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Pio XII
Orientales omnes Ecclesias

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  • Capitolo I
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Capitolo I

 

5. Crediamo quindi, venerabili fratelli, che non sia inutile ricordare succintamente tali eventi con questa Nostra enciclica, secondo le testimonianze della storia. E al principio bisogna rilevare come prima ancora che si fosse con lieti auspici stretta a Roma l'unione dei ruteni con la sede apostolica negli anni 1595 e 1596, e fosse stata ratificata nella città di Brest, più volte questi popoli guardarono alla chiesa romana come all'unica madre di tutta la società cristiana, prestandole la debita obbedienza e venerazione conforme alla coscienza del proprio dovere. Così, per esempio, san Vladimiro - quell'esimio principe che da quasi innumerevoli popoli della Russia è venerato come autore e fautore della loro conversione alla fede cristiana - quantunque avesse preso dalla chiesa orientale i riti liturgici e le sacre cerimonie, non solamente, memore del proprio dovere, perseverò nella unità della chiesa cattolica, ma ebbe anche diligente cura che fra la sede apostolica e la sua nazione passassero relazioni amichevoli. Non pochi dei suoi nobili discendenti, anche dopo che la chiesa di Costantinopoli si era funestamente separata, ricevettero coi debiti onori i legati dei romani pontefici, restando uniti con vincoli di fraterno amore con le altre comunità cattoliche.

6. Pertanto non agì in modo difforme dalle antichissime tradizioni storiche della chiesa rutena Isidoro, metropolita di Kyew e della Russia, quando nell'anno 1439, nel concilio ecumenico di Firenze sottoscrisse col proprio nome il decreto col quale la chiesa Greca fu solennemente riunita alla Latina. Nondimeno, di ritorno dal concilio, quantunque fosse stato ricevuto con grande gaudio nella sede della sua dignità a Kyew, pure di a poco, incarcerato a Mosca, fu costretto a fuggire dal suo territorio.

7. Non si estinse però del tutto nel corso degli anni il ricordo di questa felice unione dei ruteni con la sede apostolica, benché, attese le tristi condizioni dei tempi, occorressero varie cause per farlo del tutto cancellare. Così sappiamo che nell'anno 1458 Gregorio Mammas, patriarca di Costantinopoli, consacrò in quest'alma città un certo Gregorio, metropolita dei ruteni, allora sudditi del granduca di Lituania; e sappiamo anche che l'uno o l'altro dei successori di detto metropolita si sforzò di ristabilire il vincolo d'unità con la chiesa romana, quantunque le avverse congiunture non permettessero che si facesse la solenne promulgazione di questa unità.

8. Sul finire del secolo XVI, apparve ogni più manifesto che non si poteva sperare la desiderata riforma della chiesa rutena, oppressa da gravi mali, se non ripristinando l'unione con la sede apostolica. Persino gli stessi storici dissidenti narrano e confessano apertamente lo stato infelicissimo di questa chiesa. E la nobiltà rutena, riunita a Varsavia nell'anno 1585, nell'esporre al metropolita le sue lagnanze con parole acerbe e violente, affermò che la chiesa era vessata da mali così grandi come non ce n'erano mai stati per il passato né sarebbero stati possibili in avvenire.

9. Ed essa non dubitava di chiamare in colpa lo stesso metropolita, i vescovi e i superiori dei monasteri; al qual proposito, essendo insorti contro la gerarchia alcuni laici, sembrava che i vincoli della disciplina ecclesiastica si rilassassero non poco.

10. Non fa quindi meraviglia se finalmente gli stessi vescovi, dopo aver usato inutilmente vari rimedi, ritenessero che l'unica speranza della chiesa rutena stesse nel procurare il suo ritorno all'unità cattolica. In quel tempo il principe Costantino di Ostroh - di cui nessuno era più potente fra i ruteni - favoriva l'attuazione di questo ritorno, a condizione però che tutta la chiesa orientale si congiungesse con l'occidentale; ma in seguito, vedendo che un tale disegno non si sarebbe compiuto com'egli desiderava, si oppose strenuamente a questa unione. Nondimeno il 2 dicembre 1594, il metropolita e sei vescovi, dopo aver deliberato, fecero una pubblica dichiarazione con la quale si dissero pronti a promuovere la desiderata concordia e unità, scrivendo: «Venimmo a questa decisione considerando con nostro immenso dolore quanti impedimenti abbiano gli uomini per la salvezza senza questa unione delle chiese di Dio, nella quale i Nostri predecessori, cominciando da Cristo nostro salvatore e dai suoi santi apostoli, perseverarono, professando che uno solo è il sommo pastore e primo vescovo nella chiesa di Dio qui in terra - come ne abbiamo aperta testimonianza nei concili e nei canoni - e questi non altri è che il santissimo papa romano, e gli obbedivano in tutto, e finché ciò durò unanimemente in vigore, vi fu sempre nella chiesa di Dio ordine e incremento del culto divino».4

11. Prima però che potessero felicemente attuare così lodevole consiglio, dovettero frapporsi lunghi e difficilissimi negoziati. Finalmente, dopo una nuova dichiarazione dello stesso genere, fatta in nome di tutti i vescovi ruteni il 22 maggio 1595, sul finire di settembre la cosa era progredita a tal punto, che Cirillo Terletskyi, vescovo di Luck ed esarca del patriarcato di Costantinopoli, e similmente Ipazio Potij, vescovo di Vladimir, come procuratori di tutti gli altri vescovi, poterono intraprendere il loro viaggio a Roma, portando con sé un documento, in cui si proponevano le condizioni, con le quali tutti i vescovi ruteni erano pronti ad abbracciare l'unità della chiesa. Ricevuti con grande benevolenza i legati, il Nostro predecessore di felice memoria Clemente VIII affidò il documento da essi recato a una commissione di cardinali perché fosse diligentemente esaminato e approvato. Le trattative subito iniziate ebbero finalmente il felice e desiderato successo: il 23 dicembre 1595 i medesimi legati ammessi alla presenza del sommo pontefice, dopo avergli presentato in solenne adunanza la dichiarazione di tutti i vescovi, fecero in nome loro e in nome proprio una solenne professione della fede cattolica, promettendo la debita obbedienza e il debito ossequio.

12. Lo stesso giorno il Nostro predecessore Clemente VIII, con la costituzione apostolica Magnus Dominus et laudabilis nimis,5 comunicò, congratulandosene, a tutto il mondo la notizia di questo lieto evento. Con quanto gaudio inoltre e con quanta benevolenza la chiesa romana abbracciasse i ruteni ritornati all'unità dell'ovile, appare altresì dalla lettera apostolica Benedictus sit Pater del 7 febbraio 1596, con la quale il sommo pontefice informa il metropolita e gli altri vescovi ruteni dell'unione felicemente compiuta di tutta la loro chiesa con l'apostolica sede. Con tale lettera il romano pontefice, dopo aver brevemente narrato quanto in Roma si era fatto e trattato intorno a questa causa, e dopo averne esaltato con grato animo il successo ottenuto finalmente per divina misericordia, dichiarò che si potevano conservare inviolati gli usi e i legittimi riti della chiesa rutena. «Poiché i riti e le vostre cerimonie, che non impediscono l'integrità della fede cattolica e la mutua Nostra unione per lo stesso motivo e nello stesso modo che fu permesso dal concilio Fiorentino, anche Noi permettiamo che siano da voi conservati».6 Assicura inoltre di aver domandato all'augusto re di Polonia che voglia prendere sotto il suo patrocinio non solo i vescovi con tutto ciò che ad essi appartiene, ma di onorarli anche ampiamente e di ammetterli nel senato del regno secondo i loro desideri. Infine esorta fraternamente quei vescovi che si radunino quanto prima da tutto il paese in un concilio generale per ratificare e confermare l'ottenuta riunione dei ruteni con la chiesa cattolica.

13. A questo concilio, celebratosi a Brest, parteciparono non soltanto tutti i vescovi ruteni e molti altri ecclesiastici insieme coi regi legati, ma anche i vescovi latini delle diocesi di Leopoli, Luck e Cholm, che rappresentavano la persona del romano pontefice; e sebbene i vescovi di Leopoli e Peremislia venissero miseramente meno al consenso dato, tuttavia l'8 ottobre 1596 l'unione della chiesa rutena con la cattolica fu felicemente confermata e proclamata. Dalla quale conciliazione e consociazione, che rispondevagrandemente alle necesssità del popolo ruteno, erano in verità da aspettarsi, per unanime consenso, abbondanti frutti.

14. Ma venne il «nemico» e «seminò zizzania in mezzo al frumento» (Mt 13,25). Sia per cupidigia di alcuni uomini potenti, sia per inimicizie politiche, sia infine per negligenza usata nell'istruire e preparare precedentemente il clero e il popolo intorno a siffatta materia, seguirono veementissime contese e continue sventure per cui talvolta sembrava doversi temere che quest'opera dell'unione iniziatasi con ottimi auspici andasse miseramente sommersa.

15. Che ciò non sia accaduto fin dall'inizio a causa delle persecuzioni e insidie tese non solo dai fratelli dissidenti, ma anche da alcuni cattolici, fu opera soprattutto dei due metropoliti Ipazio Potiej e Giuseppe Velamin Rutskyj, i quali con instancabile diligenza lavorarono per difendere e far progredire questa causa; e in modo speciale si adoperarono perché i sacerdoti e i monaci venissero formati secondo la sacra disciplina e i buoni costumi e che tutti i fedeli fossero educati secondo i retti dettami della vera fede.

16. Non molti anni dopo, questa iniziata opera di conciliazione fu consacrata dal sangue di un martire; il 12 novembre dell'anno 1623, Giosafat Kuncevyc, arcivescovo di Polotsk e di Vitebsk, chiarissimo per santità di vita e ardore apostolico come pure invitto assertore dell'unità cattolica, cercato a morte dagli scismatici con acerbissima persecuzione, fu colpito da frecce e con una grossa scure fu ucciso. Ma il sacro sangue di questo martire divenne in un certo senso il seme di cristiani, poiché gli stessi parricidi, tutti ad eccezione di uno solo, pentiti del delitto commesso, e abiurato lo scisma, prima di essere colpiti dalla pena capitale, detestarono il proprio misfatto. Parimenti Melezio Smotrytskyj, acerrimo competitore di Giosafat nell'ambire la sede di Polotsk, l'anno 1627 ritornò alla fede cattolica e, quantunque avesse per un certo tempo tentennato fra le due parti, presto con animo deciso difese fino alla morte il pattuito ritorno dei ruteni al grembo della chiesa cattolica; cosa che sembra doversi attribuire anch'essa al patrocinio di questo santissimo martire.

17. Tuttavia con l'andar degli anni aumentavano le difficoltà di ogni genere, che ostacolavano questa conciliazione felicemente cominciata. Tra le più gravi era il fatto che i re di Polonia, i quali da principio pareva volessero promuovere la cosa con la loro protezione, in seguito, costretti sia dalla forza dei nemici esterni, sia dai dissidi delle fazioni interne, avevano sempre più ceduto agli avversari dell'unità cattolica, che certo non mancavano. Così, in breve tempo, questa santissima causa giunse a tal punto, come confessarono gli stessi vescovi ruteni, da non aver altro sostegno che l'aiuto dei romani pontefici, i quali mediante la spedizione di lettere piene di affetto e la concessione degli aiuti a loro possibili, specialmente per mezzo del nunzio apostolico in Polonia, difesero la chiesa rutena con cuore forte e paterno.

18. Quanto più tristi erano i tempi, tanto più risplendente lo zelo dei sacri prelati ruteni, i quali si sforzarono non solo di istruire la popolazione rude nella dottrina cristiana, ma di promuovere i sacerdoti non abbastanza colti a un grado più alto di scienza sacra e infine di riempire di rinnovato ardore per la regola e di desiderio di perfezione i monaci, dove la loro condotta fosse per fragilità decaduta. Né si perdettero d'animo quando nell'anno 1632 i beni ecclesiastici furono in gran parte assegnati alla gerarchia dei fratelli dissidenti poco prima costituita, e nei patti stipulati tra i cosacchi e il re di Polonia fu decretata la dissoluzione dell'instaurata unione fra ruteni e sede apostolica; anzi continuarono a difendere con costanza e tenacia i greggi loro affidati.

19. Dio però, il quale non permette che il suo popolo venga oltre misura tormentato da avversità, dopo che fu stabilita finalmente la pace di Andrussiw nel 1667, fece rifulgere nuovamente, dopo tante amarezze e sciagure, tempi più favorevoli per la chiesa rutena, dalla cui tranquillità la santa religione prese di giorno in giorno nuovi incrementi. Infatti i costumi e la fede cristiana fiorirono così eccellentemente che anche in quelle due eparchie, che nell'anno 1596 erano rimaste miseramente staccate dall'unità, si trattò del loro ritorno ogni giorno più copioso all'ovile cattolico, col consenso di tutti. E così felicemente avvenne che nell'anno 1691 l'eparchia di Peremislia e nel 1700 quella di Leopoli venissero ricongiunte con la sede apostolica, e in tal modo quasi tutto il popolo ruteno, che dimorava in quei tempi entro i confini della Polonia, godesse finalmente dell'unità cattolica. Fiorendo pertanto ogni giorno più le cose, con grande vantaggio degli interessi cristiani, nell'anno 1720, il metropolita e gli altri vescovi della chiesa rutena si radunarono in concilio a Zamość per provvedere in modo più idoneo, di comune accordo per quanto era in loro potere, alle crescenti necessità dei fedeli di Cristo. Dai decreti di tale concilio, confermati dal Nostro predecessore di v.m. Benedetto XIII con la costituzione apostolica Apostolatus officium data il 19 luglio 1724, non mediocri utilità provennero alla comunità dei ruteni.

20. Tuttavia per imperscrutabile consiglio di Dio accadde che verso il tramonto del secolo XVIII questa medesima comunità in quelle regioni, che, dopo lo smembramento della Polonia, erano state congiunte all'impero russo, venisse afflitta da non poche persecuzioni e vessazioni, che furono talora molto gravi e acerbe. Quando poi morì l'imperatore Alessandro I si venne di proposito con temerario ardimento nella deliberazione di distruggere l'unità dei ruteni con la chiesa romana. Già prima le eparchie di questa nazione erano state in gran parte completamente messe fuori da ogni comunicazione con la sede apostolica. Ma ora furono eletti vescovi che, imbevuti e sollecitati dalla volontà di scisma, potessero rivelarsi ciechi fautori dell'autorità civile; nel seminario di Vilna, eretto dall'imperatore Alessandro I, s'insegnavano ai chierici d'ambo i riti dottrine avverse ai romani pontefici; l'Ordine Basiliano, i cui membri erano sempre stati di massimo aiuto alla chiesa cattolica di rito orientale, fu privato del proprio governo e della propria amministrazione, e i suoi monaci furono completamente sottoposti ai concistori eparchiali; infine i sacerdoti di rito latino ebbero la proibizione sotto gravi pene di amministrare i sacramenti e gli altri aiuti religiosi ai ruteni. E infine purtroppo nell'anno 1839 fu dichiarata solennemente l'unione della chiesa rutena con la chiesa russa dissidente.

21. Chi potrà narrare, venerabili fratelli, i dolori, i danni, le privazioni con cui venne allora colpita la nobilissima gente rutena, accusata di delitto e di colpa solo per aver reclamato contro l'ingiuria fattale nel trascinarla a forza e con frode allo scisma, e aver cercato quanto poteva di conservare la sua fede?

22. A buon diritto dunque il Nostro predecessore di p.m. Gregorio XVI denunziò a tutto il mondo nella sua allocuzione del 22 novembre 1839, lamentandosene e deplorandola, l'indegnità di questo modo di procedere; ma neppure le sue solenni richieste e proteste furono ascoltate: e così la chiesa cattolica dovette piangere questi suoi figli strappati con iniqua violenza dal suo grembo materno.

23. Anzi, non molti anni dopo anche l'eparchia di Cholm, appartenente al regno di Polonia unito all'impero russo, patì la stessa miseranda sorte; e quei fedeli, i quali, per dovere di coscienza, non vollero staccarsi dalla vera fede, e con invitta fortezza resistettero all'unione con la chiesa dissidente, imposta nell'anno 1875, furono indegnamente condannati a pene pecuniarie, a percosse, all'esilio.

24. Non così avveniva in questo stesso tempo alle eparchie di Leopoli e di Peremislia che, dopo lo smembramento della Polonia, erano state annesse all'impero d'Austria. In esse infatti la causa dei ruteni veniva sistemata con ordine e tranquillità. Nell'anno 1807 vi fu restituito il titolo metropolitano di Halyc, congiunto in perpetuo con l'archidiocesi di Leopoli. Anzi in questa provincia le cose fiorirono al punto, che due dei suoi metropoliti, Michele Levyckyj (a.1816-1858) e Silvestro Sembratovyc (a.1882-1898), i quali avevano governato con egregia prudenza e intenso zelo la rispettiva parte del gregge loro affidato, venivano in seguito elevati, per le insigni doti del loro animo e i loro singolari meriti, alla porpora romana e accolti nel supremo senato della chiesa. Crescendo di giorno in giorno il numero dei cattolici, il Nostro predecessore di f.m. Leone XIII nell'anno 1885 costituì legittimamente una nuova eparchia, quella di Stanislaviv, e sei anni dopo il felice stato della chiesa Galiziana apparve confermato in modo speciale, quando tutti i vescovi, con il legato del sommo pontefice e molto altro clero, si adunarono per celebrare a Leopoli il concilio provinciale per dare opportune leggi nella liturgia e nella sacra disciplina.

25. Quando poi, verso la fine del secolo XIX e all'inizio del XX, molti ruteni spinti dalle difficoltà economiche emigrarono dalla Galizia negli Stati Uniti d'America, nel Canada o nelle repubbliche dell'America meridionale, il Nostro predecessore di f.m. Pio X, temendo con sollecito animo che questi suoi figli dilettissimi, per inesperienza della lingua del luogo e dei riti latini, venissero irretiti negli inganni degli scismatici e degli eretici, o cadendo nei dubbi e negli errori perdessero miseramente ogni religione, costituì nel 1907 un vescovo munito di speciali facoltà per loro. E in seguito, crescendo il numero e le necessità dei suddetti cattolici, vennero nominati speciali vescovi ordinari, uno per i ruteni originari di Galizia e residenti negli Stati Uniti d'America, e un altro nella regione canadese, oltre il vescovo ordinario destinato ai fedeli di questo rito che fossero emigrati dalla Subcarpazia rutena, o dall'Ungheria, o dalla Iugoslavia. Anche in seguito, sia la Congregazione di «Propaganda fide» sia la Sacra Congregazione per la chiesa orientale continuarono con opportune norme e decreti a ordinare le cose ecclesiastiche in quelle regioni sopra ricordate come in quelle dell'America meridionale.

26. Non farà dunque meraviglia, venerabili fratelli, se la comunità dei cattolici ruteni, non una volta sola, presentandosene l'occasione, grata di così grandi benefici ricevuti, abbia voluto manifestare apertamente il suo animo riconoscente e il suo profondo attaccamento verso i romani pontefici. Ciò avvenne in modo particolare nell'anno 1895 al compiersi del terzo secolo dacché si era raggiunta a Roma e si era confermata a Brest la riunione dei loro antenati con la sede apostolica. Allora oltre alle celebrazioni con le quali venne opportunamente commemorato il fausto avvenimento nelle singole località della provincia di Galizia, fu inviata a Roma una nobilissima legazione costituita dal metropolita e dai vescovi per testimoniare al supremo dei sacri pastori e successore di san Pietro l'amore della chiesa rutena, il suo ossequio, venerazione e obbedienza. Il Nostro predecessore di p.m. Leone XIII, dopo aver ammesso alla sua presenza con i debiti onori l'insigne legazione, le rivolse un'allocuzione, in cui con paterno gaudio e paterna benevolenza lodò al massimo l'unione dei ruteni con la sede apostolica, come quella che era fonte saluberrima di vera luce, di pace durevole e di frutti soprannaturali per tutti coloro che l'accoglievano sinceramente nell'animo.

27. I benefici che i romani pontefici comunicarono a questo carissimo popolo nei nostri tempi non furono minori. Specialmente quando la prima guerra europea devastò quelle regioni, come pure negli anni seguenti, essi non trascurarono cosa alcuna che potesse essere di aiuto e di sollievo alla comunità rutena. E superate col divino aiuto le gravi difficoltà da cui veniva oppressa questa comunità di cattolici, la si poté veder rispondere con animo alacre e volenteroso all'infaticabile lavoro dei suoi vescovi e all'opera coadiutrice del rimanente clero. Ma purtroppo sopraggiunse la seconda guerra, e, come tutti sanno, più grave e molto più perniciosa alla gerarchia rutena e al suo fedele gregge. Ma prima di scrivere brevemente, venerabili fratelli, delle presenti asprezze e angustie, che patisce questa chiesa con sommo pericolo della sua stessa vita, Ci piace aggiungere alcune cose, dalle quali traspaia più completamente e più chiaramente quanto grandi, quanto eccelsi benefici abbia procurato al popolo ruteno e alla sua chiesa quella riunione iniziatasi trecentocinquant'anni fa.

 




4 BARONIUS, Annales, t. VII, Romae 1596, Appendix, p. 681.

 



5 A. THEINER, Vetera monumenta Poloniae et Lithuaniae, t. III, p. 240ss.

 



6 A. THEINER, Vetera monumenta Poloniae et Lithuaniae, t. III, p. 251.

 






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