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Salvatore Cammarano
Roberto Devereux

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  • ATTO TERZO
    • Scena sesta. Elisabetta, dame
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Scena sesta. Elisabetta, dame

 

Elisabetta è abbandonata su d'un sofà col gomito
appoggiato ad una tavola, ove risplende la sua corona:
le Dame le stanno intorno meste e silenziose.

ELISABETTA
(E Sara in questi orribili momenti
Poté lasciarmi?... Al suo ducal palagio,
onde qui trarla s'affrettò Gualtiero,
(sorgendo agitatissima)
e ancor!... De' suoi conforti
l'amistà mi sovvenga, io n'ho ben d'uopo...
Son donna! Il foco è spento
del mio furor...)

DAME
(Ha nel turbato aspetto
d'alto martir le impronte!...
Più non le brilla in fronte
l'usata maestà!...)

ELISABETTA
(Vana la speme
non fia... presso a morir, l'augusta gemma
ei recar mi farà... Pentito il veggo
alla presenza mia... Pur... fugge il tempo!...
Vorrei fermar gl'istanti. E se la morte,
ond'esser fido alla rival, scegliesse?...
Oh truce idea funesta!...
E s'ei già move al palco?... Ah! no... t'arresta...
Vivi, ingrato, a lei d'accanto;
il mio core a te perdona...
Vivi, o crudo, e m'abbandona
in eterno a sospirar...
Ah! si celi questo pianto,
(gettando uno sguardo alle Dame, e rammentandosi
d'esser osservata)
ah! non sia chi dica in terra:
la regina d'Inghilterra
ho veduto lagrimar.)




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