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Vittorio Bersezio
Povera Giovanna

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  • III
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III.

 

Povera Giovanna! Essa era nata veramente sotto l'influsso d'una malignissima stella. Esser brutta e deforme! Gli è il colmo della sventura per una donna. Un uomo che nasca povero, imbecille e scellerato gli è fortunatissimo in paragone. I poveri hanno oggidì mille mezzi d'arricchirsi, quando si sbarazzino dell'incomodo fardello della coscienza; gl'imbecilli sono coloro che riescono di meglio nel mondo, e gli scellerati, se hanno tanta accortezza da non urtare in nessun articolo del Codice penale, giungono alla fortuna non solo, ma alla considerazione della maggioranza.

Ma esser brutta per una figliuola d'Eva è un danno fatale e senza rimedio; è una funesta maledizione. Domandatene a quelle poppattole privilegiate della moda, a cui voi bruciate l'incenso della vostra adorazione. La natura ha creato la donna per amare ed essere amata; la società le ha imposto la frivolezza e la civetteria. Se il suo cuore ha bisogno d'affetto, la sua vanità ha sete di ammirazione e d'omaggi. Lo sfogo e la soddisfazione di queste qualità e di questi difetti non può averli che la bellezza.

Pensate al tormento d'una donna brutta in mezzo ad un'accolta di belle; un cardone spinoso fuorviato in un mazzo di rose. La infelice è condannata a sentire una continua invidia alle sue compagne, a cui soltanto sono riservati i successi, i piaceri, le gioie del mondo. Essa possiede talora nel suo intimo tesori di affetto, cui deve anzi nascondere che manifestare, per tema del ridicolo. I sensi, la fantasia, il cuore parlano eziandio in lei, tanto più intensamente forse quanto più costretta, più segreta, più compressa deve sobbollire in lei la passione. Ma chi amerà d'amore la povera donna deforme?

Chi vorrà mettere la sua nella mano di lei, e procacciarle le ineffabili gioie della maternità? S'ella è ricca, qualche sciagurato, col baco nell'anima e nel cuore, consentirà a venderle il suo nome. Ecco tutto. E intorno a sè ella vede lo spettacolo della felicità altrui, senza speranza mai di mordere ancor essa a quello splendido frutto che le sta dinanzi, e che più ancora le pare seducente, appunto perché eternamente è a lei conteso. E quando vede una madre abbracciare suo figlio nell'enfasi di quell'amore che tutti gli altri sopravanza quaggiù, quando la vede con orgoglio tenere appeso al suo seno quel frutto diletto delle sue viscere, ella volta in là il capo, e s'ingoia le amare lacrime che le montano agli occhi; quando scorge due novelli sposi passare, le braccia intrecciate, chinar le teste l'uno verso l'altra a sussurrarsi con ineffabile sorriso le dolci parole, ella sente nell'amarezza della sua anima tutta la vacuità del suo destino.

E questo destino era quello toccato alla povera Giovanna.

Avreste detto che la Provvidenza aveva impartito una certa dose di bene per le due sorelle, cui la secondogenita Enrichetta fosse riuscita ad usurpare tutta per sè.

Il signor Giacomo Varada, sotto le umili apparenze della sua piccola persona, covava assai vanità, maggiore cento volte del suo merito. Secondo lui - nel pensiero, che però nascondeva entro gl'intimi penetrali del suo cervellino - il destino gli aveva fatto un gran torto a non farlo nascere milionario e a non averne stampato un ministro invece che un segretario comunale. La ricchezza lo abbacinava, e le distinzioni sociali lo inebbriavano. A sposare la grossa Genoveffa, che allora era la più appariscente delle ragazze del villaggio, ed in una fama di bellezza che si estendeva per tutto il Circondario, fama che doveva alla sua florida salute, lo aveva spinto più ancora che le polpose attrattive di lei, più ancora delle 12 mila lire di dote ch'ella recava seco, la protezione della illustre, nobilissima, ricca e generosa famiglia dei Roccavecchia, gli antichi feudatari del villaggio, rappresentata ora da un ultimo rampollo, il vecchio marchese, uomo che aveva conservato tutte le tradizioni della magnificenza, della larghezza, della vera grandigia dell'antica aristocrazia.

Nel tempo della rivoluzione, la nobile famiglia aveva dovuto la sua salvezza al coraggio ed alla devozione del suo fattore Anastasio Porretta, avo di Genoveffa, e mai non aveva smentita nè dimenticata la riconoscenza verso di esso e i figliuoli suoi. Erasi stretta fra la nobile prosapia e la umile discendenza di Anastasio una specie di legame, press'a poco come quello che esisteva nell'antica Roma fra il patrono ed il cliente, fra il cittadino libero ed il suo servo prediletto, cui aveva emancipato e datogli il suo nome. Quando Varada accese il suo fuoco di passione con intenzioni le più legittime innanzi alla paffuta beltà di Genoveffa, la nobiltà in Piemonte era tutto ancora, e la protezione del marchese poteva dare ansa non temeraria alle maggiori speranze di una brillante carriera. Giacomo Varada si vide, nei sogni della sua immaginazione capo-sezione almeno almeno in un Ministero a Torino, con la foglia di porro all'occhiello, passare raccolto nella sua superba umiltà in mezzo alla sberrettate degli uscieri dell'anticamera.

Il marchese assistette con generosa cortesia alle nozze. Fece alla sposa l'onore di mille complimenti, che sentivano la galanteria muschiata del secolo scorso, quello più insigne ancora di accompagnarla egli stesso all'altare in cravatta bianca e colla piccola edizione delle sue decorazioni in numero infinito all'occhiello; le fece altresì l'onore più solido d'un sontuoso regalo di gran valore.

Lo sposo mingherlino, smarrito nel suo soprabito nero e nell'abisso della sua felicità, aveva le lagrime agli occhi, e non poteva aver parola alle labbra. Non seppe, e non credette neppur conveniente domandar nulla in quel primo momento alla espansiva protezione del marchese: ma questi, senza parlar chiaro, senza prometter cosa alcuna, lasciava intendere che avrebbe fatto più che non si sarebbe creduto. E quando, dopo aver concesso l'onore alla novella coppia di sedere a destra della sposa al desco delle nozze, levate le mense, il vecchio marchese trasse in disparte il sor Giacomo, gli disse con una lusinghiera famigliarità:

- Orsù, heureux coquin, mi aspetto fra nove mesi un bel maschiotto, di cui voglio essere io il padrino.

Allora quell'heureux coquin dello sposo si sentì andar tutto in sollucchero, e credette davvero di toccare col dito il cielo... dei fortunati che rosicchiano il bilancio passivo.

Le parole del marchese furono una vera predizione. Erano pochi mesi passati, quando Genoveffa affermò che al tempo detto ella avrebbe dato a tenere sul fonte battesimale un bambino all'illustre suo protettore.

Il sor Giacomo fu felice come un giuocatore al lotto che ritiene per immancabile in fin della settimana l'estrazione del vagheggiato quaterno. Ben gli pareva - e andava dicendolo fra sè - che il signor marchese avrebbe potuto dare per intanto una qualche anticipazione del beneficio onde aveva in animo di favorirlo. Se fosse venuta subito una nomina a qualche buon impiego, cui le successive promozioni avrebbero fatto sempre più lucroso, gli sembrava che sarebbe stato tanto di guadagno sul tempo; ma si consolava, assicurandosi che quel giorno augurato del battesimo, il nobile padrino avrebbe portato per dono di comparatico alla Genoveffa chi sa che magnificenza di coppa d'oro, ed a lui il brevetto di chi sa qual grossa carica.

Nel migliore di queste grosse speranze del piccol uomo, eccoti scoppiar ad un tratto una terribile bomba, che le mandò in aria come altrettanti soffi d'illusione. Carlo Alberto aveva dato la Statuto, si gridava e cantava su tutti i tuoni e si metteva in atto da un capo all'altro dello Stato: uguaglianza, libertà, fine ai privilegi, e guerra allo straniero.

Giacomo Varada capì che quella rivoluzione era un pericolo; ma come fare a non gridare ancor egli, quando ad un tratto quel pacifico villaggio mise fuori gli spiriti i più liberali del mondo, e gridava più alto degli altri? quando il nuovo parroco venuto allor'allora, Don Pasquale, era stato il primo a mettersi un coccardone tanto fatto sulla sottana nera e ad animare la gioventù a correr sotto le armi per la guerra proclamata da Carlo Alberto? Il marito di Genoveffa era troppo timido per osare resistere alla corrente, o soltanto per tenersene in disparte; Gridò ancor esso, mangiò ancor esso i pranzi patriottici che allora eran di moda, beve ancor esso ai brindisi patriotici, di cui si faceva tanto abuso, portò ancor esso la coccarda tricolore.

In sul meglio di queste gazzarre, ecco capitar come un fulmine con quattro cavalli da posta il marchese di Roccavecchia, che scappando dalle fragorose dimostrazioni della capitale, cascava di pieno in una seconda edizione delle medesime in miniatura, fatta dal villaggio sottosopra.

Giacomo Varada fu sollecito a levarsi la coccarda tricolore e corse al castello. Fu ricevuto, secondo si suol dire, come un cane in chiesa, dal marchese inviperito che sfogò un poco della stizza che gli bolliva contro le cose nuove in una violenta bordata addosso a quell'omicciattolo innocente di spiriti liberali come l'acqua fresca.

- Ma, signor marchese, ma eccellenza: badava a dire il pover uomo sconclusionato: ma io non son di quelli.... oh tutt'altro! Io la penso bene... È costante che io la penso come V. E.... tale e quale.

- Si eh? Come se non sapessi tutto! di ripicco il marchese. Come se non vi avessero visto colla bandiera in piazza! Come se a capo di tutte queste balordaggini non ci fosse un Varada!... E questo Varada chi ha da essere se non voi?

Il sor Giacomo si tirò su della persona con un grosso rifiato, e parve uom che s'annega quando giunge ad abbrancare una corda di salvezza.

- No, eccellenza, no, signor marchese: gridò egli. Non sono io: gli è quell'intrigante di mio cugino: gli è quel birbone di Antonio Maria, che ha fatto tutto. Io, si figuri! io che ho l'onore di esser sotto la protezione di V. E.., io che posso dire di appartenere ad una famiglia tutta di servitori della sua illustre casa, io che....

E avrebbe continuato per un pezzo, se il marchese con un'altra delle sue uscite non avesse troncato all'infelice la parola e tutte le fin allora nutrite ed accarezzate speranze.

- Ah ah! esclamava il marchese passeggiando su e giù per la stanza, ed abbandonandosi alla piena dei sentimenti di indignazione che l'occupavano. Vogliono fare il mondo alla rovescia. Sono i borghesi, gli è la gentuccia che ha da comandare, e noi da esser più niente. Vogliono ritornare alle sconcezze, alle bestialità ed agli orrori della rivoluzione. E la monarchia, povera cieca! dà loro sciaguratamente la mano! Va benissimo. Facciano pure. Oh vedremo delle belle cose....

Si arrestò innanzi al sor Giacomo, che tutto raumiliato, curvava il capo tra le spalle come uomo che riceve una doccia sul cocuzzolo, e gli disse a bruciapelo in tono minaccioso:

- Ve ne accorgerete che bell'affare sarà codesto! Quanto a noi, persone comode, ce ne laviamo le mani. Avanti i signori avvocati e i signori medici ed anche i signori bottegai; lascino le comparse, le ricette ed il cacio, per dar mano alle cose di Stato. Vedremo che cosa sapran fare. Noi non ce ne immischiamo più...

- No, per amor del cielo! pregava sor Giacomo, che vedeva il suo impiego andare in fumo.

- Non ce ne immischiamo più! Ripeteva il marchese, battendo spiccatamente sulle sillabe. Gli operai vadano dai nuovi padroni a cercar lavoro; i poveri accorrano là a domandare l'elemosina; andate da quella gente ad invocar protezione. Io per me non voglio nemmanco assistere a queste schifose scenate. Sono bello e deciso: me ne vado in Francia...; cioè no, che anche là c'è un buscherio maledetto. Vado a Vienna... ma anche là, parbleu! il mondo è sottosopra. Vado in Inghilterra, vado a casa del diavolo, se occorre.

E fece come aveva detto; nè erano le parole del povero sor Giacomo che valessero a farlo cambiare d'avviso. Parti in fretta e in furia, recandosi a Londra, dove stette fino dopo la battaglia di Novara, quando, credendo che quel disastro mettesse fine ad ogni velleità rivoluzionaria, tornò colla certezza di trovare le cose ridotte come prima delle, secondo lui, funeste riforme.

Addio per i coniugi Varada la speranza dell'onore d'avere a padrino del loro primogenito il nobile protettore, e di godere delle più fruttuose conseguenze di questa sua degnazione! Come se quella povera creatura che aveva da nascere ne potesse qualche cosa, il signor Giacomo, senza fors'anco accorgersene, ebbe sminuita quell'aspettazione, quell'interesse, quell'affettuosa sollecitudine che aveva dapprima provati vivissimi pel nascituro, al primo annunzio d'essere oramai innalzato dalla natura alla dignità di padre. La signora Genoveffa, non ostante la sua florida salute e la sua robusta complessione, qualunque ne fosse il motivo, ebbe a soffrir di molto di quella gestazione: e come colei che fino allora non aveva mai saputo che cosa fosse disagio, nè fisico nè morale, e che d'altronde non aveva ancora desta in sè la fibra della maternità, molto se ne indispettiva e impazientava, e riguardava quel piccolo essere che sentiva fremere entro le viscere poco meno che una malavventura, la quale fosse venuta a seccarla, a turbarla, a guastarle i più begli anni della sua vita. Aveva trovato l'imene una freddura, spoglio affatto di quelle esultanze ch'essa aveva prima immaginate, e le pareva che per un fatale destino, senz'averne assaporate le dolcezze, non gliene toccassero che i fastidii e i tormenti.

Il disgraziato frutto di quei gelati amplessi veniva ora perciò alla luce trovando non molto acconci a fargli festa i genitori suoi. Tutte gli sarebbero ancora state perdonate quelle colpe non sue, quando fosse stato un maschio. Chi può spiegare al giusto la sciocca vanità che fa desiderare a quasi tutte le coppie un figliuolo maschio? Siffatta vanità l'aveva più che ogni altro il fintamente modesto sor Giacomo; e l'aveva uguale, se non maggiore ancora, la signora Genoveffa, a cui pareva di esser poi qualche cosa quando avesse posto al mondo un embrione d'uomo, e reputava troppa vergogna se avesse avuto a star di sotto alla moglie del cugino Antonio Maria, la quale era tutta felice e si dava delle grandi arie per aver partorito ed allattato, e per condursi seco per mano, biondo e roseo come un amorino dipinto, il suo Pierino.

Nel parto, la signora Genoveffa soffrì - era sua espressione - come una bestia; e quando la mammana ebbe pronunziato la fatal sentenza che il neonato era una femmina, padre e madre n'ebbero il maggior dispetto e il maggior disappunto del mondo.

Questa povera creatura che, nascendo, invece del sorriso trovava il broncio sul volto dei genitori, era miseruzza, e pareva non aver tanto fiato da poter vivere. La madre stava male, ed il medico era molto in pensiero di ciò. Non si aveva tempo ad occuparsi della bambina. Fu battezzata senza nessuna di quelle feste che si erano pensate per accogliere la venuta d'un figliuolo, e per torsene ogni fastidio fu data a balia alla prima donna che si presentò affermando d'aver latte da nutrirla.

Ma questa contadina, affermando ciò, diceva per tre quarti una menzogna, imperocchè di latte ne aveva tanto poco che gli era quasi nulla, ed oltre ciò, non avendo nè ordine, nè giudizio, nè cuore, amando troppo più il vino che bisogno non fosse, soleva piantar lì la bambina strettamente fasciata nella cuna da quasi soffocare, e se n'andava a zonzo, mentre la poverina si sgolava a strillare.

La malattia della Genoveffa fu lunga, e, durante tutto il tempo di essa, non si pensò nemmanco ad andare a vedere a balia la piccina, di cui il sor Giacomo si ricordava soltanto allora quando gli toccava pagare le mesate di baliatico, il che faceva brontolando, come per denaro gettato.

Quando Giovanna ebbe due anni, la ritirarono da balia. La povera piccina era pallida, macilenta, pareva, come si suol dire, ritenere appena un fil di vita coi denti. Non poteva ancora reggersi sui piedi, e per quanto si tentasse, non si riusciva a farle mutar due passi. Sembrava di cera con occhi di vetro. Aveva l'aspetto imbecillito e sofferente. La madre, al vedersi innanzi quel mostricciuolo, levò disperatamente le braccia in aria, e gettò le alte grida. Il sor Giacomo, che avrebbe potuto riconoscere in quella piccina il suo ritratto in caricatura, tenne bordone al dispettoso disgusto della moglie. Giovanna fu relegata in alto della casa in uno scompartimento del granajo, che era stato ridotto a stanza per la serva; e colà stette i lunghi giorni, quasi sempre sola, seduta su una di quelle seggioline per i bambini dal piano forato, con una traversa innanzi che lor si chiude perchè non caschino.

Figuratevi che infanzia! Le mura di quel granajo erano tutto il mondo per quella povera creatura. Un tratto di cielo, che scorgevasi a traverso i piccoli quadrati di vetro impiombati della finestra e si direbbe meglio dell'abbaino, era il solo bene, la sola gioia di quell'infelice. I suoi occhi grigi ed inespressivi si fissavano in quel bell'azzurro; ed ella restava cosi immobile per ore ed ore, la bocca larga, fiatando appena; e quando un raggio di sole sgusciava fino a lei, caldo e dorato e pieno di mille atomi che danzavano allegramente, era allora la sola volta che le sue labbra pallide si schiudessero ad un sorriso.

Di quando in quando, la serva, sentendo compassione della disgraziata bambina, la prendeva seco in braccio e la portava giù nel cortile, nel giardino, nelle strade del paese. Ma di farla camminare non c'era verso, e il dover sempre recarsela in braccio finiva per seccare alla fante. Un giorno ancora avvenne che, andando pel villaggio, la donna incontrasse la padrona, la quale stava chiaccherando colla cugina, la moglie di Antonio Maria, che, come sapete, abitava la casa vicina a quella del sor Giacomo. La cugina teneva per mano quel magnifico ragazzo che era il suo Pierino, ricco di salute, di prosperità, d'ogni leggiadria.

All'arrivo della fante colla Giovanna in braccio, la moglie di Antonio Maria la fermò per vedere la piccina, e disse, con accento d'interesse e di compassione che forse era sincero, ma che alla Genoveffa suonò come un'ironia:

- Povera la tua bambina! Com'è sempre strema e miseruzza! Dovresti far venire un medico dalla città perchè te la guarisse.

E volle fare una carezza alla Giovanna, la quale, usata nel suo granajo a non veder nessuno mai, si ritrasse in là tutta spaventata, e con atto scontroso alzò le sue piccole braccia a coprirsi e difendersi il viso contro ogni contatto.

Genoveffa stava sulle braci, e sentiva una specie di confusione, che era l'ira di dover sottostare come madre alla cugina. Questa, sia che la vista della disgrazia della Giovanna le avesse in quel punto fatto sentir vieppiù la felicità onde il cielo aveva favorito il suo amore materno, sia che avesse voluto trionfare vieppiù del suo vantaggio - sentimento naturale in donna - chiamò a sè tosto il Pierino, che saltellava gaiamente li presso, e toltoselo in braccio, cominciò per iscoccargli sulle guancie pienotte e rubiconde due di quei ghiotti baci, che fanno venire l'acquolina in bocca a vederli a chiunque abbia un poco di bozza della paternità, e poi, come pretesto dell'averlo chiamato e presolo in grembo, lo raccostò alla Giovanna, e gli disse:

- Tò, ecco la tua piccola cugina Giovanna; falle un bacio.

Pierino, che aveva allora cinque anni, grazioso ed amorevole com'era con tutti, si sporse verso la bambina per fare come la madre aveva detto; ma Giovanna, guardatolo sospettosamente di sotto le sue braccia ancora levate, si trasse anche più vivamente indietro, e voltò la testa in là, cacciandosi a piangere.

- Com'è brutta! Disse Pierino tutto malcontento.

A Genoveffa era come se le avessero piantato un grosso spillone nelle carni, e poi si divertissero a rivoltarglielo nella ferita.

- Riportate a casa quella sciocca; diss'ella ruvidamente alla serva. L'aria non le fa che male, ed è meglio non esca.

Da quel giorno la condannata bambina non varcò più la soglia del cortile.

Giovanna aveva oramai quattro anni, e camminava finalmente; ma camminava con pena, claudicando, costretta a sorreggersi ai mobili ed alla parete per istar su. La sua debolezza, il continuo star seduta rannicchiata sulla seggiolina, l'esser portata in braccio, la mancanza d'ogni cura nell'assisterne i primi passi, tutto insieme l'aveva fatta venir sciancata, e prodottole una leggera deviazione della spina dorsale.

Non bastava ancora. Si era dimenticato di farla vaccinare, e un bel giorno ecco il vaiuolo assalirla, metterne i giorni in pericolo, e lasciarla poi viva per miracolo, ma colla faccia tutta butterata da parere un crivello.

Poteva ben morire allora! Quale disavvantaggio sarebbe stato per gli altri? Nessuno. E per lei non sarebb'egli stato il meglio? Ma no; la sorte la riserbava a maggiori tormenti, come vi narrerà questa veridica storia, esatta come un processo verbale.

 

 

 




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