| Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
| Antonio Rocco Esercitationi filosofiche IntraText CT - Lettura del testo |
A I LETTORI.
Deve operar ciascuno, secondo il suo potere, entro i termini della sua professione. Chi vilmente torpisce nell'ozio, fatto per ciò ribelle della Natura, merita esser disnaturato. Non è cagion legitima, ne forse tanpoco apparente, per desister dall'opre, il non poter ridurle all'assoluta perfettione, ò l'essere nel medesimo genere inferiore à gli altri; che se ciò fusse vero, in qualsivoglia sorte di attione un solo saria l'agente, ò tutti sarebbono eguali, consequenza per ambe le parti non men falsa che erronea. Il prospetto del manchevole, paragonato all'intiero, lo fà comparir più vago; tal è il deforme al bello, all'armonia le pause, le tenebre alla luce. La diversità innumerabile delle cose è, per cagion di diversità risguardevole. L'uguaglianza confonde la distintione, & questa l'ordine; nel quale solo si contiene il perfetto, & l'ammirabile. L'humana essenza, mistico compendio di bruti, si communica a porzione ne i suoi individui, forse con poco dissimili differenze, che l'animal generico nelle sue specie; per questo ella quasi più varia ne i suoi particolari, che l'istesse diverse specie di bruti trà loro; esercita in alcuni ingegno & costumi di Pecora, in altri di Lupo, in alcuni di Cavallo, in altri di Simia, &c. Io dunque, non ambizioso di ugualità, ò maggioranza, ma nell'imperfettione uguale solamente à me stesso, nelle mie professioni Filosofiche mancherei notabilmente all'officio, & insieme al debito mio, se alla Gioventù Veneta, dotata di perspicacissimo intelletto, esponessi solo ne i modi consueti, ordinarij, la dottrina di Aristotile. Fraudarei il lor giusto desiderio, se anco all'instanze di quei, che l'impugnano, con ogni sforzo non cercassi di sodisfare. Fra i quali in questi tempi, in questa nova Atene (ove fioriscono non meno gl'ingegni, che la Christiana libertà, i studi, & le scienze che la divinità delle leggi ed i costumi), essendo vulgata, & esaminata da' litterati con varij sentimenti la Positione del Signor Galileo Galilei circa la struttura e conditioni d'i corpi celesti; & di più nelle publiche catedre (ove spesso da miei Scolari si difende quanto nelle Naturali Scolastiche lasciò scritto Aristotile); per obiettioni addottami, son stato necessitato all'impresa di queste mie Esercitationi Filosofiche, per le quali non intendo rispondere ad altro che a quel che ad esso Aristotile ripugna. Questo fine mi ha mosso, non già perche io creda la Filosofia di esso in ogni parte infallibile, ò i suoi discorsi totalmente, & sempre dimostrativi; anzi stimo per certo, la verace Filosofica sapienza nè a lui, nè ad alcun altro de gli homini esser stata giamai per vie naturali pienamente concessa. L'humano sapere, effetto principale dell'anima nostra, non eccede il vigore della cagione, non potrà dunque da lei finita ricever virtù d'attingere l'infinità d'i scibili, massime del supremo, che è l'unico fonte di conoscenza; l'oggetto, & la potenza cognoscitiva hanno proportione scambievole; se dunque ella limitata tende all'attingenza dell'immenso, attrahendosi fuor di se stessa, ne attingendo quello, si annienta. Oltre che ella medesima quasi del tutto à se incognita, quali conoscenze potrà haver scientiali, e distinte di i suoi effetti? e cognitioni forse per cause senza cause? totalità di scienza col mancamento di principali principij, & del tutto? La purissima intelligenza è Iddio, non può dunque trovarsi da lui disgiunta. Et chi la spera totale nelle creature, presume racchiuder l'infinito attuale in un punto. I nostri discorsi, che chiamiamo demostrationi infallibili, se siano negativi, saran realmente veri; ma ne conducono appunto ad una verità negativa, ad una cognitione, che niente abbraccia. Poco più vale il conoscer per sillogismi che l'Elefante non sia un sasso, che il non conoscerlo in modo alcuno. L'affirmative universalissime sono veraci anch'elle, ma non si avvicinano al scopo, ne lasciano nel communale, e nel confuso. Et è in vero poco laudabile la dimostratione di colui, che altro non conchiude, che sia animale il Cavallo, & il Delfino. Le più particolari, quelle che si dicono immediate e potissime, se in verità si trovassero come si concepiscono con la mente, se riuscissero nella prattica come si proferiscono con la lingua, sarebbono senza dubbio approbabili & degne: ma digratia se ne facci una sola; io quanto à me non ne hò udita mai alcuna, che da intelletti elevati non sia stata conosciuta in qualche modo manchevole, soggetta alle censure, & all'instanze, eccetto di cose singolari, sensibili. Che sono più tosto cognitioni del senso, che effetto d'intelletto dimostratore. Ne è bastante numerar le conditioni della demostratione, e della scienza, perche in noi si trovi scienza, & dimostratione, come non basta descriver la felicità di questa vita, per render l'huomo felice; quella da ogni persona intendente può facilmente esser al vivo delineata, & pur in niun di viventi si trova la felicità reale, se non forse (come argutamente fu detto da alcuni) la sua prima sillaba, Fel. Non è, non è dunque in noi la pienezza totale del sapere; consideriamolo da gli eventi; gia da' leoni non nascono conigli, ne dell'aquile colombe. Et nulladimeno i figli di questa qualità divina; ò più tosto de gli huomini che volgarmente chiamiamo scienziati, altri per lo più non sono che l'ambitione, la perfidia, & il fasto; altieri, intrattabili, arroganti; d'ogni Dio sprezzatori, e d'ogni Legge. E se pur tale di essi serbi vestigi di vera virtù, non fucata; ciò ha origine altronde, almanco dal riflesso di non sapere, onde da questa conosciuta ignoranza nasce questa virtù modesta, non mica dalla scienza, che non esiste. Però dall'Oracolo fu solo fra gli huomini stimato savio chi seppe di saper nulla. Le radici della vera sapienza hanno il lor fondo geniale nel Cielo, trasportate per tanto in terra, degeneranno, come il fromento in Zizania. Lo conobbero gli Antichi benissimo, e singolarmente Aristotile nella posteriore, nella Metafisica, & altrove. Siaci però tanto concesso, che i nostri fini ne conseguiamo, nel modo che conseguisce anco i suoi del vedere la nottola, con la debolezza della sua vista; & in questo fosco barlume chi è men losco de gli altri, sia Lince. La conoscenza infallibile delle cose recondite, è quella solamente nell'huomo, che per fede gli vien direttamente da Iddio. Non giudico dunque (ripiglio all'intento principale) così indubitatamente certa la Filosofia d'Aristotile, che non sia ancor essa soggetta all'obiettioni, & à gli errori. Quantunque per assenso quasi d'ogn'uno sia ella stata sin hora stimata la manco erronea, & egli in questo genere più celebre e più conspicuo di tutti gli altri. E vero che la Natura è madre commune à ciascuno, anco alle bestie; ne si stanca giamai nelle sue opere, ne è scemata di virtù nel produr gli huomini, & gli ingegni. Tuttavia nelle diversità innumerabili delle sue famiglie par che si diletti (per quanto dalla esperienza si raccoglie) di primogeniture impermutabili, forse per ragion di ordine, che ha dependenza da un primo, che ha regola da un esemplare; e nella Filosofica si è compiaciuta investirne Aristotile, distribuendo in minor porzione à gli altri le reliquie à suo beneplacito. Non perche stimi (dico) la sua dottrina irrefragabile, ò perche abbi giurato nelle sue parole, ò che sia divenuto suo mancipio (imposture del Signor Galileo à gli Aristotelici), ho preso il presente assunto; se bene ad essa dottrina io sia grandemente obligato per haverne conseguito honore, commodi & elettione alle più famose catedre Filosofiche, che per rispetti maggiori (di servir immediate à quest'alma città di Venetia, à questa Idea delle Christiane Republiche, à questa gran patria del Mondo, e Pritaneo inesausto di Virtuosi) hò ragionevolmente rifiutate. Molto meno ho avuto per scopo l'oppressione di queste nove, ò rinovate positioni, se non in quanto l'hò ritrovate lontane dal vero. Anzi al primo loro apparire, io stimatele venute dal Cielo, non sonniate, ma viste; famelico di cibo celeste, me gli avventai per cibarne a satietà la mente; ma pratticatele, l'ho trovate non visioni, ma illusioni, non verità indubitate del Cielo, ma fantasie fallaci de gli huomini; di si lieve & inhabil sostanza all'intellettual nutrimento, che lasciano doppò pasto assai più fame che pria. Non intendo però in conto alcuno, e me ne protesto avanti al Cospetto di Dio e de gli huomini, di pregiudicar pur in un punto alla riputatione del Signor Galileo; ne alla fama che grande ha acquistata nelle Matematiche, ne all'altre sue inclite qualità personali. Et se tal hora nel progresso di miei discorsi contro di lui apparirà segno, ò realtà di mordacità, ò d'improvero (il che sarà più rare volte ch'io possa), ciò diviene dalla naturalezza della controversia; dall'officio di litigante, dal ributtar i colpi in modo che feriscano anco (se sia possibile) chi gli vibra. Non può esser duello (& pur è tale ogni disputa) se non da scherzo, & ridicolo, ove non si trattan l'arme, che senza taglio, ove mai si ferisca, ma si minacci solo. E se egli, inimico fiero, implacabile, cerca non ferir solamente, & estinguer la dottrina di Aristotile, ma con punture acutissime, e velenose di lingua atterrar la sua fama, & più quella di suoi seguaci; perche ad altri, forse manco sproportionato ad esso, che egli ad Aristotile (à ragion di taglione, à giusta difesa) non sarà lecito far in parte l'istesso contro di lui? Io per tanto, come io, humilmente l'inchino; ma come ministro d'Aristotile (qual mi sia), con l'arme di Aristotile istesso, con i suoi naturali principij, che giudico sufficientissimi (come si vedrà nell'esito), non mancherò à quanto posso. Altri di più ricco talento suppliran forse a quanto intieramente si deve; ne perciò queste mie bassezze gli saranno pregiudiciali; ò affatto inutili, poiche dal tenebroso di esse spiccherà più chiara, & più fiammeggiante la vivezza del loro sapere. Non mi curo di applauso, non ho umore d'esserne stimato disputante, redarguente, saputo; mi si attribuiscano pure gli humili fini predetti. E chi della loro candidezza sarà contento, chi si sodisferà d'un desio di ben oprare, senza mirar per minuto l'opere istesse, gradirà cortesemente l'impresa. Altri à sua voglia la sprezzi. La gentilezza che con benignità l'accoglie, la scusa, ò la compatisce, mi sarà soave sprone ad altri impieghi. La severità che la biasma, ò la avvilisce, mi sarà freno tenace, da non trabboccar per l'avenire in errori; & incentivo potente di correggere i già commessi. Venetia, 1633.