Scena sesta. Elisabetta, Roberto,
Nottingham, Cecil, Gualtiero, cavalieri, dame, paggi,
guardie
Ad un cenno della regina la sala si riempie di Cavalieri,
di Dame e paggi, con guardie eco.
ELISABETTA
Tutti udite. II giudizio de' Pari
di costui la condanna mi porse.
Io la segno. Ciascuno la impari.
Come il sole, che parte già corse
(a Cecil porgendogli la sentenza)
del suo giro, al meriggio sia giunto,
s'oda un tuono del bronzo guerrier:
lo percuota la scure in quel punto.
CORO
(Tristo giorno di morte forier!)
ELISABETTA
Va'; la morte sul capo ti pende,
sul tuo nome l'infamia discende...
Tal sepolcro t'appresta il mio sdegno,
che non fia chi di pianto lo scaldi:
con la polve di vili ribaldi
la tua polve confusa ne andrà.
ROBERTO
Del mio sangue la scure bagnata
più non fia d'ignominia macchiata.
Il tuo crudo, implacabile sdegno
non la fama, la vita mi toglie:
ove giaccian le morte mie spoglie
ivi un'ara di morte sarà.
NOTTINGHAM
(No: l'iniquo non muoia di spada,
sovra il palco infamato egli cada...
né il supplizio serbato all'indegno
basta all'ira che m'arde nel seno...
A placarla, ad estinguerla appieno
altro sangue versato sarà!)
CECIL e GUALTIERO
Sul tuo capo la scure già piomba...
Maledetto il tuo nome sarà.
CORO
(Al reietto nemmeno la tomba
un asilo di pace darà?)
Ad un cenno di Elisabetta, Roberto è circondato dalle
guardie.
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