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28. E
in verità, dopo che abbiamo in maniera sommaria brevemente accennato alla
storia di questa desideratissima unione e dopo aver
vedute le vicende della medesima, ora liete, ora tristissime, Ci si presenta la
questione: che cosa ha giovato questa unione al popolo ruteno
e alla sua chiesa? Quali vantaggi sono venuti ai medesimi da parte di questa
sede apostolica e dei romani pontefici? Alla quale questione mentre Noi, come è giusto, rispondiamo, crediamo di fare cosa quanto mai
opportuna e utile, specialmente perché non mancano fierissimi oppositori e
negatori di questa unione di Brest.
29. In primo luogo si deve
osservare che i Nostri predecessori si sono sempre mostrati desiderosi di
custodire intatti i riti legittimi dei ruteni. Infatti, quando i loro prelati
per il tramite dei vescovi di Vladimir e di Luck,
inviati per questo scopo a Roma, chiesero al romano pontefice «che sua santità
si degnasse di conservare integri, inviolati e con le forme da loro usate al
momento dell'unione, l'amministrazione dei sacramenti, i riti e le cerimonie
della chiesa orientale, senza che egli o uno dei suoi successori facessero mai alcuna innovazione in tali cose»,7 Clemente VIII,
benignamente annuendo alle loro preghiere, stabilì che assolutamenteniente
si dovesse in tali cose mutare. E neppure l'uso del nuovo calendario gregoriano
- il quale dapprima sembrava doversi usare anche dai ruteni pur ritenendo il
calendario liturgico del rito orientale - fu in seguito imposto ai medesimi: infatti presso di loro può usarsi, fino a questi nostri
tempi, il calendario giuliano.
30. Inoltre il medesimo
Nostro predecessore, con lettera del 23 febbraio 1596, concesse che l'elezione
di coloro che erano stati debitamente nominati vescovi
suffraganei dei ruteni venisse confermata dal
metropolita, com'era stato proposto nella conclusa riconciliazione e secondo
l'antica disciplina della chiesa orientale. Altri Nostri predecessori
consentirono che i metropoliti potessero erigere luoghi di istruzione
elementare e altre scuole in qualsivoglia parte della Russia, affidandoli
liberamente a quei direttori e maestri che loro piacessero; e decretarono che i
ruteni per ciò che spetta alla concessione dei favori spirituali non fossero
considerati da meno degli altri cattolici e oltre a ciò vollero che né più né
meno degli altri fedeli essi fossero allora e in futuro partecipi delle sacre
indulgenze purché soddisfacessero anche essi alle necessarie prescritte
condizioni. Paolo V poi stabilì che tutti coloro che
frequentavano le scuole e i collegi eretti dai metropoliti fossero partecipi di
quei particolari favori che i romani pontefici avevano concessi ai membri delle
congregazioni mariane erette nelle chiese dalla Compagnia di Gesù. A coloro poi che facessero
gli esercizi spirituali presso i monaci di san Basilio, Urbano VIII concesse le
medesime indulgenze che erano state concesse ai chierici regolari della
Compagnia di Gesù.
31. Da questi fatti risulta chiaramente che sempre i Nostri predecessori usarono
con i ruteni di quella medesima paterna carità che avevano per gli altri
cattolici di rito latino. Non solo, ma ebbero grandemente a cuore di difendere
i diritti e i privilegi della loro gerarchia. Infatti
quando non pochi tra i latini ebbero ad asserire che il rito dei ruteni era di
grado e di dignità inferiore e quando tra gli stessi vescovi latini alcuni
andavano dicendo che i prelati ruteni non fruivano di tutti i diritti e di
tutti gli uffici episcopali, ma che erano loro soggetti, questa sede apostolica
rigettando tali ingiusti modi di pensare emanò il decreto del 28 settembre 1643
in cui viene stabilito quanto segue: «Riferendo l'eminentissimo cardinale Pamphili diversi decreti della congregazione particolare
dei ruteni uniti, il santo padre approvò il decreto
della medesima congregazione particolare del 14 agosto precedente con cui si
stabilisce che i vescovi ruteni uniti sono veri vescovi e che debbono essere
chiamati e tenuti come tali. Approvò pure quel decreto della medesima
congregazione per cui i vescovi ruteni possono nei
loro vescovadi erigere scuole per l'istruzione della loro gioventù nelle
lettere e nelle scienze e per cui gli ecclesiastici ruteni godono dei privilegi
del canone, del foro, dell'immunità e libertà di cui godono i sacerdoti nella
chiesa latina».8
32. L'instancabile e
sollecita cura poi dei pontefici per conservare e custodire i riti ruteni si ricava specialmente dal decorso di quella lunga questione
che riguarda il cambiamento di rito. Infatti sebbene
per ragioni particolari del tutto aliene dalla loro volontà non potessero per
un tempo lunghissimo imporre ai laici un severo divieto di passare ad altro
rito, tuttavia dai loro ripetuti tentativi di stabilire un tale divieto nonché
dalle esortazioni rivolte ai vescovi e ai sacerdoti latini appare chiaro quanto
questa cosa stesse a cuore ai Nostri predecessori. Nel decreto stesso con cui
nell'anno 1595 fu felicemente stabilita l'unione dei ruteni con la sede
apostolica non viene posta, è vero, una chiara
proibizione di passare dal rito orientale a quello latino; tuttavia quale fosse
già allora il pensiero della sede apostolica appare da una lettera del preposito generale della Compagnia di Gesù
indirizzata nell'anno 1608 ai gesuiti che stavano in Polonia, nella quale si
dice che coloro che non fecero mai uso del rito latino non potevano dopo la
conciliazione assumere questo rito «poiché è comando della chiesa ed è
peculiarmente stabilito nelle lettere dell'unione fatta sotto Clemente VIII che
ciascuno rimanga nel rito della sua chiesa».9
33. Ma
poiché c'erano frequenti lamentele intorno a giovani nobili ruteni che
prendevano il rito latino, la Sacra Congregazinne di
«Propaganda fide» con deéreto del 7 febbraio 1624
comandò «che per l'avvenire sénza speciale licenza della sede apostolica non sia permesso ai rúteni uniti, sia
laici sia ecclesiastici, tanto secolari che regolari, e specialmente ai monaci
di san Basilio Magno di passare per qualsivoglia ragione, anche urgentissima,
al rito latino».10
34. Tuttavia, avendo il re di
Polonia Sigismondo III interceduto perché quel decreto non venisse
attuato nella sua integrità - desiderava infatti che il divieto riguardasse
solamente gli ecclesiastici - il Nostro predecessore di felice memoria Urbano
VIII non poté non accontentare un così grande promotore dell'unità cattolica.
Di qui ne venne che quello che per particolari ragioni non fu imposto per
legge, questo stesso la sede apostolica cercò di ottenere per via di precetti e
di esortazioni; il che si dimostra in più di una
maniera.
35. E di
fatto già nel proemio del decreto del 7 luglio 1624 in cui si proibiva
il passaggio al rito latino solamente agli ecclesiastici, si stabiliva che i
sacerdoti della chiesa latina venissero ammoniti a non esortare in confessione
i fedeli laici a quel passaggio. E tali ammonizioni vennero
spesso ripetute e i nunzi apostolici di Polonia per comando dei sommi pontefici
si sforzarono con ogni loro potere perché venissero ascoltate. Che poi il
pensiero e la volontà della sede apostolica in tale argomento non abbiano cambiato neppure in tempi successivi, lo si ricava
pure dalle lettere inviate dal Nostro predecessore Benedetto XIV nel 1751 ai
vescovi di Leopoli e di Peremislia,
nelle quali si dice tra l'altro: «Ci è stata recata la
vostra lettera del 17 luglio nella quale giustamente vi lagnate del passaggio
dei ruteni dal rito greco al rito latino, mentre ben sapete, venerabili
fratelli, che i Nostri predecessori hanno sempre deplorato tali passaggi e Noi
stessi li deploriamo, perché grandemente desideriamo non la distruzione ma la
conservazione del rito greco».11 Di più il medesimo pontefice promise
che avrebbe rimosso ogni impedimento in questa materia e che finalmente con
solenne decreto avrebbe proibito un tale passaggio. Ma
condizioni avverse di cose e di tempi non permisero che i desideri e le
promesse di quel pontefice conseguissero allora l'effetto desiderato.
36. Finalmente
dopo che i romani pontefici Clemente XIV e Pio VII decretarono che i cattolici
di rito ruteno esistenti nelle regioni della Russia
non potessero passare al rito latino, in quella convenzione che vien detta concordia fatta nell'anno 1863 tra i vescovi
latini e ruteni col favore e la guida della Sacra Congregazione di
«Propaganda fide», venne stabilito che tale
proibizione valesse per tutti i ruteni.
37. Dai fatti che fin qui,
venerabili fratelli, secondo le testimonianze storiche abbiamo
sommariamente esposti, si ricava facilmente con quanto impegno questa sede
apostolica abbia vigilato alla piena conservazione del rito ruteno
sia per quanto riguarda l'intera comunità, sia per ciò che si riferisce alle
singole persone; nessuno tuttavia si meraviglierà se la medesima Santa Sede,
salvi sempre quei riti precipui che appartengono all'essenza della cosa, abbia
per le particolari circostanze di cose e di tempi permesse o approvate
provvisoriamente alcune minori immutazioni. Così, per
esempio, nei riti liturgici non permise che si facesse alcuna mutazione di
quelle che pian piano s'erano introdotte, se si eccettuino quelle poche che nel
sinodo di Zamość
erano state decretate dagli stessi vescovi ruteni.
38. Tuttavia, allorché alcuni
astutissimi fautori dello scisma in apparenza per difendere la genuina
integrità del loro rito, ma in realtà perché più facilmente la plebe non
istruita si staccasse dalla fede cattolica - si sforzavano di introdurre di
nuovo con privata autorità antiche usanze già in parte antiquate, i romani
pontefici consapevoli del loro dovere, denunziando apertamente le occulte e
astute arti di quelli, resistettero a simili tentativi e decretarono che
«niente senza aver prima consultata la sede apostolica doveva innovarsi nei
riti della sacra liturgia - neppure col pretesto di ripristinare quelle
cerimonie che sembrassero più conformi alle liturgie
approvate dalla medesima Santa Sede - se non per ragioni gravissime e con
l'assenso dell'autorità della sede apostolica».12
39. Del resto tanto è lontana la volontà della sede apostolica dal recar
danno all'integrità di questo rito, che anzi essa incitò la chiesa rutena a trattare con la massima riverenza i monumenti
tramandati dall'antichità in materia liturgica. Testimonianza illustre di
questo benevolo interessamento per il rito ruteno si
può vedere nelle nuova edizione romana dei Libri
Sacri, cominciata sotto il Nostro pontificato e in parte già felicemente
compiuta, per cui la sede apostolica, accondiscendendo molto volentieri ai
desideri dei vescovi ruteni, si è sforzata di restituire i loro riti liturgici
alle loro avite e venerande forme antiche.
40. Un secondo beneficio,
venerabili fratelli, si presenta ora alla nostra mente, il quale fuori d'ogni
dubbio è provenuto alla comunità dei ruteni da questo congiungimento con la
sede apostolica. Per esso infatti questa nobilissima nazione si è stretta alla chiesa cattolica e
quindi vive della vita di questa, dalla verità di questa viene illuminata, ed è
fatta partecipe della sua grazia. Da questa derivano i ruscelli della
scaturigine superna, i quali in tal guisa si diramano e penetrano ogni cosa che
possono sorgere fiori bellissimi di ogni virtù e
prodursi abbondanti e saluberrimi frutti.
41. Infatti, mentre prima del
ritorno all'unità gli stessi fedeli dissidenti ebbero a lamentare che in quelle
regioni la santa religione era stata devastata, che il vizio della simonia
nelle elezioni dei vescovi e degli altri sacri ministri si introduceva
dappertutto, che erano dilapidati i beni ecclesiastici, corrotti i costumi dei
monaci, scaduta la disciplina nei cenobi e i vincoli dell'obbedienza anche con
i loro vescovi ogni giorno più indeboliti e pericolanti presso i fedeli, dopo
l'unione, invece, con l'aiuto del Signore, le cose pian piano si mutarono in
meglio. Ma di quanta fortezza d'animo, di quanta
costanza non ebbero bisogno i vescovi per ristabilire dappertutto la disciplina
ecclesiastica, specialmente in quei primi tempi tanto agitati da perturbazioni
e persecuzioni d'ogni genere! Quanto lunghe e quanto dure fatiche non dovettero
sopportare per far sorgere un clero ottimamente formato, per consolare il
gregge loro affidato, tribolato da tante pene, per sostenere e fortificare con
ogni tipo di aiuti coloro che vacillavano nella fede!
Tuttavia contro ogni umana previsione si ottenne felicemente che non solo
questa tanto auspicata unità vincesse le avverse tempeste, ma dalla superata
lotta uscisse più vegeta e più forte. E non con la spada e con le percosse, non con le promesse o
le minacce, ma con l'esempio esimio di vita religiosa e come per una
chiarissima manifestazione della grazia divina, i cattolici ruteni ottennero
finalmente di condurre all'unico ovile le eparchie
dissidenti di Leopoli e di Peremislia.
42. Ristabilita finalmente la
tranquillità e la pace, la floridezza della chiesa rutena,
specialmente nel secolo XVIII, si mostrò in tutto il suo splendore. Ne sono
manifestazioni evidenti non solo la cattedrale di Leopoli,
dedicata a san Giorgio, ma altresì le chiese e i cenobi eretti a Pociaiw, a Torocany, a Zyrowici e altrove, monumenti veramente insigni di quell'età.
43. E qui pare
opportuno dire sommariamente qualche cosa dei monaci Basiliani,
che con la loro intenta e diligente attività hanno tanto bene e tanto
egregiamente meritato in tutta questà vicenda. Dopo
che i loro cenobi, per opera di Velamin Rutskyj, furono reintegrati in forma
migliore e più santa e costituiti in congregazione, moltissimi religiosi
per pietà, dottrina e zelo apostolico vi fiorirono così esemplarmente, da
riuscire guide e maestri di vita devota al popolo cristiano. Aperte scuole di
lettere con esercizi scolastici, non solo impartirono ai giovani, spesso di
chiaro ingegno, un eccellente insegnamento, ma comunicarono quella loro solida
virtù, per cui non la cedettero a nessuno di coloro
che vengono istruiti nelle scuole latine. La qual cosa era certamente manifesta
e conosciuta anche ai fratelli dissidenti, perché non pochi di quei giovani,
abbandonata la patria e la famiglia, si chiusero molto volentieri in questi
cenacoli della dottrina, per partecipare anch'essi di così soavi frutti.
44. Né vantaggi minori la
comunità rutena trasse in questi ultimi tempi dalla
sua unione con la sede apostolica. Ciò si rende facilmente manifesto a tutti,
solo che si dia uno sguardo alla chiesa di Galizia, quale essa era prima delle
spaventose rovine e devastazioni della presente guerra. Infatti
in questa provincia i fedeli erano quasi tre milioni e seicentomila, i
sacerdoti 2.275 con 2.226 parrocchie. Inoltre moltissimi cattolici ruteni,
oriundi della Galizia, dimoravano fuori di essa in
varie parti, specialmente nell'America, in numero di quattro o cinquecentomila.
A questa cospicua moltitudine di fedeli, che forse nel corso dei secoli non fu mai raggiunta, corrispondeva nelle singole eparchie un particolare fervore di virtù, di pietà e di
vita cristiana. Nei seminari eparchiali gli alunni venivano educati nel debito modo e con diligenza a
raggiungere il sacerdozio; e i fedeli, prendendo parte con grande amore e
riverenza al culto divino secondo il proprio rito, ne ricavavano lieti e
abbondanti frutti di pietà.
45. Nel ricordare brevemente
questo felice stato della chiesa rutena, non possiamo
non nominare l'illustre metropolita Andrea Szeptyckyj,
il quale per circa nove lustri adoperandosi con infaticabile operosità, non per
una sola regione, né soltanto per vantaggi spirituali, diede
bella prova di sé al gregge a lui affidato. Durante il corso del suo ministero
episcopale fu istituita la Società teologica per la valorizzazione di uno
studio intenso della sacra dottrina da parte del clero; venne
eretta a Leopoli un'accademia, in cui i giovani
ruteni d'ingegno più sveglio potessero opportunamente attendere alla filosofia,
alla teologia e alle altre più alte discipline, in modo simile a quello che
usano le università degli studi; la stampa d'ogni genere, sia con libri, sia
con giornali e riviste ebbe un grande sviluppo, e fu lodata anche presso le
nazioni estere; altresì le arti sacre furono coltivate secondo le tradizioni
degli avi e il genio proprio di questa gente; il museo e le altre sedi delle
belle arti furono provveduti di insigni monumenti dell'antichità; e finalmente
si iniziarono e si promossero non poche istituzioni atte a venire in soccorso
alle necessità delle classi inferiori e all'indigenza dei poveri.
46. Non possiamo passare
sotto silenzio il merito singolare dei pii sodalizi di uomini
e di donne, che in queste case recano non piccolo salutare vantaggio. E prima
di tutti Ci piace ricordare i monasteri dei monaci Basiliani
e delle vergini consacrate a Dio, i quali, sebbene al
tempo di Giuseppe II imperatore soffrissero ingiustamente e con danno
l'invasione del potere civile nei loro ordinamenti, tuttavia dopo, cioè nel
1882 e negli anni seguenti, ritornarono all'originale splendore, grazie alla
cosiddetta riforma di Dobromil, e con l'amore alla
vita nascosta e con quello spirito che si attinge alle norme e agli esempi del
santo fondatore, congiungono un acceso amore di apostolato. A questi antichi
focolari della vita monastica si aggiunsero con egual
lode nuove congregazioni religiose maschili e femminili: così, l'Ordine degli Studiti, i cui monaci attendono soprattutto alla
contemplazione delle cose celesti e alle opere della santa penitenza; così, la
congregazione religiosa, di rito ruteno, del SS. Redentore, i cui associati lavorano con grande
fervore nella Galizia e nel Canada; così, moltissimi istituti che hanno per
fine di provvedere all'educazione delle fanciulle e alla cura degli infermi, e
che si chiamano o Ancelle dell'immacolata vergine Maria
o Mirofore o Suore di san Giuseppe, di san Giosafat,
della santa Famiglia, di san Vincenzo de' Paoli.
47. Ci piace inoltre
rammentare qui il pontificio Seminario di san Giosafat, costruito dal Nostro
predecessore Pio XI sul colle Gianicolense e
corredato dalla sua munificenza. Dopo che per lunghi secoli giovani scelti si
preparavano ai sacerdozio nel pontificio Collegio Greco,
un altro Nostro antecessore, Leone XIII di immortale memoria, nell'anno 1897,
eresse un collegio proprio per quei giovani ruteni, che si sentissero da divina
ispirazione chiamati al sacerdozio. Resosi poi angusto questo
edificio per il numero crescente degli alunni, l'immediato Nostro
predecessore, per quell'affetto particolare che lo
distingueva verso il popolo ruteno, edificò, come
abbiamo detto, una nuova e più ampia sede, dove gli aspiranti al sacerdozio,
istruiti e formati nelle scienze sacre e nei costumi propri del loro rito,
crescessero felicemente nella venerazione, nel rispetto e nell'amore verso il
vicario di Cristo e alla speranza della chiesa rutena.
48. Un altro pregio di non
minor conto e utilità ebbe il popolo ruteno dalla sua unione con la sede apostolica, quando ebbe
l'onore di un inclito stuolo di confessori e di martiri, i quali per conservare
intatta la fede cattolica e la devota fedeltà verso i romani pontefici, non
esitarono a sostenere ogni sorta di calamità e a incontrare con allegrezza la
morte stessa, secondo quella sentenza del divin
Redentore: «Beati sarete allora, quando gli uomini vi odieranno e
scomunicheranno e vi diranno improperi e rigetteranno come abominevole il
vostro nome a causa del Figlio dell'uomo: rallegratevi allora e tripudiate,
perché grande è la mercede vostra nel cielo» (Lc
6,22-23).
49. Nel novero di questi per
primo si affaccia alla Nostra mente quel santo vescovo
Giosafat Kuncevyc, la cui invitta fortezza più sopra
abbiamo commemorato, e che, cercato a morte dai perversi nemici del nome
cattolico, spontaneamente si diede ai carnefici, e si offrì quale vittima per
il sollecito ritorno dei fratelli dissidenti. Fu egli invero a quel tempo il
principale martire della fede cattolica e dell'unità, ma non il solo; perché
non pochi altri lo seguirono con la palma della vittoria, tanto ecclesiastici
quanto laici che, o uccisi di spada o flagellati spietatamente fino a morire o
affogati nelle acque del Dniepr, dal trionfo della
morte passarono tra i santi del cielo.
50. Ma non molti anni dopo, cioè a metà del secolo XVII, avendo i cosacchi preso
apertamente le armi contro la Polonia, il loro odio contro l'unità religiosa di
molto crebbe e si accese violentemente. Si erano messi in mente che tutti i
mali e le calamità fossero derivate, come da prima
origine, dall'essersi stabilita questa unione; perciò si erano proposti di
combatterla con tutti i mezzi e in ogni maniera fino alla distruzione. Di qui
provennero danni innumerevoli alla chiesa cattolica rutena:
molte chiese profanate, dilapidate, distrutte e i loro patrimoni e
suppellettili annientati; non pochi sacerdoti e molti fedeli sottoposti a gravi
percosse, atrocemente tormentati, spenti con morte
crudelissima; perfino gli stessi vescovi spogliati dei loro beni e scacciati
dalle loro venerande sedi furono costretti a darsi alla fuga. Eppure essi, anche in mezzo a tanta tempesta, non si
perdettero mai d'animo, né abbandonarono, per quanto fu loro possibile, senza
custodia e senza difesa il proprio gregge. Anzi, fra tante angustie, si
sforzarono con la preghiera, la lotta, la fatica di ricondurre all'unità tutta
la chiesa russa e l'imperatore Alessio.
51. Anche pochi
anni prima che la Polonia venisse lacerata, vi fu una nuova e non meno
acerba persecuzione contro i cattolici. Quando cioè i
soldati dell'imperatrice delle Russie invasero la
Polonia molte chiese di rito ruteno furono a viva
forza, con le armi, tolte ai cattolici, e i sacerdoti, che ricusavano di
rinnegare la fede, vennero messi in catene, conculcati, feriti e gettati in
carcere e tormentati atrocemente con la fame, la sete, il freddo.
52. A questi non furono
inferiori per costanza e fortezza quei sacerdoti che, verso l'anno 1839,
soffrirono piuttosto la perdita dei propri beni e della stessa libertà, che
venir meno ai doveri religiosi. Del numero di costoro è quel Giuseppe Ancevskyj, che qui ci piace ricordare in modo speciale, il
quale, per trentadue anni tenuto sotto dura prigionia nel monastero di Suzdal, ottenne il premio dell'esimia sua virtù nell'anno
1878 con una piissima morte. Come lui i centosessanta sacerdoti che,
professando chiaramente la fede cattolica, vennero
strappati alle loro famiglie che lasciavano nella miseria, e rinchiusi nei
cenobi, non mai mutarono il santo proposito né per la fame né per le altre
vessazioni.
53. Né
meno si distinsero per fortezza vari chierici e laici dell'eparchia
di Cholm, che con mirabile coraggio resistettero ai
persecutori della fede. Così, per esempio, gli abitanti del villaggio Pratulin, allorché i soldati vennero per occupare la chiesa
e consegnarla agli scismatici, non si opposero alla forza con la forza, ma,
strettisi insieme con i loro inermi corpi, opposero agli assalitori come un
muro vivente. Perciò molti di essi vennero feriti,
molti patirono orrende crudeltà, altri furono chiusi in carcere per lunghi anni
o deportati nell'agghiacciata Siberia, altri finalmente passati a fil di spada sparsero il sangue per Cristo. Fra questi, di coloro che suggellarono col proprio sangue la fede
cattolica, già si è iniziata la causa nella propria eparchia,
per cui si spera di potere un giorno venerarli fra i beati del cielo. Tali
delitti furono, per sventura, compiuti non in un luogo solo, ma in più città,
nei paesi, nei villaggi; e dopo che tutte le chiese cattoliche furono
consegnate agli scismatici, dopo che tutti i sacerdoti, scacciati dalle proprie
sedi, furono costretti a lasciare abbandonato il proprio gregge, allora i
fedeli vennero iscritti nei registri della chiesa
dissidente, senza tenere nessun conto della loro volontà. Essi però, sebbene
privi dei loro pastori e degli aiuti e soccorsi della loro religione, si
studiarono di mantenere tenacemente la fede. Anzi, essendo in seguito andati da
loro, travestiti e con grave rischio della vita, i padri della Compagnia di Gesù, per istruirli nei divini precetti, esortarli e recare
loro conforto, essi li ricevettero con grande allegrezza
e pietà.
54. Nel 1905 essendo stata
concessa una certa libertà di professare qualsiasi religione, si vide nei paesi
ruteni un meraviglioso e lieto spettacolo. I cattolici quasi senza numero
uscirono dai loro nascondigli in pubblico e in lunga processione, innalzato il
vessillo della croce ed esposte le immagini dei santi all'aperto alla
venerazione, non avendo sacerdoti di rito orientale, si recarono alle chiese
latine - il cui ingresso era loro proibito sotto pene severissime - per rendere
grazie al Signore. Ivi giunti, domandarono ai legittimi sacerdoti di aprire
loro le porte, di ricevere sé e la loro professione di fede e di inscrivere i
loro nomi nei registri dei cattolici. Così avvenne che in breve tempo
duecentomila fedeli venissero ricevuti nella chiesa.
55. Tuttavia
neppure in questi ultimi anni mancò occasione ai vescovi, ai sacerdoti e al
gregge fedele di mostrare fortezza d'animo e costanza nel conservare la fede
cattolica, nel difendere la chiesa e la sua sacra libertà. Fra tutti Ci
piace far menzione onorevole particolarmente di Andrea
Szeptyckyj, il quale nella prima guerra europea,
essendo stata occupata la Galizia dagli eserciti russi, scacciato dalla sua
sede e deportato in un cenobio, ivi fu tenuto in prigione almeno per un certo
tempo e ivi niente più desiderava che di attestare la sua grandissima devozione
alla sede apostolica e, con la grazia divina, di subire anche il martirio, se
fosse necessario, per il suo gregge, per la salute del quale già da lungo tempo
aveva speso le sue forze e le sue cure.
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