|
SETTIMIO
(tutto avvolto in un manto)
Aure di Roma!…Io vi respiro alfine
Voi mi beate, in rammentar che Argelia,
le istesse ancor respira!…
Ahi! che presente io m'ebbi ognora, ovunque,
quel dì, che il labbro mio,
tremante, a lei porgea l'estremo addio!…
Ella la man mi strinse! E un solo accento
proferir il dolor non le permise!
Ma oppressa dal martiro,
tutto il suo dir converse in un sospiro!…
Tacqui allor… L'abbandonai!
E il suo tetto, il Tebro, Roma,
come indietro il piè lasciava,
mi fermava, e lei chiamando,
esclamava, sospirando,
innocente io sono ancor.
Quando poi tutto disparve,
e fra' barbari mi vidi.
Morirò! sempre dicea:
né saprà ch'io non son reo.
E nel pianto, mi struggea,
nell'affanno e nel dolor!
Ma di tante, e ingiuste pene,
ebbe un Nume alfin pietà.
Me, qual pria, qui torna. E Argelia!
Forse, mia più non sarà…
Se ad altri il core
ti avvinse amore,
i tuoi bei dì
non turberò.
Ma almen dirai:
colui, che amai,
virtù nudrì,
onor serbò!
E che da forte,
colla sua morte,
chi lo tradì
ancor, salvò.
Ma qui tutto è silenzio, mentre or dianzi,
da un ermo colle, e di più salci all'ombra,
a divider mi diede il verde alloro,
che qual prato fiorìa,
su mille e mille schiere,
ch'oggi la patria nuovi regni acquista
Oh, come alla tua gloria, il cor gioiva
Terra adorata, e a me pur troppo cara.
Sebben di colpe nido ancor tu fossi!
(scorgendo il vestibolo della casa di Murena)
La magion di Murena! Il mio nemico.
Sì la ravviso. E’ questa.
Ignota forza, mi vi spinge, e arresta,
a un tempo istesso. Ah, s'io
saper potessi
ch'ivi Argelia è tuttora
il piè vi riporrei…
(vedendo venir delle donne)
Ma, qui appressarsi
veggio stuol di donzelle
Di lor l'incontro or d'evitar fia
d'uopo
(inosservato si rimane disparte)
|