Scena ottava. Enrico e
detti
ENRICO
Che veggio?
CLIFFORD
La tua vittima, mira.
(additandole Rosmonda svenuta)
ENRICO
Clifford! (Che fèi?)
CLIFFORD
Compi l'eccesso; uccidila:
ella respira ancora.
ENRICO
Rosmonda!
ROSMONDA
(rinvenuta)
Fuggi, involati,
sposo di Leonora.
ENRICO
Lo fui.
ROSMONDA
Lo sei. Va', barbaro.
CLIFFORD
Non l'oltraggiar di più.
ENRICO
Ah, senti!
CLIFFORD
È vano.
ENRICO
Ascoltami
almen, Rosmonda, tu!...
ROSMONDA
Io ti ascoltai!...
(piangendo)
ENRICO
Non piangere,
solleva in melo sguardo.
Si appresta Enrico a compiere
i giuri di Edegardo.
Della sua destra il dono
ei prometteva a te.
La sua corona, e il trono
ora v'aggiunge il re.
ROSMONDA
(sorgendo)
Non isperar che complice
di sì gran fallo io sia:
di Leonora è il soglio;
sol la sventura è mia.
Aperto più non trovano
le tue lusinghe il cor.
Traggimi, ah, padre, ah! traggimi
lungi dal seduttor.
CLIFFORD
Or son contento: abbracciami:
son sciolti i tuoi legami.
ENRICO
Che mai farò?
CLIFFORD
(Sostienila,
ciel, che a virtù la chiami.)
Vieni, partiam.
ENRICO
T'arresta:
sposa di Enrico è questa:
né tu, né il mondo intero
a lui la toglierà.
Resta.
CLIFFORD
L'ingiusto impero
io non ascolto.
ENRICO
Olà,
(forte all'ingresso)
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