3. La terza lettura 12 ricorda al vescovo di Roma i suoi
doveri. Il primo è di « ammaestrare », proponendo la parola del Signore con
fedeltà sia a Dio sia agli ascoltatori, con umiltà ma con franchezza non
timida. Tra i miei santi predecessori vescovi di Roma due sono anche Dottori
della Chiesa: S. Leone, il vincitore di Attila, e S.
Gregorio Magno. Negli scritti del primo c'è un pensiero teologico altissimo e
sfavilla una lingua latina stupendamente architettata; non penso nemmeno di
poterlo imitare, neppure da lontano.
Il secondo, nei suoi libri, è « come un
padre, che istruisce i propri figlioli e li mette a parte delle sue
sollecitudini per la loro eterna salvezza » 13. Vorrei cercare di imitare il secondo,
che dedica l'intero libro terzo della sua « Regula Pastoralis » al tema « qualiter doceat », come cioè il pastore
debba insegnare. Per quaranta interi capitoli Gregorio indica in modo concreto
varie forme di istruzione secondo le varie circostanze
di condizione sociale, età, salute e temperamento morale degli uditori. Poveri
e ricchi, allegri e melanconici, superiori e sudditi, dotti e
ignoranti, sfacciati e timidi, e via dicendo, in quel libro, ci sono
tutti, è come la valle di Giosafat. Al Concilio Vaticano II parve nuovo che venisse chiamato « pastorale » non più ciò che veniva
insegnato ai pastori, ma ciò che i pastori facevano per venire incontro ai
bisogni, alle ansie, alle speranze degli uomini. Quel « nuovo » Gregorio
l'aveva già attuato parecchi secoli prima, sia nella predicazione sia nel
governo della Chiesa.
Il secondo dovere, espresso dalla parola
« battezzare », si riferisce ai Sacramenti e a tutta la liturgia. La diocesi di
Roma ha seguito il programma della CEI « Evangelizzazione
e Sacramenti »; conosce già che evangelizzazione, sacramento e vita santa sono
tre momenti di un unico cammino: l'evangelizzazione prepara al sacramento, il
sacramento porta chi l'ha ricevuto a vivere cristianamente.
Vorrei che questo grande concetto fosse applicato in
misura sempre più larga. Vorrei pure che Roma desse il buon esempio in fatto di
Liturgia celebrata piamente e senza « creatività » stonate. Taluni abusi in
materia liturgica hanno potuto favorire, per reazione, atteggiamenti che hanno
portato a prese di posizione in se stesse insostenibili e in contrasto col
Vangelo. Nel fare appello, con affetto e con speranza, al senso di
responsabilità di ognuno di fronte a Dio e alla Chiesa, vorrei poter assicurare
che ogni irregolarità liturgica sarà diligentemente
evitata.
Ed eccomi all'ultimo dovere vescovile: «
insegnare ad osservare »; è la diaconia, il servizio della guida e del
governare. Benché io abbia già fatto per vent'anni il vescovo a Vittorio Veneto e a Venezia,
confesso di non aver ancora bene « imparato il mestiere ». A Roma mi metterò
alla scuola di S. Gregorio Magno, che scrive: « sia vicino (il pastore) a
ciascun suddito con la compassione; dimenticando il suo grado, si consideri eguale
di sudditi buoni, ma non abbia timore di esercitare contro i malvagi i diritti
della sua autorità. Ricordi: mentre tutti i sudditi levano al cielo ciò che
egli ha fatto di bene, nessuno osa biasimare ciò che ha fatto di male; quando
reprime i vizi, non cessi di riconoscersi con umiltà eguale ai fratelli da lui
corretti; e si senta davanti a Dio tanto più debitore
quanto più impunite restano le sue azioni davanti agli uomini » 14.
Qui finisce la Spiegazione delle tre
letture bibliche. Mi sia permesso aggiungere una sola cosa: è legge di Dio che
non si possa fare del bene a qualcuno, se prima non gli si vuole bene. Per
questo, S. Pio X, entrando patriarca a Venezia, aveva esclamato in S. Marco: « Cosa sarebbe di me, Veneziani, se non vi amassi? ». Io dico
ai romani qualcosa di simile: posso assicurarvi che vi amo, che desidero solo
entrare al vostro servizio e mettere a disposizione di tutti
le mie povere forze, quel poco che ho e che sono.
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