Scena terza. Corrado, Matilde, paggi
con torce accese, dame, cavalieri e Enrico
ENRICO
Arresta.
(a Corrado trattenendolo. Tutti gli altri proseguono
il loro cammino con la sposa, salendo una scala
che mette agli appartamenti della festa)
CORRADO
Onde riedi? Che mai brami?
ENRICO
Il tuo sangue.
CORRADO
Il sangue mio!...
Ah! Fratel!...
ENRICO
Fratel mi chiami?
Nacqui forse, nacqui anch'io
dal ribaldo, a cui la scure
fe' cader l'iniqua testa?
CORRADO
Oh! che intendo!... E sai tu pure
verità così funesta!
ENRICO
(mostrandogli le carte)
N'ho le prove.
Un altro arcano
tu sapesti! Quell'ardore,
che mi strugge...
CORRADO
Ardisci, insano!
Cessa... Taci; o il mio furore...
ENRICO
Io lo sfido...
Entrambi colla mano sull'elsa.
CORRADO
(reprimendosi ad un tratto)
No... T'amai
qual fratello... e t'amo ancor.
Vivi... e fuggi.
ENRICO
Tu non sai
di qual tempra è questo cor!
A me, cui financo la speme togliesti
sarebbe la vita supplizio di morte!...
Tu lieto frattanto i giorni trarresti
in sen di Matilde, beato consorte!...
No: fin che una stilla di sangue mi resta,
indarno lo speri... oppormi saprò...
Fu scritta nel cielo condanna funesta;
ed uno fra noi più viver non può!
CORRADO
Il primo de' beni ancora t'avanza,
un core innocente!... Di perderlo trema!...
Non sai del rimorso quant'è la possanza!
Non sai quanto è grave la mano suprema!
Ahi! misero l'uomo di colpe bruttato,
che al cenno dell'ira il ferro vibrò!
Eterna è la macchia del sangue versato...
Un fiume di pianto lavarla non può!
|