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Cap. 8
SOMMA PRUDENZA E SAVIEZZA DI
ALFONSO NEL GOVERNO DELLA SUA CONGREGAZIONE
Governare
un essere, qual è l'uomo, dotato d'intelligenza e soggetto a molte passioni, fu
dal Nazianzeno riputata l'arte più difficile e la scienza di tutte le scienze: Ars artiumt scientia scientiarum mihi esse
videtur hominem regere, animal scilicet maxime varium et multiplexa
Deve
perciò proclamarsi fornito di prudenza in grado eroico quel superiore, il quale
nel reggere la sua famiglia non si propone altro scopo, se non che il
conseguimento del fine del suo Istituto, e dirigendo i suoi sudditi nel timor
di Dio e nella disciplina del retto costume, tutti li conduce al divino amore
ed alla loro santificazione. Or tale si è appalesato il nostro santo nel
governare la sua Congregazione per dieci lustri, onde gli sta bene
quell'encomio registrato dal Savio a perpetua lode del legislatore Mosé: Dedit illi coram praecepta, et legem vitae
et disciplinae, docere Iacob testamentum suumb
La
prima cura di Alfonso per ben dirigere la sua Congregazione è stata di studiar
bene non solo le prerogative ed i talenti di tutt'i suoi congregati, ma la
virtù ancora ed il temperamento. Perciò altra era la condotta di lui con
quelli, che erano dotati d'indole docile e pieghevole, ed altra con chi sortito
aveva dalla natura un temperamento igneo e bilioso. Di un modo regolavasi coi
robusti nella virtù, e di un altro - 72 -
con chi ravvisava ancor debole nello spirito. Secondo tali vedute ei procedeva
saviamente sia nel distribuire gl'impieghi e le occupazioni, sia nel correggere
e punire i difettosi, sia nel comportare le imperfezioni, sia nel prendere i
mezzi opportuni al regolamento de' suoi congregati.
Eransi
determinati i suoi consultori di licenziare dalla Congregazione un giovane
studente il quale per la vivezza e sensibilità del suo temperamento, oltre di
essere irrequieto, commetteva pure non di rado dei notabili difetti. Ma il
nostro santo sempre si oppose al loro parere. Fornito qual era di un
discernimento penetrante, col suo tatto squisito nel governare i diversi
spiriti, altro non ravvisava in questo giovane se non che un fuoco tutto
proprio di quell'età, che raffreddandosi col crescere degli anni avrebbe dato
luogo ad una sodezza di perfezione non ordinaria. L'evento comprovò il saggio
divisamento del santo, mentre quel giovane represse il suo temperamento a segno
di giungere a tal grado di virtù, che la memoria di lui è restata nella
benedizione di tutto l'Istituto.
Per
l'opposto in altre occasioni, e per cagione di taluni difetti non molto
rimarchevoli, Alfonso mandava via dalla Congregazione alcun soggetto, perché
con la sua penetrazione vi scorgeva uno spirito leggiero e non pieghevole
all'acquisto di una virtù costante. Che se talvolta per condiscendenza
volgevasi al parere dei suoi consultori, l'esperienza o presto o tardi
dimostrava, quanto erano savie le sue vedute.
Da
questa prudenza e saviezza erano regolate altresì le correzioni che faceva, e
le punizioni che infliggeva. Non prescriveva già ad ogni male un generale
rimedio, né per i medesimi difetti penitenze eguali ad ognuno: ma conoscendo l'
indole varia e la virtù diversa dei suoi congregati, proporzionava alla forza
di ciascuno la correzione e la medicina. Dimodoché se austero palesavasi verso
coloro in cui distingueva solidità di perfezione, rendevasi condiscendente
verso quelli, a cui il rigore anzi che giovare allo spirito avrebbe potuto
recar nocumento. Calcolava inoltre il tempo opportuno nel fare le sue
correzioni; talché si credette più volte, che Alfonso - 73 -
dissimulasse alcuni mancamenti, tanto differiva a
correggerne il manchevole: ma questa sua dissimulazione venivagli dettata dalla
prudenza; poiché stimando più difficile il ravvedimento nel bollor della
passione, aspettava che questa si fosse pria temperata, e poi dava di piglio ai
rimedi, che sempre operavano guarigione sicura.
Soleva
quindi ammaestrare i rettori delle case con questa massima: Raffreddata la passione il soggetto conosce
il suo fallo, ed elegge da sé medesimo la penitenza. Né tampoco avvalevasi
di termini aspri o duri nelle sue correzioni. Ah! che dalla sua bocca non si
proferì mai, se non che espressioni di carità, di mansuetudine, di dolcezza e
le sue parole furono sempre tali, che ferivano il cuore, e lo compungevano. No,
non fu mai udito pronunziarne alcuna che fosse acre, in tanti anni che governò
la sua Congregazione.
Animato
dalla carità e dalla fortezza, mentre adempì gelosamente il suo ministero, non
gli sfuggì dal labbro alcuna parola che avesse potuto offendere, o recar
dispiacere a chicchessia, ripetendo sovente quella gran massima di s. Francesco
di Sales, che prendonsi più mosche con
un'oncia di mele, che con un barile di aceto. Alfonso senza lasciar
impunita la colpa, seppe sempre raddolcire l'amarezza delle correzioni col mele
di sua dolcezza e prudenza.
Un
fratello serviente avendo non lievemente offesa la carità fraterna, il santo
per comune esempio lo licenziò dalla Congregazione; ma avendo interposta la
loro mediazione i padri Mazzini e Rossi, primi compagni del fondatore, ed
essendosi benanche quel fratello ravveduto ed umiliato, Alfonso ne gioì per
compiacimento. Non volendo per altro violare il dovere della sua carica, lo
fece spogliare della veste, e lo inviò al noviziato. Quindi per mitigare
l'amarezza della penitenza con gran carità scrisse al p. Rossi nei seguenti
termini: Dite al fratello N., che gli uso
questa indulgenza, perché lo amo: un altro superiore non lo avrebbe forse
trattato così. Con queste affettuose parole quel fratello restò confuso, e
compié per sei mesi il ricevuto castigo, vivendo dappoi con tutta
l'edificazione. - 74 -
Non
minore saviezza palesò Alfonso nel dirigere i rettori delle case del suo
Istituto; perché se vigilante egli era verso i suoi sudditi, in particolar modo
lo era coi superiori, dai quali dipende il buon ordinamento delle varie
comunità. Avendo fatto un forte rimprovero ad un rettore, il quale benché di
gran merito e sapere, era nondimeno venuto di recente in Congregazione, temperò
la correzione con la seguente protesta: Compatisca
vostra riverenza, se le fo questo avvertimento: molte cose le ho apprese
coll'età e coll'esperienza.
Essendo
rettore in Deliceto il p. Carmine Fiocchi, soggetto luminoso per le rare
qualità del suo operare evangelico, di rado trattenevasi in casa atteso le
continue richieste di predicazione. Or non potendo il nostro santo dissimulare
questa mancanza, così gli scrisse: Non
credo, che vostra riverenza desideri, che io la tratti con delicatezza, e
riguardo all'ubbidienza la tratti da soggetto debole, come mi bisogna trattare
alcuni. Io tengo altro concetto di vostra riverenza: cioè che voglia il meglio,
e quello che è più di gusto a Dio. Sa quanto l'ho stimata, e stimi, e l'ha
veduto coi fatti. Mi dispiacerebbe però che alcuno mi potesse rinfacciare
quello che ha detto, cioè, che vostra riverenza è santo ma non buono per
rettore, perché poco sarebbe stato in casa, e le cose della casa e
dell'osservanza non avrebbero avuto tutto il buon ordine, che si conviene.
Questa dolce ammonizione fu bastevole ad ottenere l'intento, che il santo erasi
prefisso.
Vigilava
benanco, che i rettori provvedessero i loro sudditi del bisognevole giusta il
viver comune da lui stabilito in Congregazione. Grandi erano in quei tempi le
necessità delle nostre case, ed in mezzo a tante strettezze non vi mancava
qualche superiore, che avrebbe bramato moltiplicare ed accrescere le fabbriche,
con che ne poteva venire la deficienza del provvedimento ai congregati. Quindi
Alfonso scriveva al rettore di Caposele in questi termini: Ho scorto che vari rettori hanno impegno di fabbricare per lasciare
memoria di sè: vi avverto perciò, affinché non vi angustiate per la fabbrica, e
non facciate, che per la fabbrica manchino le vesti, ed il vitto necessario
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ai
soggetti. Così parimenti avendogli il rettore della casa di Deliceto
esposto per lettera la miseria della sua comunità, Alfonso francamente gli
rispose: Perché fare delle spese o
inutili, o almeno non necessarie, o non convenienti alla strettezza, in cui sta
presentemente cotesta casa, e non molto conformi all'ubbidienza che vi ho data
di non fare alcuna spesa, se non necessaria ? Quindi soggiunse: Io non sono stato molto edificato della
vostra ubbidienza: per carità non si pensi ora nè a fabbriche, né ad altra
spesa, che non sia assolutamente necessaria.
In
tutt'i casi però procurava di sostenere il decoro dei rettori, impegnandosi a
non degradare la loro autorità anche allorquando meritavano rimprovero, e
doveva per la giustizia dare la dovuta soddisfazione ai soggetti. Cedeva tal
volta ad essi nelle cose di piccol momento, né ammetteva i frivoli rapporti
contro la loro condotta. Era però sempre inflessibile in quello che poteva
generare novità, o condurre al menomo rilasciamento dell'osservanza regolare.
Per
la sua saviezza e prudenza nutriva grande stima e rispetto ai suoi sei
consultori, considerandoli quali coadiutori datigli da Dio pel buon governo
della Congregazione. Non era certamente restio in ascoltare ed ammettere il
loro consiglio, che anzi lo richiedeva scrupolosamente da essi in tutto ciò,
che ordina la regola; ma voleva in pari tempo, che la ragione e l'equità dominasse
in tutte le risoluzioni senza alcun umano riguardo. Quindi sottoponevasi
umilmente al loro giudizio, persuaso che nel consiglio risiede la verità; e se
fu osservato alcuna volta tener fermo nel suo parere, ciò non proveniva in lui
certamente dall'attacco al proprio sentimento, ma anzi da qualche lume interno
e soprannaturale, che il Signore gli concedeva.
Presentossi
ad essere ricevuto in Congregazione un giovane, il quale non era ancor giunto
all'età prescritta dalla regola: alcuni consultori diedero il loro voto
negativo, ed Alfonso impegnossi pel voto affermativo degli altri consultori
assenti, dimodoché risultando la maggioranza, il giovane restò incluso.
L'evento comprovò, che il santo fu diretto dal Signore - 76 -
in tale operazione, perché il giovane facendo ottima
riuscita fu uno de' luminari della Congregazione.
Soprattutto
dimostrò la sua prudenza Alfonso nel destinare i soggetti per le varie case.
Bilanciato attentamente il merito di ciascun congregato, e l'abilità di ognuno
nell'esercizio apostolico, li distribuiva in modo, che da per tutto vi fosse
l'equilibrio della dottrina, dello zelo, e della santità.
Ruminava
eziandio in queste circostanze il loro temperamento non solo, ma benanche
quello dei rettori, e dei compagni a' quali li associava, onde sempre intatto
l'ordine si serbasse e la pace; e si vide col fatto, che con queste mire
prudenziali le rispettive comunità della Congregazione sotto il suo regime eran
sempre pacifiche, l'osservanza vi fioriva, e la pubblica edificazione ne
riceveva il suo dilatamento e stabilità.
Ma
questa prudenza stessa lo determinava diversamente, allorché vedeva insorgere
qualche antipatia o disaccordo fra i sudditi ed il superiore, ovvero fra i
sudditi scambievolmente. Allora con quel discernimento, ch'è proprio di chi
vien chiamato dal Signore a reggere la sua famiglia, togliendo di mezzo la vera
cagione del disturbo, la quiete tantosto si ristabiliva.
Avvenne
in una casa dell'Istituto, che accordaronsi il rettore con i suoi sudditi a
reclamare presso Alfonso l'amozione di un loro compagno, il quale faceva da
maestro dei novizi. Il santo da prima riputò essere un effetto di puro zelo il
mentovato ricorso; e rincrescendogli nondimeno di esaudirli, ne differiva la
risoluzione. Ma rincalzandosi i rapporti, e prossima essendo l'elezione dei
nuovi rettori, Alfonso avvedutosi dell'inganno: Eh! disse, si vede, ch'è
passione, non zelo. Quindi determinossi tutto in contrario ai ricevuti
rapporti. Elesse rettore e maestro dei novizi quel medesimo soggetto, contro
cui erasi tanto reclamato, e destinò ad altre case tutti gli altri individui:
per tal modo ognuno restò umiliato, conobbe il suo fallo, e rassegnossi alle
disposizioni del santo.
Grande
riguardo aveva eziandio nel rimuovere alcun soggetto da una casa per destinarlo
altrove. Oh! con quale pulitezza gli scriveva e con quali affettuose - 77 -
espressioni, per
rendergli dolce e soave il peso dell'ubbidienza!
Encomiava
da prima la sua virtù, esponeva il bisogno, che aveva, di sua persona e dei suoi
talenti in quella nuova casa, ove voleva destinarlo, e talora gli assegnava
puranche qualche impiego.
Trovandosi
un padre nella casa di Pagani, fuvvi necessità di mandarlo a Deliceto.
Rincresceva al medesimo il novello destino, e se non ricusavasi al comando
ricevuto, differiva non pertanto la sua partenza. Alfonso da principio
dissimulò; ma un giorno vedendolo in coro, con molta placidezza gli disse: Vostra riverenza quando pensa di partire? Io
l'ho fatto ammonitore. Queste parole furono sufficienti a farlo tosto
mettere in viaggio di buon grado. Avendo poi sempre in mira il vantaggio ed il
bisogno delle varie case del suo Istituto, regolava in guisa le determinazioni
da non seguirne detrimento col togliere un soggetto per mandarlo altrove. I rettori, diceva, cercano, e non sanno quel che cercano. Un di questi una volta faceva
grandi istanze presso il santo, perché gli mandasse un fratello serviente di
somma abilità, ed insisteva adducendone il bisogno. Alfonso così gli scrisse:
Il levare un fratello, o altro soggetto necessario ad una casa per destinarlo
ad altra, questo non posso farlo, perché sarei trattato da ingiusto e parziale.
Alle
volte però, poiché il bisogno così richiedeva, cambiava alcun soggetto senza
ammettere qualunque reclamo o mediazione in contrario. Credendo un rettore, che
il santo gli avesse tolto un padre per destinarlo altrove, gli scrisse un po'
risentito: ma Alfonso nel dichiarargli l'errore preso, fa palese la sua
fortezza, e gl'insinua miglior ubbidienza per l'avvenire: Io non ho assegnato altrove il p. N. né al presente
nutro alcun pensiero di ciò: ma nel caso, che veramente lo avessi mandato
altrove, la rimostranza fattami non è secondo il vostro spirito.
E'
inesplicabile poi la piacevolezza di sua condotta nel comandare ai suoi
congregati qualunque occupazione o travaglio. Comandava non già con impero, ma
bensì colla preghiera. Faceva palese al soggetto la necessità, in cui era, di
avvalersi dell'opera sua; lo interrogava, se poteva adempiere quel tale - 78 -
incarico, e così mentre
attiravasi di ognuno l'affetto rispettoso, rendeva a tutti soave il giogo
dell'ubbidienza.
Con
qual prudenza si diportasse il santo verso coloro, i quali erano di spirito alquanto
inquieto, non è facile a ridirsi. Farò parlare il santo medesimo, che così
esprimevasi con uno dei superiori: Questi
spiriti critici, parlo in generale, sempre che non si avanzino ad arrogarsi
quell'autorità, che non hanno, sono molto utili alle comunità, e servono, acciò
ognuno stia sulla sua. ll p. N. col suo zelo indiscreto poco si fa amare; ma
dico la verità, a me molto giova per mantenere l'osservanza. Che si ha da fare?
In comunità si hanno da patire
questi bocconi amari, ma omnia cooperantur in bonum.c
Era
per altro inesorabile nel mandar via dall'Istituto tutti quelli, che o non
correggevansi nei loro difetti, ovvero potevano esser di poca edificazione:
mentre rendevasi condiscendente verso di quelli, le cui mancanze non potevano
recar detrimento, ed altronde umiliavansi, ed emendavansi. Anzi bramava in tali
casi, che taluno si fosse interposto a lor favore, per incutere terrore
agl'inosservanti, ed usare in pari tempo clemenza a colui, ch'era stato
espulso.
Aveva
una volta dichiarato già come fuori della Congregazione un soggetto di rari
talenti; ma dispiacendogli di mandarlo via, bramava, che quegli si umiliasse.
Però mancandogli il coraggio di presentarsi al santo per chiedergli perdono, e
promettergli l'emendazione, se ne asteneva, e già era in procinto di esserne
mandato. In buon punto si offrirono mediatori due padri presso Alfonso. Dunque si è umiliato, disse allora il
santo, che ho da fare? Rallegrossi
nell'animo suo e vinto dalle preghiere, accordò il perdono. In tal modo serbava
illesi i diritti della giustizia per esempio degli altri, e dava luogo alla
pietà con profitto del colpevole.
Tale fu la
condotta di Alfonso nel governare. Chiamato dal Signore a stabilire nella
Chiesa una nuova Congregazione di operai evangelici, non solo lo diresse con la
sua grazia a - 79 -
dettare
precetti e regolamenti adatti al conseguimento del fine del suo Istituto, ma
gli dié consiglio e prudenza a reggere quest'opera fino agli anni decrepiti di
sua vita, avverandosi in lui quella dottrina insegnata ben a proposito
dall'angelico Dottore:d Mens humana hoc ipso, quod dirigitur a Spiritu Sancto per donum
consilii, fit potens dirigere se et alios.
Posizione Originale Nota - Libro V, cap. 8, pagg. 71,
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