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Emanuele Bidera
Gemma di Vergy

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  • ATTO SECONDO
    • Scena undicesima. Gemma
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Scena undicesima. Gemma

 

GEMMA
(sola)
Eccomi sola alfine.
Invan richiamo nel fatal periglio
le potenze dell'alma a mio consiglio.
Dunque partir dovrò? Ma già cessano
i cantici divini: ora si geme
sommessa prece, e noi preghiamo insieme.
Da quel tempio fuggite,
angioli tutti, voi! terra, spalanca
le voragini tue: questi empi inghiotti,
e l'intero castello, e me con essi.
Ciel, se tu non parteggi
con chi mi spenge, la mia prece ascolta.
Ahi! che mai dissi! Ah!, stolta:
tronca la rea favella.
La bestemmia sul labbro, o ciel, suggella.
Colpi di cannone annunziano compito il rito nuziale.
Gemma resta immobile e s'incrocia le braccia
rassegnata in atto di adorazione.
Ecco, tutto è finito
egli più mio non è. Cielo! ove sono!
(rientrando in se)
Tamas! Ah! sono queste
le pareti funeste
dell'odiato castello, oppur le mura
son del chiostro vicino? Io vaneggiai!...
Una calma succede al furor mio...
Non è più di Vergy, Gemma è di Dio.
Un altare ed una benda
(s'inginocchia)
fian mia cura insino a morte;
vivi, o Conte, e lieto renda
te di prole la consorte:
vivi, oh vivi! e più di Gemma
non ti turbi rio pensier.
O giusto Dio! Che sento?
Suono di pianto a me trasporta il vento.
Il Conte!!! O ciel... ritratto
la mia prece infernale!




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