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1. Con enfatica
insistenza, i fautori del movimento pseudopatriottico
parlano ognora di pace e proclamano che i cattolici devono militare in favore
di essa. Parole, per sé, apparentemente ineccepibili: chi infatti non dovrebbe esser lodato se non
colui che prepara il cammino della pace? Ma la pace, voi ben lo sapete,
venerabili fratelli e diletti figli, non è fatta di espressioni
verbali, non è una formalità esteriore, suggerita magari da tattica occasionale
e contraddetta da gesti o iniziative che, anziché ispirarsi a sentimenti
pacifici, dispongono gli animi a risentimenti, odi o avversioni. La vera pace
deve fondarsi sui principi di giustizia e di carità insegnati da Colui che della pace si fregia come di un titolo regale
«Principe della pace» (Is 9,6); la vera pace è quella auspicata dalla chiesa, pace stabile, giusta, equa e
ordinata - tra gli individui, tra le famiglie, tra i popoli - che, nel rispetto
dei diritti di ciascuno e specialmente di quelli di Dio, congiunga tutti col
vincolo di una reciproca e fraterna collaborazione.
2. E in tale pacifica
prospettiva di armoniosa convivenza di tutte le
nazioni, la chiesa desidera che ogni popolo abbia il proprio posto di dignità;
la chiesa che, seguendo sempre con simpatia le vicende storiche della vostra
patria, non da oggi sinceramente auspicava - con le parole auguste del Nostro
predecessore - «che siano pienamente riconosciute le legittime aspirazioni e i
diritti di un popolo che è il più numeroso della terra, popolo di antica
cultura, che conobbe periodi di grandezza e di splendore, e al quale, ove si
mantenga nelle vie della giustizia e dell'onore, un grande avvenire non può
mancare».6
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