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Antonio Rocco
Esercitationi filosofiche

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Calcoli per le stelle nove, situatione de gli orbi celesti, cagione del flusso e reflusso del Mare.

 

ESERCITATIONE OTTAVA.

 

Tre importantissime controversie intendete discutere, Signor Galileo, nel terzo e nel quarto vostro Dialogo; le quali se bene voi diffusamente trattate, io nondimeno, senza pregiudicare alle vostre ragioni fondamentali, attrahendone fidelmente il punto circa il quale s'aggira la trama delle dissentioni, con brevità, le ridurrò a capo, & à leale legitima intelligenza. La prima dunque, è delle stelle che già (come si è detto ancora) sono state viste per alcun tempo notabile nel Ciel stellato. La seconda è della situatione, ò struttura, de gli orbi celesti, & elementari. La terza, del flusso, e reflusso del Mare, con altre difficultà meno importanti inserte con varie occasioni in varij luoghi; che parimente in conseguenza dell'ordine non saranno da me pretermesse, per quanto perteneranno alla controversia tra voi, e gli Aristotelici. La prima per tanto delle stelle s'aggira intorno à questa difficultà, se elleno habbino avuto il suo sito reale nella region celeste e (come dicono universalmente) nel Ciel stellato; ò pure fra gli elementi. Circa la quale ogni vostro sforzo, e la totale vostra intentione è di provare che siano state nel Cielo; il che volete che sia certissimo per via di calcoli esattissimi, di dodeci astronomi, i quali calcoli puntualmente registrate nel vostro terzo Dialogo; e dite, che malamente, anzi con modi & osservationi più tosto ridicole, che dimostrative, siano stati impugnati da un tal Peripatetico, il cui fine era mostrare, cotali stelle esser state sublunari. Volete dunque risolutamente che le predette stelle siano state nel Cielo, e che ciò con universal assenso de' più periti Astronomi sia da' buoni intelligenti di questa professione ricevuto per vero indubitato; e voi specialmente, con pensiero costante, & immutabile, assicurato dalle vostre osservationi, da i calcoli pretesi da voi infallibili, lo affirmate e difendete per evidentissimo. Dalla qual positione ne inducete per conseguenza due altre: l'una, che quelle stelle fussero di natura celeste. L'altra, che i Cieli siano generabili e corruttibili. Or discorriamo prima del sito, e poi ordinatamente discenderemo alle conseguenze. Intorno à questa difficultà io non intendo, con calcoli, & osservationi ripugnanti alle vostre ed a quelle di coloro che la intendono con voi, provare, ò dimostrar l'opposito di quello che voi & essi hanno creduto provare e dimostrare, cioè che quelle stelle non siano state nella region celeste, ma solo fra gli elementi, e questo faccio per due cagioni. L'una, perche non pretendo concorrer con voi nelle professioni Matematiche, onde con altre opposite dimostrationi nell'istesso genere voglia espugnar le vostre: il che però non saria bastante per la mia causa, se fusse assolutamente questo concorso necessario, anzi havrei inappellabilmente persa la lite, e non havrei assunta l'impresa, ò ne desisterei; ma perche giudico, & è vero in effetto, che gli principij Filosofici sono per se stessi sufficientissimi alla difesa di ogni oppugnatione di quanto da loro dipende: come tutti i principij dell'altre scienze, sono in quelle totalmente bastevoli, se pur non fussero di subalternate, il che non occorre al proposito. L'altra perche non credo pregiudichi in niun modo alle dottrine Aristoteliche l'apparenza di queste nove stelle, anco se nella region celeste, e nel firmamento istesso siano realmente state esistenti. Talche questo primo punto cortesemente per ipotesi vel concedo. Se ben potrei anco ragionevolmente inculcarvi, che nella diversità fallace, e variabile di tanti calcoli, che voi medesimo mostrate nelle particolari, e puntuali descrittioni di essi, siano parimente fallaci i vostri, e de gli altri che seguono il vostro parere, non meno che quei, di coloro che per l'istessa via hanno assignata alle sudette stelle sede, e situatione sotto la Luna. O almeno argomenterei in universale, e bene. Che quell'oggetto circa il quale diligentemente impiegandosi gli intelletti di molti intendenti e versati, non è uniformemente da loro conosciuto, non sia dimostrativamente (ondunque divenga il difetto) cognoscibile; di modo che, se alcuno in tali cognitioni deficienti, e forse appena probabili, si arroga sopra gli altri esser il vero, & unico dimostratore, meriti di esser stimato più tosto compagno d'Icaro che di Alcide. Io però non pur minimo pensiero di detrarre alle vostre fatiche, di scemare un punto di quanto giustamente vi si conviene; discorro solamente; e vi concedo quanto circa di questo volete. Siano state dunque assertivamente, e senza controversia nella region celeste le stelle nove; che perciò voi pretendete da questo? che fussero (dite) di natura celeste; & è la prima conseguenza. Circa la quale io non sento ne repugnanza ne disconcio alcuno alle nostre dottrine in concedervela, anzi, supposto che quelle stelle fussero realmente in Cielo, io tengo per certissimo, che fussero di natura celeste, e di quella istessa conditione che sono l'altre, come le cose che sono in terra ritengono del terrestre, & ogni corpo naturalmente locato in qualche modo convenienza col suo proprio luogo. Oltre che essendo state del tutto simili all'altre, se l'altre sono celesti, anco queste dovranno esser tali; la qual simiglianza (per quanto dicono) è stata conosciuta dal lume, dal moto, dalla figura, dal sito, &c.: il qual modo di filosofare à posteriori è vero, unico e concludente; e senza di cui non distingueressimo il cavallo dal Leone, il bue dal cervo, &c. Non siamo per tanto, circa le sudette opinioni, discordi: l'importanza sta nella conseguenza seconda. Circa la quale se ben parlato ancora più avanti, non sarà però inutile supplire à quanto resta, con questa dunque credete atterrar, e distruggere una delle più nobili parti della Peripatetica Filosofia. Se le predette stelle (inferite) sono state situate nel Cielo, e sono parimente state di natura celeste, ed apparvero per un tempo e poi disparvero, dunque si erano generate novamente nell'apparire, e nel disparir si corruppero, onde la loro natura è generabile e corruttibile, anzi di fatto generata pria, e poi corrotta; sarà anco generabile e corruttibile il Cielo, già che il tutto partecipa la natura, e conditione delle sue parti, massime dell'integrali, e specialmente circa questi affetti di generabilità e corruttibilità. Anzi, se le stelle parti del Cielo più nobili, più dense, più tenaci, e per conseguente di maggior resistenza, così facilmente si generano, e si corrompono, con più agevolezza l'altre parti più ignobili, più rare, men tenaci e di minor resistenza, saranno soggette à questa variabilità; & in somma sarà tutta la celeste machina corruttibile, non trovandosi il tutto fuor delle sue parti, ne potendosi assignar parte, che non sia per le ragioni allegate corruttibile. Al che io rispondo, che queste conseguenze non sono di alcuna necessaria illatione: E chi direbbe mai giuditiosamente, la tal cosa si è da noi novamente vista, dunque si è novamente generata? si è tolta di vista, dunque si è corrotta? è forse indistintamente l'istesso il comparire col generarsi, il disparire col dissolversi? mancano forse i modi di occultarsi senza disfacimento, e di scuoprirsi à noi senza novella nascita? Non date voi queste medesime apparitioni e nascondimenti alle stelle Medicee senza che si generino e si corrompano, ma solamente col volgersi nell'epiciclo intorno à Giove, e col restare ora luminose dal Sole, ora dalla assenza di esso tenebrose, & invisibili? e per qual cagione non ci potremo imaginare altri epicicli nella sfera stellata, che con moto proprio, e più tardo, in anni, ò secoli, raggirino le stelle, che già comparvero, e poi le ascondino, e che per la tardità del moto poco ne resti osservato, e conservato nelle memorie de gli huomini? qual diversità di cagioni concede à vostro arbitrio le nasconderole alle stelle, che voi volete; e l'altre più grandi, e più belle, posto nel più conspicuo Cielo di tutti, non siano degne di giuochidilettevoli, ma comparse appena una volta, quasi esuli con pena capitale havendo rotti i confini, ne siano perciò dannate à morte? Direte forse che il moto delle stelle Medicee, per esser celere e di tempo solamente di hore, non può ammettere queste repentine generationi di corpi così vasti e nel medesimo sito. Non sapete, (ripiglio io) che, il più & il meno non variano in quanto tali la natura de loro soggetti, e singolarmente mentre questo più e questo meno concernano solo la duratione? Non è forse così fiore un fiore, che duri solamente per un giorno, come sarà un altro della medesima specie, che duri per diece e per cento? talche il vedersi più spesso, e più spesso ascondersi le Medicee che l'altre, non arguisce ne anco in sogno, che quelle si corrompano, e queste solo si appresentino, e si occultino. L'argomento reale è questo. Si veggono le stelle Medicee in tanto tempo, e per tanto non si veggono, mercè del moto proprio dell'Epiciclo da cui sono raggirate, dunque le stelle che apparvero nel firmamento, e per longo tempo, ne, à memoria di huomini si son viste altre volte e poi sono sparite, hanno epiciclo di altro moto, e tale qual può ragionevolmente bastare à mostrarle nel modo predetto, & in questa maniera argomentarete per similitudine fra le cose simili; e non fra simili dal dissimile, che racchiude termini impertinenti, e ripugnanti anco ad imaginaria conseguenza. In oltre, è cosa probabile che quelle che apparvero fussero assai maggiori delle Medicee, e per conseguente più difficili al generarsi, & al corrompersi, sì che per proportione queste in più breve tempo, e giusto quando si veggono, e si occultano, potriano sortir novo essere, e tornarlo à perderlo, come dite di quelle. La qual cosa però non volete voi, e molto meno i Peripatetici, anzi (come pur detto), che solo dal vario lume ciò accaggia, come io stimo per certo, e perche non così in quell'altre? di gratia venitene alle cagioni particolari, se non volete che siano i vostri dogmi fregiati col titolo più tosto di vana loquacità; che di ponderata Filosofia. Dovreste con fondamenti esplicare in qual maniera si generorno e si corruppero quelle stelle celesti. E cosa indubitata da esperienze sensate, che niuna cosa si genera senza precedente dispositione, ne senza di questa, si corrompe: quelle stelle, dunque, di molesmisurata, fu necessario, che prima avessero le sue convenienti dispositioni, & in tal modo fusse una massa, che à poco à poco crescesse, & indi ricevesse similmente l'essere in questa maniera: onde doveano vedersi nella lor produttione da picciole divenir grandi, e nella corruttione l'opposito. Gia una machina immensa, havendo le sue naturali resistenze, non nasce, e non perisce intieramente in un'istante; rimirate pur in tutto le cose naturali, e massime ne fenomeni sublunari durevoli, à quali dovrebbono assimigliarsi le stelle vostre corruttibili, e le loro generationi e corruttioni, alle generationi, e corruttioni di questi. Or chi visto questo progresso nelle stelle sudette? e perche non dichiarate voi il modo della lor produttione, e corruttione? troppo vi arrogate, credendo col dir solo, si sono generate, e corrotte, perche si son viste e disparse vi si habbia à credere, senza che ne apportiate una minima imaginaria ragione, e tanto dite a punto, come chi dicesse, che alcuno nasce mentre fuora di casa, e nell'entrar dentro muore. E qual inconveniente dall'altra parte fora: di poner gli epicicli col moto sudetto? forse repugnerebbe à quell'orbe che è tardissimo, almeno (come dicono) di un moto di settemila anni; che disconcio sarebbe se, à varij fini della natura incogniti, & impenetrabili dall'humano intelletto, qualch'una delle sue parti partecipi à portione tal tardità di moto? mostratemi vi priego caro Signor Galileo (che non in verità, non per Dio altro fine che d'imparare), mostratemi i grandi assurdi di questa positione (che abbozzo, che accenno solamente, e ne lascio il compimento, à chi più ), e perché tanti giri nelle stelle Medicee? perche tanti cerchi à guisa di scorza di cipolla intorno al Sole, come pur dite voi? e per salvar la vita à corpinobili, e sì degni non si trova nelle ricchezze della sfera stellata un cerchietto ove le misere possano ricuperarsi senza periglio? poverette, quanto vi compatisco. Ma aggiungo di più, che le cose nove sogliono esser più salde, e più vigorose che le vecchie, e pur di quell'altre, già numerate da gli Antichi, non si è vista tal corruttione giamai, lo confessate voi stesso, anzi burlate chi dicesse che una stella intiera si possa corrompere, come non si corrompe mai tutto il globo total della Terra; ricordatevene un poco Signor Galileo, e considerate le vostre ordinarie contradittioni ad ogni passo, ne crediate habbiano da esser interpretate come i responsi de gli oracoli. Ma ben io donde può divenir questa diversità fra le antiche, e le moderne stelle, dal difetto della Natura, e dell'artefice; quella non havrà più materiasalda per queste stelle nove, simile à quella delle vecchie, è esausto il suo erario, il tempo gli l' tarmata; e l'artefice sarà fatto vecchio, inhabile, impotente, non saprà formar, (come già faceva) le sue strutture ingegnose, che peccato. Queste son le più belle cose che poteste mai dire: e forse non le dite per non far vulgarialti misteri, onde stimate meglio tacere; ò volete publicar voi le conclusioni, che altri ve le difenda. Vedete ormai con occhio lucido e con la mente tranquilla, aliena dall'amor disordinato di gloria, se sia, ò no corruttibile il Cielo, ò (per dir meglio) quanto habbiate in ciò mostrato ingegno, e sapere. Io però non intendo, ne che voi, ne che Aristotile, ne che altr'huomo del mondo penetri questi arcani; ma à gli animi docili, e moderati basta di ridur al più congruo, al non implicante, al verisimile. Al vero esatto, adeguato in niun modo; è pensiero verace e modesto d'Aristotile. È verità reale; e tanto sarebbe à dire che uno si desse à credere come sia fatto il Cielo, perche da lontano lo vede, e lo contempla, come che un temerario nato in una grotta, che non havesse mai visto humane habitationi, vedendo dalla cima d'un monte fra dense caligini una gran Città, pretendesse sapere ciò che vi si contenga dentro, anco nelle case, nelle sale, e nelle camere de gli habitanti. E se il nostro corpo tanto vicino à noi stessi, che è parte di noi, con tante Anotomie di huominigrandi nell'arte, non è ancor in parte pienamente conosciuto, e ne resta in controversia l'essenza istessa di lui, conosceremo il celeste? oh con quanta sapienza hanno simboleggiato i più savij, che alcuni misurando il Cielo, e credendo entrare ne penetrali del Paradiso, non veggono la fossa, che in terra hanno pericolosa avanti gli occhi! Non voglio trascurar un punto, che quasi con digressione voi toccate contra Aristotile; cioè, che non sia stato provato da alcuno sin'ora, che il Mondo sia finito, conciosia che havendolo creduto di provar Aristotile per via del moto circolare, il quale non può esser di altro che di corpo finito, se gli negherete (dite) l'assunto, cioè che l'Universo sia mobile, tutte le sue dimostrationi cascano. Al che io vi dico, che Aristotile nel terzo della sua Fisica non per via solamente di moto, ma anco per altre ragioni evidentissime, mostrato esser impossibile, che alcun corpo, ò altra quantità permanente possa trovarsi attualmente infinita, onde vi si comprende anco il Cielo. L'ha provato ancora puntualmente nel sesto pur della Fisica, e specialmente in varie maniere nel suo primo del Cielo. Et in vero Signor Galileo (siami pur concesso per gentilezza la libertà del dire, che corrisponda la lingua al cuore) io vi stimo per huomo prudente, che non operiate à caso, che drizzate le operationi al fine, al sortimento de vostri disegni; che non senza mistero habbiate scritto il vostro libro in lingua nostrana; ma con disegno di farvi capo popolare nelle dottrine; con speranza che havendo da esser letto dalla maggior parte de gli huomini, che non hanno lingua Latina, dall'applauso di essi che non hanno pescato ne gli profondi reconditi del Liceo, vi sia ammesso per vero ciò che vi piace. Pensiero elevato in vero, e forse non fallace nella prattica; il numero di balordi, corrivi, e pertinaci è senza numero, da gli impeti inconsiderati di quali si danno tal hora gli honori, & i principati, non à chi più merita, ma à chi più à loro gradisce; che se intendevi parlare con gl'intendenti, con i versati nelle dottrine le quali pretendete impugnare, & espugnare, potevate credere, che dicendo voi, Aristotile non ha detto, non ha provato, vi sarebbe improverato per falso. Il dir parimente, che si potrebbe negare l'assunto di quel proposito, è vero (rispondo io) con la voce, il fatto stà di parlar filosoficamente, assignar il perche, poner dottrine opposite e roborarle con le ragioni. Ma veniamo all'altra controversia, alla situatione de gli orbi celesti.

In questa vostra nuova struttura del Mondo, procedete in questa maniera: ponete nel centro dell'Universo il Sole immobile, designato col suo carattere e con la lettera O; intorno a lui Mercurio col proprio carattere, e con due lettere B, G, in varij siti; sopra di esso Venere col carattere e con C, H, sopra di lei è un altro orbe senza caratteri e con la lettera P, la qual lettera servirebbe anco all'orbe della Luna secondo l'ordine de gli altri, à quali tutti ne assignate due. Sopra di questo ponete l'orbe di Marte, col carattere suo, con le lettere D, I, e fra l'orbe di Marte, e quel di Venere è situato,

come un epiciclo l'orbe della Luna col proprio carattere e con le lettere P, N; in mezo al quale è in distanza la terra col spatio inteso per gli altri elementi che la circondano. La sua lettera è un A, il centro del qual orbe è secato dalla circonferenza convessa dell'orbe senza caratteri, sì che viene questo orbe della Luna, e de gli elementi insieme ad esser mezo nell'orbe di Marte e mezo in questo altro che secondo i Peripatetici sarebbe l'orbe del Sole, & voi lo chiamate orbe magno. Sopra di Marte, il qual circonda l'orbe magno, è situato l'orbe di Giove col suo carattere e con le lettere E, L, la circonferenza convessa del quale seca un epiciclo nel centro, il qual epiciclo cinque cerchietti, ò piccioli orbi concentrici, & in quattro di essi un punto per ciascuno, che designano i quattro pianeti Medicei. quel di mezo non ha punto o

stella, talche detto epiciclo ha una sua metà nell'orbe di Giove, l'altra in quel di Saturno, e vicino à lui è il carattere sudetto di Giove. In ultimo è l'orbe di Saturno col suo carattere e con lettere F. M. Ecco la figura ritratta puntualmente.

Circa la qual situatione consideraremo le cose che più importano e che più sono di controversia, & prima che il Sole sia nel centro dell'Universo, il che dite concludersi da evidentissime, e perciò necessariamente concludenti, osservationi, delle quali la più palpabile per escluder la terra da cotal centro e collocarvi il Sole, è il ritrovarsi tutti i pianeti ora più vicini, ora più lontani dalla terra, con differenze tanto grandi, che verbigratia Venere lontanissima si trova sei volte più rimota da noi, che quando ella è vicinissima; e Marte si alza quasi otto volte più in uno che in un'altro stato. E che i movimenti loro siano intorno al Sole, si argomenta da i tre pianeti superiori, Marte Giove e Saturno, dal ritrovarsi sempre vicinissimi alla terra, quando sono all'opposition del Sole, e lontanissimi. quando sono verso la congiuntione; e questo allontanamento, & avvicinamento importa tanto, che Marte vicino si vede ben 60 volte maggiore che quando è lontanissimo. Di Venere poi. e di Mercurio si certezza del rivolgersi intorno al Sole dal non si allontanar mai da lui e dal vedergliesi or sopra or sotto, come la mutation di figure in Venere conclude necessariamente. Della Luna è vero che ella non si può in niun modo separar dalla terra, per le raggioni che più distintamente nel progresso si produranno. Queste raggioni che adducete (dico io) per stabilimento della vostra positione, non si può negare che in questa parte non siano vaghe degne e molto probabili, stanti i suppositi delle predette varie apparenze, e conosco anco le conseguenze evidentissime, che ne seguirebbono: quando non fusse altra via per salvarle, e massime che la terra si movesse intorno all'orbe magno, ma non già del moto onde stimate che provenga il flusso e reflusso, come vedrete al suo luogo. Con tutto ciò altri egreggi professori di sì fatte speculationi, lasciando il Mondo nell'ordine che vien communemente statuito da gli Aristotelici, e Tolemaici, le salvano anco tutte benissimo, quanto fate voi con queste rivolutioni dell'Universo, & il Copernico istesso altre volte le salvò pienamente, come attestate voi stesso; se bene trovò difficultà nella struttura, ma non forse insuperabile, se il suo genio havesse voluto accomodarsi alla dipendenza. Talche trovandosi altre vie per venir a questo termine, & voi ponendone una sola, cascate in errore di conseguente, nel modo à punto che farebbe chi argomentasse in questa maniera. Costui sente calore, è dunque necessario, che habbia vicino il fuoco, non varrebbe la consequenza, potendo il calore da altre cause che dal fuoco venire. Il Sole venire15 (dite poi) è in mezo del Mondo, per esser più nobile de gli altri corpi, come nel mezo di un palazzo si servano le cose più preziose, non le immonde, le sordide, qual è la terra; anzi che queste si riducono ne i cantoni e ne i più infimi luoghi. L'argomento è meno che dialettico, onde poco accatterebbe affaticarsi per scioglierlo, nondimeno vi dico; che altro è mezo di virtù, altro di mole; à quello deve haversi riguardo, non à questo, come notò l'istesso Aristotile: l'occhio è più nobil sentimento de gli altri, e pur non è fisso in mezo del corpo; il cuore istesso non ottien centro puntuale; e la testa è situata nell'estremo. Il fine necessita il resto. È il Sole in mezo à i Pianeti, con distanza tale dalla terra, che può agevolmente, conforme alla capacità e bisogni di lei, operare. Et essendo il Sole nel mezo, dite, che deve esser immobile, à guisa di un centro, intorno al quale fisso & immoto il corpo si aggira. Al che rispondo, che non è ragione di alcun vigore; già che ogni corpo sferico per esser mobile, basta che si aggiri intorno al proprio centro; & voi stesso ponete in questo modo mobil la terra; & è accessorio à qualunque moto circolare, che il centro sia di altro corpo, e non del suo proprio. Oltre che il ponere immobile il Sole nobilissimo sopra tutti i corpi dell'Universo, sarà ponerlo in natura senza natura, privo delle più degne operationi, e quasi un cor inanimato. L'istesso si può dir delle stelle del firmamento, le quali anco ponete immobili, come tanti Soli, quantunque altrove habbiate insinuato l'opposito, mentre gli attribuiste diverse approssimationi, & elongationi notabili dalla terra, e dalli poli; che non possono riferirsi à moti di altre sfere, come anco colà toccai. Non concludete, dunque, che sia immobile il Sole, ne che sia centro dell'Universo, e molto meno conseguite l'intento di abbattere in questa parte la dottrina di Aristotile. La Terra poi insieme coll'orbe Lunare, non come, posta meza nell'orbe magno e meza in quello di Marte, possa haver il moto annuo dall'orbe magno; quel di Marte dunque non vi havra parte alcuna? ò come partecipa di ambedue questi moti? o in qual maniera resta esente da uno? ò come si mischiano insieme? son cose da non esser lasciate intatte da chi vol dar dottrine uniformi e distinte; e pur non fate di ciò parola. L'istesse difficultà sono dell'epiciclo Mediceo fra Saturno, e Giove, se pur non haveste errato nel disegno della figura; ò che non poneste qualche orbe senza corpo, ma pura superficie, che saria peggio. Vi vantate di metter la Terra in Cielo, & honorarla; così parlate col vostro Simplicio nel primo Dialogo: & io (scherzando in questo) vi dico anco che ciò fanno meglio i Peripatetici, constituendola in mezo del Cielo; e voi solamente verso gli estremi, circondata, ò in un luogo o nell'altro, sempre da gli elementi, & indi dall'orbe della Luna. Collocata però in questo, ò in quell'altro modo, non seguirebbono gli inconvenienti che inettamente inferiscono alcuni (secondo che voi riferite); cioè, che si potrebbe dire, essendo nell'orbe magno la terra & nel centro del Mondo il Sole, che esso Sole, Venere, e Mercurio sono sotto la terra, e che le materie gravi vanno naturalmente all'insù e le leggiere all'ingiù; e che Cristo, nostro Signore e Redentore, salì a gli inferi e scese in Cielo, quando partì da noi. Non vagliono, dico, giache tanto verso i detti pianeti quanto verso altra parte l'allontanarsi dalla terra è sempre salire, & avvicinarsi al Cielo; Non sono però argomenti da esser nominati, e mi meraviglio di voi che ne fate mentione, e per tal maraviglia ne accenno.

Dite, che la terra habbia quattro moti: uno, in un gran cerchio intorno al Sole in un anno. L'altro, di una vertigine in se stessa di 24. hore; in oltre il moto all'ingiù come grave, & un'altra vertigine circa il proprio centro, contraria alla prima delle 24. hore, che si compie in un anno, & questo è il risguardare le parti celesti come fa la calamita; & forse essa terra altro non è che calamita, la quale naturalmente si volta intorno à i poli, & ha più moti; onde non è vero quelche dice Aristotile, che un corpo semplice habbia un semplice moto: ne che questo moto divenga dall'elemento predominante, ò che bisognarebbe dire che anco il Cielo entrasse in queste mistioni, per salvar i movimenti predetti circolari. Ne basta, secondo i Peripatetici, che la simpatia, & antipatia delle cose sia sufficiente per far simili, ò contrarie operationi; che questo è refugio communale, e simile ad una tal facezia di un galant'huomo, che si gloriava, haver dipinto un gran quadro per haver scritto, solo col gesso, quì una Diana con i cani, qui un fonte, quì un bosco, &c. Accenate in oltre, ma non risolutamente, che non si dia la sfera del fuoco. Le quali difficultà voglio esaminare, pria che veniamo alla più importante del flusso e reflusso del Mare, & alla cagione che voi stimate di esso. Et prima, quanto a i quattro moti della terra, quello che voi gli attribuite dell'orbe magno è totalmente irraggionevole, & inintelligibile. Voi volete, che ella sia da quell'orbe portata nel spatio di un anno, forse nel modo, che noi diciamo, che sono dalle proprie sfere portati i Pianeti e l'altre stelle. Se vi ricordaste di qual conditione habbiate statuito i vostri Cieli, pensereste meglio à dar tal moto, con tal fondamento alla terra, & insieme all'orbe della Luna, & agli elementi. Come potete imaginarvi, non che tener per certo, che da un corpo tenue, rarissimo, e cedente più dell'aria, sia spinto e portato un corpo solidissimo, qual è quel della terra e della Luna? chi potria sognarsi giamai che l'aria portasse seco in giro regolarmente un sasso sospeso in essa? e pur questo sarebbe meno inconveniente, e meno impossibile, conciosiache il sasso pensile, fuora del proprio luogo, non havrebbe molta resistenza all'altrui agitatione; ma la terra, trovandosi nel suo luogo naturale determinato (già anco secondo voi son tutti i corpi naturali nel sito ove gli è dalla Natura prefisso), non sarebbe alla vertigine di tal più raro e per conseguente men vigoroso di essa, mobile. Un carro nella velocità del suo corso eccita parimente l'aria; ma mai, o poco e difficilmente, occorre l'opposito. La terra istessa (pur come havete detto voi) rapisce seco l'aria, per esser più dell'aria soda; ma non havete saputo dir giamai che l'aria sia bastante à mover la terra e portarla: e pur è seco contigua, e pur più denza, onde più efficace, de i Cieli, come dunque quell'orbe, più raro e più debile, è atto a far questo? Io non dico che ciò sia difficile perche la terra si opponghi col peso tendendo all'ingiù come il sasso; già che, essendo nel proprio luogo, è lontana da questa attione; ma ciò riferisco alla sua mole, alla sua resistenza, alla solidità grande di essa. Ma mi accorgo che faccio errore, che non scorgo, non che non ferisca, il bersaglio a cui indrizzo i miei dardi. Mi risponderete voi, che quell'orbe magno non tocca immediate la terra; ma l'orbe della Luna, che è pur di natura celeste, & Cielo istesso, onde non ritiene queste disparità così immense, & dal ravolgimento di questo, la terra con gli altri elementi si raggira: così anco è designato nella vostra figura; benissimo; ho torto; condonatemi per cortesia la digressione, che è proceduta da desio di dir tutto: non voglio però ritrattarmi; nei discorsi divisivi, per concluder adeguatamente, si pongono anco i membri dividenti possibili, & imaginarij, almeno per escluderli, e per toccar ciò che si possa, ò ritrovar in effetto o pensarsi, ò anco fantasticarsi. Sia dunque come volete voi; & rispondetemi, vi priego. L'orbe della Luna, toccato immediatamente dall'orbe magno, non è anco egli Cielo? (non parlo della Luna istessa, che la statuite dura come la terra) sì certo; è dunque raro e cedente: or quando è toccato con moto celere dall'orbe magno & egli altresì ha il suo moto; come questo è spinto regolatamente da quello? come non si mischiano e non si confondono in uno, nel modo che occorre fra i venti, e l'aria? ò in qual maniera, se ben quello che porta sia più potente, le parti più ime del portato rispondono ad equal moto, e velocità? conciosia che ciò solo accade di corpi solidissimi. Chi scuote impetuosissimamente la superficie del mare, non move, ne conquassa per questo il fondo, ne tutto il resto dell'acqua. Et i venti che tal'ora scorrono per la sommità dell'aria, come si vede dal moto delle nubi, non perciò giungono in terra, ne quell'aria, da essi commossa, commove però la nostra. Ne il moto nel supremo de gli elementi si stende sino all'imo, per questa cagione, & tale è la natura di tutti i corpi fluidi, e cedenti, come sapete e come credo possa veder per sensata esperienza ciascuno. Talche, concessovi, per non esser litigioso, che se quell'orbe contenesse entro se stesso la sfera della Luna tenue, agitarebbe col suo moto la superficie convessa di quella, ma che, si communicasse à tutto il resto del corpo, e poi anco de gli elementi e della Terra, non è imaginabile ne vero; oltre che verrebbe per ordine ad esser la terra immediate portata e mossa dall'aria, anzi dall'acqua, non da quel Cielo; & questo sarebbe l'ordine: l'orbe magno moverebbe la sfera della Luna, quella, il fuoco, questo l'aria, l'aria l'acqua, & l'acqua la terra; & pur voi diceste di sopra che la terra move l'aria col suo moto: se ben solo le parti contigue, e crasse, non già al contrario: Direte forse, che quel vostro orbe magno penetra sino alla terra: & io attenderò che altro non sia questo vostro orbe orbo che acqua, aria e fuoco, penetrativo, dell'orbe Lunare, &c. e poi, per che Marte non ha parte in questo moto della terra e della Luna, se è situato16 l'intiera sfera di questi corpi egualmente in questo che in quello? se pur non errate nella figura. E se vi ha parte, essendo il moto di Marte diverso & in due anni (come volete ancor voi), in qual guisa si accorda con l'annuo? ò in qual modo fa circa ciò il suo officio? ò per qual cagione ne è esente? o perche voi nel dite? Direte forse, che Marte non ha da far niente; ma se ciò sia vero, à chi rimira bene la vostra figura, sarà necessario dire, che il Ciel di Marte non sia corpo, ma una sola superficie; e così havremo superficie separate, esistenti a guisa di sostanze, e le vostre Matematiche non saranno di cose astratte, ma indifferenti dalle naturali; & gli accidenti saranno soli, separati dalle sostanze mobili, e parti principali del Mondo, e se liberate Marte da questa pena, sarete forzato ciò imputar à Giove ò à Saturno, overo al vostro orbe magno. Ne voglio lasciar intatto un punto importantissimo, & di gran conseguenza, cioè che i Cieli, posti da voi rari e cedenti (mi occorre spesso far mentione di queste vostre pretesse qualità celesti, perche sono in gran parte per base o per colonne, sì che sarò scusato se tal hora appaiono i discorsi tediosi, e molesti), non solo non possino rapirsi, ma ne meno haver moti, e natura diversa: già (pur come è stato detto) essendo di tali conditioni, diventano misti, & convengono in un moto medesimo indistinto, se ben forse confuso. Così intraviene all'aria, & a i venti; alle nubbi, & alle procelle. & in somma à tutti i corpi flussibili, rari, e cedenti; e così saria impossibile dar varij moti al Cielo; ne anco ammetter Cieli diversi, onde l'altre vostre consequenze e positioni periscono. Direte forse che siano più ò meno tali, che basta alla distintione di essi e d'i lor moti. Già vi è stato detto altrove che il più, & il meno non variano essentialmente la natura lor sustantiale. L'altro moto della vertigine in 24. hore si è impugnato à bastanza, ove si è provato diffusamente che non habbia naturalmente eccetto, che il moto retto. E parimente, che ne habbia due contrarij per l'istessa linea nell'istesso tempo, perche includerebbe contradittion manifestissima, di moversi verso il termine, e di non moversi, di acquistar e di non acquistar spatio, &c. Del moto retto che procede dalla gravità all'ingiù, non occorre dir altro. Che la terra sia calamita, ò della natura di essa; non dirò altro, solo che seguirebbe che la Terra fosse la minor parte di se stessa, in comparatione della sua vasta mole, io credo che pochissima sia la calamita; onde sarebbe cosa ridicola, come chi dicesse, nell'acqua la minima parte è acqua, e se voi diceste, che nelle viscere della terra, e ne i luoghi più riconditi ve ne sia in copia grandissima, e forse tutta la massa, io vi dirò di no; e sarà più credibile; ne voi lo confirmarete con esperienze ne con ragioni più di quel che potrò far io. Che la calamita naturalmente si aggiri intorno à i poli; io vi dico che è più probabile assai che il Cielo nelle parti polari habbia virtù di attrar quella, che non quella di moversi à lui, nel modo appunto che diciamo che ella attrahe il ferro, non che il ferro si mova à lei, che il Sole attraha i vapori, &c. E così uno solo sia il suo moto naturale semplice di gravità, dall'elemento predominante; gli altri siano estranei, e quasi violenti, come pur quei del ferro e de i vapori, ne per far varietà di questi moti è necessario che, à guisa di un altro elemento, concorra alla compositione di misti il Cielo; basta che sia causa effettiva. La quale per se stessa, ò per virtù impressa nel medesimo genere, opera, & move; & si vede in tutti gli moti animali, ne i quali gli elementi non hanno parte alcuna, se non forse recettiva, e fondamentale, ma vien direttamente dall'anima, e la virtù dal seme: a simiglianza di quali anco nelle cose inanimate sono virtù innumerabili operative, & efficacissime, che da più alta origine dipendono, che da gli elementi; & non ha dubio alcuno; che parlando genericamente e da persone à cui le proprie cagioni adeguate sono incognite, non si può ridur ad altro principio la diversità e convenevolezza dell'opre, dell'unione, e della discordia, che ad una simpatia over antipatia fra gli agenti, e patienti. È quasi nulla, è vero, lo confesso; ma dica meglio, chi può: ne vi gloriate in alcun modo voi, sprezzando mordacemente questi modesti ricovri, pretendendo di haverne trovato il capo, ò il fonte verace; perche nelle vostre longhe dicerie, ripiene eccessivamente di vanti, non vi è cosa che sia dispositione pur minima, non che occasione, non che causa adeguata, di predetti moti della calamita. Il puro, armarla, il vario toccamento, ed altre cose con le quali dite, che diversamente move e sostiene, non è mostrar la causa delle sue operationi, anzi ne meno insinuarla, ma più tosto, scorgendo varij effetti, far che restino difficultà maggiori nell'investigarne i principij. Leggansi pur à littera i vostri scritti nel terzo Dialogo a car. 402. & oltre; e si faccia giuditio di questi vostri profondi ritrovi. Circa la sfera del fuoco, non sete il primo voi a bandirla dell'Universo; fra i quali egregiamente, al pari e forse meglio di ogn'uno, ne discorre Alessandro Tassoni; le cui raggioni, se ben sottilissime e degne del suo divino ingegno, non sono però disperatamente insolubili: anzi in un publico congresso filosofico fatto da i PP. Cassinesi, nel suo monastero quì di San Giorgio Maggiore (ove anco per un'hora del giorno ad esercitar il carico di Lettore in quelle scienze), apportate vivacemente da chi le stima insolubili, furno da quei PP. studenti (che sotto i felici auspicij & il paterno zelo del M. R. P. D. Alvise Squadroni Veneto, non meno risplendono nell'osservanza di Santa austera Religione, che nel studio, & profitto delle Scolastiche discipline) con universal sodisfatione, & applauso di molti Litterati, che ivi erano presenti, al possibile delle difficultà, & sottigliezze che contengono, egregiamente solute. Ma io intendo esercitarmi per ora solo con voi, sì che non parlando voi intorno à questo assertivamente, ne di mente propria, ne con alcuna prova, non occorre che mi affatichi in altro.

Circa il flusso e reflusso del Mare, dal quale effetto intendete demostrare la mobilità, anzi il moto attuale della Terra; io vi confesso che non si è apportata sin'ora, ne da Aristotile, ne da altri Auttori, che io habbia letto raggione, alcuna, ne adeguata, ne che si accosti al vero. Che l'acque marine, dall'ampiezza del pelago ristrette & angustiate dal continente in più breve spatio, perciò quindi, e quinci con alterna vicissitudine si librino, come dice Aristotile, è cosa inintelligibile, & apporta seco più difficultà, che parole. Che la Luna ne sia cagione, potrebbe esser: ma l'affirmarlo per indubitato, e più tosto specie di cieca credulità, che di probabile opinione; massime se risguardiamo i varij accidenti di tale affetto; & il Filosofar senza fondamenti è irragionevole. Onde io giudicavo la cagione di ciò quasi impercettibile: pur speravo, dalle vostre positioni si potesse raccoglier qualche convenevole determinatione, se bene con pregiuditio in molte cose della Peripatetica Filosofia: ma havendole sinceramente con animo indifferente, à guisa di puro arbitro, con ogni diligenza lette, e ponderatele: vi trovo più assurdi e più repugnanze che in alcuna dell'altre, non annoverando fra queste la disconvenevolezza che per construer una capanna ruinate una Città, è pure ne anco la capanna sortisce la sua struttura; or veniamo alla prattica. È la vostra opinione sommaria, che il flusso, e reflusso del mare sia causato dal moto della Terra, e diffusamente pria con essempi e poi col venire alla cosa istessa, cercate di renderla credibile, & indubitata. Sono gli esempi di una barca piena di acqua, come sono quelle che del continuo vengono da Lizza Fusina à Venetia. Questa tal barca così piena, se regolatamente, senza agitationi, senza scosse e senza urti, per il mare tranquillo cammini, non havrà moto proprio distinto da quel della barca che la porta; Ma se per caso la barca dia in secco con impeto, ò da altra barca, ò in altra maniera sia urtata, & rispinta, oltre tal moto violento della barca, si causa grande agitatione nell'acqua, che vi è dentro, qual dura fluttuante in varie maniere, anco che la barca si fermi; anzi può andar e tornar dalla prora alla poppa della barca più volte, & altre simili agitationi per varie bande e secondo l'urto più o meno sconcio; così si vede anco, che il mare istesso conturbato da i venti, ritiene per qualche tempo l'agitatione impressagli, quantunque essi venti siano del tutto cessati. Intorno alla qual osservatione vi stendete a dichiarar varij accidenti, che dalla diversa forma di vasi, ove è rinchiusa l'acqua provengono; cose tutte veraci, notissime al senso, e perciò ammettervisi cortesissimamente. Volete anco, dalla prodotta similitudine, che la Terra sia come la barca, il mare sia l'acqua che dentro vi si contiene: ed anco questo vi si conceda; la difficultà sta nell'urto, nell'agitatione della terra, e nel modo; e quì consiste la vostra invenzione, il vostro novo astrologico Filosofare. Volete per tanto che la Terra riceva quest'urto per agitar il Mare, dall'orbe magno, onde siegua, come da propria real cagion naturale infallibilmente l'effetto del flusso, e del reflusso; e perche la controversia è importantissima, e la vostra positione non è molto prolissa, voglio à littera recitarla, accio ciascuno giudichi dell'efficacia, ò inefficacia di essa. Doppo dunque di haver apportato varie mutationi dell'acqua nella barca, agitata, ò urtata, a car. 418. Parlate in questa forma. Hora, Signori miei, quello che fa la barca rispetto all'acqua contenuta da essa, & quello che l'acqua contenuta rispetto alla barca, sua contenente, è l'istesso à capello che quel che il vaso Mediterraneo rispetto l'acque da esso contenute, e che fanno l'acque contenute rispetto al vaso Mediterraneo, lor contenente. Seguita hora, che dimostriamo, come & in qual maniera sia vero. che il Mediterraneo, e tutti gli altri seni, & in somma tutte le parti della Terra, si movano di moto notabilmente difforme; benche movimento nessuno, che regolare & uniforme non sia, venga à tutto l'istesso globo assegnato.

1. Risponde il vostro Simplicio: Questo, nel primo aspetto, à me che non sono ne Matematico ne Astronomo, ha sembianza di un gran paradosso, e quando sia vero che, essendo il movimento del tutto regolare, quel delle parti, restando sempre congiunte al suo tutto, possa esser irregolare, il paradosso distruggerà l'assioma che afferma, Eandem esse rationem totius & partium. Rispondete voi: Io dimostrerò il mio paradosso, & a voi Signor Simplicio lascerò il carico di defender l'assioma da esso, ò di mettergli d'accordo: e la mia dimostratione sarà breve, e facilissima, dependente dalle cose lungamente trattate ne i nostri passati ragionamenti, senza indur ne pur una minima sillaba in gratia del flusso e reflusso.

Due haviamo detto esser i moti attribuiti al globo terrestre (Havete anco detto quattro, a car. 391. ma non importa): il primo annuo, fatto dal suo centro per la circonferenza dell'orbe magno sotto l'eclittica, secondo l'ordine de' segni, cioè da Occidente verso Oriente; l'altro, fatto dall'istesso globo, rivolgendosi intorno al proprio centro in 24. hore, e questo parimente da Occidente verso Oriente, benche circa un asse alquanto inclinato & non equidistante à quello della conversione annua. Dalla compositione di questi due movimenti, ciascheduno per se stesso uniforme, dico resultare un moto difforme nelle parti della Terra. Il che acciò più facilmente s'intenda, dichiarerò, facendone la figura. E prima, intorno al centro A. descriverò la circonferenza dell'orbe magno B.C. nella quale preso qual si voglia punto B. circa esso, come centro, descriveremo questo minor cerchio D.E.F.G. rappresentante il globo terrestre; il quale intenderemo discorrer per tutta la circonferenza dell'orbe magno col suo centro B. da Ponente verso Levante, cioè dalla parte B. verso C. & oltre a ciò intenderemo il globo terrestre volgersi intorno al proprio centro B. pur da Ponente verso Levante, cioè secondo la successione d'i punti D. E. F. G. nello spatio di 24. hore.

2. Ma quì doviamo attentamente notare, come rigirandosi un cerchio intorno al proprio centro, qualsivoglia parte di esso convien moversi in diversi tempi di moti contrarij, il che è manifesto considerando, che mentre le parti della circonferenza intorno al punto D. si movono verso la sinistra cioè verso E. le opposte, che sono intorno all'F. acquistano verso la destra, cioè verso G. talche quando le parti D. saranno in F. il moto loro sarà contrario à quello, che era prima, quando era in D.In oltre, nell'istesso tempo, che le parti E. discendono, per così dire, verso F. Le G. assendono17 verso D. Stante dunque tal contrarietà di moti nelle parti della superficie terrestre, mentre che ella si raggira intorno al proprio centro è forza che, nell'accoppiar questo moto diurno coll'altro annuo, risulti un moto assoluto per le parti di essa superficie terrestre, hora accelerato assai & ora altre tanto ritardato. Il che è manifesto considerando prima la parte intorno à D. il cui moto assoluto sarà velocissimo, come quello, che nasce da due moti fatti verso la medesima banda, cioè verso la sinistra: il primo de' quali è parte del moto annuo, commune à tutte le parti del globo, l'altro è dell'istesso punto D. portato pur verso la sinistra dalla vertigine diurna, talche in questo caso il moto diurno accresce, & accelera il moto annuo; l'opposito di che accade alla parte opposta F. la quale, mentre dal commune moto annuo è portata, insieme con tutto il globo verso la sinistra, vien dalla conversion diurna portata ancor verso la destra; talche il moto diurno viene à detrar all'annuo; per lo che il movimento assoluto, resultante dal componimento di amendue ne riman ritardato assai. Intorno poi a i punti E. G. il moto assoluto viene à restare come eguale al semplice annuo, avvenga che il diurno niente, ò poco gli accresce, ò gli detrae, per non tendere ne à sinistra ne à destra, ma in giù, & in su. Concludiamo per tanto, che sì come è vero, che il moto di tutto il globo, e di ciascuna delle sue parti sarebbe eguabile, & uniforme quando elle si movessero di un moto solo, ò fusse il semplice annuo, ò fusse il solo diurno, così è necessario, che mescolandosi tali due moti insieme, ne resultino per le parti di esso globo movimenti difformi, hora accelerati, & hora ritardati, mediante gli additamenti, ò suttrattioni della conversion diurna alla circolatione annua. Onde, se è vero (come è verissimo, & l'esperienza ne dimostra) che l'acceleratione, e ritardamento del moto del vaso faccia correre, e ricorrere nella sua lunghezza, alzarsi, & abbassarsi nelle sue estremità, l'acqua da esso contenuta; Chi vorrà por difficultà nel credere che tal effetto possa, anzi por18 debba di necessità, accader nell'acque marine, contenute dentro à i vasi loro, soggetti à cotali alterationi19, e massime in quelli che per longhezza si stendono da Ponente verso Levante, che è il verso, per il quale si fa il movimento di essi vasi? Hor questa sia la potissima e primaria causa del flusso, e reflusso, senza laquale nulla seguirebbe di tal effetto. Ma perche multiplici, e varij sono gli accidenti particolari, che in diversi luoghi, e tempi si osservano, i quali è forza che da altre cause diverse concomitanti dipendano, se ben tutte devono haver connessione con la primaria; però fa dimestiero andar proponendo, & esaminando i diversi accidenti, che di tali diversi effetti possano esser cagioni. Fin quì parlate voi di queste cagioni universali del flusso. E perche gli particolari accidenti di quali anco pienamente & in conseguenza discorrete, dipendono totalmente dalle predette cause; esaminando quelle, resterà anco bastevolmente determinato di questi, e se quelle caderanno, essi non havranno alcuna sussistenza; onde anco sarà vano trattarne, per riferirgli à loro, è per considerargli in ordine à i vostri suppositi fondamenti. Veniamo dunque a ponderar quanto intorno à ciò si conviene; e per maggior intelligenza e più sincerità, avanti di ogni altra cosa sia qui registrata la vostra figura.

1. Prima dunque mi si appresenta il detto, che tutte le parti della terra si movano di moto notabilmente difforme, benche movimento nessuno, che regolare, & uniforme non sia, venga a tutto l'istesso globo assignato. Il quale, ancorche voi intendiate di dimostrarlo, & à me basterebbe rispondere à parte à parte alla vostra dimostratione, come in effetto farò, voglio prima in universale

considerare, qual verità possa contenere questa vostra assertione, & poi gradualmente discenderò al resto. Tutte dunque (secondo voi) le parti della terra si movono di moto notabilmente difforme; & à tutta la terra non convien movimento alcuno, che non sia regolare & uniforme. Ditemi per vita vostra: qual'è quella cosa che possa chiamarsi tutta, se non in ordine e dependenza dalle sue parti? e qual denomination totale può darsi ad alcun tutto, da cui siano le parti escluse? se niuna parte del cigno è negra, come si dirà egli tutto negro? e se niuna parte della terra si move di moto regolare, & uniforme, come è uniforme e regolare il moto del suo tutto? Io trovo, e l'approverà ogn'uno, che uniformità non sia altro che forma indivisamente & una communicata al tutto, & alle parti; è relativo

che corrisponde all'altro, ne mai alcuno sarà uniforme se non ad altri & in comparatione di che si dice tale. È uniforme il moto totale della terra per voi: & con chi ha questa uniformità? forse con la difformità? ò con moti che non si trovano? Io non niego che in un mobile regolare si dia difformità di moto, come le parti circonferentiali della sfera difformemente si movono dalle centrali, cioè più velocemente; e per tal difformità quel moto vien detto difforme. Ma chiamarlo uniforme dalla difformità, fa tanto quanto chi chiamasse amaro il miele dalla dolcezza. Parimente il moto regolare è quello che non ammette alcuna inegualità di velocità, ma dal principio al fine è sempre con una medesima celerità, e regola procede, onde dal regolare il tutto con l'irregolarità di ciascuna parte è parimente constituir un tutto chimerico, un tutto ideale, alla platonica, impossibile, tutto, e non tutto; Non è inconveniente, ne anco, che alcun moto possa esser regolare e difforme, come il celeste in rispetto à diverse parti; ne che alcuno sia uniforme, & irregolare, come quello di cadenti, ò proietti, che hanno diversa velocità nel tutto; & ritengono in questa diversità uniformità nelle parti. Ma che uno sia dalle parti irregolari regolare, dalle difformi uniforme, non e possibile ne imaginabile. E se bene in alcuni casi, & in qualche parte del tutto secondo varij rispetti potesse ciò intravenire, non sarebbe mai secondo il vostro intento, & al proposito di quel che pretendete. Mi esplico. Se un corpo fluido, come di acqua, ò di nubi, fusse per regolata linea, ò retta, ò circolare, portato; potrebbe senza dubio non variando il regolato viaggio, ricevere varie agitationi, & ondegiamenti nelle parti; come se il mare tutto portato in giro per linea regolare ondeggiasse; e forse quì volete battere voi. Ma ciò non vi è di refugio. Prima, perche se tutte le parti (come dite della terra) si movessero difforme, & irregolarmente, tutte tutte, uscirrebbon del segno, e vi toccherebbe à dire e mostrare quel tutto senza parti, che havesse altro moto distinto da loro. Ma il mio essempio caderebbe di alcune, che non variassero notabilmente sito e velocità, anzi con proportionata alternativa l'una ricompensasse il mancamento dell'altra, nel modo, che possiam dire, un bracciale pallone esser rotondo, con le sue parti ineguali per la proportione; ma se tutte fussero inequali, & irregolari, ogni uniformità e regolarità si leverebbe. L'altra, che se ben questo; ch'io dico habbia partial verità ne i corpi fluidi, per esser le parti divisibili, e mobili distintamente, (già chi move un poco d'acqua nel mare, non è necessario, ne possibile, che la commova tutta). Ma ne i corpi solidi, duri, e continuati, e resistenti, qual'è la terra, quelche dite è assolutamente falso e chimerico. Chi ha visto mai volger da una parte una macina da molino, over una ruota di orlogio, di carrozza ò di altro, e che l'altre parti non si sian mosse? e chi ha visto ritenerne, ò ritardarne una parte, che non si sia fermata tutta tutta la ruota, se pur non si è rotta in pezzi, Veniamo anco à gli altri essempi, che si assomigliano naturalmente alle vostre positioni. Le ruote esterne di molini da una parte toccano l'acque di fiumi, e sono da esse acque agitate e rivoltate, dunque dalla parte dell'aria, ove non hanno questo intoppo, sono più veloci, che da quella dell'acqua, ove sono urtate? chi lo direbbe? chi non vede l'opposito: & appunto la terra nella vostra figura è à guisa della ruota, e l'orbe magno dell'acqua, ò con poca differenza; le cose simili non si hanno da intendere per istesse. Non è dunque possibile, che in un corpo solido si dia irregolarità nelle parti, che anco non risulti nel tutto.

2. Parimente ne anco è vero che un cerchio movendosi intorno al proprio centro, qualsivoglia parte di esso convenga moversi di moti contrarij in diversi tempi. Conciosia che dove è una indivisa continuatione, ivi è vera unità, ne è altro esser uno che indiviso; onde essendo le parti predette, & il moto loro similmente continuato, è un solo attuale: che è impossibile, che sia contrario à se stesso, essendo la contrarietà fra due, e repugnanti; e perciò volle ragionevolmente Aristotele nell'ottavo della sua Fisica, che niun moto contrario fusse con l'altro continuato, e diede per questo la quiete ne i moti retti reflessi; ne vi apporto questa dottrina per auttorità, che l'habbiate da ammettere, ma per mostrar la conformità del suo dire alla verità delle cose. Il moversi verso la destra, e verso la sinistra senza discontinuatione non fa contrarietà, ne tanpoco pluralità. L'istesso diremo dell'ascendere, e discendere, che per somiglianza si dicono nel moto circolare.

3. Hora, essendo falsi questi suppositi, seguita che sia falsissimo, quelche da essi inferite, cioè che, stante tal contrarietà di moti nelle parti della superficie terrestre, mentre che ella si aggira intorno al proprio centro, è forza che, nell'accoppiar questo moto diurno coll'altro annuo risulti un moto assoluto per le parti di essa superficie terrestre, hora accelerato assai, hora altre tanto ritardato; già che (come ho detto) questi moti delle parti non son contrarij: ne si può dar discontinuatione nel corpo solido, onde cade tutto il rimanente del vostro discorso; come che il moto signato nella parte D. sia velocissimo, nel E.G. eguale, &c. Così dunque, sia equabile, ò difforme, regolare, ò non, impeditivo, ò contrario, il moto dell'orbe magno sopra il quale si aggira la terra, ò per se stessa, ò portata, come vi piace (che ne anco in questo vi esplicate: e pur in positioni nove inintelligibili, ci vorrebbe altra distintione, altro metodo), niuna irregolarità cagionerà nelle parti della terra, come ne anco in tutta, per le cagioni sudette, vere, & esperimentali. Ma preveggo una risposta ingegnosissima, adeguata, irrefragabile; cioè, che essendo le parti che son toccate dall'orbe magno, flussibili, tenui, e cedenti, possono haver moto irregolare, e difforme dal tutto, come io stesso, ho concesso. E che siano così tenue, e rare, è noto per i vostri precedenti suppositi; cioè che tale sia il Cielo; & quell'orbe magno non tocca immediate la terra, ma l'orbe della Luna, come si vede dalla figura maggiore della struttura, e situatione de i corpi celesti; e dalla verità dedutta da i vostri principij, non già che sia tale assoluta, perche non direte mai, che questa aria, & acqua, che tocca la nostra terra sia orbe magno; ma volete che questi nostri elementi siano circondati dall'orbe della Luna. Havete ragione. Io non havevo ponderato tant'oltre; dovrò dunque disdirmi, sì, ma perche quell'orbe lunare nominate sempre terra? forse lo fate per carestia di voci? sì, se non havessero il proprio nome, se toccasse à voi dargli la prima impositione. So però quel che direte di meglio, che l'orbe magno tocchi immediatè quel della Luna, e per conseguente la terra, onde venga poi à sortir gli effetti del moto predetto, & indi provenga anco il flusso e riflusso. Ma quì vi voglio. E cominciamo pur à Filosofar intorno à ciò saldamente. L'orbe magno, è Cielo; l'orbe della Luna è cielo: son dunque rari, e cedenti, onde nell'urto, si mischiano e si confondono, più tosto che regolatamente si aggirino. Di più, se l'orbe della Luna è quello, che riceve immediatamente le ritardationi (come havete necessariamente da dire, e come è ritratto nella figura, & espressamente si tira per conseguenza), dall'orbe della Luna ha da venir in terra questa ritardatione per mezo de gli elementi, che gli son più vicini, onde l'ultima à participarne sarà la terra: e così prima da questi urti, intoppi o ritardamenti, sarà agitata l'acqua, che la terra, & l'acqua più tosto moverà la terra, se sia possibile, che all'opposito. Oltra l'impossibilità, toccata poco di sopra, di communicarsi dal sommo all'imo questa fluttuatione ne i corpi fluidi, e rari, che è consideratione non di poco momento. Ne similmente l'effetto, che pretendete succederebbe, conciosia che, la terra scossa, solida, e continuata, non sì agiterebbe difformemente nelle parti, come è stato detto, se fusse toccata immediate dall'orbe magno; perche in ciò nulla sarebbe la differenza. Tralascio di dire perche in sei hore sia il flusso ordinario, almeno in questo nostro Mare Adriatico, e sei il reflusso, essendo la ragion dell'impedimento, e la distanza dell'orbe magno impeditivo eguale in due metà, onde dovrebbe esser di dodeci hore l'uno e di dodeci l'altro. E se con tanta piacevolezza nel flusso scorre l'acqua verso il continente & ivi è nel luogo suo naturale come prima, & l'altro intoppo non è successo, perche quì non si ferma? Quella della barca agitata, non havendo deposto l'impeto impresso, torna in dietro per il termine, ò legno che l'impedisce: ma qual impedimento trovera l'acqua marina nella vastità dell'Oceano? Non direi, che quelle imaginarie scosse della terra, che sono atte à commover così impetuosamente l'acque del mare, fussero bastanti à scuoter gli edificij, & fussero state già impeditive per fargli (già è moto di agitatione, anzi violento che ): pur à qualch'uno forse ciò parrebbe anco verisimile. Così gli accidenti varij che in questi flussi e riflussi si scorgono, come di alzarsi più ò meno, esser più ò manco veloci, ò frequenti in un luogo che nell'altro &c., non si possono ridurre alle cagione universali poste da voi; onde restano privi per le vostre positioni di ogni ragionevole determinatione: Havreste pur fatto meglio (nel modo che può esser il meglio nel male) spedirvi con quattro parole. Cioè che un Intelligenza ò anima, ò la propria virtù naturale della Terra, l'agita di moto di trepidatione, e di tale, qual si raccoglie dal flusso, onde adeguatamente gli si adatti: che salendo nel Cielo con Fetonte per regger questo corso, più disgratiatamente che esso non fece il carro del Sole, l'habbiate precipitato nel profondo della nullità. O pur potevi facetamente favoleggiar con le donne, che gli quattro Vangelisti, portando la terra sopra le spalle, à vicenna si mutino, e ne seguano tali mutationi; & quattro scosse, ò agitationi farebbono appunto per lo flusso e reflusso di sei in sei hore. O con quell'altro Filosofo che, stimando animato il Mondo, di anima estensa, e corporea, sì che fusse anco organica, ponendo il sito delle mari20 nel mare, dall'espiro volea che procedesse il flusso, e dal respiro il reflusso. Opinioni tutte ridicole, ed in questo poco inferiori alla vostra. Ecco la somma delle vostre dottrine, con quelle osservationi, che più sinceramente per intelligenza del vero, non per detrarre al vostro sapere, da me si sono potute addurre. Per ultima chiusa delle quali voglio memorar di novo un punto, che ad altre occasioni ho altre volte toccato, & è questo. Nel principio vantaste spesso di voler proceder talmente per vie sensibili, che Aristotile (il quale in questa maniera promise, & insegnò che si procedesse) havrebbe mutato opinione, havendo visto che così havete osservato voi, & non egli. Et nondimeno nel progresso sete sempre così stato lontano & estraneo da questo stil di procedere, che (tolta via una positione sola, solo credibile, non scientiale, cioè delle cose che affirmate veder in Cielo col Telescopio) tutte le controversali direttamente ripugnano alla cognition sensitiva, come può ciascun veder da se stesso; e come espressamente dite voi medesimo a car. 325. parlando della dottrina del Copernico, (che è questa istessa che voi suscitate, ò commentate), che si sia resa credibile, e maravigliosa à molti contra ogni sensate esperienza, ma con le pure raggioni. Alcune vostre dimostrationi, che non mancano di speculationi bellissime, perche non fanno contro l'assunto Aristotelico (il quale solamente, per esercitio alla mia professione convenevole, mi ho preso ad esaminare e difendere), non ho voluto toccare: già non intendo pregiudicare al giusto, à quanto dite di buono, e fuora dell'intrapresa controversia; Ne ho alcun fine di offendermi21, anzi di honorarvi per quanto so, & posso, con ogni candidezza di cuore e di opere.

 

Il Fine.

 

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Gli errori della stampa
si correggono dal giuditio del discreto lettore

 




15 L'Edizione Nazionale delle Opere di Galileo Galilei, a cura di Antonio Favaro, volume settimo, nel riprodurre quest'opera riporta "Il Sole (dite poi)". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



16 L'Edizione Nazionale delle Opere di Galileo Galilei, a cura di Antonio Favaro, volume settimo, nel riprodurre quest'opera riporta "se è situata". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



17 L'Edizione Nazionale delle Opere di Galileo Galilei, a cura di Antonio Favaro, volume settimo, nel riprodurre quest'opera riporta "F, le G. ascendono" [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



18 L'Edizione Nazionale delle Opere di Galileo Galilei, a cura di Antonio Favaro, volume settimo, nel riprodurre quest'opera riporta "pur debba" [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



19 L'Edizione Nazionale delle Opere di Galileo Galilei, a cura di Antonio Favaro, volume settimo, nel riprodurre quest'opera riporta "dentro i vasi loro, soggetti a tali alterazioni." [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



20 L'Edizione Nazionale delle Opere di Galileo Galilei, a cura di Antonio Favaro, volume settimo, nel riprodurre quest'opera riporta "ponendo il sito delle nari." [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



21 L'Edizione Nazionale delle Opere di Galileo Galilei, a cura di Antonio Favaro, volume settimo, nel riprodurre quest'opera riporta "offendervi." [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]






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