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Antonio Rocco
Esercitationi filosofiche

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Argomenti per il moto della Terra e solutioni.

 

ESERCITATIONE SESTA.

 

Nel principio del vostro secondo Dialogo, doppo haver detto, & esagerato molto, & in molte maniere, più con invettive che con ragioni, contra la dottrina e più contro i seguaci di Aristotile, toccate un punto da non trapassarlo con silentio, per esser fonte e radice di molte conseguenze importanti alle controversie, o pregiuditiali alle positioni peripatetiche: cioè che esso Aristotile.

1. Servendosi del perturbato, ha messo tal volta la prova di una propositione tra testi che par che trattino di ogni altra cosa, e però bisogna saper accozzar ben questo testo con un altro, remotissimo. E chi havrà questa prattica, saprà cavar da suoi libri le dimostrationi di ogni scibile; perche in essi è ogni cosa; & soggiungete, impugnando questa positione (che fate dirla al vostro Simplicio) che se ciò bastasse, voi con i versi di Virgilio, ò di Ovidio, formandone centoni, esplicherete con questi tutti gli affari de gli huomini, & i segreti della Natura; anzi, che questo farete col libretto dell'Alfabeto, nel quale si contengono tutte le scienze, e chi saprà ben accoppiare & ordinare questa, e quella vocale, con quelle consonanti, o con quell'altre, ne cavarà le risposte verissime à tutti i dubbi, e gli insegnamenti di tutte le scienze, come il pittore da varij colori (ne i quali niuna figura è attuale, ò distinta) dipinge huomini fabriche, animali, ucelli &c. talche per questa via Aristotile niente havrebbe insegnato di espresso, più di quel che si faccia un Alfabetto, &c. E che i suoi seguaci, troppo pusillanimi per ricuoprirsi con l'arme di altri, non havendo ardire di comparir con le proprie, gli hanno data auttorità, che egli non si havrebbe arrogata giamai, &c. Ma tralasciamo, di gratia (per fuggir ogni tedio, e prolissità), queste altercationi di parole ingiuriose, e veniamo alle Filosofiche. Intendete provare, che non il Cielo, ma la terra sia quella che si move in giro, restando esso Cielo immobile, ò fermo; massime il Sole, e lo stellato: del che apportate tutte quelle ragioni, & esperienze, che possono conchiudere la vostra intentione; le quali io al solito, compendiosamente (senza pregiudicar all'essentiale) con ordine recitarò, per esaminarle poi. La vostra prima ragione dunque è questa.

2. L'immensità della sfera stellata, che contiene la terra per tanti milioni di volte, non è ragionevole che con moto velocissimo di una intera conversione di 24. hore si mova, stando la terra ferma. E se potessero seguir gli stessi effetti tanto dal poner mobile il Cielo quanto la terra, & alcuno dicesse che questa stia immota, & il Cielo si aggiri, sarebbe come se uno, salito nella cima della cuppola per veder la Città & il contado, domandasse che se gli facesse girar intorno tutto il paese, acciò non havesse egli ad haver la fatica di volger la testa, &c.

3. Supponete poi per fondamento delle cose che havrete da dire; che, il moto in tanto è moto e come moto opera, in quanto ha relatione à cose, che di esso mancano, ma tra le cose che tutte ne participano egualmente, niente opera, come s'ei non fusse, come il moto di una nave, carica di robbe diverse, in comparatione fra esse robbe non è moto, perche elle non si sono fra lor punto mosse, ò discostate, anzi quel moto è commune à tutte, con equalità di participatione, &c.: onde il moto è di quel che si move rispetto à qualche cosa immobile; non già sopra qualche immobile, come malamente ha detto Aristotile; il quale havendo da qualche buona Scuola presa questa propositione (detta da voi, cioè che il moto sia rispetto à qualche cosa immobile), ne havendola interamente penetrata, anzi havendola scritta alterata, sia stato causa di confusione mediante quelli, che vogliono sostenere ogni suo detto. Indi tornate all'intento vostro principale, e per provare che la terra si mova, adducete la prima confirmatione tale, che chiamate primo discorso.

4. Essendo (dite) dunque manifesto che il moto il quale sia commune à molti mobili, è otioso, e come nullo, in quanto alla relatione di essi mobili tra loro, poi che tra di essi niente si muta, e solamente è operativo nella relatione, che hanno essi mobili con altri, che manchino di quel moto, tra i quali si muta abitudine, & havendo noi diviso l'universo in due parti, una de quali necessariamente è mobile, l'altra immobile, per tutto quello, che possa dipender da tal movimento, tanto è far mover la terra sola, quanto tutto il resto del Mondo, poiche l'operatione di tal moto non è in altro che nella relatione, che cade tra i corpi celesti, e la terra, la qual sola relatione è quella che si muta. Ora, se per conseguir il medesimo effetto ad unguem tanto fa se la terra sola si mova, cessando tutto il resto dell'Universo, che se, restando ferma la terra sola, tutto l'Universo si mova di un istesso moto; chi vorrà credere che la natura (che pur per commun consenso, non opera con l'intervento di molte cose quel che si può far col mezo di poche) habbia eletto di far movere un numero immenso di corpi vastissimi, e con una velocità inestimabile, per conseguir quello che col movimento mediocre di un solo intorno al suo proprio centro poteva ottenersi? Le variationi (soggiungete in risposta à Simplicio) di meridiani, di orizonti, di giorni e delle notti, sono solo in comparation della Terra; la quale rimossa con l'imaginatione, tutte queste apparenze restano nulle.

5. Seconda confirmatione. Quando si attribuisca questo gran moto al Cielo, bisogna di necessità farlo contrario a i moti particolari di tutti gli orbi de pianeti, de i quali senza controversia ciascheduno ha il suo movimento proprio da occidente verso oriente, e questo assai piacevole, e moderato, e convien poi fargli rapire in contrario, cioè da oriente in occidente, da questo rapidissimo moto diurno; dove che, facendosi mover la terra in se stessa, si leva la contrarietà de moti, & il solo movimento da occidente in oriente si accommoda a tutte l'apparenze e sodisfà a tutte compiutamente. Ne è vero (rispondete à Simplicio), che i moti circolari (come dice Aristotile) non sien contrarij, anzi, come due cavalieri giostrando à campo aperto, ò due squadre intere, ò due armate in mare, si vanno ad investire, e si rompono, sono contrarij; così due moti fatti all'incontro sopra una linea circolare si contrastano impediscono, e sono contrarij non meno di quei due che si fanno all'incontro sopra una linea retta. Et in somma è più semplice e più natural cosa il poter salvar il tutto con un movimento solo, che coll'introdurne due, siano contrarij over opposti. In oltre.

6. Secondo che un orbe è maggiore, finisce il suo rivolgimento in tempo più lungo, & i minori in più breve: onde Saturno, discrivendo un cerchio maggiore di tutti gli altri pianeti, lo compisce in trent'anni, Giove in dodici, &c. Delle stelle Medicee la più vicina à Giove fa il corso in hore 24. la seguente in tre giorni, &c. però, mentre si faccia il movimento della terra in ventiquattro hore, quest'ordine si serverà inalterato; altrimente, dal rivolgimento di Saturno in trent'anni si farebbe un passaggio eccessivo ad uno di una sfera immensa di 24. hore. E questo poi è il minimo disordinamento; perche dalla sfera di Saturno si passa alla stellata, assai più vasta di quella, tardissima (come dicono) di molte migliaia d'anni; & indi, d'un eccesso all'altro, passar al primo mobile che si aggiri in 24. hore.

7. Ma dandosi la mobilità della Terra, l'ordine de' periodi viene benissimo osservato, e dalla sfera pigrissima di Saturno si trapassa alle stelle fisse, del tutto immobili; e viensi à fuggire una quarta difficultà, la quale necessariamente bisognerebbe ammettere quando la sfera stellata si faccia mobile, e questa è la disparità immensa tra i moti di esse stelle, delle quali altre verranno a moversi velocissimamente in cerchi vastissimi, altre lentissimamente in cerchi piccolissimi, secondo che queste e quelle si trovano più ò meno vicine a i poli; che pur dell'inconveniente, sì perche noi veggiam quelle, del moto delle quali non si dubita, moversi tutte in cerchi massimi, sì ancora perche pare con non buona determination fatto il constituir i corpi, che si habbino a mover circolarmente, in distanze immense dal centro, e fargli poi movere in cerchi piccolissimi.

8. E non pure le grandezze di cerchi, & in conseguenza le velocità de i moti di queste stelle saranno diversissimi da i cerchi, e moti di quell'altre, ma le medesime stelle anderanno variando i suoi cerchi, e sue velocità (e sarà il quinto inconveniente), avvenga che quelle, che due mil'anni fa erano nell'equinottiale, ed in consequenza descrivevano col moto cerchi massimi, trovandosene à tempi nostri lontane per molti gradi, bisogna che siano fatte più tarde di moto e ridottesi à movere in minori cerchi; e col tempo potrebbe alcuna di loro ridursi à star ferma col polo; e poi tornar à moversi: dove che l'altre stelle, che si movono sicuramente, tutte descrivono (come si è detto) il cerchio massimo dell'orbe loro, & in quello immutabilmente si mantengono.

9. Sesto inconveniente è l'esser inescogitabile qual deva esser la solidità di quella vastissima sfera, nella cui profondità siano così tenacemente saldate tante stelle, che senza punto variar sito tra loro, concordemente vengono con sì gran disparità di moti portate in volta: o se pur il Cielo è fluido (come più ragionevolmente convien credere), sì che ogni stella per se stessa per quello vada vagando, qual legge regolerà i moti loro? & à che fine, per far che, rimirati dalla terra, appariscano come fatti da una sola sfera? A me pare, che per conseguir ciò, sia tanto più agevole, & accommodata maniera il constituirle immobili, che 'l farle vaganti, quanto più facilmente si tengono a segno molte pietre murate in una piazza, che le schiere di fanciulli che sopra vi corrono.

10. E finalmente, per la settima instanza, se noi attribuiremo la conversion diurna al Cielo altissimo, bisogna farla di tanta forza, e virtù, che seco porti l'innumerabil moltitudine delle stelle fisse, corpi tutti vastissimi, & assai maggiori della Terra, e di più tutte le schiere di pianeti6, ancorche questi, e quelli di lor natura si movino in contrario; & oltre à questo è forza concedere, che anco l'elemento del fuoco, e la maggior parte dell'aria siano parimente rapiti, e che il solo piccol globo della terra resti contumace, e renitente à tanta virtù: cosa che à me pare che habbia molto del difficile, essendo la terra corpo pensile, librato sopra il suo centro, indifferente al moto, & alla quiete, e circondato da un ambiente liquido; onde dovrebbe cedere essa ancora, & esser portata in volta. Ma tali intoppi non troviamo noi nel far mover la Terra corpo minimo, & insensibile in comparatione dell'Universo, e perciò inabile à fargli violenza alcuna..

11. Di più. Secondo Aristotile un corpo semplice un moto semplice naturale, e non più; dunque, se ciascun de gli orbi celesti, con questo moto naturale può moversi senza haver de gli estranei, non è meglio, e più conveniente che così sia; che ricever moti altrui? e se col poner mobile la terra e fermo il Ciel stellato, ò il primo mobile, ciò giustamente accade; senza alcuno inconveniente, perche non deve farsi? I quali motivi (dite questa volta modestamente) non portate come leggi infrangibili, ma che abbiano qualche apparenza, e che una esperienza, ò concludente dimostratione in contrario basti à batter in terra questi, & altri cento mila argomenti probabili, poi, rispondendo al vostro Simplicio: dite, che non in comparatione alla virtù infinita del primo motore date la difficultà del mover il Cielo più che la Terra, ma per congruenze naturali, & havendo riguardo ai mobili, essendo operatione più breve, e più spedita mover la Terra che l'Universo; e di più havendo l'occhio alle tante altre abbreviationi, & agevolezze che con questo solo si conseguiscono.

12. Aggiungete che un verissimo assioma di Aristotile, che ci insegna che frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora, ci rende più probabile, il moto diurno essere della Terra sola, che dell'Universo, trattone la terra. Al qual assioma di Aristotile; rispondendo Simplicio che si deve aggiunger un æque bene, instate con dire che sia superfluo ciò aggiungere. Perche il dire egualmente bene è una relatione, la quale necessariamente ricerca due termini almeno, non potendo una cosa haver relatione à se stessa, e dirsi, verbi gratia, la quiete esser ugualmente buona, come la quiete; e perche quando si dice, in vano si fa con più mezi quello che si può far con manco mezi, s'intende che quello che si ha da fare deva esser la medesima cosa, e non due cose differenti, e perche la medesima cosa non può dirsi egualmente ben fatta, come se medesima, adunque l'aggiunta della particola, Egualmente bene, è superflua, & una relatione, che ha un termine solo. Indi passate à portar le ragioni d'Aristotile, de i Peripatetici, e d'altri, per le quali si prova, che la terra stia ferma, e si mova il Cielo; per confutarle, e far che la vostra positione resti corroborata. Ma pria che veniamo a queste, sarà bene essaminar le precedenti con ordine, ad una, ad una.

1. E prima, quanto alla imputatione che voi stiratamente date ad Aristotile, lo vegga chi ha mai con osservatione letta la sua dottrina, e specialmente la Filosofica, che fa ora al proposito. In tutte le sue opere naturali (che io per più di vinticinque anni continui, con la scorta di buoni lettori prima, poi con ottimi libri e con assidui essercitij di insegnarla, con ogni possibile accuratezza studiata, & osservata) trovato solamente trè over quattro traspositioni di testi; la quale (dato che non sia stata trascuraggine de gli più antichi compilatori, per fuggir ogni scusa vile) non toglie mai il senso, ne l'ordine, ne la dottrina regolata e conseguente, come son pronto di far veder a chi si sia, ò pure come ogni intelligente non appassionato può veder da se stesso. E per questo immoderatamente amplificare che nell'istessa maniera si contengano i sensi ne i suoi scritti come tutte le cose nell'Alfabeto, ò tutte le pitture ne i colori, non è da persona amica sinceramente dell'investigation del vero, ma più tosto da mordace & invida dell'altrui gloria. L'esser egli recondito, e succinto, è virtù, è gravità venerabile, conveniente àalto soggetto, di cui si tratta, alla fama di chi ne scrive, e forse allo stile di quei tempi, alla Greca Filosofica elocutione. Sarebbono facultà communali, se al modo triviale da gli huomini grandi si conferissero, & voi stesso, nel principio del vostro primo Dialogo, non commendate Pittagora che habbia servato circa i numeri questo medesimo stile, per le medesime cagioni? perche dunque lo biasimate in Aristotile? Non sono per tanto i seguaci di esso pusillanimi, ma vivacemente modesti seguono quelle insegne, che vittoriose trionfano gloriosamente de gli altri. E quantunque in molte materie apparisca dubbio, ciò avviene, per esser elleno, per la loro altezza dall'intelligenza nostra remote, e perche forse in effetto per vie naturali sono problematiche, e come tali disputabili da ambe le parti; e qual altro determinatamente con dimostrationi infallibili le risolve? trovatene pur uno voi, & havrà in ciò seguito più di Aristotile. Non è dato à gli huomini saper distintamente i misteri reconditi della Natura, ma assai è degno di lode, e metodicamente procede, chi determina nella maniera che esse sono da noi intelligibili, ò che il nostro intelletto le capisce. Che alcuni poi si siano ribellati da Aristotile e che mai siano più ritornati alle sue dottrine, come ancora dite poco di sotto nel medesimo dialogo, ciò nulla rilieva; già che essendo questi tali nella famosissima Scola Peripatetica di niun grido e forse del tutto incogniti, gli è più di capitale esser conosciuti ne gli errori che sprezzati nelle dottrine; come colui che abbruggiò il tempio di Diana: & è di sì bassa liga questo vostro argumento, che se valesse punto (e pur gli Argomenti buoni in ogni soggetto son tali), se ne farebbono di simili innumerabili, di ribellanti dalle humane e dalle divine leggi, che verrebbono le leggi istesse in esterminio, ò almeno in compromesso di esser buone, ò rie. Ma torniamo pure alle controversie Filosofiche.

2. Che la sfera stellata, vastissima di mole, e per milioni di volte maggior della terra, non debba per questo moversi, ma sì bene la Terra, che è piccola, val tanto quanto sarebbe a dire che un fuoco grande non scaldi, ò non abbrugi per la sua immensità, ma una favilla efficacemente ciò facci: poiche non è più naturale di scaldare & abbruggiare al fuoco, che di moversi à i corpi naturali, e più a i più perfetti, essendo (come sapete, e supponete ancora) il moto effetto principale della Natura; sì che ove ella in modo più nobile si ritrova, indi questo effetto più potente da lei diviene. Ma voi misurate l'opre della natura indefessa con quelle de gli huomini deficienti, e debili; vi par che sia grande affare, pesante, e faticoso, il movere l'eccelsa mole del Ciel Supremo; onde, compassionando il primo motore, che l'aggira, volete che stia in riposo, e credo che v'indurreste anco à pensar ch'ei dorma, perche patisca meno e sia più da questi travagli lontano; pietoso Filosofo! Conviene dunque, dall'eccellenza di quel corpo celeste haver somma operatione, la quale à gli altri tutti in varie maniere diffonde, e specialmente col moto. Che se ben pare all'humana capacità impercettibile, e tanto più alla sua sopra humana conditione conveniente, e dalla viltà della Terra remoto.

3. Il vostro supposito è totalmente falso, onde non fie maraviglia se falsi ancor siano i conseguenti. Non è (dico) vero in conto alcuno, che il moto in tanto sia moto, in quanto ha relatione à cose che di esso manchino, &c. Anzi è egli entità assoluta, operativa, la quale, cessando ogni relatione, & ogni comparatione à qual si voglia altro mobile (appunto l'opposito di quel che voi supponete) sarà sempre moto; come se il primo mobile entro se stesso agirandosi, ancor che niuna altra cosa si trovasse ne dentro ne fuora della sua circonferenza, sarebbe però vero moto il suo moto: & il contrario, non è vero, ne meno imaginabile. Così le robbe che sono in una nave, e che egualmente participano il moto di lei, si movono realmente, se bene non si allontanano l'una dall'altra. E voi commettete un paralogismo molto spaccato, mentre dite: non si movono, overo non si allontanano l'una dall'altra, dunque non si movono, ò pure quel moto, non è moto; come chi dicesse; due palle di piombo, tratte da un medesimo archibugio con egual velocità nell'istessa distanza, & ad un medesimo segno; perche hanno participato l'istessa violenza non si son mosse; l'egualità suppone il suo fondamento; come se dicessimo la torre, & il campanile sono uguali di altezza, dunque bisogna inferire, ambidue sono alti, ò quanti, e non (come fate voi) dunque non hanno quantità; così appunto, si movono di equal velocità e dell'istessa participatione di moto le robbe di una nave, dunque non si movono; anzi si movono, dico: gia che hanno il moto uguale, &c. è vero che, facendo comparatione tra loro, questo moto non le distingue, e per l'uniformità non si conosce; ma che per questo non vi sia, ò non sia moto (che è l'istesso), è, (non dirò) falsissimo, ma ridicolo ancora. Da questo seguita parimente, quanto egregiamente (secondo il suo solito) habbia detto Aristotile, che il moto è sempre sopra qualche cosa immobile, e non in rispetto (come voi dite) di altra cosa immobile; conciosia che il rispetto non ha che far con il moto, e l'immobile (che sarà almeno il principio, ò fine di esso) gli è assolutamente necessario. Io però, che la vostra intentione nel far questo novello supposito è stata per mostrare, che tanto col moversi il primo Cielo, e star ferma la terra, quanto col moversi la terra, e star fermo il Cielo, havressimo l'istesse apparenze, aspetto, ò siti, onde sarebbe difficile conoscer se il moto fusse del Cielo, ò della Terra: Il che gratis vi si concede, specialmente se si faccia comparatione di un moto solo, non discendendo alla varietà di molti, ò diversi; e chi non sa, che così bene si vedrebbono tutte le parti di una ruota se ella si raggirasse intorno a chi la vuol vedere, come se egli si volgesse attorno di essa? come anco per l'uniformità, del moto, e per l'acquisto ad unguem de gli medesimi siti senza alcuna minima variatione, ò irregolarità, ò difformità, è forse impossibile distinguere se il moto sia di questa, ò di quello. Ma per questo effetto dire, il moto non esser moto se non in rispetto, non è al proposito. Le dottrine che mancano di verità, di distintione e di ordine, mancano di esser dottrine.

4. Dall'haver fatto conoscere che il supposito non è buono, casca per se stesso tutto il vostro primo discorso. Poscia che non poniamo il moto del Cielo, e la quiete della terra per quel puro rispetto che voi dite, ne per la semplice apparition di siti, Orizonti, ò de gli aspetti &c., che sarebbono (come pur anco detto) i medesimi col moto, tanto del Cielo quanto della Terra, ma perche l'operationi maggiori & universali convengono alle cagioni, & a i corpi più nobili. Sì che, se la terra havesse ella il moto, & il Cielo si stesse immobile; ella sarebbe più operatrice, e più nobile di quello; già che noi non habbiam altra via più spedita e sicura di conoscer la differenza delle cose, che quella delle operationi, delle quali tutte, principalissima fra le naturali è il moto. Onde la terra (che pur chiamate, nel primo vostro dialogo, sentina d'immonditie, feccia del Mondo) sarebbe il primo mobile, operatrice somma, indefessa, primo instromento del divino Architetto; e dovrebbe per conseguente esser la sua sede regale, non stanza di animali miserabili, & immondi. Ha dato per tanto il moto rapidissimo al primo mobile, perche conveniva alla nobiltà della sua natura; e l'ha tolto alla Terra, perche n'era incapace; onde, transferendolo voi da quello à questa, fate come chi togliesse la ragionevolezza all'huomo e l'attribuisse ad un verme. Et in questa maniera la Natura opera conforme alle sue leggi eterne e giustissime; ne è molto, ne poco, ne eccessivo, ò mancante, quel che à misura ella a ciascuno, conforme alla sua abitudine, pur da lei medesimamente, come per base del retto concessagli.

5. Quello poi, che voi nella seconda confirmatione adducete per inconveniente, è congruenza, necessità grande, & opportuna a i misteri, a i fini diversi, della natura. Dal primo mobile, come da prima corporea cagione è ragionevole che nelli altri inferiori corpi si diffondano i beneficij e le grazie di esso: già la sua primità non deve esser otiosa, di ordine puro, à stampa, ma di dipendenza e di attioni, & le cause essentialmente ordinate hanno anco connessi gli effetti, specialmente l'inferiori con le più degne, senza le quali non possono operare, ancorche quelle potrebbono senza queste. Per tanto, è convenevole, che havendo gli orbi inferiori il loro natural moto, anco di quel del primo partecipino. Et in questa maniera qua giù fra noi diviene la diversità delle cose con la varietà ammirabile de' modi loro. Oltre quelle che del tutto à gli huomini sconosciute, & in maniere parimente incognite forse altrove si fanno. Ne sono però questi moti talmente tra se stessi contrarij, o pur opposti, che habbino, ò quella ripugnanza ò quella incompossibilità, che alla vera contrarietà si richiede, & all'esser in un medesimo soggetto contradichi. Contrarij veramente si dicono quei moti, i termini de i quali sono contrarij, & impossibili ad esser uniti, come il caldo sommo col freddo, il con l'in giù, &c. Ma quei che da un istesso principio, ad un medesimo punto ancora son terminati, non hanno veruna repugnanza; eccetto che tal'hora diversa occupatione locale di mobili, che non contrarietà in modo alcuno. Mi dichiaro. Il moto fatto sopra una superficie, linea, ò corpo circolare, da qual si voglia parte che si cominci, si può terminare ad un istesso segno, e può il principio & il fine segnarsi in qualsi voglia parte; onde se ben mille moti sopra l'istessa sfera si facessero, non havrebbono perciò conditione di vera contrarietà; come mille calefattioni, perche hanno l'istesso fine ò termine di calore, non saranno contrarie giamai, ancorche l'una dal freddo, l'altra dal tepido cominciasse; così mille aumentationi, mille moti all'insù, havendo, ò potendo havere, l'istesso termine: Ma sì bene il moto fatto all'insù con quello che tende all'ingiù, la calefattione con la frigefattione, &c. Di modo che, non essendo questa varietà, ò ripugnanza ne i termini acquisibili nel corpo circolare, non saranno contrarij. E se bene due mobili sopra d'un cerchio medesimo s'incontrassero e l'impedissero7, sarebbe un impedimento corporeo, di mole, di varie occupation di luoghi, non ripugnanza de i moti; anzi in questa maniera ogni corpo sarebbe à qual si voglia altro corpo contrario, conciosia che dove è l'uno non può esser l'altro: e così voi dall'incompossibilità de' corpi passate alla contrarietà de moti, che è fallo notabile, e vedete ancora, non esser l'istessa ragione di contrarietà fra due moti fatti l'un contra l'altro sopra una linea retta, con quella di quei, che si fanno sopra la circolare. E più, particolarmente discendendo à i moti celesti; poi che non si fanno sopra i medesimi poli, onde anco si fuggirebbe questo apparente incontro. Ne è simile l'incontro di due cavalieri, o di due armate in mare, essendo fra costoro contrarietà per cagion di vita e di morte, di vittoria ò di perdita, non già per l'acquisto di un medesimo luogo. Oltre che nella diversità de moti celesti non havemo due mobili contrarij sopra l'istessa distanza circolare, poiche ogni corpo celeste si move nel suo proprio giro, ò luogo, senza occupar quel dell'altro. Ma sì bene in un mobile solo havemo più moti: e questo niun assurdo contiene; come che non sia inconveniente in un medesimo soggetto esser diversissimi accidenti, massime non repugnanti; e come non sarebbe impossibile, che un sasso tondo, cadendo da alto à basso, si rivoltasse insieme cadendo in giro, e pur maggior ripugnanza è fra il moto retto, & il circolare, che fra l'un circolare e l'altro. E voi stesso concedete alla Terra tre moti insieme, non meno oppositi che i predetti del Cielo. Di modo che (tornando a riconcludere in universale,) ne per causa di termini, ne per unità pura di spatio, ne per opposition di mobili, ne per identità di poli, hanno i celesti moti contrarietà fra loro. Et all'opposito, per communicatione di beni, per diversità di effetti, per connessione di operare, per dipendenza & ordine ad un primo, gli inferiori devono participare il moto del più nobile: e così esso, e non la Terra, è ragionevolissimo, che si mova: ò che i Cieli dalla Terra dipendano; & ella sia il primo mobile; or dite pur voi.

6. L'ordine che, dite, si servarebbe, ponendo la terra mobile, non è di alcun momento, ne convenevole al fatto presente de i moti celesti, ne concordante con l'altre vostre positioni. Già voi dite che secondo che un orbe è maggiore, finisce il suo rivolgimento in tempo più breve8, &c. Ciò (dico) non è universalmente vero, e perciò l'ordine non è invariabile, ne da voi si potrà tirar giusta la conseguenza del vostro intento. Venere, e Mercurio (come riferiscon di commun consentimento gli Astronomi) si movono in tanto tempo in quanto si move il Sole; overo in tempo uguale fra loro, che basta, già che voi ponete il Sole immobile, e pure non sono questi orbi eguali, ma di gran mole ineguali, & eccedenti, ò eccessi, come sapete benissimo. Meglio sarà per tanto ponere l'ordine che Aristotile assegna, non però del tutto invariabile, ma assai men fallace del vostro. Dice egli, dunque. Che per ciò il moto di Saturno sia più tardo, perche, come più vicino al primo mobile viene dalla rapidissima velocità di quello (che lo rivolta dal suo naturale altrove) più potentemente impedito, e secondo che gli altri più da tal impedimento, ò ritardanza da quel primo causata si allontanano, così hanno il moto lor naturale più celere. La qual ragione assai confacevole, e probabile, quantunque forse patisca qualche obiettione (gia egli in materie cosi oscure e difficili non pretende far dimostrationi evidenti), è però assai più verisimile della vostra, e suppone miglior ordine ne i corpi, e moti celesti. È ben vero, che esso, insieme con Platone, & altri famosi Filosofi, pone per primo mobile l'ottava sfera stellata, alla qual positione non si farebbono facilmente tante oppositioni quante possono farsi à coloro, che sopra di essa pongono altri orbi pur mobili: e (per dirla) mi è sempre questo pensiero sommamente piaciuto, per una special congruenza della nobiltà del primo Cielo, stimato sede di Dio, corpo Divino, & alla vera divina grandezza (per quanto può sustanza corporea finita all'infinito purissimo immateriale attarsi) proportionato: & già à questo gli Filosofi e gli Astrologi attribuiscono i principali influssi e le più nobili operationi. Egli, quasi regal teatro al cospetto di quell'onnipotentissimo Monarca, fa pomposa mostra di lampadi innumerabili, eterne, inestinguibili, egli per meraviglia attrahe, e quasi rende stupidi gli occhi e la mente de' risguardanti; di lui son quasi tutti i stupori; talche non altro più nobile, ne altro primo, di esso più propinquo a Iddio, massime un che fusse senza stelle (come dicono di quel che pongono primo), dovrebbe ponersi. È Re de' Pianeti il Sole, è Padre de viventi e l'occhio principale dell'Universo. Son pieni di virtù, e di opere gl'altri pianeti: ma la loro unità, dalla numerosità innumerabile delle stelle, dalla velocità del moto incomparabile è in mille guise superata da questo primo corpo celeste, e divino. E chi , che la cagione per cui gli Astrologi hanno sonniati altri Cieli sopra di esso, non sia appunto un sogno? e che il moto di settemila anni, che da loro gli vien attribuito per proprio, oltre il diurno di 24. hore, sia vero? qual'età, qual speculatione, sarà senza errore giunta à tal conoscenza? Chi (anco quando ciò fusse vero indubitato), che havendo un moto solo semplice naturale (come conviene a i semplici corpi), non havesse gli altri due (che gli atribuiscono, del Ciel Cristallino, e d'un altro che dicono primo mobile) per special prerogativa da intelligenze ò da altre cause non conosciute? O che egli, come fra gli altri nobilissimo, e men de gli altri semplice (come lo mostra la varietà grandissima delle stelle), fusse anco di moti più abondevole? di quanti è partecipe l'huomo? se ben un solo è il suo primiero naturale, Niuna cosa però di queste asserisco irretrattabilmente, insinuo solo, e desiderarei, che altri, più de gli arcani celesti (per altre professioni aggiunte alle Filosofiche) intendente, si immergesse più oltre. E voi Signor Galileo (che anco insinuate poner la sfera stellata per primo Cielo, ancorche immobile), con le vostre Matematiche ponderandola, e dandole il moto, che le conviene, propalatela con ragioni per manifesta al Mondo, se pur sapete, e riceverete più gloria che dell'esservi messo contro alla potentissima vehemenza dell'acque che impetuose corrono per vie naturali al suo centro. Ma da questa poca di digressione torno al segno onde partij, concludendovi che dalla sfera pigrissima di Saturno non deve pervenirsi alla total immobile del ciel stellato, ma ben à lei sì, che per la somma velocità faccia pigrissima la prenominata di Saturno, per le ragioni di Aristotile sudette.

7. La quarta difficultà, che voi apportate, è stata da Aristotile istesso, nel secondo del Cielo, apportata & adeguatamente soluta. Dice egli per tanto, e bene, che essendo le stelle fisse nel proprio orbe secondo la distanza che hanno da i poli, così fanno, ò disegnano cerchi maggiori, ancorche esse stelle non fussero tutto eguali; il che non solo non è inconveniente, ma congruo, e necessario. Sarebbe forse verisimile, che le maggiori in maggior circolo con maggior velocità si movessero, mentre ciascuna da se stessa havesse il proprio moto, aggiungendovi la proportion del vigore, nel modo che diciamo esser più veloce un veltro grande, e gagliardo, di un debile, e piccolo. Ma essendo il moto altrui, e di altri l'obiettione, non vostra, non occorre diffondersi in più prolissa risposta. Se quelle delle quali non si dubita, (che credo intendiate de pianeti) si movono in cerchi massimi, ciò avviene perche sono situate lontane da i poli, il che è manifesto dal non uscir esse dal spatio del Zodiaco, che se a i poli più vicini fussero poste, farebbono giri minori, e così l'essempio è contra voi, più tosto che in favore. Ne imaginarmi, ne voi credo sappiate dirla, che non la tacereste, qual sia non buona determinatione, che corpi distanti per immensità grandi dal centro non si possano movere in cerchi piccolissimi circa i poli. Forse alla distanza immensa havrà da rispondere la immensità di cerchi nel proprio orbe? e perche? Rendete, rendete le ragioni delle vostre asserzioni, che in queste consiste la formalità del sapere, e pur ne sete sempre sì scarso, che appena in mille, ne assegnate una, e questa per lo più dialettica e forse imaginaria.

8. Non , quanto al quinto inconveniente che voi inducete, da quali principij caviate la consequenza contra di noi; come, di gratia (secondo le nostre positioni) le medesime stelle anderanno variando i suoi cerchij, se noi le poniamo fisse, & immutabili da i proprij siti, e che solo si aggirino col suo orbe? (che i cerchi di alcune, insieme con i moti loro, siano diversissimi da quei de gli altri, pur che si movano connesse, ò portate ne i proprij orbi, già vi è stato detto esser senza alcun inconveniente vero) e se quelle che due mila anni erano nell'Equinottiale, & a' tempi nostri (secondo che voi dite) se ne trovano lontane, per molti gradi; ciò adiviene (se pur sia vera l'ipotesi), che quel Cielo ragirato col moto tardissimo di sette mila anni (supposto quando si statuisse per primo mobile l'altro suo primo moto naturale e semplice in 24. hore, come accennato di sopra) si fa sopra poli diversi, onde è necessario, che in tanto tempo si varij sito delle parti celesti, non già della stella sola, quasi che per se caminasse per il Cielo; e perciò non seguita ne anco per imaginatione, che finalmente si habbia da ridur vicino al polo del suo orbe, ma ne sarà egualmente sempre distante; che se poi al moto di altro orbe superiore, al cui polo si approssimasse descrivesse circolo minore, e poi più picciolo, conforme all'approssimatione che havesse a i poli di questo, niuno assurdo sarebbe; anzi di fatto ciò occorre, nel moto de Pianeti. I quali, di suo natural movimento correndo per il Zodiaco & essendo sempre in un medesimo modo da i poli de i proprij orbi lontani, per il ratto del primo mobile a i poli di esso or si accostano or si dilongano. Supponete anco in questa induttione tre cose, che sono ò del tutto false, ò almeno hanno bisogno di stirata espositione. L'una, che le stelle fisse si movino da sua posta, altrimenti l'approssimarsi a i proprij poli del suo orbe sarebbe ridicolo, & a i poli de gli altri orbi è necessario, ond'il discorso vostro è nullo. Ne il moto della Terra potrebbe ad ogni stella rispondere, se pur non havesse ella tanti moti, quante ha stelle la sfera stellata. Et il moto delle stelle da se stesse è da voi nel sesto inconveniente deriso. Secondo, che negando voi il moto del Ciel stellato, e delle stelle medesime di lui, or concedete (se pur parlate di propria mente) che già due mila anni erano vicine all'Equinottiale, & ora ne siano lontane per molti gradi; ecco dunque si movono, e le ponete immobili. Overo tutti son moti della terra, quanti son delle stelle, come pur detto. Terzo, che l'altre stelle descrivono immutabilmente il cerchio massimo dell'orbe loro; già che come si è detto, e si concede da ogn'uno, anco l'altre stelle (che sono i Pianeti) variano circolo dal movimento del ratto. E nel proprio orbe non sono meno immobili delle fisse. Salvo, che se non vi metteste à dire, che anco i moti loro siano della Terra; & io aspetterò ancor questo, & all'ora vi risponderò, se questi placiti ricercan risposta.

9. Che sia inescogitabile (il che adducete per sesto inconveniente) qual sia la solidità, di quella massima sfera, non è da maravigliarsi, essendo parimente quasi inescogitabile la natura totale de' corpi celesti, de i quali i più intendenti ne parlano con grandissima circonspettione, eccetto che di alcune cose, come del moto, del lume, della quantità, della figura. Sarebbe però più inescogitabile il ponerla in qual si voglia altra maniera di quella, che la pongono i Peripatetici, e specialmente immobile, otiosa, fluida, come la fingete voi, e con le stelle vaganti, & immobili, raggirate in mille modi e pur quiete, con altre contradittioni manifestissime, con gli inconvenienti, che per conseguenza ne seguirebbono contra voi, addutti da voi medesimo. Ne per tener à segno le stelle, deve quella sfera esser immobile, ma basta, che vi sian fisse dentro, aggirandosi pur ella.

10. Ne la settima instanza è di vigor alcuno. Già che appunto à quel corpo supremo deve attribuirsi suprema invincibil forza, e dominio sopra gli altri, quasi nel modo, che l'omnipotente Iddio l'ha sopra lui e sopra tutto il resto dell'Universo; sì che sarà convenevolissimo, che seco rapisca gli altri corpi inferiori, per conferirgli virtù, la qual diffonda à proportione e con ordine al fine; onde se sino alla Terra non si estenda, ciò deve esser non per mancamento di potere, ma per altri fini da noi non conosciuti, e perche poco à questo infimo elemento una cotal participatione sia di mestieri. Già gli ordini e l'opre tutte della Natura hanno il principio, la regola, e la misura, da' fini, à quali sono ordinate, e con questi più tosto, che con la vastità della mole, ò con la imperfettione della materia si conformano. Gli intoppi, che si trovano nel far mover la Terra e star fermo il Cielo divengono da più alta cagione, che da questa vostra fievole. I quali accennati, e forse toccati à bastanza di sopra.

11. Che un corpo semplice habbia naturalmente un moto semplice, è vero. Ma non repugna, anzi per diversi effetti (come detto ancora) è necessario, che partecipi de gli altri. E poi per questa ragione havreste da constituir immobili anco l'altre sfere celesti, ò dargli un moto solamente, e pur l'uno e l'altro è falsissimo, e si vede con manifesta esperienza, non che con dottrine universali degli Astrologi, ricevute da ogn'uno; ò finalmente havreste da dire, che di tanti movimenti si mova la terra sola, quanti si ricercherebbono per salvare tutti quei moti, che in tutti gli corpi celesti si veggono, e si osservano; e perche ella non ha un semplice moto? come gli ne tribuite tanti, più tosto che a i corpi celesti? perche la fate diventar il fac Totum, e tutti gli altri da poco, ò da niente? Fortunata Terra, esaltata così egregiamente dal Signor Galileo, non ricordandosi forse di haverti altre volte avvilita, chiamandoti sentina d'immonditie, feccia del Mondo; e pur hora sei la sola o la principale operatrice! Ma in qual maniera tanti, e sì diversi, e contrarij moti potreste assegnare alla terra? havendo voi per impossibile, ò almanco per inconveniente, di darne due ad un solo, e stimandogli contrarij e repugnanti? Non dunque, ne ancor noi in comparatione alla pura omnipotenza divina poniamo quest'ordine, ma quella posta per principio, con l'unione della sua sapienza infinita e con ordine alle cose naturali, rispondendo à ragionevole humana intelligenza, in questa maniera parliamo. Onde ne più breve ne più spedita, ma repugnante, & assurda operatione sarebbe dar alla Terra quel che conviene al Cielo, come ad un sguattero quel che conviene al Prencipe, ad una Latrina le ricchezze regali e pompose della camera reggia.

12. È bella l'obbiettione finalmente che voi fate all'aggiunta dell'Assioma di Aristotile, dico, à quel æque bene, per vita mia, che sete un speculativo profondissimo; non è da maravigliarsi, che sopra l'intelligenza de gli altri, facciate così alte pescagioni nel Cielo. È vero (rispondo sul serio) che il dire æque bene, è una relatione che ricerca due termini; ma questi non sono la cosa medesima che si fa, la quale è veramente una sola; ma sono i modi diversi con i quali può farsi, alcuni de quali non saranno bastanti à farla così bene, come altri, ò più, & eccovi quanti termini di relatione volete voi. Ma veniamo alla prattica. Uno può da Venetia andar in Roma à piedi, & à cavallo, ma à piedi non vi anderà æque bene come à cavallo. Et un marinaro potrà di qui andar per mare in Ancona con una barca di quattro remi e di otto, vi anderà sì, ma non æque bene con i quattro come con gli otto: & così è uno il viaggio, ò la navigatione, ma i modi son molti, e questi pertengono all'æque bene. Sì che voi, senza distintion di modi alla cosa, il tutto confondete in uno: ma vi si può perdonare, perche il conoscere la forza de gli argomenti, le distintioni e le fallacie, tocca alla Logica, la quale voi dispreggiate, chiamandola incerta, e attribuendo ogni certezza & ogni dimostratione alla Matematica. Et al vostro proposito della Terra e del Cielo: ancorche ella si potesse movere e star ferma la sfera prima, ciò non sarebbe æque bene; perche ripugnarebbe alla conditione e virtù di quei supremi corpi, & alla viltà parimente della terra, & all'altre cose delle quali già si è detto à bastanza.

 

 




6 L'Edizione Nazionale delle Opere di Galileo Galilei, a cura di Antonio Favaro, volume settimo, nel riprodurre quest'opera riporta "le sfere di pianeti". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



7 L'Edizione Nazionale delle Opere di Galileo Galilei, a cura di Antonio Favaro, volume settimo, nel riprodurre quest'opera riporta "s'impedissero". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



8 L'Edizione Nazionale delle Opere di Galileo Galilei, a cura di Antonio Favaro, volume settimo, nel riprodurre quest'opera riporta "in tempo più lungo". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]






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