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Pio XII
Orientalis Ecclesiae

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Capitolo III

 

13. L'effetto peraltro della fede e della carità si rivelerebbe addirittura manchevole e inefficace allo scopo di rassodare l'unità nel Signore nostro Gesù Cristo, se non si appoggiasse a quella inconcussa pietra sopra la quale è stata da Dio fondata la chiesa: vale a dire nella suprema autorità di Pietro e dei suoi successori. La regola di condotta tenuta in questa gravissima controversia dal patriarca alessandrino luminosamente lo prova. Tanto nella sconfitta dell'eresia nestoriana quanto nell'accordo coi vescovi della provincia antiochena, egli si attenne alla più stretta e costante unione con questa apostolica sede. Quando infatti il vigilante presule si accorse che gli errori di Nestorio, con rischio della retta fede di giorno in giorno più pericolosi, s'insinuavano e progredivano per ogni parte, si rivolse al predecessore Nostro s. Celestino I, con una lettera, nella quale tra l'altro si legge: «Poiché Dio, in siffatte questioni, esige da noi vigilanza, e una vetusta consuetudine delle chiese ci persuade a comunicare simili questioni con la santità tua, ti scrivo, indottovi dalla stringente necessità».29 Alle quali parole risponde il romano pontefice che intende abbracciarlo «come se fosse presente nella sua lettera ... molto più che gli sembra di riscontrare in lui i suoi identici sentimenti nel Signore».30 Perciò il sommo pontefice a questo così ortodosso dottore delegò l'autorità dell'apostolica sede, in forza della quale autorità doveva curare l'esecuzione dei decreti già emessi nel sinodo romano contro Nestorio. A tutti poi è noto, venerabili fratelli, che il santo patriarca d'Alessandria nella celebrazione del concilio di Efeso tenne legalmente le veci del romano pontefice, il quale inoltre vi inviò i suoi propri legati, e loro raccomandò soprattutto che avvalorassero l'opera e l'autorità di s. Cirillo. Egli pertanto in nome del vescovo di Roma presiede a quel sacro concilio e primo fra tutti ne firmò gli atti. Tanto palesemente splendeva agli occhi d'ognuno la concordia fra la sede apostolica e la sede alessandrina, che nella seconda sessione del concilio, quando pubblicamente fu letta la lettera di s. Celestino, i padri uscirono nelle seguenti acclamazioni: «Giusto giudizio questo. Al novello Paolo Celestino, al novello Paolo Cirillo, a Celestino custode della fede, a Celestino concorde col concilio, a Celestino l'intero concilio rende grazie. Uno Celestino, uno Cirillo, una la fede dell'orbe terracqueo».31 Nessuna meraviglia quindi se poco dopo lo stesso Cirillo poté scrivere: «Alla rettitudine della sua fede rese testimonianza sia la chiesa di Roma, sia il santo concilio, adunato, per così dire, dall'universalità dell'orbe che si stende sotto il cielo».32

14. Oltre a ciò, questa medesima unione costantissima di s. Cirillo con la sede apostolica risulta evidente, se poniamo mente al suo modo di procedere nelle trattative per l'inizio e il rafforzamento della pace coi vescovi della provincia antiochena. Il Nostro predecessore s. Celestino sebbene approvasse e confermasse tutto quello che il presule alessandrino aveva fatto nel concilio di Efeso, giudicò nondimeno di doverne eccettuare la sentenza di scomunica, che il presidente del concilio insieme con gli altri padri aveva pronunziata contro gli antiocheni. «Riguardo a quelli - così il romano pontefice - che sembrano consentire nella stessa empietà di Nestorio... per quanto si legga contro di essi la sentenza vostra, purtuttavia noi pure stabiliamo quel che ci sembra opportuno. In siffatte cause molte circostanze bisogna considerare, ché la sede apostolica sempre suole tenere presenti.... Se speranza di correzione, vogliamo che la vostra fraternità s'intenda per lettera con l'Antiocheno... Giova aspettarsi dalla divina misericordia che tutti tornino sulla via del vero».33 E s. Cirillo, obbedendo a questa norma, suggeritagli dalla sede romana, cominciò a trattare coi vescovi della provincia antiochena del ristabilimento della pace e del modo di venire a un accordo. Frattanto s. Celestino passò piamente da questa vita. Allora avvenne che del suo successore Sisto III alcuni prendessero a riferire non essergli piaciuto che Nestorio fosse stato deposto. A queste voci il patriarca d'Alessandria tagliò corto con la seguente dichiarazione: «Ha scritto (Sisto) in piena armonia col santo concilio, ha confermato tutte le sue decisioni e sta dalla parte nostra».34

15. Da tutto quello che abbiamo qui riportato risulta a evidenza che s. Cirillo appieno consentì con questa apostolica sede, e risulta del pari che i Nostri antecessori ritennero per propri gli atti di lui e li onorarono di meritate lodi. Prova ne sia che s. Celestino, non contento di avergli attestato innumerevoli volte la fiducia e la gratitudine sua, gli scriveva tra l'altro così: «Ci congratuliamo della vigilanza che nella santità tua è tanta, da sorpassare ormai gli esempi dei tuoi predecessori, i quali essi pure difesero sempre strenuamente i dogmi dell'ortodossia... Hai scoperto tutte le fallacie della più scaltra predicazione... Ridonda a non piccolo trionfo della nostra fede non solo l'esserti affermato con tanta fortezza sui nostri capisaldi, ma l'avere controbattuto gli avversari così come hai fatto con l'appoggio della sacra Scrittura».35 Allorché poi s. Sisto III, successore di Celestino nel supremo pontificato, ebbe ricevuto dal patriarca d'Alessandria l'annunzio della pace e dell'unità raggiunta, gli espresse la sua letizia nei termini seguenti: «Ecco che mentre stavamo in ansia, perché vogliamo che nessuno perisca, la santità tua con la sua lettera ci significa redintegrato il corpo della chiesa. Ritornate le sue compagini nelle proprie membra, nessuno più vediamo andare errando al di fuori, perché un'unica fede attesta che tutti stanno al loro posto di dentro. ... Al beato apostolo Pietro ha fatto capo la fratellanza universale: ecco qui un ascoltatorio che si confà agli ascoltatori, che conviene alle cose da ascoltare. ... A noi sono tornati i fratelli, a noi, dico, che perseguendo per comune desiderio il morbo, abbiamo curato la guarigione delle anime. ... Esulta, fratello carissimo, e quale vincitore rallegrati perché i fratelli si sono a noi ricongiunti. La chiesa ha accolto finalmente coloro che ricercava. Poiché se nessuno vogliamo che perisca dei piccoli, quanto più dobbiamo godere della guarigione dei reggitori».36 Dalle quali parole dell'antecessore consolato, il presule Alessandrino, vindice invitto della fede ortodossa e artefice premurosissimo della cristiana concordia, riposò nella pace di Cristo.

16. Noi pertanto, venerabili fratelli, nel celebrare la memoria quindici volte centenaria di questo avvenimento, niente desideriamo e auguriamo più vivamente, se non che quanti si fregiano del nome cristiano, col patrocinio e l'esempio di s. Cirillo promuovano ogni giorno più il ritorno dei fratelli orientali dissidenti, a Noi e all'unica chiesa di Gesù Cristo. Unica sia per tutti l'intemeratezza della fede, unica la carità che tutti insieme ci saldi nel mistico corpo di Gesù Cristo, unica infine e premurosamente attiva la fedeltà alla sede del beato Pietro. A quest'opera degna e meritevolissima non solo impieghino tutte le loro forze coloro che vivono in oriente, i quali con la mutua stima, col benevolo tratto, con l'esempio dei costumi integerrimi, più facilmente potranno attrarre all'unità della chiesa i fratelli separati, e più degli altri i sacri ministri; ma tutti altresì i fedeli, implorando da Dio con le preghiere l'unità del regno del divin Redentore in ogni parte del mondo, e l'unità dell'universale ovile. A tutti costoro raccomandiamo anzitutto quel validissimo concorso e aiuto, che in qualsiasi iniziativa da intraprendere a salute delle anime, deve essere primo di tempo e precipuo d'efficacia: la preghiera, vogliamo dire, rivolta a Dio con cuore umile e fiducioso. Desideriamo poi che s'interponga il potentissimo patrocinio della vergine Genitrice di Dio, affinché per la mediazione di questa benignissima e amantissima Madre di tutti, il divino Spirito illumini con la sua superna luce l'animo degli orientali, sì che tutti siamo una cosa sola nell'unica chiesa, da Gesù Cristo fondata, e dallo stesso Spirito paraclito nutrita con incessante pioggia di grazie e sospinta verso la santità. A quelli poi che vivono nei seminari o in altri collegi, in modo speciale intendiamo raccomandare la «Giornata pro Oriente». In quel giorno s'innalzino più ardenti preghiere al divino Pastore della chiesa universale, e con crescente premura si stimolino i giovani al desiderio di vedere raggiunta questa santissima unità. Tutti infine coloro che, o insigniti degli ordini sacri, o ascritti all'Azione cattolica e alle altre associazioni, aiutano l'opera gerarchica del clero sia con la preghiera, sia con gli scritti, sia con la parola, promuovano quanto meglio possono la desideratissima unione degli orientali tutti quanti col pastore comune.

17. Faccia Iddio che questo Nostro paterno invito sia ascoltato con buone disposizioni anche da quei vescovi dissidenti e dai loro greggi, i quali, per quanto separati da Noi, encomiano e venerano tuttavia come domestica loro gloria il Patriarca d'Alessandria. Sia per essi questo preclarissimo dottore maestro ed esempio a restaurare di nuovo la concordia con quel triplice vincolo, che egli, come cosa assolutamente necessaria, raccomandò tanto, e col quale il divino Fondatore della chiesa volle che i suoi figli si sentissero avvinti. Si ricordino inoltre che Noi oggi, per disposizione della divina Provvidenza, occupiamo quell'apostolica sede, alla quale il presule alessandrino, spintovi dalla responsabilità del proprio ufficio, si rivolse, sia per difendere contro gli errori di Nestorio con armi sicure la fede ortodossa, sia altresì perché l'ottenuto pacifico consenso dei confratelli prima dissidenti fosse poi ratificato quasi da sigillo divino. Sappiano anche che Noi siamo mossi dalla stessa carità dei Nostri predecessori e che a questo soprattutto con preghiere assidue tendiamo che, cioè, tolti felicemente di mezzo gli ostacoli inveterati, spunti alfine il sospirato giorno in cui l'intero gregge si trovi raccolto nell'unico ovile sotto la concorde e volenterosa dipendenza da Gesù Cristo nostro Signore e dal suo vicario in terra.

18. In particolare maniera poi Ci rivolgiamo a quei figli dissidenti tra gli orientali che, mentre venerano moltissimo s. Cirillo, tuttavia non ammettono l'autorità del concilio Calcedonese, perché in esso fu solennemente definita la duplice natura nella persona di Gesù Cristo. Riflettano costoro che il Patriarca d'Alessandria non si oppone con la sua sentenza alle deliberazioni, le quali di poi al sorgere di nuovi errori furono dallo stesso concilio di Calcedonia stabilite. Infatti apertamente egli scrive: «Non tutto quello che gli eretici dicono, si deve subito scartare e ripudiare: molte cose professano di quelle che noi pure ammettiamo... Ciò vale anche riguardo a Nestorio; sebbene egli affermi le due nature a significare la differenza dell'umanità e della divinità nel Verbo: e invero altra è la natura del Verbo, altra quella dell'uomo: tuttavia non professa l'unione con noi».37

19. Similmente giova sperare che anche gli odierni seguaci di Nestorio se, senza lasciarsi prendere la mano da pregiudicate opinioni, sottopongono ad attento esame gli scritti di s. Cirillo, siano per vedersi aperta la strada alla verità, e per sentirsi richiamare con l'aiuto della grazia divina al grembo della chiesa cattolica.

20. Niente altro ormai Ci resta, venerabili fratelli, se non implorare con le supplici Nostre preghiere, durante questo XV centenario di s. Cirillo, sulla chiesa tutta, ma specialmente su quelli che in oriente si gloriano del nome cristiano, il propizio patrocinio di questo santo dottore, domandando soprattutto che nei fratelli e nei figli dissidenti felicemente si compia ciò che egli un giorno congratulandosi scrisse: «Ecco che le membra avulse del coro della chiesa di nuovo si sono tra loro riunite, e nulla ormai più rimane che per discordia divida i ministri dell'evangelo di Cristo».38

21. Sostenuti da questa soavissima speranza, sia voi tutti e singolarmente, venerabili fratelli, sia al gregge a ciascuno di voi affidato, in auspicio dei celesti favori, e in attestato della paterna Nostra benevolenza, impartiamo con ogni affetto nel Signore l'apostolica benedizione.

Roma, presso S. Pietro, il 9 aprile, domenica di risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo, dell'anno 1944, VI del Nostro pontificato.

PIO PP. XII

 

 




29 Ep. 11: PG 77, 79.



30 Cf. Ep. ad Cyrillum: 77, 90. 



31 MANSI 4, 1287.



32 Apol. ad Theodos.: PG 76, 482



33 Ep. 22: PL 50, 542-543.



34 Ep. 40: PG 77, 202.



35 Ep. 11,1-2: PL 50, 461.



36 Ep. 5, 1.3.5: PL 50, 602-604.



37 Ep. 44: PG 77, 226.



38 Ep. 49: PG 77, 254.




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