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| Vittorio Bersezio Povera Giovanna IntraText CT - Lettura del testo |
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VIII.
Lo zio Gerolamo aveva pagato il barocciaio Barbetta, e datogli ordine di recare le due valigie, che aveva condotte seco sopra un carretto, alla principale locanda del paese. Ciò fatto, stava per rientrare, quando ecco sopraggiungere tre individui. Uno era don Pasquale, gli altri due erano il notaio e lo speziale del villaggio, padre e figliuolo Tartini. Il notaio era un vecchio rubizzo, coll'aria più aperta e più onesta di questo mondo. Aveva uno sguardo da uomo allegro, un naso da bevitore, ed un largo sorriso da coscienza tranquilla. Amava chiaccolare, ma nelle sue parole non c'era pericolo mai che fallisse alla prudenza e si lasciasse scappare cosa che non andasse detta. In sua qualità di notaio e per la profonda stima onde godeva presso tutti, egli era informato delle cose le più segrete che riguardavano gli interessi e le vicende intime di ogni famiglia del villaggio. Tutti coloro che avevano un imbroglio da aggiustare, un consiglio da domandare, un dispiacere da confidare, una disgrazia a cui cercar conforto, ricorrevano a lui. Tutte queste confidenze stavano sepolte nel suo cuore, e così bene che pareva averle egli stesso dimenticate. Nessuno mai non aveva dovuto arrossire innanzi ad una parola o solo ad uno sguardo di questo vecchio buon uomo che sapeva tutto. Allora soltanto mostrava di ricordarsi delle cose apprese quando poteva servisene per ottenere qualche bene. Era naturale che un galantuomo simile fosse amato dai buoni e preso in uggia dai tristi. Costoro nella bontà altrui odiano sempre la più severa condanna della loro malvagità. Ora, anche nella falsa semplicità della vita dei villaggi il numero dei tristi non è punto minore in proporzione alla quota che tocca alle agglomerazioni cittadine. Sulla piccola scena del villaggio avete rappresentata la medesima commedia coi medesimi caratteri: gl'invidiosi, i truffatori, i maligni, i calunniatori e gl'imbecilli. Il notaio Tartini - per sua gran disgrazia, come andava poi dicendo egli stesso - fu fatto sindaco, e credette suo dovere di accettare, avendo in animo di introdurre nel villaggio molte buone riforme, di cui era massimo, a suo senno, il bisogno. Gli invidiosi fecero al buon uomo aspro e duro oltre ogni dire il tempo del suo sindacato. Fra questi invidiosi uno dei più ostili, quantunque di soppiatto, gli fu Giacomo Varada, lo stesso segretario comunale. Il buon vecchio ne ingoiò di tutte sorta. I suoi, ordini non erano eseguiti; le sue parole male interpretate; travisate le sue intenzioni. Ogni suo progetto di cui facesse cenno era divulgato tosto, e con proporzioni esagerate che gli davano aspetto di avventato e pericoloso innovamento, onde la stupida inerzia dei paesani, attaccati come edera al muro, al così faceva mio padre, si sgomentava e inalberavasi maledettamente. Egli volle impiantare delle buone scuole, e quindi, invece di pagare certi cappellani che mangiavano allegramente uno stipendio che li compensava del loro far nulla, volle accrescere il numero e lo stipendio dei maestri, affinchè si potesse averne dei migliori e che vivessero più comodamente e con più dignità; quindi non potendo obbligare i padri a mandare i figli alla scuola, non consentendo appo noi la legge questa benedetta coazione, immaginò quanto meno di allettarli con premi; non occorre pur dire che, facendo pagare ai ricchi, egli dava ai figli dei poveri gratuita affatto l'istruzione, cibo dell'intelligenza a cui tutti hanno diritto come a quello del corpo. Codesta, in quel villagio, per opera massimamente del buon Varada, il quale pigliava l'imbeccata dal marchese di Roccavecchia, codesta, dico, parve una enormità; quantunque il buon don Pasquale lasciasse intendere a mezza bocca ch'egli non la disapprovava punto. Ma il parroco non osava fare di più in favore del sindaco, perchè temeva gli effetti della collera del marchese, il quale era nelle più strette ed amichevoli relazioni colla Curia vescovile. Opposizioni, gridii, calumnie, indignazioni delle pinzocchere, il diavolo a quattro piovve intorno al povero sindaco, il quale era d'animo troppo mite per resistere a quel turbinio, ed alle persecuzioni. S'aggiunse ancora che certi fondi destinati alla festa del Santo, essendo intravvenuta in quel torno una innondazione che produsse molti disastri, il sindaco impiegò con empia temerità a sollevare le miserie dei danneggiati; e la festa dovette essere celebrata con sì miseri apparati che tutta la popolazione donnesca, e la gran maggioranza eziandio di quella mascolina, rimase inorridita di tanto scandalo, di cui memoria d'uomo non c'era esempio. Oltre a ciò, il sindaco rigorosamente provvedeva contro i ladri di campagna. Egli capiva che il proprietario, pagando la sue imposte, ha diritto d'essere guarentito nei frutti della sua proprietà; egli capiva che la tolleranza di simil ladroneccio viene a favorire l'ozio, e quindi i vizi e lo scadimento del senso morale nelle popolazioni campagnole; egli, pietosissimo verso la miseria, tanto da consumare i due terzi dei suoi redditi in elemosina, sentiva il dovere d'essere severissimo verso il vizio e l'immoralità. Il numero de' suoi nemici s'accrescea di tutti i birbanti che vivevano di rapine per l'innanzi tollerate. Per ultimo, egli osò urtare di fronte un pregiudizio de' più radicati nei nostri paesi montanini, quello della proprietà comune dei pascoli; e propose di vendere quelle misere macchie coperte di eriche, su cui vagavano muggendo per fame le magre vaccherelle dei poveri. Parve che toccasse l'arca santa del paese. Le grida contro di lui giunsero ad una tale intensità che lo assordarono. La Prefettura della Provincia, d'altra parte, alla quale i suoi nemici avevano trovato modo di porlo in vista di esaltato, poco meno che di repubblicano, la Prefettura non gli concesse il suo appoggio; il buon notaio si sentì abbandonato di sotto o di sopra, e diede le sue dimissioni. Quel giorno in cui usci della casa comunale per ritornare semplice amministrato come tutti gli altri, egli diede un gran sospiro, e promise a sè stesso che non ce l'avrebbero colto mai più. L'onorevole carica gli aveva fruttate dispiaceri, nemicizie, calunnie e il danno materiale di quello che non aveva più potuto guadagnare colla sua professione, e di quello che aveva speso del suo per impiantar le scuole e per beneficare i danneggiati dell'innondazione. Ora egli era tornato alla tranquillità della sua vita abituale. Passava il tempo nel suo studiolo a far contratti e metter la pace gratuitamente fra i contadini, che prima di litigare si recavano da lui a farsi deffinire le quistioni che insorgevano fra di loro; quando non era nel suo studio o presso al letto di qualche moribondo che faceva testamento, lo si sarebbe potuto trovare, la sera, nel tinello del parroco, col quale se la diceva benissimo, dove si giuocava a tarocchi, lungo il giorno a leggere i giornali, e chiaccolar di politica nella bottega di suo figlio lo speziale. Questi era affatto diverso da suo padre in tutto e per tutto; e stava al mondo eccezione incarnata alla massima d'Orazio che gli avoltoi non si generano dalle colombe. Il signor Tartini figlio era del metallo medesimo ond'era composto Giacomo Varada; ma aveva più ferma l'impronta. La sua voglia di ammassar denaro era accompagnata da più risoluzione e da più accortezza. Aveva delle qualità ed un'arte più acconcia ad andar a' versi di tutti, per trar profitto di tutti. Egli non s'era mica legato ad un solo partito, ad una sola persona, colla rovina della quale fosse irreparabilmente rovinato anche il suo vantaggio. Accendeva la candela all'arcangelo ed a satanasso, e li sapeva persuadere l'uno e l'altro che il culto sincero era quello soltanto che a lui era diretto. Quando parlava col marchese di Roccavecchia, andava meravigliosamente d'accordo con esso lui, nessuno sapeva, meglio del furbo speziale, deplorare le bruttezze del presente e fare un lusinghiero raffronto col passato; il marchese gli concedeva l'onore di fargli prender seco il caffè, e quello più grande ancora di dargli le punte delle dita da toccare, quando se ne partiva. Coi contribuenti oberati dalle imposte, che gridavano come aquile tapine contro il ministero, lo speziale appariva della sinistra con una fierezza d'opposizione degna d'un piccolo Bruto; il che non impediva che recandosi nella città capo-luogo di circondario, egli facesse visita ad ogni volta al sotto-Prefetto suo buon amico, col quale si sfogava a ridere dei codini ed a condannare severamente i rossi. Era l'uomo il più influente del Comune, del Collegio elettorale, del Circondario. Ogni candidato a pubbliche elezioni doveva ricorrere a lui, e guadagnarsene l'appoggio con lusinghe di tutte sorta, con regali ed altro. Egli sapeva molto bene trafficare il suo voto e la sua influenza. Dal fondo della sua bottega, egli faceva i sindaci, non soltanto del suo paese, ma dei circonvicini, egli faceva il deputato, egli faceva i consiglieri provinciali. Avrebbe potuto essere egli medesimo ogni cosa che avesse desiderato di codesta roba; ma egli era troppo accorto per isciupare così la sua influenza. Impiegandola in favore ora di questo, ora di quello, la faceva fruttare assai più a vero beneficio dei suoi interessi. Non c'era impresa di lavori che si concedesse nel Circondario senza che lo speziale Tartini ci avesse ficcato il naso: il ponte, la strada, gli edifici pubblici erano dati a costruire ai suoi raccomandati; e la sua raccomandazione era quindi un valore ch'egli sapeva perfettamente scontare. Così veniva raccogliendo una ricchezza d'autorità di cui molto si compiaceva, e un aumento di fortune onde aveva grandissima ghiottoneria. Era precisamente il rovescio di suo padre, che amava fare il bene che potesse e non comparire, e non profittarne, e che consumava il suo patrimonio per troppa bontà. Lo speziale avendo molti punti di contatto col segretario comunale, era pieno o quasi pieno fra loro l'accordo. Il marito di Genoveffa temeva l'influenza del factotum del villaggio, e veniva lisciandolo con molta cura affine di abbonirselo; e lo speziale si mostrava tutto grazioso col padre di Enrichetta per certi suoi disegni che veniva accarezzando e che non dubitava punto di effettuare, avvezzo com'egli era ad una sicura riuscita in ogni cosa. La bellezza della figliuola secondogenita dei Varada aveva colpito il cuore - uso quest'espressione per non sapere qual altra adoperare; ma poteva egli dirsi che avesse un cuore? - del farmacista. Aveva, un bel giorno, determinato che - verificandosi certe circostanze - egli avrebbe potuto fare l'onore a quella ragazza di domandare la sua mano; e voleva disporre le cose in modo da rendersi favorevoli, per quel caso, tutte le probabilità. La beltà di Enrichetta non avrebbe bastato a ispirargli questa eroica risoluzione. Per molto c'era entrato eziandio quel certo calcolo che l'avidità del sor Giacomo aveva fatto ancor essa. La protezione del marchese e il grande affetto che questi manifestava per la sua figlioccia doveva bene tradursi in qualche solido risultamento. Se non la intiera eredità, certo un vistoso legato era da aspettarsi alla morte del vecchio nobile sul ricco patrimonio dei Roccavecchia. Questo legato, messo insieme col patrimonio che il segretario comunale veniva ampliando a centellini, mercè la parsimonia, sulla base della dote di sua moglie, sarebbe riuscito di certo a formare una sostanza non degna di essere disprezzata. Il bravo Tartini figlio tendeva chetamente le sue reti perchè la preda non gli scappasse. Egli ha trent'anni, non è nè bello nè brutto, ma mostra un'età assai più inoltrata di quello che la sua non sia; nasconde la importanza ch'egli sa di avere e ch'egli medesimo dà alla sua persona, sotto una falsa modestia che pare la caricatura di quella sincera di suo padre; veste da uomo sodo colle foggie di dieci anni fa; parla poco, lento e grave; sorride misteriosamente; pare un diplomatico in vacanza, travestito da droghiere. Delle lusinghiere intenzioni dello speziale a suo riguardo Enrichetta non s'è ancora accorta il meno del mondo, e la figura volgare di quel grand'uomo di villaggio le torna antipatica anzi che no. La fanciulla, entrata appena nell'adolescenza, ha portato seco tuttavia quel prezioso talismano d'innocenza, e d'ignoranza, il quale non è ancora sfatato nemmanco dalla puntura della curiosità. Di forme e di bellezza, Enrichetta comincia ad esser donna, di cuore e di pensieri continua ad essere bambina; il suo riso schietto e i suoi occhi sgranati lo dicono aperto. Non ha imparato ancora nemmeno ad arrossire. Ai complimenti architettati ed alle sdolcinature affettate del signor Tartini figlio, essa usa rispondere con una bella risata sul muso, e scappa. Se la mamma non ne l'avesse proibita, Enrichetta giocherebbe ancora colla poppattola. Ma delle pretese tuttavia coperte dello speziale, ben si sono accorti i coniugi Varada, la signora Genoveffa la prima. Un gran consiglio ebbe luogo fra loro due, in cui la moglie tenne la presidenza, e in cui fu accettato all'unanimità di giovare indirettamente ai dissimulati propositi di quel furbo, in quanto però ciò non potesse compromettere di troppo l'avvenire; perchè non si sa mai quel che possa capitare, e se quello era un partito pel presente convenientissimo, un altro poteva presentarsene ancora migliore; e conveniva inoltre sapere a questo riguardo l'animo del padrino d'Enrichetta. La giovinezza e la beltà di questa consigliavano l'indugio e consentivano altre speranze più audaci. I genitori seppero quindi porre in atto un sistema che, permettendo allo speziale di lusingarsi del successo, non impegnava tuttavia per nulla il futuro. Era la stessa condotta che Tartini figlio aveva determinato di tenere verso la fanciulla. Quelle due diplomazie camminavano di pari passo, osservandosi mutuamente. Del parroco, il quale accompagnava i due Tartini padre e figlio, noi conosciamo già la buona e franca fisionomia, la grossa persona, l'indole mite e benigna, la mania interrogativa e la tabacchiera di corno. Conosceremo di meglio lungo il racconto la virtù di questo degno sacerdote, il cui difetto era soltanto una soverchia timidezza, soprattutto verso i suoi superiori ecclesiastici. Lo zio Gerolamo, visto avanzarsi alla sua volta quei tre, stette a fissarli ben bene; il parroco e lo speziale gli erano affatto ignoti, ma il suo sguardo si fermò con interesse sulle sembianze del notaio, che gli pareva di riconoscere. - Ecco il parroco e i signori Tartini: disse la voce timida e sorda di Giovanna, che era ancora allato dello zio. Gerolamo mandò un'esclamazione, e si slanciò commosso verso il notaio. - Sei tu Gaudenzio? Gli disse con molto affetto in quella sua voce burbera ed aspra. - Son io, mio buon Gerolamo. E i due vecchi amici si abbracciarono stretti con vera espansione d'amore. Il figliuolo Tartini faceva il suo sorriso macchiavellico, osservando attentamente di sottecchi le sembianze, le maniere e gli abiti dello zio d'Enrichetta ed amico di suo padre. Il parroco, a cui la vista di quel tenero amplesso pareva un gradito spettacolo, annasava voluttuosamente una presa di tabacco. Giovanna corse zoppicando ad annunziare ai genitori la venuta di quei tre, e n'ebbe ordine di riportare in cucina il caffè, e di aggiungervi tre tazze pei nuovi venuti, - e soprattutto di far presto. - Quanto tempo che non ci siamo più visti! esclamava il notaio. Tu stai bene, Gerolamo? - Bene e non bene. Sembro un colosso, ma ho ancor'io i piedi di creta... Ma lasciamo star codesto... Eh! come siamo invecchiati, Gaudenzio mio! Sono venuto per morir qui in mezzo a voi altri... E lei, soggiunse volgendosi al parroco, lei mi farà il funerale. - Che funerale? che morire? Rispose il parroco, facendo girare la sua tabacchiera fra l'indice e il pollice. Pensiamo a stare allegri. Lei è arrivato questa mattina eh? Come ha ella trovato, dopo tanto tempo, questo paese? Pochi cambiamenti neh? E dunque la fa conto di stabilirsi proprio qui? Gerolamo s'apprestava a rispondere, ma il notaio, che sapeva come al buon parroco non importasse per nulla l'aver risposta alle sue tante interrogazioni, saltò su egli a dire: - Quanto mi tardava il vederti! Sarei venuto fin dal primo momento del tuo arrivo, ma avevo paura che il sor Giacomo si pensasse che volevo farmi invitare a pranzo, ed ho tardato fin adesso che il pranzo dev'essere finito e strafinito. Ero lì, impaziente, nella bottega di mio figlio... S'interruppe ad additarglielo. - Eccolo qui mio figlio. Guarda che uomo s'è fatto! Tu l'hai visto non più alto di così, ed ora eccolo oramai nella maturanza degli anni. Esso è speziale, e ti auguro di non aver bisogno de' suoi servizi. Girolamo tese la mano al figlio del suo vecchio amico, che gli s'inchinava cerimoniosamente. - Godo assai di fare la conoscenza dell'uomo, io che non conosceva ancora che il fanciullo. Qua la mano... Domenico... Perciò mi pare che questo è il suo nome. - Per servirla, rispose lo speziale, tornando ad inchinarsi e toccando colla punta delle dita la mano che francamente gli aveva tesa Gerolamo. Sono molto lieto di conoscere di persona un amico di mio padre, che questi mi ha insegnato da lungo tempo a rispettare ed amare. - Sì, proruppe il padre. Parlavo sempre di te. Anche qui al sor prevosto, il quale, appunto udendo che venivo a vederti, ha voluto esserti presentato senza indugio. «Venga, io gli dissi, conoscerà un uomo d'oro con una scorza di rovere....» Imperocchè spero bene che tu sei sempre la copia del burbero benefico. Gerolamo diede in una risata. - Sono il diavolo che ti porti, vecchio adulatore; ma questa non è ragione per star qui sul passo dell'uscio. Entriamo in casa. Avanti, sor prevosto; animo, Domenico; dentro tutti; e noi vecchi compagni chiuderemo la marcia.
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