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| P. Maurizio Costa, SI Il Governo del/della Superiore/a e il Consiglio IntraText CT - Lettura del testo |
Ringraziamento per l’invito: sempre ho ricevuto stimoli e arricchimenti da questi incontri e già la preparazione di questa relazione me ne ha offerti più di uno.
Status Quaestionis. In questa mia esposizione, che vorrebbe essere un avvio ad una discussione su temi che ci riguardano da vicino direttamente e che sono di grande interesse per gli Istituti di Vita Consacrata, vorrei soprattutto trattare della relazione tra Superiore/a e il suo Consiglio (sia visto questo a livello generale dell’Istituto o a quello più particolare delle comunità o gruppi inferiori – Comunità Provinciale, Ispettoria, Comunità Regionale o Comunità locale e particolare o équipe apostolica) secondo la mens della Chiesa, soprattutto in vista di un più efficace servizio evangelico dell’autorità e del governo.
Circa questo tema si dà una convergere di temi e aspetti di vario tipo che, da una parte, devono essere distinti per metterli meglio a fuoco ed essere capiti nel loro specifico valore, ma, dall’altra parte, nel vissuto concreto devono essere integrati per un più autentico sviluppo della vita spirituale della comunità a cui si fa riferimento (l’intero Istituto, la Provincia, la comunità locale).
Si possono, infatti, trattare i vari problemi dal punto di vista canonico, cioè dal punto di vista del Diritto universale espresso nel CIC e del diritto particolare espresso nelle Costituzioni, Regola di Vita o Ordinamenti e decreti vari di ciascun Istituto di Vita Consacrata: per esempio ci si può interrogare sulle questioni relative alla validità e liceità di atti giuridici posti dal Superiore senza la consultazione del Consiglio (o organo dello stesso tipo con altro nome) quando questa è prevista dalla legge canonica, alla differenza tra consenso e parere o a quella tra potere consultivo e potere deliberativo, ad una eventuale necessità di voto da parte del Consiglio, alla appartenenza o meno del Superiore al Consiglio come membro di esso, alla capacità del Superiore di dirimere una questione in caso di parità di voti nel Consiglio, ecc… .
Con questi problemi più propriamente giuridici e canonici (anche se non solo tali), si intrecciano questioni più propriamente teologiche/ecclesiologiche. Penso che abbiano relazioni con il nostro tema del rapporto tra Superiore/a e il suo Consiglio negli Istituti di Vita Consacrata: direttamente il tema del Consigliare nella Chiesa e del Comunicare nella Chiesa e, più oltre, quelli più globali e comprensivi della Corresponsabilità, della Partecipazione e, soprattutto, della Comunione/Missione nella Chiesa.
Infine mi sembra di notare che in questa nostra questione entrano pure importanti, e io direi decisivi, aspetti psicologici e spirituali: essi non riguardano solo gli atteggiamenti antropologici di fondo e le virtù che si richiedono per vivere bene questi temi ecclesiologici nel Consiglio da parte dei consiglieri o dell’autorità nei riguardi del Consiglio (p. es. la capacità di farsi carico degli altri e della comunità, la capacità di discernere e di esercitare la prudenza, la capacità di relazionarsi e di comunicare all’interno del Consiglio e con l’Autorità, ecc…), ma hanno anche attinenza più diretta con la natura stessa di questo organismo, che chiamiamo Consiglio, visto nella sua relazione con il governo spirituale del Superiore/a , soprattutto come vedremo con il dono del consiglio e il discernimento spirituale, ecc….
Penso, però, che il fatto che la richiesta della trattazione di questo tema sia stata fatta a me, professore di spiritualità, piuttosto che a un professore di diritto canonico o di ecclesiologia, stia ad indicare un desiderio da parte degli organizzatori, quello cioè che il tema venga trattato soprattutto dal punto di vista spirituale.
Tuttavia ci dobbiamo ricordare che la prospettiva spirituale non va confusa con un modo di vedere i problemi spiritualistico, distaccato, come se la vita spirituale fosse solo una realtà isolata e separata. Perciò “metterci in una prospettiva spirituale” non vuol dire che possiamo allora tranquillamente “bypassare” e ignorare i dati canonici, le prescrizioni del diritto sia generale che particolare, e gli approfondimenti teologici ed ecclesiologici in particolare. Alla vera spiritualità diritto canonico e ecclesiologia non sono di impedimento, anzi ne sono il sostegno e la base imprescindibile perché ad essa offrono il quadro in cui incarnarsi ed esprimersi. Rispetto ai dati canonici ed ecclesiologici la prospettiva spirituale non si pone come un settore separato o giustapposto, bensì come dimensione e visione sintetica di tutti gli elementi nella luce della fede e del cammino verso la santità o meglio “più piena” comunione con Cristo sotto l’azione dello Spirito Santo. Pertanto il mio intento è quello di tentare di fare una lettura sapienziale e spirituale, unitaria e sintetica, dei dati del diritto, a partire dalla natura di quella realtà che chiamiamo consiglio del Superiore ( o della Superiora) e che può avere altre denominazioni (collegio, gruppo di persone, ecc….). Per questo articolerò la mia esposizioni in due parti:
nella Prima Parte: faremo riferimento soprattutto ai dati positivi del diritto e li analizzeremo il più attentamente possibile nei limiti dello spazio di tempo concessoci;
nella Seconda Parte: cercheremo di darne un’interpretazione e di farne una rilettura in chiave spirituale e sintetica.