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| Antonio Rocco Esercitationi filosofiche IntraText CT - Lettura del testo |
Del moto circolare, retto e misto, & à quali corpi convengano.
Dopò di haver Aristotile determinato della perfettione integrale del Mondo, intende venir à i particolari di esso; il che non può più agevolmente fare; quanto che per via di effetti naturali sensibili; fra i quali senz'alcun dubio è principal il moto, come immediato e primogenito operativo figlio della Natura; per mezo di questo dunque vuol, per hora, distinguere i corpi Celesti da gli elementari. Ma perche voi Signor Galileo prima, che veniate à trattar di questa importantissima controversia, impugnate molte cose Aristoteliche appartenenti à questi moti, io, per non esser prolisso e tedioso, distintamente ne addurrò le positioni con le instanze fattele e le mie solutioni, riserbando il resto à i discorsi seguenti. Aristotile dunque di questa materia in questo modo discorre. Trattiamo (dice egli) hora delle parti speciali del Mondo, posto un tal fondamento; che tutti i corpi naturali siano mobili di moto locale, già che essi rinchiudono entro se stessi la Natura, che è principio di moto. Il moto locale si divide in circolare, retto, e misto, de i quali il circolare, & il retto sono semplici, facendosi sopra linea, ò magnitudine semplice. Il moto circolare è quello che si fà intorno al centro. Il retto è di due sorti, cioè all'insù, & all'ingiù. Dico esser all'insù, quello che vien dal centro; all'ingiù, quello che và al centro; onde segue, che tre siano le specie di moti locali, come hò detto; a i quali rispondendo i corpi naturali, altri saranno semplici, atti à moversi in giro, come i Cieli; altri pur semplici, ma mobili di moto retto, come gli elementi; & altri misti, e questi avviene che si movano dal predominio de i semplici, e quei per lor propria natura. Sin quì, al nostro proposito Aristotile. Contra di cui voi, Signor Galileo, adducete molte obiettioni circa molti punti.
La prima è questa. Per qual cagione (dite) Aristotile non disse che de i corpi naturali altri sono mobili per natura, altri immobili, avvenga che nella definitione habbia detto, la natura esser principio di moto e di quiete, che se i corpi naturali hanno tutti principio di movimento, òo non occorreva metter la quiete nella definitione della Natura, ò non occorreva indur tal definitione in questo luogo. Al che io rispondo che le cagioni naturali, come che nel lor causare o produr gli effetti suppongano necessariamente virtù attiva terminabile ad atto di perfettione, non è possibile, ne tanpoco imaginabile che si stendano subito all'imperfetto, al privativo, come non sarebbe possibile, che la generatione fusse principio di morte, ne la potenza visiva di cecità, se ben'à quella dopò l'atto positivo può seguir la corruttione, e la privatione di vista à quest'altra. Così non può la natura esser principio di quiete solamente, essendo ella pura privatione del moto; la quale, non essendo entità positiva, non havrà ne meno cagione positiva immediata. Onde la divisione di corpi in mobili, & in immobili sarebbe stata inutile, già, che in questi non si rinchiuderebbe la natura; ò sarebbe vota di virtù e di valore; ma che il corpo mobile ò avanti ò doppò che si mova, stia fermo, non è assurdo veruno, perche è sufficiente, che in esso sia la virtù motiva, che è proprio l'effetto primo della natura, non già il moto attuale; di modo, che senza questo sarebbe anco mobile. Ma senza alcuna attitudine ad esso sarebbe in vano. E così la sola inclinatione alla quiete non gli darebbe naturalezza, perche essa è naturale secondariamente, per dipendenza dal moto; che l'hà insegnato benissimo esso Aristotile nell'ottavo della Fisica, al testo 23. con queste parole: Posita est enim natura in naturalibus principium sicuti motus, & quietis, tamen physicum magis motus est.
La seconda instanza (fatto passaggio dell'elica intorno al cilindro, come reducibile alla circolare, e bene) è questa: che Aristotile dalle predette assignationi di moti retti e circolari per ragion di linee si riduce ad altre, cioè che il moto circolare sia intorno al mezo, ò centro, il retto all'insù, & all'ingiù, i quali (aggiungete voi, Signor Galileo) non si usano fuora del Mondo fabricato, ma lo suppongono non pur fabricato, ma di già habitato da noi, che se il moto retto è semplice per la simplicità della linea retta, e se il moto semplice è naturale, sia pur egli fatto per qualsivoglia verso, dico insù, ingiù, inanzi, indietro, a destra, a sinistra, e se altra differenza si può imaginare, purche sia retto, dovrà convenire a qualche corpo naturale semplice, ò se nò, la suppositione di Aristotile è manchevole.
Questa obiettione ha due parti: l'una improvera ad Aristotile che supponga in queste speculationi il Mondo fabricato, & habitato da noi, l'altra, la varia definition del moto. La prima parte (vi rispondo io) cortesemente ve la concederei; perche Aristotile, filosofando, non fa il mestiero dell'Architetto, ò del fabro, che contemplando disegnano, & operano; gli effetti de' quali dipendono dalla conoscenza, non la conoscenza da gli effetti. Esso Aristotile dalle cose naturali esistenti hà preso occasione di investigarne le cause, non che dalla sua cognitione si havesse da prender il disegno, ò il modello di quelle; ex sensibilibus facimus scientiam naturalem, diss'egli, et scibile est prius natura quam scientia. Non sono scienze prattiche queste, Signor Galileo mio, ma pure speculative, che sono necessariamente prevenute dall'oggetto, come l'effetto dalla propria cagione. Potrei anco dirvi che l'atto dipende dal suo principio, & in luogo di quello, per nostra facilità, può mettersi; e così dicendo tali sono i moti, retti, ò circolari; è l'istesso che dire, così era nel lor natural principio, onde così dovea farsi nella prima origine e dispositione dell'Universo, ne ad Aristotile fù incognita questa osservatione, anzi l'hà espressa al proposito della formatione della terra, nel secondo del Cielo, al testo 108. con queste parole: Sive igitur facta est, hoc necessarium factam esse modo, sive ingenerabilis semper manens &c.
Circa la seconda parte di questa obiettione. Vi rispondo che nel moto locale devono considerarsi due parti principali, per definirlo bene. L'una è il spatio, l'altra è il fine; quello concerne la causa materiale, ò recettiva; questa la forma, ò perfettione; quella è fondamento necessario, questa move all'operatione. Devesi anco avertire che Aristotile parla di moti naturali, onde ha, consideratamente à questo effetto premesso quì che la natura in essi sia principio di moto. Siche la sua intiera definitione è tale. Il moto retto è quello che si fa per linea retta, al determinato luogo naturale del mobile, all'insù, ò all'in giù. Il circolare, per linea circolare, ma intorno al mezo, ò al suo centro: e cosi queste due conditioni della definition del moto si devono prender congiunte, non disgiunte, come fate voi; & in vero se solo la linea retta bastasse, ogni moto sarebbe naturale, anco il violento, purche si facesse per questa linea; È retto, dunque, il moto che si fà per linea retta, ma se non tende al termine suo naturale, non sarà naturale; & io, nella mia Filosofia, lo chiamai retto al modo di Matematici; e colà hò portato quest'istessa difficultà che voi, e solutala.
La terza obiettione è circa il supposito che fa Aristotile di un sol moto circolare e di un sol centro; dicendo voi, Signor Galileo, che egli ha la mira di voler cambiarci le carte in mano, e di voler accomodar l'architettura alla fabrica, non construir la fabrica conforme a i precetti dell'architettura: che se io dirò che nell'università della natura ci possono esser mille movimenti circolari, & in conseguenza mille centri, vi saranno ancora mille moti in sé, & ingiù. Ho à questa instanza risposto in parte; cioè che le speculationi Filosofiche dipendono dall'oggetto; con differenza notabile dalli oggetti operabili, se ben voi ve ne servite con opposita comparatione. Questi mille movimenti e mille centri, che voi ponete, saranno ponderati al suo luogo, cioè dove ne tratterete ex professo: vi dico nondimeno per adesso, che se ben fussero centomila circolari movimenti, purche siano di corpi ambienti l'un l'altro e perfettamente sferici (come per ora deve supporsi per l'unità dell'Universo), misurando dall'ultima superficie convessa del primo continente, uno solamente sarà il centro principale, ò mezo, che vogliam dire; & questo hà inteso Aristotile per quel della terra, alla cui positione basta la conformità dell'ultima superficie concava, che contien gli elementi, in gratia di quali, come di parti ordinate al tutto, e diverse dalle celesti, ha parlato, e quando con dimostrationi veraci voi troverete altri mezi, ne esso, ne io negheremo di haver errato. Quanto al numero di moti, il parlar d'Aristotile è generico, onde non di un solo deve intendersi; nel modo che tutte le difinitioni sono universali e communi, basta che tutti i circolari siano intorno al mezo: i retti sù e giù, per haver commune una definitione.
La quarta vostra obiezione è contra la positione del moto misto, in questa maniera. Ma per moto composto (dite) e' non intende più il misto di retto e circolare, che può esser al Mondo, ma introduce un moto misto tanto impossibile, quanto è impossibile à mescolar movimenti opposti fatti nella medesima linea retta, si che da essi ne nasca un moto, che sia parte insù, parte in giù; e per moderar una tanta sconvenevolezza, & impossibilità, si riduce à dire che tali corpi misti si movano secondo la parte semplice predominante; che finalmente necessita altrui a dire che anco il moto fatto per la medesima linea retta, è alle volte semplice e tal'ora anche composto, sì che la simplicità del moto non si attende più dalla semplicità della linea solamente. Così dite, Signor Galileo: & il rispondervi è facilissimo; anzi e la risposta e la difficultà istessa l'hò apportata ancor io espressamente nel primo del Cielo; nè mi rincrescerà ripeterla. Mentre dunque voi dite, che per moto composto non intende più il misto di retto e circolare &c., ma un tanto impossibile &c., io non vedo altra impossibilità, che quella, che voi medesimo vi fabricate, in non voler intendere (non dirò che non sappiate) quel che hà da se stesso sana facile e convenevolissima intelligenza. Or sentite.
Dice Aristotile che il moto semplice naturalmente conviene a i corpi semplici, il composto a i composti; e poi soggiunge; i corpi misti moversi secondo il predominio di semplici, come le cose gravi dal predominio dell'acqua, ò della terra, le levi dell'aria, ò del fuoco; e quì vedete che alcuni misti non hanno moto naturale diverso da quello de gli elementi, ma solo si movono dal predominio di alcuni di essi. Oltre di questi si trovano altri misti, che necessariamente hanno il moto misto di retto, e circolare, ò vogliam dir tortuoso. È dunque la dottrina di Aristotile tale: De i moti, altri son circolari, altri retti, altri misti. I circolari convengono a i corpi celesti, i retti a gli elementi, & anco à tutti i misti inanimati, i quali non hanno altro moto che dell'elemento predominante; talche non solo la terra, ma ancora le pietre, l'oro, l'argento, il piombo e l'altre cose tutte di terrea gravità, si movono rettamente verso il centro, così le levi verso il Cielo. Ma oltre ciò tutti gli animali si movono naturalmente di moto misto: tale è il moto progressivo, il volativo, il natativo, il serpitivo, e mille e mill'altri. Vi domando, se questi siano moti retti, ò nò? e se non sono retti, di che esclamate voi? dove trovate tante sconvenevolezze, tante impossibilità ed assurdi? Direte forse che questi non sono moti naturali? e perche? non divengono essi forse dall'anima, che è ne i viventi forma e natura principalissima? non è forse così naturale all'huomo, & al cavallo il caminare, come alla terra. & al piombo il discendere? È ben vero che ne gli animali si trova anco il moto corporeo puro, che divien dalla gravità, & questo è semplice dall'elemento predominante, come quel delle cose miste inanimate. Ecco dunque i moti misti di mistura matematica e di naturale; voglio dir, e per ragion del spatio sopra di cui si fanno, che è tortuoso; e perche in simili moti vi è la naturalezza dell'anima, prima natura in quelli, e la ripugnanza del corpo grave, che da se stesso tenderebbe direttamente all'ingiù; ed eccovi manifestissima l'una, e l'altra mistura, la quale nella dissolutione del misto animale si dissolve anch'ella, e nel cadavero resta il semplice moto, come nelle cose inanimate, dall'elemento predominante. Che dite, Signor Galileo; vi par che questi siano moti impossibili? vi par di haver parlato consideratamente mentre per conclusione dite, a car. 10, che Aristotile non vi trovò corpo alcuno che fusse naturalmente mobile di questo moto? Mi direte che colà Aristotile non parla eccetto che de' moti puri naturali, non stendendosi à gli animali. Io vi dico che divide il moto locale in commune, da applicarsi come ho detto. Forse aggiungerete, che dovea esso dichiararsi; rispondo, che da gli universali posti è facile venir da se stessi a i particolari; e se nel libro de animalium motu (che è luogo appropriato à queste dottrine) l'hà detto espressa e diffusamente, che direte? havrà egli parlato à caso? con positioni ripugnanti? Ecco dunque l'adeguata solutione del vostro nodo Gordiano, non già quella che fate apportar al vostro Simplicio, cioè che si dica moto misto naturale per la diversa velocità del mobile &c.: e per dirvela confidentemente, mi par che vi dilettate di indur à maraviglia coll'apparenze, nel modo che fanno quei che professano far straveder con artificij, che in effetto non hanno sussistenza soda, ma superficiale, ordinata al passatempo, non all'esattezza del vero. Vi fingete risposte à vostro modo, e poi egregiamente l'impugnate, e volete dar à creder di haver espugnato Aristotile; à punto come coloro che offendon tal volta le figure, anzi l'ombre, credendo oltraggiare gli essemplari vivi, ò come i cani che mordono i sassi in luogo di chi gli scaglia.
La quinta obiettione è circa il moto retto de gli elementi, la quale, perche contiene diversi punti e difficultà, io per più chiarezza la dividerò in molte parti, ponendole ordinate e continuate, e con l'istesso ordine similmente le scioglierò.
1. La prima è questa. Se gli corpi integrali del Mondo (dite voi) devono esser di lor natura mobili, è impossibile, che i movimenti loro siano retti, ò altri che circolari: e la ragione è assai facile e manifesta; imperoche quello, che si move di moto retto, muta luogo; e continuando di moversi, si và sempre più e più allontanando dal termine, onde ei si partì, e da tutti i luoghi per i quali successivamente va passando; e se tal moto naturalmente se gli conviene, adunque egli da principio non era nel suo luogo naturale, e però non erano le parti del Mondo con ordine perfetto disposte: ma noi supponghiamo, quelle esser perfettamente ordinate: adunque, come tali, è impossibile che habbiano da natura di mutar luogo, & in conseguenza di moversi di moto retto.
2. La seconda parte è questa. In oltre (dite), essendo il moto retto di sua natura infinito, perche infinita. & indeterminata è la linea retta, è impossibile che mobile alcuno habbia da natura principio di moversi di moto retto, cioè verso dove è impossibile di arrivare, non vi essendo termine prefinito; e la natura (come ben dice Aristotile medesimo) non intraprende à fare quello, che non può esser fatto, ne intraprende à movere dove è impossibile di pervenire. E chi dicesse che la Natura arbitrariamente gli habbia assignati termini; Voi rispondete che forsi ciò si potrebbe favoleggiar, che fusse avvenuto del primo caos, dove confusamente andavano indistinte materie vagando per ordinarle a suoi luoghi; ma nel Mondo fabricato, ove è ottima constitutione, ciò è impossibile. Fin quì sono parole vostre; & aggiungete una risposta à modo vostro.
3. Per terza parte, concludendo contra la risposta predetta; dite che movendosi in questa maniera, cioè di moto retto, i corpi si disordinarebbono, rimovendosi da i proprij luoghi, però si può dire, che il moto retto servi à condur le materie per fabricar l'opera, ma fabricata che ella è; ò resti immobile; ò, se mobile, si mova solo circolarmente.
4. Nella quarta parte adducete à favor vostro l'opinion di Platone, che voleva che dopò esser stati i corpi mondani fabricati, e stabiliti, fussero dal suo fattore per alcun tempo mossi per moto retto, ma pervenuti in certi, e determinati luoghi, furon rivolti ad uno, ad uno in giro, passando dal moto retto al circolare, dove poi si son mantenuti e tuttavia si conservano.
5. E per stabilir questa positione, dite (e sia la quinta parte) che ogni corpo naturale costituito in stato di quiete, purche sia mobile, non impedito si moverà, purch'habbia inclinatione à qualche luogo particolare; perche quando fusse indifferente à tutti, restarebbe nella sua quiete; da questa inclinatione egli si anderà continuamente accelerando; e cominciando con moto tardissimo, non acquisterà grado alcuno di velocità, che prima non sia passato per tutti i gradi di velocità minori, ò vogliam dire di tardità maggiori: perche, partendosi dallo stato della quiete (che è il grado di infinita tardità di moto), non può entrar nel maggior grado di velocità, che non passi per il minore, &c. e questa acceleration si fà dalla Natura, per acquistar il luogo naturale; e perciò si può dire che la Natura per dar ad un mobile un grado di velocità determinata, lo faccia mover per alcun tempo di moto retto; così concludete, che i Cieli, e gli elementi, prima per moto retto siano venuti al suo luogo, e poi si movano in giro; anzi, secondo la lontananza onde si son partiti, habbiano acquistata maggior velocità, e perciò l'uno più velocemente dell'altro si mova, e rispondano al calcolo di questa motione.
6. Apportate, per provare (nella sesta parte) che si acquisti sempre velocità maggiore nel moto retto naturale, alcune dimostrationi matematiche: la somma delle quali la toccate voi stesso nella predetta ragione, con dire; che dal rimoversi il mobile dalla tardità infinita, cioè dalla quiete, deve passar per gradi minori, e minori, il che disegnate con linee, e caratteri, facili da intendersi. Ponete parimente diverse velocità secondo la diversità di piani più ò meno inclinati, pervenendo à questo, che nel piano orizontale è impossibile farsi moto, già che ci è arrivato all'estintione dell'inclinatione. Ed essendo il moto circolare per linea orizontale (cioè ne declive ne elevata), ma intorno al centro, non potrà acquistarsi mai questo moto naturalmente, senza il moto precedente retto. Così Giove è più veloce di Saturno, perche è sceso più che Saturno, &c.
7. Soggiungete (nella settima) che con questo moto non si disordina il Mondo, si servano ne i medesimi luoghi i corpi naturali, senza impedir altri.
8. Di più (e sia la parte ottava), che essi elementi giamai si movono di moto retto, ma appena, tal'ora, qualche particella di essi quando è fuora del suo luogo; ne all'ora si move per linea retta, eccetto che per unirsi al suo tutto, non per altra cagione; non al centro, che è un punto imaginario, un niente, senza facoltà alcuna. Oltre di ciò; se il fuoco, e l'aria nel suo luogo si movono circolarmente (il che confessano tutti i Peripatetici), è ragionevole che questi moti siano lor naturali, essendo perpetui, già che niuna cosa violenta è perpetua, & è meglio che ciò proceda dalla natura che dalla violenza. Concludete che per mantenimento dell'ordine perfetto trà le parti del Mondo bisogna dire, che le mobili siano mobili solo circolarmente, e con le ragioni dette rampognate il vostro Simplicio, il quale difende il moto retto de gli elementi con la sperienza delle lor parti.
9. Nella nona parte dite che la Terra non sia centro dell'Universo, e perciò riprendete Aristotile di petition di principio, perche l'habbia supposta per tale, il che (dite) era in quistione, e dovea provarsi. Vi stendete poi à sferzarlo ben bene, con dire che non sappia formar sillogismi, se bene ne hà date regole, e scrittine volumi, ma che à guisa di chi fa gli organi ne sà però sonargli, ne chi sà la poetica è però felice in far versi, e come che tali possegano tutti i precetti del Vinci e non sappiano dipingere un scabbello; e che le dimostrationi siano proprie di Matematici, non di logici.
10. Aggiungete (per decima) che l'argomento di Aristotile sia manchevole per un altra via, cioè, che, mentre egli dice, se il fuoco per linea retta si move verso la circonferenza del Mondo, dunque la terra, movendosi di moto contrario, va verso il centro del Mondo; perche (arguite voi) da qualsivoglia punto signato entro la circonferenza detta si può il fuoco mover verso di essa; e per l'opposito dalla circonferenza al punto, & allora non anderà dalla circonferenza al centro: anzi che il fuoco da mille e mille parti per ogni linea tende verso la circonferenza; dir dunque che venga dal centro del Mondo, ò che per opposito, colà vada la terra, non conclude altrimenti, se non supposto che le linee del fuoco, prolongate, passino per il centro del Mondo; e così si suppone quel che deve provarsi, cioè che il centro della terra sia in mezo del Mondo, il che è in quistione; anzi (soggiongete) il Sole è in mezo del Mondo, non già la terra; & in questo modo ancora dichiarate il paralogismo di Aristotile. Ma veniamo ormai ordinatamente alle solutioni.
1. Alla prima vi dico, che il moto retto à gli elementi non si conviene, mentre che sono ne i proprij luoghi, ma quando ne fussero fuora, già che questa sorte di moto è ordinata dalla Natura per condur, e collocar questi tali corpi, ò le lor parti a i suoi luoghi, & ivi conservargli; & in questa maniera non si allontaneranno nè abandoneranno le proprie sedi, e saranno le parti del Mondo con ordine perfetto disposte, come le colonne ne gli edificij. Ma mi potrete ragionevolmente soggiungere. Se non occorre, ne occorrerà mai, che questi corpi siano separati, ò lontani da i suoi luoghi, dunque mai secondo se tutti si moveranno, talche in vano saranno mobili del lor natural moto totale, e così era bene chiamargli immobili, anzi che di fatto sono tali. Vi rispondo che non son mobili in vano, perche basta che habbino questa facoltà per adoperarla quando gli bisognasse, ancor che mai ciò non accadesse; & eccovene l'essempio chiaro: l'huomo col suo ardire e valore è atto à far guerre, à domar le fiere, spianar i monti, adequar le valli, e mill'altre operationi; però non è necessario che venga à questo, & alle volte possono correr i secoli intieri senza tali occasioni, è perciò questa virtù in vano? non già; così gli elementi hanno virtù di moversi localmente di moto retto naturale, e, caso che ne habbino bisogno, si movono, altrimenti non è necessario. Si può ancora dire, che havendo la Natura dato à tutte le cose virtù per conservarsi e difendersi, la devono porre in esecutione solamente quando da violenza siano agitate; così chi la terra, ò alcuna delle sue parti dal proprio luogo rimovesse, da se stesse vi tornerebbono; ne in altra maniera è di mestieri moversi tutti, come non si corrompono mai tutti, se bene sono corrottibili, & essi elementi, & anco i Cieli, secondo voi, ne parimente del tutto altri Cieli, altri elementi, si generano, sì come ancor voi confessarete; perche dunque hanno da mutar loco totale? e se per esser chiamati generabili o corruttibili gli basta il moto di generatione e corruttione partiale; non gli basterà nella medesima maniera per esser mobili localmente? Chi vi dicesse ancora che la natura è principio di ogni moto, non solo (dico) del locale, ma del generativo, corruttivo, aumentativo, diminutivo, & alterativo, da ciascuno di quali separatamente può una cosa esser detta mobile, se ben non mutasse mai luogo, havrebbe anco detto qualche cosa, non fuora di proposito: pur non intendo con questa risposta haver sodisfatto a me stesso ne ad Aristotile.
2. Alla seconda instanza rispondo, che la linea retta è infinita nella consideratione matematica, ma in buona Filosofia non si dà ne linea ne altra cosa attuale infinita, e per conseguente ne meno il moto sarebbe infinito; e noi fra le principali positioni Filosofiche statuimo con ragioni l'universo terminato, ne voi lo ponete attualmente infinito di mole, talche ogni moto sarà al suo termine o al luogo naturale del suo mobile: ne sò dove possiate ne anco imaginarvi linea infinita di real esistenza nel Mondo Finito, e nell'infinito Chaos sapete sognarla, meglio era dir al contrario; già che appunto ove non era termine ne distintione, ivi non poteva esser ne luogo ne linea finita, chi non havesse dato determinatione avanti alcuna cosa determinata; e per tanto, all'opposito, la vostra ragione, cioè che si potesse favoleggiar linee finite nell'infinito, & nel finito, sia tanto repugnante, che ne anco la favola vi trova il verisimile.
3. Alla terza si risponde, che i corpi non si rimovono da proprij luoghi, come ho anco detto; ma dato per caso che non vi fussero, vi si ricondurrebbono, o essi over le sue parti, secondo che occorresse; ne è disordine alcuno che nel passaggio cedesse l'uno all'altro, essendo quei corpi che cedono facili à questo, come si vede dell'aria e dell'acqua, onde cedendo, operano, ò permettono che altri operi circa essi, secondo la lor natural dispositione; anzi che non si dicono naturali perche principalmente operino effetti naturali, ma più tosto perche da naturali agenti sono passibili, ò in potenza (come dicono) passiva: talche per quel patimento non nascerebbe disordine oltre naturale, ne sconvenevole; tanto più che da maggiori loro disordini (per così chiamargli con voi), cioè dal generarsi, e corrompersi, si conserva il Mondo; & è naturalezza delle cose generabili che siano in perpetua discordia, & in regolato disordine; come è manifesto non solo per ragioni Filosofiche, ma per sensate sperienze ancora. Or se il distruggersi (che è l'ultimo de' mali, non che di disordine) non repugna alla natura, non è cagione di confusione inutile ne di disordine immoderato, onde tante revolutioni irreparabili tribuite voi al moto puro locale per agitarsi, ò commoversi i corpi mossi? non essendo egli in niun modo, quanto è per se stesso, distruggitore delle cose.
4. Alla quarta (che è l'opinion di Platone), non dico altro per hora, perche risponderò alla vostra dimostratione, con la quale credete confirmar questa positione, & avrò in un tempo sodisfatto all'uno, & all'altro.
5. Vengo dunque alla quinta. E dico, prima, che voi supponete, la quiete esser una tardità infinita, constituita di gradi infiniti positivi, onde da altri di velocità, parimente infiniti, quasi con resistenza dei predetti, habbiano da vincersi, e cosi prodursi velocità sempre maggiore. Le quali cose sono falsissime: però che la quiete è una pura privatione; la tardità, comunque si sia, anco per caso infinita, è passione disgiunta del moto, il cui opposito, & altro disgiunto, è la velocità, sì che ogni moto è veloce over tardo; di modo che attribuendo la tardità alla quiete, sarebbe come chi dicesse, il vedere esser proprio di chi è cieco. Or questa tal privatione per ogni atto positivo si toglie, ò distrugge, come per ogni lume si levano le tenebre, perche, non havendo ella ne attività ne entità reale, non hà alcuna resistenza, di modo tale, che ogni grado di moto l'hà estinta, e per conseguente à questo fine non accade produr velocità sempre maggiore. E quantunque sia dottrina di Aristotile, nel 2. del Cielo, che il moto naturale retto vada acquistando sempre maggior velocità, quanto più si allontana dal luogo onde cominciò, e si avvicina al suo naturale; non però fa tal acquisto per estinguer i gradi, che non furno mai nella natura privativa della quiete, ma sì bene perche i naturali effetti congionti alla lor cagione operante, non impedita, prendono sempre maggior vigore, e massime i primogeniti della Natura, quale è il moto locale, ministro principale, ò più tosto padre de gli altri. Anzi, se il rimover la quiete (che chiamate tardità infinita) havesse per adeguata causa l'accrescimento di velocità (come dite), necessariamente ogni moto, tanto (dico) naturale retto, quanto circolare o violento, ricercherebbono velocità sempre maggiore, già che tutti cominciano dalla quiete. E se mi direte, in questi (cioè nel circolare e violento) ciò non occorrere, dunque (ripiglio) non fu la causa potissima la quiete, e per conseguente non dimostrate; già che la dimostratione procede per cagioni sì necessarie & infallibili, che sempre producono i suoi effetti. In oltre, se per levar via la tardità infinita, che è nella quiete, si ricercassero gradi sempre maggiori & infiniti di velocità; seguirebbe che un moto fatto da un punto per linea perpendicolare, dalla sommità altissima di una torre, sarebbe meno veloce che un altro fatto dall'istesso punto per linea declive, grandemente inclinata all'istesso piano. E, per essempio, una pietra che calasse giù a piombo per dritta linea, discenderebbe meno veloce assai di un huomo che per longhissimo e poco arcuato ponte venisse in terra, discendendo quella e questi dalla medesima altezza della torre. La consequenza è chiara: perche bisogna (secondo voi) levar via i gradi dell'infinita tardità con altri di rispondente velocità; se dunque nella linea inclinata si acquistano sempre gradi di velocità, e parimente nella perpendicolare, in quella tanti saranno di più, quanto che il spatio è più longo. O almeno saranno egualmente veloci quei moti, già che l'uno e l'altro hanno superata la quiete, ò tardità infinita e sono pervenuti ad un medesimo segno. Et essendo queste cose impossibili (anco secondo voi, che minuite la velocità dalla diversità de' piani acclivi e declivi, & in ciò dite bene), seguita che non per la cagione assegnata da voi si velociti il moto. Potrebbe bene la vostra dimostratione applicarsi per conoscere che si passino nel moto locale parti infinite di spatio, cominciando sempre dalle minori; ma per ciò, indurre più e più velocità non vale, perche le predette parti si passano in ciascun moto, come vi ho detto. Ma veniamo pur alla sesta.
6. E prima vi dico, che la vostra applicatione e la conseguenza insieme non sono buone, cioè che gli elementi, ò altri corpi, che si movono circolarmente, non possino moversi di questo moto se prima non si siano mossi di moto retto: Dite che nella linea inclinata si và sempre ritardando il moto (è vero, & è manifesto senza dimostration matematica), e che giunto alla linea orizontale, non vi essendo più moto retto, il mobile si volge in giro: e questo è falsissimo, perche, se quando è vicino alla linea orizontale, il moto nella linea grandemente inclinata è tardissimo e vicino al non essere; come può da esso procedere, come suo proprio natural effetto, un moto totalmente diverso, e veloce? forse un contrario e quasi estinto produce effettivamente l'altro contrario vigoroso? e pur, secondo voi, il moto retto, & il circolare sono contrari; ò siano grandemente diversi, che basta. E se bene fusse maggior, e minor velocità nel moto retto, che hà da far col circolare? non sapete che il più, & il meno concernono l'istesso genere? mostratemi, vi prego, con le vostre regole matematiche la forza di questa conseguenza; ch'io, quanto à me, non la saprei trovare con la Cabala, ne con l'arte di Pietro d'Abano. Ed all'instanze che vi farò, vedrete se sia dimostratione, ò sogno. Udite. Se è vero che niun moto circolare può farsi senza il retto precedente, da cui (come dite) immediatamente dipende, in breve spatio di tempo mancherebbe il pane e la farina à gli huomini; già le ruote che macinano, si movono in giro, specialmente secondo le vostre positioni, che vi basta per questo moto ogni ragiratione per linea circolare, se ben non sia intorno al centro della terra (che io, quanto à me chiamo questi tali moti violenti, e circolari per quantità, non per natura); or quando per mover queste ruote, precede moto alcun retto? cadono forse elleno dal Cielo, e poi si ragirano? overo, ogni volta che devono voltarsi, sarà mestieri levarle dalle sue asse in aria e lasciarle di moto retto cadere? ne anco riuscirebbe, perche non trovarebbono la linea orizontale, che è (secondo voi) necessaria per venir dal moto retto al circolare, che dite? e se dal retto tal moto circolare non è pervenuto, non si farebbe; e in questa maniera mai si macinerebbe il grano; & ecco la vostra Filosofia apportatrice di fame e di disaggi. Direte forse che il moto dell'acque e de i ministri suppliscono per il retto precedente. Ma ciò non solve; perche voi volete che l'istesso mobile dopò arrivato alla linea orizontale, non potendo moversi più di moto retto, si rivolti in giro; dunque l'istesse rote saranno calate per ragirarsi, e calate all'ora, perche devono subito volgersi intorno, dall'haver compito il moto retto. E chi impedirebbe che una macina intagliata da ogni verso in un monte, senza esser stata mai mossa da quel luogo, potesse rotarsi? e pur non havrebbe avuto giamai alcun moto retto. Ma veniamo al particolare di corpi dell'Universo, cioè de gli elementi e del Cielo. E con un Filosofar pratticabile, apunto come se vedessimo fabricar e disponer questi corpi ne' proprij luoghi (già che così dite doversi fare, e bene), e cominciamo dalla terra; ponendo che ella fusse fuora del suo luogo, insieme con Platone e con voi. Vi domando, quando venne, ove ora si trova, qual piano inclinato trovò ella, per cui si fusse potuta movere insino alla linea orizontale? di gratia fingetelo, se sapete. Et questo piano era matematico, ò naturale? il matematico è solo per astrattion di mente; già che non dassi quantità realmente separata dalla sostanza, conforme all'opinione, e verità di ogni professione: se era naturale, dunque avanti il fondamento del Mondo vi era altro fondamento, e di quello si possono addurre l'istesse difficultà; già parlamo del primo, primo; che se non volete metter la terra (che io la pongo per essempio), ponete qual di corpi à voi più piace; e ditemi in cortesia sinceramente (cerco la verità per desio di sapere, non per arroganza di contradirvi): sopra quali piani si fondavano i Cieli? quali erano queste machine immense, & rette ed inclinate e curve, che gli sostentavano? certo erano, ò doveano esser maggiori, ò più salde di essi Cieli, & ecco havemo il Mondo prima che fusse il Mondo; e quel primo, ove si fondava? e che si fece di lui dopò la constitution di questo nostro? Mi direte, che queste vostre positioni sono per modo di intendere. Vi rispondo che siamo sù l'opre reali, e cerchiamo conoscere e sapere la verità di moti veri, naturali, esistenti, ò possibili nella natura. Non si dà scienza del falso, del chimerico; ne voi parlate per meri esempi, ma per positioni assertive determinate. Ma ritorniamo, di gratia, pur per un poco alla terra. Mentre ella per linea retta veniva al suo luogo, fù necessario che sotto di lei trovasse un tal corpo ritondo, intorno alla cui circonferenza ella potesse ragirarsi, cosi supponete voi con la positione di quella linea orizontale; e così dentro la terra vi è un altro corpo, ditemi qual sia, se pur à guisa di un ombra non è svanito. In oltre essendo ella in molte sue parti durissima, per ragirarsi gli fù necessario farsi in polvere, acciò uniformemente si acconciasse in figura sferica; talche bisognò rappezzarla per metterla nel proprio stato, nel quale or si ritrova; e così il supremo fattore facea più tosto opra di ciavattino che di architteto. Potreste per aventura dire che intiera si rivolgea intorno à quella machina fondamentale, come farebbe farsi ad una picciola palla nel circuito d'un corpo sferico: ne credo che direste questa baia, ma mi imagino quanto si potrebbe dire anco di imaginario; perche già dite che i corpi circolari si ragirano intorno a i proprij centri. Oltre che, i corpi elementari non sarebbono ordinati à construir il Mondo, come sue parti principali, e ben disposte, ma sarebbono disparati, ò al più ammuchiati come un mucchio di Zucche. Et anco questo sarebbe un moto violento, e forse del tutto impossibile; & io sò veramente che voi non dite questa cosa, ne la direste; e pur per conseguenza dalle vostre positioni potreste forse esser indotto à dirla. Ma forse direte, che si volgea intorno alla superficie concava di altro corpo continente, come, v. g., dell'acqua, ò dell'aria. Questo non vale, perche volete che riceva il moto circolare dal piano orizontale, e che per questo le parti si ritengano in giro; onde se siano dentro un altro corpo, ò superficie, non saranno impedite, ma in se stesse si restringerebbono: e poi ciò non si può supporre del primo primo corpo, il qual (dico) sia messo per base ò prima pietra nella fabrica del Mondo. Di questo si parla, & io hò posto per figura la terra; & à voi sia lecito assignare quello che più vi aggrada per primo, e vedrete l'istesso assurdo manifesto. Ma dite meco, e con maggior maraviglia. Se prima Iddio havesse formati i corpi mondiali fuora del Mondo, e poi per moto retto condottigli à i suoi luoghi, sarebbe stato più il disfacimento, che l'opra, più il disordine che l'ordine; veniamo à pratticarlo. Sia posta in primo luogo, per essempio, la terra, ò quel corpo che vi piace. Ella veniva prima (come habbiam detto) per piani declivi retti; finisce il moto retto, e resta nel suo luogo; venga l'acqua nel medesimo modo, suppone un'altra machina che la sostenti e ritardi nella declività. Questa, per mettersi in giro, deve diffondersi e circondar la terra. Così l'aria per circondar l'acqua, il fuoco per l'aria, i Cieli per gli elementi e per circondar l'un l'altro, dunque, ò non erano formati nelle lor proprie figure, ma era una sola massa di ciascuno informe: ne si possono dir corpi formati, atti à moversi, mancandogli la parte più distinta, che è la figura; overo, se erano sferici, nel voler accommodarsi in giro l'uno dell'altro, devono disconciarsi, e di solidi diventar concavi, ne havrebbono di sua natura la figura, ma la riceverebbono à caso, come la cera il sigillo, ed in questo modo sarebbono indistinti, informi, non fatti, bisognosi di esser in mille maniere resarciti. Et così nell'acconciar per essempio, la sfera del Ciel stellato intorno à quella di Saturno, bisognò disfar tutta quella machina, tornar ad ammassar le stelle, e poi stenderla con esse sopra la forma precedente, nel modo che si formano le statue à colo sopra forme di bronzo, ò di legno. Dunque, se ben quel tal corpo si fusse prima mosso di moto retto per venir al suo luogo, non gli poteva quello servir per il circolare, perche bisognava disfarlo per metterlo intorno all'altro, e nel disfarsi il mobile non resta ne meno il suo moto; talche se ben si moverà di circolare, non havrà però questo per dipendenza dal retto precedente annullato. Che vi pare? non vedete che nel far il Mondo di novo, ne supponete un altro ripieno di botteghe, di machine, di confusioni e di disordine? Cose, che non hanno punto di verisimile. Non è più convenevole accommodar il nostro intelletto alle cose intelligibili, che stirachiar quelle (anzi stracciarle), per puro capriccio, ò per vana aura di gloria, alle nostre fantasie? Non è egli più ragionevole il dire, che essendo l'istesso Iddio che fù ab eterno, sia anco l'istessa natura che fù? e che ella altro non sia che instromento dell'istesso Dio, immutabile dalla sua immutabilità, ordinato dalla sua sapienza? e forse Iddio e la natura differiscono solo di nome, con accidental diversità negli effetti, cioè, che dicendo Iddio, s'intenda quella entità suprema, prima, independente, unica in se stessa, infinita, ottima, felicissima; e natura sia egli medesimo, con gli stromenti delle cagioni seconde che à suo voler impiega. E se ciò è vero; perche conseguentemente non diciamo, che come ab eterno operò la natura, così operi anco a i tempi nostri? e come a i tempi nostri così facesse ab eterno? & se noi vediamo che il luogo naturale a ciascun corpo è quello, ove esso nasce, si conserva, vi torna, e con violenza ne stà lontano, perche nell'istesso modo non discorriamo degli elementi e del Cielo? dico, che siano naturalmente prodotti ne i luoghi ove sono, e quivi quei che sono atti al moto circolare, circolarmente si movano, e gli altri ò stian quieti, ò in altra maniera, come più pertiene alla stabilità ordinata dell'edificio, & alla sua perfettione. Il Filosofar è ricercar sinceramente la verità delle cose, non sognar chimere e difender paradossi inintelligibili e repugnanti alla ragione, & al senso. Dir poi (come pur dite voi) che secondo sono discesi più a basso, così habbino conseguito moti più veloci, dal moto retto precedente più veloce, non è credibile, ma repugnante al vero, & alle vostre positioni medesime. Al vero, perche il primo mobile è velocissimo (come è concesso da tutti e suppongo per ora), e nondimeno, essendo sopra gli altri, sarà manco de gli altri disceso. Similmente il Ciel stellato (secondo l'opinion commune de gli Astronomi) è più tardo di moto, che molti altri orbi inferiori, e per la vostra positione dovrebbe essere più veloce. Ma potreste per caso dire, che questo discendere ha cominciato quì da noi (& a voi parrà lecito dir tutto, & io stò ad aspettar di udirlo), & che di quà verso il Cielo sia apunto il discendere: onde sarebbe forza che i corpi Celesti fussero tutti ristretti nella terra; e chi sà che non più tosto in una cantina, à guisa di tante botti? Ma parliamo pur saldamente: Saturno, che è più tardo di Giove, per questa ragione non sarebbe giunto colà da queste nostre bande; di modo che da ogni verso la vostra dottrina intoppa e si rompe. Alle vostre positioni contradicete, perche havendo detto che si volta in giro il mobile quando è giunto alla linea orizontale, e che, havendo persa (pur come voi dite) tutta la velocità, all'ora si raggira. Dunque se la velocità passata si è persa, poco importa che fusse più, ò meno veloce, ne che si movesse da alto più o meno. E poi, dove è alto, basso, più e manco, linee, e machine, fuora del Mondo, ò avanti di esso? O che bel veder venir à piombo i corpi celesti, e poi ribattendo nel circolare, che riscontrano, si dissolvano come tante palle di vetro, ò globbi d'aria! povere Stelle; e come poi si riordinorono? Io rinasco per meraviglia, e nel studiar il vostro libro con desio di apprender qualche dottrina seria, mirabile, imparo à favoleggiare. La positione di Platone, che voi adducete per ammantar le vostre, ò potria in questo luogo modestamente ributtarsi, il che (difendendo io hora Aristotile, che gli è in questo contrario, e lo chiama per ciò poco versato nelle cose naturali) non mi sarebbe disdicevole: overo portando riverenza alla fama, & al valor di huomo sì grande, potrei dire; che la sua positione circa di questo havea altra intelligenza: egli era chiamato divino, perche, astratto nella speculatione delle cose divine, contemplava le cose naturali nel modo che in Dio gli parevano, ò le concepiva: e perciò pone prima fabricato il Mondo ideale nella divina mente; il che è un esser cognito spiritale; dapoi, per linea retta, cioè con ordine divino, e senza errore, habbia in effetto prodotti tutti i corpi che integrano l'Universo, ne i luoghi proprij ove si trovano.
7. Quanto al servarsi l'ordine (che è la settima parte), vi hò detto già che egregiamente si serva, perche non devono rimoversi i corpi da proprij luoghi, e nel moto che occorre non nasce confusione, ma è naturalezza.
8. Et all'ottava, che sarebbono mobili in vano i corpi che devono moversi di moto retto, se mai si movessero, hò in questa parte risposto à bastanza nella solutione alla prima instanza, ove anco cascava al proposito: aggiungo però ora, che non è il fine di tali corpi il mutar luogo, anzi che, in quello trovandosi stabili, dar integrità al Mondo, concorrere poi con le loro qualità, e virtù operative alle generationi, corruttioni, & all'altre naturali mutationi che da essi dipendono sotto il Cielo.
Mentre dite che non si movono di moto retto, eccetto, che per unirsi al suo tutto, non gia per andar al suo luogo, e massime la terra al centro, che è un punto imaginario, un niente. Vi rispondo, che sì come ciascuna parte del nostro corpo, havendo la sua totalità, aspira però primieramente alla conservatione del tutto, & all'ordine di esso; onde la mano e l'altre membra si lasciano ferire per difender la vita, non potendo altrimenti aiutarla; così appunto nell'Universo le parti della terra (e così si dica de gli altri corpi) hanno risguardo bene alla terra tutta, con cui vogliono, potendo, esser unite, come il deto con la mano, ma più le importa l'ordine dell'Universo, come totalmente tutto, e perciò al centro ogni parte della terra si moverebbe, se bene ivi non fusse altra terra, perche quell'è il suo luogo assegnatole dalla natura e corrispondente all'ordine, & integrità totale del Mondo. Mentre dite che il centro è niente, senza virtù, imaginario. Sia quel che volete. Per esso si disegna un punto circa il quale deve ridursi la terra col circondarlo, non coll'esser contenuta da esso, & così sarà luogo suo naturale più che si avvicina à quel punto; eccovene un essempio chiarissimo; se in una Accademia, ò altrove, sia ad alcuno assegnato un luogo in mezo di una banca, ove, quasi con ordine continuato, anco de gli altri di quà e di là debbano sedere, si potrebbe ivi con misura geometrica giustamente segnar un punto in mezo, e quello con verità chiamarsi luogo di quel tale: talche più che à quello si avvicinasse, più anderebbe al suo luogo, non però che da quel punto fusse contenuto, ò circondato: e (per dirlo in altre parole) il punto è centro e termine di approssimatione, non di continenza. Che il fuoco si mova circolarmente, perciò deva esser questo moto naturale, non violento. Vi rispondo, come hò risposto altre volte (già è argomento trito di ogn'uno), che quel moto è naturalissimo in rispetto del tutto, non delle parti; voglio dire, che essendo più naturale alle parti di soggiacere, & obedire al tutto, ò l'inferiori alle più nobili, che di operar per se stesse, mentre con questa dipendenza operano, non patiscono violenza; già la destra ferita, per difesa della testa, per imperio dell'anima, è ben violentata in se stessa, ma non ha avuto altro che eccessiva naturalezza, nell'obedir, e dipender da chi doveva. Cosi i moti circolari degli elementi dipendono come meno nobili, da i più nobili celesti, e perciò, al giro di quelli movendosi, non soggiacciono à vera violenza; e solo quel violente non è perpetuo, che riceve forza estranea, distruggitrice, non imperio de' suoi maggiori: così sarebbe violentata l'acqua dal caldo eccessivo, il fuoco dal freddo. Ma per ordine del suo tutto, si ritirano naturalmente dalle particolari inclinationi; onde per toglier il vacuo, che alla natura universale ripugna, le cose gravi saliscono, e discendono le levi.
9. Quanto alla nona parte, che la terra non sia nel centro del Mondo, vi risponderò quando voi intenderete di mostrare il contrario. Per ora vi dico che Aristotile non hà commesso errore di petition di principio. Perche il supposito è evidente, ò almeno concesso quasi da tutti, ò dalla maggior parte de' professori; ne esso intendeva provar qual fusse il centro del Mondo, ma in qual maniera da quello che era stimato tale (fusse in verità come si volesse) ò à quello, si movessero gli elementi; & così non era supponer, & investigar l'istesso, come gli imponete. Dir poi che non sappia formar sillogismi, con altre mordacità simili, non ricerca risposta. Vi dico ben che gli vostri essempi sono all'opposito, e mancate tanto di concludere contra di lui, quanto abondate di mordere. L'insegnar à sillogizare è far sillogismi di fatto, onde è impossibile a non sapergli, come chi insegna à scrivere e cantare, è impossibile che non sappia cantare, e scrivere, ne è simile di chi fa gli organi e di chi gli suona: ò di chi impara à mente regole di poetare e di dipingere, con chi verseggia, e dipinge; onde variate genere e procedete con sofismi, troppo indiscretamente lacerandolo. Povero Aristotile, che essendo stato sin'hora supremo prencipe di Filosofi, sei diventato un informe scolaretto, e già parmi vederti, di età matura e venerabile, non ad instruir gloriosamente gli Alessandri, non à legger divinamente nelle famose catedre di Atene, non à dar leggi al Mondo e penetrar i più reconditi misteri della natura; ma con una cartella alla cintola, in compagnia di fanciulli, andar à Scola per imparar à far sillogismi. Glorioso Maestro, à chi è dato in sorte di insegnar ad un tanto scolare. Infelice conditione de tempi nostri, già che ogni cosa và alla riversa; i Cieli stessi hanno mutata natura in peggio, si dividono, si distruggono, quindi è, che non tendono più al meglio, all'ottimo; hanno troppo che fare, per difender se medesimi da gli avversarij, per conservarsi nel lor esser manchevole. Onde non è maraviglia, se dove per il passato producevano Giganti, & heroi, hora convertano i Giganti in Pimmei, i Cigni in Corvi, & anco i Lupi cervieri trasmuterano in Talpe. Che la Matematica sola habbia le vere dimostrationi, e non la Logica: voi lo potete dire, ma gli effetti ci insegnano il contrario, conciossia che, se bene mentre i Matematici persistono nelle loro misure, e proportioni, (come fa Euclide) non errano, ma mostrano quasi à dito, nel voler però applicar ad altre speculationi non mancano di errori notabili.
10. Veniamo all'ultima parte, all'altra inculcation di petition di principio. Mentre dite che in qual si voglia punto dentro la circonferenza del Mondo, il fuoco si moverebbe, non solo dal centro; dunque non è di là il moto suo &c. Vi rispondo, che posto in qual si voglia luogo, per linea retta anderà verso la circonferenza, non lateralmente, se non per violenza; & in questo modo quella linea dalla parte inferiore à perpendicolo risguarderà il centro, e parimente mille, e mille, le quali tutte terminerebbono ad un punto, chi le conducesse naturalmente, e così come da esso centro s'intenderebbono partire nel salire, così à quello avvicinarsi nel discendere. Che il Sole sia nel mezo del Mondo, aspetterò, che al suo luogo lo dimostriate.