|
Enrico è
seduto ad un tavolino, i suoi consiglieri lo circondano.
Tutti sono in atto di gran deliberazione.
CORO I
Udimmo, o re: qual suddito
potria mutar tua voglia?
CORO II
Se grave è tanto e orribile,
il nodo tuo, si scioglia.
TUTTI
Ma, deh! perdona, o sire,
libero e ingenuo dire,
talvolta al ben del regno
immola il proprio un re.
CORO I
Sai che segrete vivono
lunghe discordie, e fiere...
CORO II
Sai che a tuoi danni vegliano
le gelosìe straniere...
TUTTI
Che l'Aquitania puote
da Leonora in dote
al primo che con l'armi
la vendichi di te.
Tacciono tutti, il re sorge.
ENRICO
Quanto dal vostro zelo
suggerito mi vien, tutto già volsi
meco stesso in pensier. Peggior nemica
mi è Leonora in Londra
che in Aquitania sua. Funesta dote
ella reca ai mariti, e quale, ah, pondo
lo scettro di Guienna, è noto al mondo.
Ite; e il consiglio intero
oda, e approvi il grand'atto: al dì novello
fia che rivarchi il mar, non più regina,
l'altera Leonora.
I consiglieri partono. Enrico
si accorge di Leonora e
tenta partire.
|