60.
Oggi, venerabili fratelli, tutti osservano con spavento l'abisso a cui
hanno portato gli errori da Noi caratterizzati e le loro pratiche conseguenze. Son cadute le orgogliose illusioni di un progresso
indefinito; e chi ancora non fosse desto, il tragico presente lo scuoterebbe
con le parole del profetar «Ascoltate, o sordi, e rimirate, o ciechi» (Is 42,18). Ciò che appariva esternamente ordine, non era se
non invadente perturbamento: scompiglio nelle norme di vita morale, le quali si
erano staccate dalla maestà della legge divina e avevano inquinato tutti i
campi dell'umana attività. Ma lasciamo il passato e
rivolgiamo gli occhi verso quell'avvenire che,
secondo le promesse dei potenti di questo mondo, cessati i sanguinosi scontri
odierni, consisterà in un nuovo ordinamento, fondato sulla giustizia e sulla
prosperità. Sarà tale avvenire veramente diverso, sarà
soprattutto migliore? I trattati di pace, il nuovo ordine internazionale alla
fine di questa guerra saranno animati da giustizia e da equità verso tutti, da
quello spirito, il quale libera e pacifica, o saranno una lamentevole
ripetizione di antichi e recenti errori? Sperare un
decisivo mutamento esclusivamente dallo scontro guerresco e dal suo sbocco
finale è vano, e l'esperienza ce lo dimostra. L'ora
della vittoria è un'ora dell'esterno trionfo per la parte che riesce a
conseguirla; ma è in pari tempo l'ora della tentazione, in cui l'angelo della
giustizia lotta con il dèmone della violenza; il cuore del vincitore troppo
facilmente s'indurisce; la moderazione e una lungimirante saggezza gli appaiono debolezza; il bollore delle passioni popolari,
attizzato dai sacrifici e dalle sofferenze sopportate, vela spesso l'occhio
anche ai responsabili e fa sì che non badino alla voce ammonitrice dell'umanità
e dell'equità, sopraffatta o spenta dall'inumano «Guai ai vinti!». Le
risoluzioni e le decisioni nate in tali condizioni rischierebbero di non essere che ingiustizia sotto il manto della giustizia.
|