XXIX.
Siccome la
povera Giovanna, in quel momento, non aveva proprio più forza nessuna per
muovere pure un passo, dovette rimaner lì più che non avrebbe voluto. Un gran
silenzio regnava in quel luogo. Niun altro rumore perveniva a lei che quello
d'un tarlo che rodeva lì presso con monotono scricchio il legno
dell'impiallacciatura, e quello del suo cuore che le batteva concitato nel
petto. Una dubbia luce, cha appena dileguava le tenebre, penetrava in quella
sacristia. Quelle ombre e quel silenzio in quell'ora erano già come una segregazione
dalla vita, parevano il silenzio e le ombre d'un sepolcro. Lì, in mezzo ai
viventi, Giovanna si sentiva pur tuttavia sola, abbandonata da tutti.
All'accesso del dolore violento di poc'anzi, sottentrò in lei un abbattimento
compiuto, ma disperato ancor esso. Stette ella alcuni minuti che le sembrarono
eterni e pur tuttavia un soffio, tanto aveva ella smarrito la misura del tempo,
stette a capo chino, le braccia pendenti colle mani intrecciate, senza
pensiero, senza volontà, ma con un immenso, intimo dolore indefinibile
nell'anima. Si riscosse ad un subito rumore che ruppe ad un tratto quell'alto
silenzio. Un buffo di vento, entrando per la porta e per la finestra della
chiesa, venne ad aprire l'uscio della sacristia e farlo batter contro il muro.
Giovanna
sussultò spaventata. Ma da quell'uscio aperto sgusciava una lista di chiarore,
mandata da quella maggior luce che per le alte finestre invadeva la chiesa; ma
con questo chiarore penetrava di subito il pigolio di alcune rondini che,
entrate pei finestroni nel tempio, si movevano svolazzando allegramente sotto
la volta. Era la vita che s'intrometteva in quella silenziosa tenebria di
tomba. La misera fanciulla, istintivamente, senza propria volontà, senza pur
badarci, venne fino alla soglia a guardare quelle rondinelle temerarie. Nella
chiesa eravi tutt'altro ambiente da quello dell'angusta e scura sacristia.
V'era luce e calore. Le tende rosse delle finestre svolazzavano, quasi direi
allegramente, a quel venticello che, entrando per le invetriate aperte,
scorreva con lieve sussurro nella navata e tra gli archi delle cappelle. La
lampada, di continuo accesa innanzi alla Madonna de' sette dolori, dondolava
graziosamente. Anche lì v'era una profonda pace, ma non la pace del sepolcro.
Quante
memorie eziandio in quella chiesa, per la infelice! Ma queste memorie non erano
tali che, al par delle altre, accrescessero lo spasimo del suo dolore. Guardò
fisamente il banco su cui soleva venirsi ad inginocchiare per udir la messa,
guardò l'immagine della Madonna che sorrideva colle sette spade piantate nel
cuore, guardò il confessionale dove la si prosternava ai piedi del buon vecchio
sacerdote; e il suo occhio perdette alquanto di quella asciutta ardenza che
aveva. Questi oggetti le parvero come veri amici che avessero simpatia e
compianto per la sua sciagura. Se alcuni momenti di bene essa poteva contare
nel suo passato, gli era a quei luoghi, a quelle cose che li doveva. Le si
presentarono alla memoria certe estasi di anima commossa, certe interne
tenerezze di sentimento che si erano a volta a volta suscitate in lei sotto il
misterioso influsso della preghiera, là, in quel banco, sotto quella immagine
della Vergine, alla grata di quel confessionale.
Quest'ultimo
le fece apparire dinanzi la buona e santa figura di quel vecchio umile,
pietoso, dalla veneranda canizie, che era il parroco. Sentì allora di non
essere affatto sola e abbandonata nel mondo, si accusò d'ingratitudine per aver
potuto obliare un momento questo suo vero padre spirituale. Le parve che la
Madonna dipinta la guardasse con mite rimprovero. Tutte le preghiere, le
ardenti preghiere, - per sè di farla buona, per gli altri di farli felici -
ch'ella aveva innalzate sotto quell'immagine, le parve ridiscendessero, per
cosi dire, da quell'immagine a lei e facessero come una catena che soavemente
la venisse a cingere e l'attraesse di nuovo colà ad umiliarsi innanzi a
quel'emblema dell'umiltà glorificata. Cedette, si buttò ginocchioni sotto
quella lampada accesa, e le sue labbra cominciarono a balbettare le usate
parole dell'Avemmaria.
Dapprima la
sua preghiera non fu meglio che un atto macchinale. Le sue idee erano altrove,
o per meglio dire, erano intralciate, confuse, incerte ed ondeggianti: ma
quella fissa e tremenda, che un istante prima possedeva per intero la misera
creatura, erasi quanto meno affievolita, e sotto l'agitarsi di altre mille
veniva via via digradando.
A poco a poco
la mente di quell'angosciata si fissò sulle parole cui pronunziavano le sue
labbra: su quelle parole, alle quali ella soleva dare tante significazioni, nel
suono delle quali ella comprendeva pur sempre tante aspirazioni dell'anima,
tanta espansione di quella massa di intimi, caldissimi, sublimi affetti, che
doveva comprimere entro il cuore. Un'ombra di tenerezza, per così dire, cominciò
a spuntare in quell'anima contristata, tutta fino allora occupata, dal furore
della disperazione. Ad un tratto ricordò - e
perchè mai quel ricordo le venne? oh certo fu il suo pietoso angelo
custode che le invocò la dolcezza di quella memoria - ricordò il giorno della
sua prima comunione ch'essa, erano già anni parecchi, aveva compito lì in
quella medesima chiesa. Era un bel dì, con uno splendido sole, come quello che
raggiava allora appunto dal sereno azzurro del cielo; anche allora, ella si
rammentava aver udito sul cornicione della chiesa cantare le rondinelle; e in
quel momento siffatto canto le era sembrato tutto un inno di tripudio. Ora di
certo quelle bestiole innalzavano il medesimo canto; ma era l'anima sua che,
mutata così profondamente, più non lo capiva. Ah! quel giorno era sempre
rimasto nei suoi sovveniri come lo splendore d'una gioia fra la monotona
tristezza della sua vita abituale. Quel dì, contro l'ordinario, tutto le aveva
sorriso. Nessuno l'aveva maltrattata; ed ella pel mistico rapimento della sua
anima in quella festa cristiana, erasi sentita cosi internamente lieta, cosi
innalzata oltre la sfera terrena, che le era sembrato aver veduto aprirsi la
volta del cielo e trasparire allo sguardo della sua mente quasi in estasi le
ineffabili delizie del paradiso. E quanti proponimenti non aveva ella fatti
allora di virtù, di sacrificio, di abnegazione, sentendo con ardore un
trasporto, una smania direi quasi di soffrire per altrui, di rassegnarsi ad
ogni tormento, di rispondere ad ogni cosa con un'effusione di amore! Ed ora era
ella ancora la medesima? Inorridì al pensiero che, per la prima volta, aveva
accolto nell'anima un sentimento di odio: vero è che quest'odio volgevasi
principalmente contro sè stessa: ma pure ella s'era sentita offesa, e non aveva
perdonato. Offesa? Oh sì! Ma che colpa ne avevano gli altri? Il torto era tutto
suo. Ella che si era così stranamente, così sfacciatamente illusa. Avrebbe ella
accagionato altrui della sua sciagura di essere un mostro, d'essere una
creatura disprezzevole, di aver avuta la folle temerità d'una impossibile
lusinga?
- O madre
divina, perdonatemi! Esclamò la misera con ineffabile trasporto dell'anima,
levando verso l'immagine della Vergine gli occhi e le mani congiunte: Madonna
Santa dei dolori, datemi voi conforto e consigli e forza a vincere il male.
Provò come
una calma che scendesse in lei; le parve udirsi all'orecchio le miti benigne
parole del confessore, tante volte sue consolatrici; a poco a poco i suoi occhi
avevano perduto quella vitrea fissità ed aridezza, e venivano inumidendosi; ad
un tratto un singhiozzo le salì dall'imo petto, e la piena del dolore trovò
finalmente sfogo a prorompere in lagrime. Pianse e fu sollevata. Pianse a
lungo, disperatamente, perdutamente; pianse come la poveretta che di sulla
soglia del chiostro dà un ultimo addio alle gioie dal mondo per condannarsi
tutta la vita all'ombra del sepolcro ed al sacrificio dell'espiazione, e colle
lagrime che le colavano abbondanti e noncurate giù delle guancie, coi
singhiozzi che le rompevano il petto, ella frammischiava ardenti parole di
preghiera e d'adorazione, invocazioni di perdono e di pace.
Quando s'alzò
di colà, ella era calma. Le lagrime erano cessate; ma sul volto le stava
un'impronta di tristezza da non cancellarsi più. Usci a passo lento dalla
chiesa, debole tanto di forze da potersi reggere appena, e recossi nella vicina
casa del parroco. Questi, al vederla entrare, l'accolse con una interrogazione
spaventata.
- Che cosa
c'è? Dio buono, che cosa hai, povera Giovanna?
- Vengo a
supplicarla ch'Ella mi ascolti in confessione.
Don Pasquale
e la fanciulla si ridussero di nuovo colà dove li abbiamo visti pochi mesi
prima, quando il buon sacerdote accortamente otteneva dalla disgraziata il
racconto di tutte le sue miserie; ora essa spontanea veniva a raccontare al
confessore i suoi nuovi più crudi tormenti, che essa, poveretta, riteneva pe'
suoi peccati.
Rispetteremo
il segreto di questa conferenza, certo alla infelice dolorosissima. Certo ella
disse tutto, e la pena che dovette provarne se la impose come prima penitenza
di quello che credeva suo fallo. Quando il confessore e la penitente uscirono
dalla riposta camera, quello aveva l'aria commossa e gli occhi umidi di pianto,
questa era accasciata, con aspetto d'un immenso male che l'opprimesse, ma le
raggiava dal viso una certa serenità che si sarebbe potuta dire celestiale.
Il parroco,
che sempre aveva parlato alla misera con infinito affetto, aveva ora per lei un
accento di ancora maggior tenerezza, e quasi di riverenza.
- Sì, mia
cara Giovanna, le diceva egli, stringendole tutte due le mani e guardandola con
occhio amorevole oltre ogni dire; sta certa che tutto sarà fatto secondo il tuo
desiderio. Gaudenzio (a cui vado tosto a parlare) ed io insieme aggiusteremo
tutto.
- Grazie,
grazie: rispose la ragazza colla sua voce più sorda che mai.
La serva di
don Pasquale strabiliò per la meraviglia, nel vedere il suo padrone trarre la
zoppa verso di sè per quelle mani che ancora le stringeva, e deporle
paternamente un bacio sopra la fronte: cosa che Margherita non gli aveva mai
visto a fare con nessuno.
- Va, va,
Giovanna, soggiunse il parroco; ed abbi pensiero e cura anche di te.
Giovanna fece
un mesto sorriso. Oh! quante cose,
quanto dolore e quanta rassegnazione sopratutto in quel sorriso! Poi
s'avviò per partirsi; ma in quella, ecco uno scoppio della sua tosse profonda,
che da alcun tempo pareva aver rimesso d'alquanto, assalirla cosi forte ch'ella
dovette fermarsi ad appoggiarsi al muro.
Don Pasquale
fu intorno alla misera con ogni sollecitudine e con un diluvio d'interrogazioni
piene d'interesse e d'amore. Ella non volle nulla, rispose che gli era nulla, e
appena passato quell'accesso, partissi. Il parroco, guardandole dietro con
occhi rimbamboliti, scosse il capo in aria addolorata; e preso il suo cappello,
s'affrettò ad andare in traccia del notaio Gaudenzio Tartini.
Giovanna,
ella, coraggiosamente andò in cerca di Piero. Pensate voi qual animo fosse il
suo nel comparirgli dinanzi; ma, per quanto cruda la stretta del suo povero cuore,
la faccia era tranquilla, e su quelle labbra allividite stava un sorriso. Dio
solo sa ciò che costasse di sforzi alla misera quel suo pallido sorriso.
- Hai tu
ricevuto una mia lettera in risposta a quella che avevi messa nel cuscino da
lavoro? diss'ella con accento scherzoso.
Piero la
guardò tutto impacciato, e balbettò qualche parola senza troppo senso.
- Non ti sei
mica offeso dalla baia, voglio sperare: continuò coraggiosamente Giovanna. Ma
gli era per punirti d'aver avuta sì poca confidenza in me da non dirmi nulla
del tuo amore per Enrichetta.
- Ah tu sai?....
- Certo.
Volevi tu ch'io credessi sul sodo che il tuo biglietto era per me?
E qui la
sventurata ebbe la virtù di fare un nuovo sorriso.
- Ma non
temer più di nulla: continuò essa. Enrichetta sarà tua moglie, te lo prometto.
Piero
l'abbracciò con trasporto. Povera Giovanna!
Intanto il
signor Gaudenzio e il parroco eransi recati come in solenne imbasciata dal
segretario comunale. Dietro mandato della Giovanna, avevano l'incarico di
comunicare al signor Varada che questa faceva donazione del patrimonio
ereditato dallo zio Gerolamo, per metà al padre ed alla madre, per metà alla
sorella, ma colla condizione che si celebrasse fra un mese il matrimonio fra Piero
ed Enrichetta.
I genitori
non ebbero molte obiezioni da fare. Alcuna tentò muoverne il marchese,
sobbillato dallo speziale, il quale era furibondo per vedersi scappare di mano
ogni preda agognata: ma le difficoltà affacciate dal vecchio nobile non furono
trovate insuperabili, ed egli medesimo, il marchese, non tardò ad acconsentire
al disegno di questo maritaggio.
E fu
celebrato in una bella mattina dello scorso agosto. Enrichetta, vestita tutta
di bianco, ornata della corona e del mazzetto di fiori d'arancio, colla
felicità che raggiava dagli occhi e da tutto il sembiante, era bella oltre ogni
dire, e tutti l'ammiravano - perfino le donne. Piero presentava l'invidiabile
aspetto - sì raro a vedersi - d'un uomo che ha conseguito l'oggetto de' suoi
più ardenti desiderii.
In un angolo
della chiesa, prosternata nell'ombra più scura d'una riposta cappella, stava
una forma di donna che pregava e piangeva. Era Giovanna, a cui nessuno in quel
momento pensava. Ma certo su quell'anima desolata era rivolto pietosamente lo
sguardo di Dio!
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