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| P. Maurizio Costa, SI Il Governo del/della Superiore/a e il Consiglio IntraText CT - Lettura del testo |
Rilettura in chiave spirituale e sintetica dei diversi dati
1.- In questa seconda parte cercheremo di fare una rilettura dei dati che abbiamo appreso nella prima parte. Molteplici possono essere le chiavi di rilettura spirituale di questi dati relativi al rapporto tra il/la Superiore/a e il suo Consiglio. Ne indico tre anche se poi, di fatto, possono essere viste come complementari e sarebbe bene integrare tra loro.
1. La prima ha come punto forte o parola chiave la “Comunione” nella Chiesa. Mi sembra che sia questa la via seguita per esempio da G. Ghirlanda nell’articolo sopra citato in Periodica, al quale fondamentalmente rinvio. Qui mi accontento solo di dire che egli evidenzia il senso ecclesiale della questione e considera il rapporto tra Superiore e Consiglio nella luce del tipo di “comunione” esistente nella Chiesa e affermato con chiarezza dal Vaticano II. Bisogna superare la logica della contrapposizione tra Superiore e Consiglio, senza, però, cadere in un annullamento della distinzione tra questi due soggetti operanti per il bene della Congregazione e dei singoli suoi membri. È la comunione stessa, vigente nella Chiesa e strutturante la Chiesa stessa, ad esigere un’unità nella diversità. “Comunione”, “corresponsabilità”, “partecipazione”: ecco alcuni temi fondamentali per approfondire in una linea spirituale conciliare i dati che il CIC ci offre per cogliere la vera natura del Consiglio in modo che esso possa attuarsi secondo i desideri della Chiesa per il bene del corpo intero o della comunità, e per il progresso nello Spirito e la santificazione dei singoli membri. Ponendosi in questa luce è più facile integrare e cogliere il significato profondo di tante disposizioni del CIC e valutare meglio il rapporto tra diritto proprio o particolare e diritto universale e, in genere, anche la prassi della Sede Apostolica che sembra contraddire prese di posizioni dello stesso CIC o della Commissione per l’interpretazione del Codice.
2. Una seconda via o chiave di lettura per approfondire il tema del rapporto tra Superiore e Consiglio, è lo sviluppo del tema del “Consigliare nella Chiesa” nella luce del tema più vasto del “Comunicare nella Chiesa”. Per un utile approfondimento di questo tema, rinvio all’articolo in Bibliografia di Martini. Anche su di esso non voglio attardarmi, soprattutto per mancanza di tempo.
3. La terza via che vorrei un poco percorrere con voi è quella che cerca di inquadrare tutta la questione del rapporto tra Superiore e suo Consiglio e di riprendere sia la prospettiva della “comunionalità o senso della Comunione nella Chiesa” di Ghirlanda, sia quella del “Consigliare nella Chiesa” del Card. Martini nel tema più generale del “governo spirituale” e questo, a sua volta, nella luce del tema del “Discernimento spirituale comunitario”.
Per la comprensione del “governo spirituale” è certamente di aiuto mostrare come esso si può attuare concretamente nella dinamica di una maturazione della decisione che comporta un processo di discernimento spirituale. Perché sia spirituale la decisione di governo deve maturare in una dinamica di discernimento. Si dà una stretta relazione tra il governo del superiore e la dinamica dell’elezione [Nota: quid est elezione negli EESS?]. Come una qualunque decisione presa attraverso un processo di discernimento spirituale, anche il governo del Superiore può essere visto come un’operazione che matura secondo determinati ritmi e linee di forza, a partire e avvalendosi dell’aiuto di dati e contenuti di vario genere, di valore e di significato diversi (storici, giuridici, teologici, spirituali, ecc…), nella quale intervengono varie persone (nel nostro caso oltre lo Spirito Santo, il superiore e il suddito, anche i membri del Consiglio) e che presuppone un determinato clima e ambiente spirituale. Possiamo raffigurare il processo di maturazione di una decisione di governo del superiore, avvalendoci dello schema del “Sentire/Discernere/Decidere”, fondamentale dell’elezione, cioè della libera scelta della volontà di Dio conosciuta e amata nell’hic et nunc della storia concreta a riguardo del suddito o della comunità, e facendo in modo corrispondente riferimento alla struttura antropologica delle tre potenze della “Memoria – Intelletto – Volontà/Libertà” e alla dialettica “Esperienza – Riflessione – Luce dall’Alto – Esperienza - …” nel seguente modo:
SENTIRE DISCERNERE ELEGGERE/ DECIDERE AGIRE
ESPERIENZA RIFLESSIONE LUCE DALL’ALTO ESPERIENZA
SEGRETARIO CONSIGLIO SUPERIORE PROCURATORE
INFORMATIVO CONSULTIVO DELIBERATIVO ESECUTIVO
Le forze del superiore, proprio perché persona singola e limitata, sono impari ad assolvere da sole tutto il processo di governo. Il punto più delicato è quello della decision taking, il punto 3, quello della decisione, dell’elezione, al quale sono ordinati i primi due e che si presuppone al punto 4. È giusto che sia riservato al superiore. Per gli altri momenti, sia quello della formazione della decisione (decision making; punti 1 e 2), sia quello dell’esecuzione della decisione (punto 4) ha bisogno di farsi aiutare: il compito della memoria (o meglio di aiutarlo nella memoria) è affidato soprattutto al Segretario; il compito dell’intelletto (o meglio ad aiutarlo nell’intelletto e a discernere) è affidato soprattutto ai Consiglieri, al consiglio ecc…; il compito di aiutarlo nell’esecuzione è affidato al procuratore. Se è vero che è a lui, al Superiore, che fondamentalmente compete prendere la decisione ed esplicare, pertanto, la funzione che nella persona umana spetta alla volontà/libertà, non è meno vero che la volontà umana ordinata rettamente non si muove se non mossa o almeno illuminata , anche se non determinata, dall’intelletto. Il Superiore che volesse governare senza l’aiuto del consiglio cadrebbe nel volontarismo che tradotto in termini di governo dovremmo chiamare autoritarismo; se, invece, all’opposto si facesse sempre determinare dai consiglieri e dal consiglio, scadendo in un tipo di governo abitualmente collegiale, rinuncerebbe alla sua libertà e cadrebbe in un governo razionalistico che impedirebbe la dimensione personale del suo governo ridisegnandolo non secondo lo Spirito, ma secondo le forze dal basso che più facilmente schiacciano il suddito. Infatti, essendo impensabile che il sudditopossa aprirsi in profondità con tutti i membri del Consiglio, la decisione di governo che lo riguarderebbe potrebbe non tenere conto sufficientemente dei dati personali attraverso anche i quali Dio fa conoscere la sua volontà.
La rilettura del lavoro del governo del Superiore con il suo consiglio nella luce del processo di discernimento spirituale ci permette di capire altri elementi importanti del rapporto tra Superiore e Consiglio e la funzione di quest’ultimo.
Se il Consiglio, infatti, si pone nel momento centrale del processo di maturazione di una decisione attraverso il discernimento, (mostrarlo alla lavagna), appaiono mi sembra più chiare alcune affermazioni che spesso si fanno a riguardo della sua natura e dell’identikit dei consiglieri. Per esempio:
1. che il lavoro del Consiglio è eminentemente un lavoro di discernimento spirituale, inteso nella forma più specifica, cioè non tanto come discernimento operativo (che è proprio del Superiore e che se fosse abituale per il consiglio ne conseguirebbe un governo collegiale), ma come discernimento delle mozioni, dei criteri, delle motivazioni, in poche parole dei dati circa i quali si attua il discernimento operativo e la deliberazione di governo;
2. che, conseguentemente, l’attività del Consiglio, come esercizio di Discernimento, va vista più in riferimento a Dio che ai membri della Congregazione, più come un dono dello Spirito che come l’esercizio di una potestà e di un potere, quello consultivo appunto, più in relazione al dono del Consiglio che a tecniche o metodi di tipo sociologico o pedagogico;
3. che, conseguentemente, il Consiglio dovrebbe assicurarsi della più completa raccolta dei dati che dovrebbero entrare in questione (che cioè in pratica sia stato svolto correttamente il lavoro della memoria);
4. che, più in particolare i Consultori o Consiglieri, sia come singoli che come membri del Consiglio, devono assicurare quelle qualità che si richiedono per qualunque discernimento spirituale sia personale che comunitario. Pertanto dal singolo consultore ci si attende che sappia curare in se stesso non solo il senso di Dio, il primato dello Spirito e la propria interiorità attraverso la preghiera, la contemplazione e la familiarità con Cristo (perché dare un consiglio è un’attività che rientra nel quadro del comunicare spiritualmente, del comunicare dall’interno), ma anche il senso della realtà intera, del mondo, della Chiesa e della Congregazione di cui deve sentirsi “parte”, e la passione per il bene, per il positivo, anzi, per il meglio (non “che male c’è?”, ma “come è meglio fare?”);
5. che il lavoro in Consiglio e del Consiglio in quanto tale deve essere vissuto come un momento di riflessione personale, ma anche comunitaria, più vicina allo studio che alla semplice comunicazione di dati o, peggio ancora, di chiacchere; più come un momento ed esercizio di dialogo (che comporta l’integrazione dei dati universali con quelli particolari, dei dati rivelati con quelli naturali, dei valori con i dati storici,; dei dati comunitari o attinenti la comunità con quelli personali o attinenti il singolo individuo; ecc…) che come momento di conversazione o, all’opposto, di semplice discussione. Anche per questo il riferimento del lavoro del Consiglio al processo di discernimento comunitario ricorda come il lavoro in Consiglio deve essere marcato da quegli aggettivi e avverbi che qualificano nella Chiesa primitiva il comunicare: si tratta di aver presente l’edificazione della comunità (I Cor XIV, 12), di profetare uno alla volta I Cor XIV, 31), “decorosamente e con ordine” (I Cor XIV, 40), con premura (Fil II, 28), con umiltà (Fil II, 3), con dolcezza (Gal VI, 1), con franchezza (Gal VI, 20), senza confusione e dispersione di forze, per cui si superano impulsità, interventi inopportuni, intempestivi e disordinati (cfr. MARTINI, «Il consigliare nella Chiesa», Ambrosius 65 (1989), 242-243). Nello stesso tempo ricorda che il Consultore deve avere una autentica capacità di riflessione, di dialogo, di docilità allo Spirito e di saperne cogliere le mozioni interiori, insieme ad un grande amore per la verità oggettiva e gusto per l’indagine e la ricerca.
6. che comunque, in quanto tale, propriamente il Consiglio non delibera, ma …consiglia; i Consiglieri non hanno voto deliberativo, ma consultivo. La potestà deliberativa nel governo ordinario è solo nel Superiore e se da parte sua c’è un voto, come sotto vedremo, questo è solo per consentire o no al Superiore di agire. Il Consiglio non è un capitolo generale o provinciale (congregazione generale o provinciale secondo le diverse terminologia nei v ari Istituti di VC) permanente. Esso riguarda il governo ordinario non quello straordinario dell’Istituto. Non si può confondere l’uno con l’altro, cioè non si può far essere ordinario quello che è straordinario! Ma resta anche vero …
7. che i Consiglieri non perché non hanno voto deliberativo “valgono meno” che il superiore che lo ha. Certe espressioni come: «purtroppo abbiamo solo potere consultivo» o simili sono la manifestazione non solo di una sete di avere anche il potere deliberativo pensando di “essere di più” perché “si ha di più” [errore anche dal solo punto di vista umano perché denota confusione tra “essere” e “avere” che mette le basi per quella ancor più diabolica confusione tra “essere” e “apparire” - che si dà quando si pensa di essere di più, perché si appare più potenti!-], ma sono anche la manifestazione di una “deviazione antropologica”, perché praticamente si pensa che la volontà sia più dell’intelletto (impostazione volontaristica che porta all’assolutismo farisaico e dittatoriale: Mussolini!). Spesso si vuol combattere questa deviazione (=l’autoritarismo del superiore) con un altrettanto pernicioso errore, quello di fare del superiore (=volontà) un semplice esecutore del Consiglio (=intelletto). Ma questo è razionalismo, è ideologismo: e da questo la Vita Consacrata oggi nella Chiesa sembra essere veramente parecchio inficiata.
Qualcuno di voi, proprio partendo dalla sua esperienza, potrebbe obiettarmi che, anche senza cadere nel governo collegiale e anche senza voler fare del suo contributo del Consiglio un sostituto del governo del superiore, di fatto il Consiglio è chiamato a votare e, quindi, a manifestare delle decisioni: come questo si armonizza nella visione del governo spirituale secondo il processo di discernimento?
Ritorniamo al nostro schema:
La decisione del Consiglio che il Superiore riceve come strumento e dato per discernere quello che deciderà, può essere espressa secondo il Codice di Diritto canonico come consenso o come parere. Se si richieda il consenso o il parere, questo è stabilito dal diritto universale o da quello particolare di ciascun Istituto.
Quando si dice che si richiede il consenso:
Ø il Superiore non può agire senza averlo ottenuto dalla maggioranza assoluta dei voti presenti o dalla maggioranza stabilita dagli statuti particolari. Se agisce senza di esso, la sua decisione, il suo atto di governo è invalido. Potremmo dire, rifacendoci alla figura di sopra che non può procedere oltre nel suo discernimento in ordine alla decisione da prendere: non può decidere.
Ø Qualora il Superiore ottenga il consenso non è obbligato a procedere nella linea indicata dal Consiglio. Perché? Precisamente perché il Consiglio non è organo di governo collegiale e. anche dopo aver espresso il suo parere, non può necessariamente vincolare la decisione del Superiore che, nonostante il voto a lui favorevole, potrebbe aver colto nella discussione o nelle motivazioni emerse nel Consiglio elementi che possono portarlo a ripensare la propria scelta iniziale e addirittura, dopo un debito discernimento personale – espressione e affermazione del governo personale proprio di un governo spirituale -, a rovesciarla.
Ø Sempre è necessario che si giunga ad un voto: non è sufficiente che i consiglieri esprimano il loro parere liberamente e discutano tra di loro, senza arrivare ad una votazione formale anche se può apparire ben chiaro l’esito di essa e la posizione del Consiglio.
Quando si dice che si richiede il parere:
Ø Il Superiore non può agire in modo che la sua decisione sia un atto giuridicamente valido solo se non convoca affatto il Consiglio.
Ø Non è necessario che si addivenga ad un voto, ma basta che tutti abbiano avuto l’opportunità di esprimersi.
Ø Quand’anche si arrivasse alla formulazione di un voto (utile talvolta per fare chiarezza sulla maggiore o minore convergenza del Consiglio circa una determinata posizione), il Superiore non è nemmeno obbligato a seguire il parere espresso dalla maggioranza
Quanto veniamo di dire mi sembra che illumini bene perché non si possa e non si debba confondere e identificare consenso e voto deliberativo, da una parte, e, parallelamente dall’altra, parere e voto consultivo. Inoltre mi sembra che anche la rilettura del governo del superiore e della funzione del suo Consiglio in chiave di discernimento spirituale possa dare meglio ragione sia della distinzione di soggetti nel governo ordinario tra Superiore e Consiglio (il Superiore non è membro del Consiglio), sia della natura spirituale del governo di entrambi i soggetti e come solo nell’assicurare il carattere dell’uno e dell’altro modo di governare, cioè di promuovere il bene comune, secondo la specificità di ognuno, si può cogliere la ricchezza che deriva dalla loro complementarietà.