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Pio XII
Orientalis Ecclesiae

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Capitolo I

 

7. Allo scopo di conseguire volenterosamente e di conservare con vigoria questa sincera concordia, desideriamo che, come fu già per i tempestosi suoi tempi, così anche per i giorni nostri il santo patriarca di Alessandria sia a tutti maestro e modello preclarissimo. Volendo incominciare dall'unità della fede cristiana, nessuno ignora l'inconcussa alacrità sua nel sostenerla con somma energia. «Noi - così egli dichiara - che abbiamo per amica la verità e i dogmi della verità, non seguiremo affatto gli eretici, ma calcando le vestigia della fede lasciataci dai santi padri, custodiremo contro tutti gli errori il deposito della divina rivelazione».12 Pur di combattere sino alla morte questa buona battaglia, era pronto a sopportare qualsiasi più acerba calamità. «Il mio più ardente desiderio - egli scrive - è di patire e morire per la fede di Cristo».13 «Nessuna ingiuria pertanto, nessuna contumelia, nessun insulto mi muove... sol che la fede ne esca sana e salva».14  E anelando con forte e nobile cuore alla palma del martirio, vergò queste magnanime parole: «Ho deciso per la fede di Cristo di andare incontro a qualsiasi travaglio, di sopportare altresì qualsiasi tormento, anche quelli che fra i supplizi sono giudicati i più gravi, finché non abbia alla fine sostenuta la morte che gioiosamente accetterò per questa causa».15  «Perché, se avessimo paura di predicare per la gloria di Dio la verità, per non incorrere in qualche molestia, con qual faccia, di grazia, potremmo presso il popolo esaltare le lotte e i trionfi dei santi martiri?».16

8. E poiché nei cenobi dell'Egitto si agitavano a più riprese acerrime dispute sulla nuova eresia nestoriana, egli, da vigilantissimo pastore, avverte i monaci delle pericolose fallacie di tale dottrina, non per aggiungere esca a contrastanti competizioni di parole, «ma perché se mai alcuni, - così loro scrive - v'investissero, possiate non solo scansare voi stessi quei perniciosi errori, ma opponendo alla loro frivolezza la verità, possiate altresì indurre gli altri, da buoni fratelli e con opportune ragioni, a conservare costantemente, qual preziosa perla, la fede, già un tempo trasmessa alle chiese per mezzo dei santi apostoli».17 Come facilmente riscontreranno tutti coloro, i quali abbiano studiate le lettere ch'egli ebbe a inviare riguardo alla controversia degli antioeheni, mette luminosamente in rilievo che questa fede cristiana, la quale devesi da noi salvare e difendere a tutti i costi, è dottrina trasmessaci per il tramite della sacra Scrittura e dei santi padri,18 e al tempo stesso ci viene chiaramente e legittimamente proposta dal vivo e infallibile magistero della chiesa. I vescovi della provincia di Antiochia per il ristabilimento e la conservazione della pace pensavano che fosse sufficiente l'affermarsi soltanto sulla professione nicena. Invece s. Cirillo, pur fermamente aderendo al Simbolo di Nicea, richiese ancora dai suoi confratelli nell'episcopato, per il rafforzamento dell'unità, la riprovazione e la condanna dell'eresia nestoriana. Sapeva infatti benissimo che non basta accettare con docilità gli antichi documenti del magistero ecclesiastico, ma che occorre in più abbracciare con fedele sottomissione di cuore tutte quelle definizioni che dalla chiesa in forza della sua suprema autorità di tempo in tempo ci siano proposte a credere. Anzi, non è lecito, neppure sotto il pretesto di rendere più agevole la concordia, dissimulare neanche un dogma solo; giacché, come ammonisce il patriarca alessandrino: «Desiderare la pace è certamente il più grande e il primo dei beni, ma però non si deve per siffatto motivo permettere che ne vada di mezzo la virtù della pietà in Cristo».19 Perciò non conduce al desideratissimo ritorno dei figli erranti alla sincera e giusta unità in Cristo, quella teoria, che ponga a fondamento del concorde consenso dei fedeli solo quei capi di dottrina, sui quali o tutte o almeno la maggior parte delle comunità, che si gloriano del nome cristiano, si trovino d'accordo, ma bensì l'altra che, senza eccettuarnesminuirne alcuna, integralmente accoglie qualsiasi verità da Dio rivelata.

9. Per questa strenua fortezza nel conservare e proteggere l'unità della fede, s. Cirillo Alessandrino sia a tutti d'esempio. Appena scoprì l'errore di Nestorio, per mezzo di lettere e di altri scritti lo confutò, ricorse al romano pontefice, e nel concilio di Efeso, come suo rappresentante, con ammirevole apparato di dottrina e intrepido cuore represse e condannò l'eresia che si era insinuata, in modo che tutti i padri conciliari, letta nell'adunanza la lettera di Cirillo che suol chiamarsi dogmatica, con solenne deliberazione la dichiararono pienamente consona alla rettitudine della fede. Oltre a ciò, per questa sua apostolica fortezza, fu iniquamente cacciato dall'ufficio episcopale, e sostenne con invitta serenità le ingiurie dei confratelli, il biasimo di un illegittimo conciliabolo, prigionie e angosce non poche. Né questo bastandogli, non esitò, per il coscienzioso adempimento del proprio santissimo ufficio, di opporsi apertamente, non solo ai vescovi che si erano allontanati dalla retta via della verità e della concordia, ma alla stessa augusta persona dell'imperatore. E inoltre, come tutti sanno, ad alimento e sostegno della fede cristiana, compose quasi innumerabili libri, dai quali splendidamente si riverberano la sua luce di sapienza, l'imperterrita sua costanza e la solerzia della sua pastorale sollecitudine.

 




12 Cf. In Ioann., 1. X: PG 74, 419



13 Ep. 10: PG 77, 78.



14 Ep. 9: PG 77, 62.



15 Ep. 10: PG 77, 70. 



16 Ep. 9: PG 77, 63. 



17 Ep. 1: PG 77, 14.



18 Cf. Ep. 55: PG 77, 292-293.



19 Ep. 61: PG 77, 325.






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