondo per condannarsi tutta la vita all'ombra del sepolcro ed al sacrificio dell'espiazione, e colle lagrime che le colavano abbondanti e noncurate giù delle guancie, coi singhiozzi che le rompevano il petto, ella frammischiava ardenti parole di preghiera e d'adorazione, invocazioni di perdono e di pace.

Quando s'alzò di colà, ella era calma. Le lagrime erano cessate; ma sul volto le stava un'impronta di tristezza da non cancellarsi più. Usci a passo lento dalla chiesa, debole tanto di forze da potersi reggere appena, e recossi nella vicina casa del parroco. Questi, al vederla entrare, l'accolse con una interrogazione spaventata.

- Che cosa c'è? Dio buono, che cosa hai, povera Giovanna?

- Vengo a supplicarla ch'Ella mi ascolti in confessione.

Don Pasquale e la fanciulla si ridussero di nuovo colà dove li abbiamo visti pochi mesi prima, quando il buon sacerdote accortamente otteneva dalla disgraziata il racconto di tutte le sue miserie; ora essa spontanea veniva a raccontare al confessore i suoi nuovi più crudi tormenti, che essa, poveretta, riteneva pe' suoi peccati.

Rispetteremo il segreto di questa conferenza, certo alla infelice dolorosissima. Certo ella disse tutto, e la pena che dovette provarne se la impose come prima penitenza di quello che credeva suo fallo. Quando il confessore e la penitente uscirono dalla riposta camera, quello aveva l'aria commossa e gli occhi umidi di pianto, questa era accasciata, con aspetto d'un immenso male che l'opprimesse, ma le raggiava dal viso una certa serenità che si sarebbe potuta dire celestiale.

Il parroco, che sempre aveva parlato alla misera con infinito affetto, aveva ora per lei un accento di ancora maggior tenerezza, e quasi di riverenza.

- Sì, mia cara Giovanna, le diceva egli, stringendole tutte due le mani e guardandola con occhio amorevole oltre ogni dire; sta certa che tutto sarà fatto secondo il tuo desiderio. Gaudenzio (a cui vado tosto a parlare) ed io insieme aggiusteremo tutto.

- Grazie, grazie: rispose la ragazza colla sua voce più sorda che mai.

La serva di don Pasquale strabiliò per la meraviglia, nel vedere il suo padrone trarre la zoppa verso di per quelle mani che ancora le stringeva, e deporle paternamente un bacio sopra la fronte: cosa che Margherita non gli aveva mai visto a fare con nessuno.

- Va, va, Giovanna, soggiunse il parroco; ed abbi pensiero e cura anche di te.

Giovanna fece un mesto sorriso. Oh! quante cose,  quanto dolore e quanta rassegnazione sopratutto in quel sorriso! Poi s'avviò per partirsi; ma in quella, ecco uno scoppio della sua tosse profonda, che da alcun tempo pareva aver rimesso d'alquanto, assalirla cosi forte ch'ella dovette fermarsi ad appoggiarsi al muro.

Don Pasquale fu intorno alla misera con ogni sollecitudine e con un diluvio d'interrogazioni piene d'interesse e d'amore. Ella non volle nulla, rispose che gli era nulla, e appena passato quell'accesso, partissi. Il parroco, guardandole dietro con occhi rimbamboliti, scosse il capo in aria addolorata; e preso il suo cappello, s'affrettò ad andare in traccia del notaio Gaudenzio Tartini.

Giovanna, ella, coraggiosamente andò in cerca di Piero. Pensate voi qual animo fosse il suo nel comparirgli dinanzi; ma, per quanto cruda la stretta del suo povero cuore, la faccia era tranquilla, e su quelle labbra allividite stava un sorriso. Dio solo sa ciò che costasse di sforzi alla misera quel suo pallido sorriso.

- Hai tu ricevuto una mia lettera in risposta a quella che avevi messa nel cuscino da lavoro? diss'ella con accento scherzoso.

Piero la guardò tutto impacciato, e balbettò qualche parola senza troppo senso.

- Non ti sei mica offeso dalla baia, voglio sperare: continuò coraggiosamente Giovanna. Ma gli era per punirti d'aver avuta sì poca confidenza in me da non dirmi nulla del tuo amore per Enrichetta.

- Ah tu sai?....

- Certo. Volevi tu ch'io credessi sul sodo che il tuo biglietto era per me?

E qui la sventurata ebbe la virtù di fare un nuovo sorriso.

- Ma non temer più di nulla: continuò essa. Enrichetta sarà tua moglie, te lo prometto.

Piero l'abbracciò con trasporto. Povera Giovanna!

Intanto il signor Gaudenzio e il parroco eransi recati come in solenne imbasciata dal segretario comunale. Dietro mandato della Giovanna, avevano l'incarico di comunicare al signor Varada che questa faceva donazione del patrimonio ereditato dallo zio Gerolamo, per metà al padre ed alla madre, per metà alla sorella, ma colla condizione che si celebrasse fra un mese il matrimonio fra Piero ed Enrichetta.

I genitori non ebbero molte obiezioni da fare. Alcuna tentò muoverne il marchese, sobbillato dallo speziale, il quale era furibondo per vedersi scappare di mano ogni preda agognata: ma le difficoltà affacciate dal vecchio nobile non furono trovate insuperabili, ed egli medesimo, il marchese, non tardò ad acconsentire al disegno di questo maritaggio.

E fu celebrato in una bella mattina dello scorso agosto. Enrichetta, vestita tutta di bianco, ornata della corona e del mazzetto di fiori d'arancio, colla felicità che raggiava dagli occhi e da tutto il sembiante, era bella oltre ogni dire, e tutti l'ammiravano - perfino le donne. Piero presentava l'invidiabile aspetto - sì raro a vedersi - d'un uomo che ha conseguito l'oggetto de' suoi più ardenti desiderii.

In un angolo della chiesa, prosternata nell'ombra più scura d'una riposta cappella, stava una forma di donna che pregava e piangeva. Era Giovanna, a cui nessuno in quel momento pensava. Ma certo su quell'anima desolata era rivolto pietosamente lo sguardo di Dio!

 

 

 




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