CAPITOLO SECONDO
LA VITA SPIRITUALE DEL
VESCOVO
« Ne costituì Dodici che stessero con lui » (Mc
3, 14)
11. Con il medesimo atto d'amore con il quale liberamente li costituisce
Apostoli, Gesù chiama i Dodici a condividere la sua stessa vita. Anche
questa condivisione, che è comunione di animi e d'intenti con Lui,
è pertanto un'esigenza iscritta nella loro partecipazione alla sua
stessa missione. Non si devono ridurre le funzioni del Vescovo ad un compito
meramente organizzativo. Proprio per evitare questo rischio, sia i documenti
preparatori del Sinodo sia molti interventi in Aula dei Padri sinodali hanno
insistito su ciò che comporta, nella vita personale del Vescovo e
nell'esercizio del ministero a lui affidato, la realtà dell'episcopato
come pienezza del sacramento dell'Ordine, nei suoi fondamenti teologici,
cristologici e pneumatologici.
Alla santificazione oggettiva, che per opera di Cristo si ha nel Sacramento
con la comunicazione dello Spirito, deve corrispondere la santità
soggettiva, nella quale il Vescovo, con il sostegno della grazia, sempre
più deve progredire attraverso l'esercizio del ministero. La
trasformazione ontologica operata dalla consacrazione, come conformazione a
Cristo, richiede uno stile di vita che manifesti lo « stare con lui
». Varie volte, di conseguenza, nell'Aula del Sinodo si è insistito
sulla carità pastorale, come frutto sia del carattere impresso dal
Sacramento sia della grazia ad esso propria. La carità, si è detto,
è come l'anima del ministero del Vescovo, che viene coinvolto in un
dinamismo di pro-existentia pastorale, da cui è spinto a vivere,
come Cristo Buon Pastore, per il Padre e per gli altri, nel dono
quotidiano di sé.
È soprattutto nell'esercizio del proprio ministero, ispirato
all'imitazione della carità del Buon Pastore, che il Vescovo è
chiamato a santificarsi e a santificare, avendo come principio unificante la
contemplazione del volto di Cristo e l'annunzio del vangelo della salvezza.48
La sua spiritualità, pertanto, oltre che dal sacramento del Battesimo e
della Confermazione, attinge orientamenti e stimoli dalla stessa Ordinazione
episcopale che lo impegna a vivere nella fede, nella speranza e nella
carità il proprio ministero di evangelizzatore, di liturgo e di guida
nella comunità. Quella del Vescovo sarà allora anche una spiritualità
ecclesiale, perché tutto nella sua vita è orientato
all'edificazione amorosa della Santa Chiesa.
Ciò esige nel Vescovo un atteggiamento di servizio improntato a forza
d'animo, coraggio apostolico e fiducioso abbandono all'azione interiore dello
Spirito. Egli pertanto si impegnerà ad assumere uno stile di vita che
imiti la kénosis di Cristo servo, povero e umile, in modo che
l'esercizio del ministero pastorale sia in lui un riflesso coerente di
Gesù, Servo di Dio, e lo induca ad essere come Lui vicino a tutti, dal
più grande al più piccolo. Insomma, ancora una volta con una
sorta di reciprocità, l'esercizio fedele e amorevole del ministero
santifica il Vescovo e lo rende sul piano soggettivo sempre più conforme
alla ricchezza ontologica di santità che in lui ha posto il Sacramento.
La santità personale del Vescovo, tuttavia, non si ferma mai ad un
livello solo soggettivo perché, nella sua efficacia, ridonda sempre a
beneficio dei fedeli, affidati alla sua cura pastorale. Nella pratica della
carità, come contenuto del ministero pastorale ricevuto, il Vescovo
diventa segno di Cristo e acquista quell'autorevolezza morale di cui
l'esercizio dell'autorità giuridica ha bisogno per poter efficacemente
incidere sull'ambiente. Se, infatti, l'ufficio episcopale non poggia sulla
testimonianza della santità manifestata nella carità pastorale,
nell'umiltà e nella semplicità di vita, finisce per ridursi ad un
ruolo quasi soltanto funzionale e perde fatalmente di credibilità presso
il Clero ed i fedeli.
Vocazione alla
santità nella Chiesa del nostro tempo
12. Un'immagine biblica sembra
particolarmente adatta per illuminare la figura del Vescovo quale amico di Dio,
pastore e guida del popolo. È la figura di Mosè. Guardando a lui,
il Vescovo può trarre ispirazione nel suo essere ed agire di pastore,
scelto e inviato dal Signore, coraggioso nel precedere il suo popolo verso la
terra promessa, fedele interprete della parola e della legge del Dio vivente,
mediatore dell'Alleanza, ardente e fiducioso nella preghiera in favore della
sua gente. Come Mosè, che dopo il colloquio con il Signore sulla santa
montagna tornò in mezzo al suo popolo con il volto raggiante (cfr Es 34,
29-30), anche il Vescovo potrà portare tra i suoi fratelli i segni del
suo essere padre, fratello ed amico soltanto se sarà entrato nella nube
oscura e luminosa del mistero del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Illuminato dalla luce della Trinità, egli sarà segno della
bontà misericordiosa del Padre, viva immagine della carità del
Figlio, trasparente uomo dello Spirito, consacrato e inviato per guidare il
Popolo di Dio sui sentieri del tempo nel pellegrinaggio verso
l'eternità.
I Padri sinodali hanno messo in luce l'importanza dell'impegno spirituale
nella vita, nel ministero e nel cammino del Vescovo. Io stesso ho indicato
questa priorità in sintonia con le esigenze della vita della Chiesa e
l'appello dello Spirito Santo, che in questi anni ha richiamato a tutti il
primato della grazia, la diffusa esigenza di spiritualità, l'urgenza di
testimoniare la santità.
Il richiamo alla spiritualità scaturisce dal riferimento all'azione
dello Spirito Santo nella storia della salvezza. La sua è una presenza
attiva e dinamica, profetica e missionaria. Il dono della pienezza dello
Spirito Santo, che il Vescovo riceve nell'Ordinazione episcopale, è un
prezioso e urgente richiamo ad assecondarne l'azione nella comunione ecclesiale
e nella missione universale.
Celebrata dopo il Grande Giubileo del 2000, l'Assemblea sinodale ha sin dal
principio fatto proprio il progetto di una vita santa, che io stesso ho
indicato alla Chiesa intera: « La prospettiva entro cui deve porsi tutto
il cammino pastorale è quello della santità... Finito il
Giubileo, ricomincia il cammino ordinario, ma additare la santità resta
più che mai un'urgenza della pastorale ».49
L'accoglienza entusiastica e generosa del mio appello a mettere al primo posto
la vocazione alla santità, è stata l'atmosfera nella quale si
sono svolti i lavori sinodali e il clima che, in qualche maniera, ha unificato
gli interventi e le riflessioni dei Padri. Essi sentivano echeggiare nei loro
cuori il monito di san Gregorio Nazianzeno: « Prima purificarsi e poi
purificare, prima lasciarsi istruire dalla sapienza e poi istruire, prima
diventare luce e poi illuminare, prima avvicinarsi a Dio e poi condurvi gli
altri, prima essere santi e poi santificare ».50
Per questa ragione, dall'Assemblea sinodale si è più volte
levato l'invito a individuare con chiarezza la specificità «
episcopale » del cammino di santità di un Vescovo. Sarà
sempre una santità vissuta con il popolo e per il popolo, in una comunione
che diventa stimolo e reciproca edificazione nella carità. Né si
tratta d'istanze secondarie, o marginali. È proprio la vita spirituale
del Vescovo, infatti, che favorisce la fecondità della sua opera
pastorale. Non sta forse nella meditazione assidua del mistero di Cristo, nella
contemplazione appassionata del suo volto, nell'imitazione generosa della vita
del Buon Pastore il fondamento di ogni pastorale efficace? Se è vero che
il nostro è tempo di continuo movimento e spesso anche di agitazione col
facile rischio del « fare per fare », allora il Vescovo per primo
deve mostrare, con l'esempio della propria vita, che occorre ristabilire il
primato dell'« essere » sul « fare » e, ancora di
più, il primato della grazia, che nella visione cristiana della
vita è pure principio essenziale per una « programmazione »
del ministero pastorale.51
Il cammino spirituale del Vescovo
13. Un Vescovo può ritenersi davvero ministro della comunione e della
speranza per il Popolo santo di Dio solo quando cammina alla presenza del Signore.
Non è possibile, infatti, essere al servizio degli uomini senza prima
essere « servi di Dio ». E servi di Dio non si può essere se
non si è « uomini di Dio ». Perciò nell'omelia
dell'inizio del Sinodo ho detto: « Il Pastore deve essere uomo di Dio; la
sua esistenza e il suo ministero stanno interamente sotto la sua gloria divina
e traggono dal sovraeminente mistero di Dio luce e vigore ».52
La chiamata alla santità è insita, per il Vescovo, nello
stesso evento sacramentale che è all'origine del suo ministero, ossia
l'Ordinazione episcopale. L'antico Eucologio di Serapione formula in
questi termini l'invocazione rituale della consacrazione: « Dio di
verità fa' del tuo servitore un Vescovo vivente, un Vescovo santo nella
successione dei santi Apostoli ».53 Poiché,
tuttavia, l'Ordinazione episcopale non infonde la perfezione delle
virtù, « il Vescovo è chiamato a proseguire il suo cammino
di perfezione con maggiore intensità, per giungere alla statura di
Cristo, Uomo perfetto ».54
La stessa indole cristologica e trinitaria del suo mistero e ministero esige
per il Vescovo un cammino di santità, che consiste nell'avanzamento
progressivo verso una sempre più profonda maturità spirituale ed
apostolica, segnata dal primato della carità pastorale. Un cammino
evidentemente vissuto insieme con il suo popolo, in un itinerario che è
al tempo stesso personale e comunitario, come la vita stessa della Chiesa. In
questo cammino, però, il Vescovo diventa, in intima comunione con Cristo
e attenta docilità allo Spirito, testimone, modello, promotore e
animatore. Così si esprime pure la legge canonica: « Il Vescovo
diocesano, consapevole di essere tenuto ad offrire un esempio di santità
nella carità, nell'umiltà e nella semplicità di vita, si
impegni a promuovere con ogni mezzo la santità dei fedeli, secondo la
vocazione propria di ciascuno, ed essendo il principale dispensatore dei
misteri di Dio, si adoperi di continuo perché i fedeli affidati alle sue
cure crescano in grazia mediante la celebrazione dei Sacramenti e perché
conoscano e vivano il mistero pasquale ».55
Il cammino spirituale del Vescovo, come quello d'ogni fedele cristiano, ha
certamente la sua radice nella grazia sacramentale del Battesimo e della
Confermazione. Questa grazia lo accomuna a tutti i fedeli, poiché, come
avverte il Concilio Vaticano II, « tutti i fedeli di qualsiasi stato o
grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della
carità ».56 Vale specialmente in questo caso la
notissima affermazione di sant'Agostino, ricca di realismo e di sapienza
soprannaturale: « Se mi atterrisce l'essere per voi, mi consola l'essere
con voi. Perché per voi sono Vescovo, con voi sono cristiano. Quello
è il nome di una carica, questo di una grazia; quello è il nome
di un pericolo, questo della salvezza ».57 Tuttavia,
grazie alla carità pastorale, la carica diventa servizio e il pericolo
si trasforma in opportunità di crescita e di maturazione. Il ministero
episcopale non è solo fonte di santità per gli altri, ma è
già motivo di santificazione per colui che lascia passare attraverso il
proprio cuore e la propria vita la carità di Dio.
I Padri sinodali hanno sintetizzato alcune esigenze di questo cammino.
Anzitutto hanno richiamato il carattere battesimale e crismale, che sin dal
principio dell'esistenza cristiana, mediante le virtù teologali, rende
capaci di credere in Dio, di sperare in Lui e di amarlo. Lo Spirito Santo, per
parte sua, infonde i suoi doni favorendo la crescita nel bene attraverso
l'esercizio delle virtù morali, che danno concretezza anche umana alla
vita spirituale.58 In forza del Battesimo che ha ricevuto,
il Vescovo partecipa, come ogni cristiano, alla spiritualità che
è radicata nell'incorporazione al Cristo e che si manifesta nella sua
sequela secondo il Vangelo. Per questo egli condivide la vocazione di tutti i
fedeli alla santità. Deve quindi coltivare una vita di preghiera e di
fede profonda e riporre in Dio tutta la sua fiducia, offrendo la sua testimonianza
al Vangelo in docile obbedienza ai suggerimenti dello Spirito Santo e
riservando una particolare e filiale devozione alla Vergine Maria, che è
perfetta maestra di vita spirituale.59
La spiritualità del Vescovo sarà, pertanto, una
spiritualità di comunione, vissuta in sintonia con tutti gli altri
battezzati, figli insieme con lui dell'unico Padre nel cielo e dell'unica Madre
sulla terra, la Santa Chiesa. Come tutti i credenti in Cristo, egli ha bisogno
di alimentare la sua vita spirituale nutrendosi della viva ed efficace parola
del Vangelo e del pane di vita della santa Eucaristia, cibo di vita eterna. A
causa dell'umana fragilità, anche il Vescovo è chiamato a
ricorrere con frequenza e ritmi regolari al sacramento della Penitenza per
ottenere il dono di quella misericordia, di cui pure è divenuto
ministro. Consapevole, dunque, della propria umana debolezza e dei propri
peccati, ogni Vescovo, insieme con i suoi sacerdoti, vive anzitutto per se
stesso il sacramento della Riconciliazione, come una esigenza profonda e una
grazia sempre nuovamente attesa, per ridare slancio al proprio impegno di
santificazione nell'esercizio del ministero. In tal modo egli esprime anche
visibilmente il mistero di una Chiesa in se stessa santa, ma composta anche di peccatori
bisognosi di essere perdonati.
Come tutti i sacerdoti e, ovviamente, in speciale comunione con i sacerdoti
del presbiterio diocesano, il Vescovo si impegnerà a percorrere uno
specifico cammino di spiritualità. Egli, infatti, è chiamato alla
santità pure per il nuovo titolo che deriva dall'Ordine sacro. Il
Vescovo, perciò, vive di fede, speranza e carità in quanto
è ministro della parola del Signore, della santificazione e del
progresso spirituale del Popolo di Dio. Egli dev'essere santo perché
deve servire la Chiesa come maestro, santificatore e guida. Come tale egli deve
anche profondamente e intensamente amare la Chiesa. Ogni Vescovo è
conformato a Cristo per amare la Chiesa con l'amore di Cristo sposo e per
essere, nella Chiesa, ministro della sua unità, per fare cioè
della Chiesa « un popolo adunato dall'unità del Padre, del Figlio
e dello Spirito Santo ».60
La specifica spiritualità del Vescovo, i Padri sinodali lo hanno
sottolineato ripetutamente, si arricchisce ulteriormente dell'apporto di grazia
insito nella pienezza del Sacerdozio, a lui conferita nel momento
dell'Ordinazione. In quanto pastore del gregge e servitore del Vangelo di
Gesù Cristo nella speranza, il Vescovo deve riflettere e fare come
trasparire in se medesimo la persona stessa di Cristo, Pastore supremo. Nel
Pontificale Romano questo impegno è esplicitamente richiamato: «
Ricevi la mitra, e risplenda in te il fulgore della santità,
perché quando apparirà il Principe dei pastori tu possa meritare
la incorruttibile corona di gloria ».61
Per questo il Vescovo ha un costante bisogno della grazia di Dio, che
rafforzi e perfezioni la sua natura umana. Egli può affermare con
l'apostolo Paolo: « La nostra capacità viene da Dio, che ci ha
resi ministri adatti di una nuova Alleanza » (2 Cor 3, 5-6). Lo si
deve, perciò, sottolineare: il ministero apostolico è una
sorgente di spiritualità per il Vescovo, il quale deve attingere da esso
le risorse spirituali che lo fanno crescere nella santità e gli
permettono di scoprire l'azione dello Spirito Santo nel Popolo di Dio affidato
alle sue sollecitudini pastorali.62
Il cammino spirituale del Vescovo coincide, in questa prospettiva, con la
stessa carità pastorale, che a buon diritto dev'essere ritenuta come
l'anima del suo apostolato, come lo è anche di quello del presbitero e
del diacono. Si tratta non soltanto di una existentia, ma pure di una
pro-existentia, di un vivere, cioè, che si ispira al modello supremo
costituito da Cristo Signore, e che si spende perciò totalmente
nell'adorazione del Padre e nel servizio dei fratelli. Giustamente, al
riguardo, il Concilio Vaticano II afferma che i Pastori, a immagine di Cristo,
devono con santità e slancio, con umiltà e fortezza compiere il
proprio ministero, « il quale, così adempiuto, sarà anche
per loro un eccellente mezzo di santificazione ».63
Nessun Vescovo può ignorare che il vertice della santità rimane
Cristo Crocifisso, nella sua suprema donazione al Padre e ai fratelli nello
Spirito Santo. Per questo la configurazione a Cristo e la partecipazione alle
sue sofferenze (cfr 1 Pt 4, 13) diventa la via regale della
santità del Vescovo in mezzo al suo popolo.
Maria, Madre della speranza
e maestra di vita spirituale
14. Sostegno della vita spirituale
sarà anche per il Vescovo la presenza materna della Vergine Maria,
Mater spei et spes nostra, come l'invoca la Chiesa. Per Maria, dunque, il
Vescovo nutrirà una devozione autentica e filiale, sentendosi chiamato a
fare proprio il suo fiat, a rivivere e attualizzare ogni giorno
l'affidamento che Gesù fece di Maria, in piedi presso la Croce, al
Discepolo e del Discepolo amato a Maria (cfr Gv 19, 26-27). Ugualmente
il Vescovo è chiamato a rispecchiarsi nella preghiera unanime e
perseverante dei discepoli ed apostoli del Figlio con la Madre sua, in
preparazione alla Pentecoste. In questa icona della Chiesa nascente si
esprime il legame indissolubile fra Maria e i successori degli Apostoli (cfr
At 1, 14).
La santa Madre di Dio sarà quindi per il Vescovo maestra nell'ascolto
e nella pronta esecuzione della Parola di Dio, nel discepolato fedele verso
l'unico Maestro, nella stabilità della fede, nella fiduciosa speranza e
nell'ardente carità. Come Maria, « memoria »
dell'Incarnazione del Verbo nella prima comunità cristiana, il Vescovo
sarà custode e tramite della Tradizione vivente della Chiesa, nella
comunione con tutti gli altri Vescovi, in unione e sotto l'autorità del
Successore di Pietro.
La solida devozione mariana del Vescovo farà costante riferimento
alla Liturgia, dove la Vergine ha una particolare presenza nella celebrazione
dei misteri della salvezza ed è per tutta la Chiesa modello esemplare di
ascolto e di preghiera, di offerta e di maternità spirituale.
Sarà, anzi, compito del Vescovo fare sì che la Liturgia appaia
sempre « quale “forma esemplare”, fonte di ispirazione, costante punto di
riferimento e meta ultima » per la pietà mariana del Popolo di
Dio.64 Fermo restando questo principio, anche il Vescovo
nutrirà la sua pietà mariana personale e comunitaria con i pii
esercizi approvati e raccomandati dalla Chiesa, specialmente con la recita di
quel compendio del Vangelo che è il Santo Rosario. Esperto di questa
preghiera, tutta incentrata sulla contemplazione degli eventi salvifici della
vita di Cristo, cui fu strettamente associata la sua santa Madre, ogni Vescovo
è invitato a esserne anche solerte promotore.65
Affidarsi alla Parola
15. L'Assemblea del Sinodo dei Vescovi
ha indicato alcuni mezzi necessari per nutrire e fare progredire la propria
vita spirituale.66 Tra questi c'è, al primo posto, la
lettura e la meditazione della Parola di Dio. Ogni Vescovo dovrà
sempre affidarsi e sentirsi affidato « al Signore e alla parola della sua
grazia che ha il potere di edificare e di concedere l'eredità con tutti
i santificati » (At 20, 32). Prima, perciò, d'essere
trasmettitore della Parola, il Vescovo, insieme con i suoi sacerdoti e come
ogni fedele, anzi come la stessa Chiesa,67 deve essere
ascoltatore della Parola. Egli dev'essere come « dentro » la
Parola, per lasciarsene custodire e nutrire come da un grembo materno. Insieme
con sant'Ignazio d'Antiochia, anche il Vescovo ripete: « Mi affido al
Vangelo come alla carne di Cristo ».68 Ogni Vescovo,
pertanto, avrà sempre presente per se stesso quella nota ammonizione di
san Girolamo, ripresa pure dal Concilio Vaticano II: « L'ignoranza delle
Scritture è ignoranza di Cristo ».69 Non c'è,
difatti, primato della santità senza ascolto della Parola di Dio, che
della santità è guida e nutrimento.
L'affidarsi alla Parola di Dio e il custodirla, come la Vergine Maria che fu
Virgo audiens,70 comporta il mettere in pratica alcuni
aiuti, che la tradizione e l'esperienza spirituale della Chiesa non hanno mai
mancato di suggerire. Si tratta, anzitutto, della frequente lettura personale e
dello studio attento e assiduo della Sacra Scrittura. Un Vescovo sarebbe vano
predicatore della Parola all'esterno, se prima non l'ascoltasse dall'interno.71
Senza il contatto frequente con la Sacra Scrittura, un Vescovo sarebbe pure
ministro poco credibile della speranza, se è vero, come ricorda san
Paolo che « in virtù della perseveranza e della consolazione che
ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza » (Rm
15, 4). È, dunque, sempre valido ciò che scriveva Origene:
« Sono queste le due attività del Pontefice: o imparare da Dio,
leggendo le Scritture divine e meditandole più volte, o ammaestrare il
popolo. Però, insegni le cose che egli stesso ha imparato da Dio
».72
Il Sinodo ha richiamato l'importanza della lectio e della meditatio
della Parola di Dio nella vita dei Pastori e nel loro stesso ministero a
servizio della comunità. Come ho scritto nella Lettera apostolica Novo
millennio ineunte, « è necessario che l'ascolto della Parola
diventi un incontro vitale, nell'antica e sempre valida tradizione della
lectio divina, che fa cogliere nel testo biblico la parola viva che
interpella, orienta, plasma l'esistenza ».73 Negli
spazi della meditazione e della lectio, il cuore che ha già
accolto la Parola si apre alla contemplazione dell'agire di Dio e, di
conseguenza, alla conversione a Lui dei pensieri e della vita, accompagnata
dalla richiesta supplice del suo perdono e della sua grazia.
Nutrirsi dell'Eucaristia
16. Come, poi, il mistero
pasquale sta al centro della vita e della missione del Buon Pastore,
così anche l'Eucaristia è al centro della vita e della missione
del Vescovo, come di ogni sacerdote.
Con la celebrazione quotidiana della Santa Messa, egli offre se stesso
insieme con Cristo. Quando, poi, questa celebrazione avviene nella Cattedrale,
o nelle altre chiese, specialmente parrocchiali, con il concorso e la
partecipazione attiva dei fedeli, il Vescovo appare sotto gli occhi di tutti
qual è, ossia come il Sacerdos et Pontifex, poiché agisce
nella persona di Cristo e nella potenza del suo Spirito, e come lo hiereus,
il sacerdote santo, occupato nell'operare i sacri misteri dell'altare, che
annuncia e spiega con la predicazione.74
L'amore del Vescovo verso la Santa Eucaristia si esprime pure quando, nel
corso della giornata, dedica parte anche abbastanza prolungata del proprio tempo
all'adorazione davanti al Tabernacolo. Qui il Vescovo apre al Signore il suo
animo, perché sia tutto pervaso e informato dalla carità effusa
sulla Croce dal Pastore grande delle pecore, che per loro ha sparso il suo
sangue e ha dato la propria vita. A Lui pure innalza la sua preghiera,
continuando a intercedere per le pecore che gli sono state affidate.
La preghiera e la Liturgia
delle Ore
17. Un secondo mezzo indicato dai
Padri sinodali è la preghiera, in modo speciale quella elevata al
Signore con la celebrazione della Liturgia delle Ore, che è
specificamente e sempre preghiera della comunità cristiana nel nome di
Cristo e sotto la guida dello Spirito.
La preghiera è in se
stessa un particolare dovere per un Vescovo e per quanti hanno « avuto il
dono della vocazione ad una vita di speciale consacrazione: questa li rende,
per sua natura, più disponibili all'esperienza contemplativa ».75
Il Vescovo stesso non può dimenticare di essere successore di quegli
Apostoli che furono costituiti da Cristo anzitutto perché «
stessero con lui » (Mc 3, 14) e che, all'inizio della loro
missione, fecero una solenne dichiarazione, che è un programma di vita:
« Noi ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola » (At
6, 4). Il Vescovo, pertanto, riuscirà ad essere per i fedeli un
maestro di preghiera solo se potrà contare sulla propria esperienza
personale di dialogo con Dio. Egli deve potersi rivolgere a Dio in ogni momento
con le parole del Salmista: « Io spero sulla tua parola » (Sal 119
[118], 114). Sarà proprio dalla preghiera che egli potrà
attingere quella speranza con la quale deve come contagiare i fedeli. La
preghiera, infatti, è il luogo privilegiato dove si esprime e si nutre
la speranza poiché essa, secondo un'espressione di san Tommaso d'Aquino,
è la « interprete della speranza ».76
Quella personale del Vescovo sarà in modo tutto speciale una
preghiera tipicamente « apostolica », cioè presentata al
Padre come intercessione per ogni necessità del popolo, che gli è
stato affidato. Nel Pontificale Romano è questo l'ultimo impegno
dell'eletto all'episcopato, prima che si proceda all'imposizione delle mani:
« Vuoi pregare, senza mai stancarti, Dio onnipotente, per il suo Popolo
santo ed esercitare in modo irreprensibile il ministero del sommo
sacerdozio? ».77 In modo tutto particolare il Vescovo
prega per la santità dei suoi sacerdoti, per le vocazioni al ministero
ordinato e alla vita consacrata, perché nella Chiesa sempre più arda
l'impegno missionario e apostolico.
Riguardo, poi, alla Liturgia delle Ore, destinata a consacrare e
orientare il corso intero della giornata per mezzo della lode di Dio, come non
ricordare le magnifiche espressioni del Concilio Vaticano II? « Quando a
celebrare debitamente quel mirabile canto di lode sono i sacerdoti e altri a
ciò deputati da un precetto della Chiesa, o i fedeli che pregano insieme
col sacerdote nella forma approvata, allora è veramente la voce della
sposa stessa che parla allo sposo, anzi è la preghiera di Cristo che, in
unione al suo Corpo, eleva al Padre. Tutti coloro pertanto che compiono questo,
adempiono l'obbligo della Chiesa e partecipano al sommo onore della sposa di
Cristo perché, rendendo lode a Dio, stanno davanti al trono di Dio in
nome della Madre Chiesa ».78 Scrivendo sulla preghiera
del Divino Ufficio, il mio predecessore di v. m. Paolo VI, affermava che essa
è « preghiera della Chiesa locale », nella quale si esprime
« la vera natura della Chiesa orante ».79 Nella
consecratio temporis che la Liturgia delle Ore realizza, si attua
quella laus perennis che è anticipo e prefigurazione della
Liturgia celeste, vincolo di unione con gli angeli e i santi che in eterno
glorificano il nome di Dio. Tanto, dunque, un Vescovo si mostra e si realizza
quale uomo di speranza, quanto s'inserisce nel dinamismo escatologico della
preghiera del Salterio. Nei Salmi risuona la Vox sponsae che invoca lo
Sposo.
Ogni Vescovo, quindi, prega con il suo popolo e prega per il
suo popolo. Egli, però, è pure edificato ed aiutato dalla
preghiera dei suoi fedeli, sacerdoti, diaconi, persone di vita consacrata e
laici di tutte le età. In mezzo a loro il Vescovo è educatore e
promotore della preghiera. Non soltanto trasmette le cose contemplate, ma apre
ai cristiani la via stessa della contemplazione. Il noto motto del
contemplata aliis tradere diviene, in tal modo, un contemplationem aliis
tradere.
La via dei consigli
evangelici e delle beatitudini
18. Per tutti i suoi discepoli,
in modo speciale per coloro che già durante la loro vita terrena
vogliono seguirlo più da vicino alla maniera degli Apostoli, il Signore
propone la via dei consigli evangelici. Oltre che un dono della Trinità
alla Chiesa, i consigli sono nel credente un riflesso della vita trinitaria.80
Lo sono in special modo nel Vescovo che, come successore degli Apostoli,
è chiamato a seguire Cristo sulla strada della perfezione della
carità. Per questo egli è consacrato come è
consacrato Gesù. La sua vita è dipendenza radicale da Lui e
totale trasparenza di Lui dinanzi alla Chiesa e al mondo. Nella vita del
Vescovo deve risplendere la vita di Gesù e quindi la sua obbedienza al
Padre fino alla morte e alla morte di croce (cfr Fil 2, 8), il suo amore
casto e verginale, la sua povertà che è libertà assoluta
dinanzi ai beni terreni.
In questo modo i Vescovi possono con il loro esempio guidare non solo quelli
che nella Chiesa sono stati chiamati alla sequela di Cristo nella vita
consacrata, ma anche i presbiteri, ai quali pure è proposto il
radicalismo della santità secondo lo spirito dei consigli evangelici.
Tale radicalismo, del resto, chiama in causa tutti i fedeli, anche i laici,
giacché esso « è un'esigenza fondamentale e irrinunciabile,
che scaturisce dall'appello di Cristo a seguirlo e imitarlo, in forza
dell'intima comunione di vita con Lui operata dallo Spirito ».81
Sul volto del Vescovo, insomma, i fedeli devono potere contemplare le
qualità che sono dono della grazia e che nelle Beatitudini costituiscono
quasi l'autoritratto di Cristo: il volto della povertà, della mitezza e
della passione per la giustizia; il volto misericordioso del Padre e dell'uomo
pacifico e pacificatore; il volto della purezza di chi guarda costantemente ed
unicamente a Dio. I fedeli devono poter vedere nel loro Vescovo anche il volto
di colui che rivive la compassione di Gesù verso gli afflitti e
talvolta, come è avvenuto nella storia e ancora oggi avviene, il volto
pieno di fortezza e di gioia interiore di chi è perseguitato a causa
della verità del Vangelo.
La virtù
dell'obbedienza
19. Portando su di sé
questi tratti umanissimi di Gesù, il Vescovo diventa pure modello e
promotore di una spiritualità di comunione, tesa con vigile attenzione a
costruire la Chiesa, in modo che tutto, parole e opere, sia compiuto nel segno
della sottomissione filiale in Cristo e nello Spirito all'amorevole disegno del
Padre. In quanto maestro di santità e ministro della
santificazione del suo popolo, il Vescovo è chiamato infatti ad
adempiere fedelmente la volontà del Padre. L'obbedienza del Vescovo deve
essere vissuta avendo come modello – né potrebbe essere diversamente –
l'obbedienza stessa di Cristo, il quale ha affermato più volte di essere
disceso dal cielo non per fare la sua volontà, ma la volontà di
Colui che lo ha mandato (cfr Gv 6, 38; 8, 29; Fil 2, 7-8).
Camminando sulle orme di Cristo, il Vescovo è obbediente al Vangelo e
alla Tradizione della Chiesa, sa leggere i segni dei tempi e riconoscere la
voce dello Spirito Santo nel ministero petrino e nella collegialità
episcopale. Nell'Esortazione apostolica Pastores dabo vobis ho messo in
luce il carattere apostolico, comunitario e pastorale dell'obbedienza
presbiterale.82 Tali caratteristiche si ritrovano,
com'è ovvio, in modo anche più marcato nell'obbedienza del
Vescovo. La pienezza del sacramento dell'Ordine che egli ha ricevuto lo pone
infatti in una speciale relazione col Successore di Pietro, con i membri del
Collegio episcopale e con la stessa sua Chiesa particolare. Egli deve sentirsi
impegnato a vivere intensamente questi rapporti con il Papa e con i confratelli
Vescovi in uno stretto vincolo di unità e di collaborazione, rispondendo
in tal modo al disegno divino che ha voluto unire inseparabilmente gli Apostoli
intorno a Pietro. Questa comunione gerarchica del Vescovo con il Sommo
Pontefice rafforza la sua capacità di rendere presente, in virtù
dell'Ordine ricevuto, Cristo Gesù, Capo invisibile di tutta la Chiesa.
All'aspetto apostolico dell'obbedienza non può non aggiungersi anche
l'aspetto comunitario, in quanto l'episcopato è per sua natura «
uno e indiviso ».83 In forza di questa
comunitarietà, il Vescovo è chiamato a vivere la sua obbedienza
vincendo ogni tentazione individualistica e facendosi carico, nell'insieme
della missione del Collegio episcopale, della sollecitudine per il bene di
tutta la Chiesa.
Quale modello di ascolto, il Vescovo sarà altresì attento a
cogliere, nella preghiera e nel discernimento, la volontà di Dio attraverso
quanto lo Spirito dice alla Chiesa. Esercitando evangelicamente la sua
autorità, egli saprà mettersi in dialogo con i collaboratori ed i
fedeli per far crescere efficacemente la reciproca intesa.84
Ciò gli consentirà di valorizzare pastoralmente la dignità
e responsabilità di ogni membro del Popolo di Dio, favorendo con
equilibrio e serenità lo spirito di iniziativa di ciascuno. I fedeli
devono infatti essere aiutati a crescere verso un'obbedienza responsabile che li
renda attivi sul piano pastorale.85 Al riguardo, è
sempre attuale l'esortazione che sant'Ignazio di Antiochia rivolgeva a
Policarpo: « Nulla si faccia senza il tuo consenso, ma tu non fare nulla
senza il consenso di Dio ».86
Lo spirito e la prassi
della povertà nel Vescovo
20. I Padri sinodali, in segno di
sintonia collegiale, hanno raccolto l'appello da me lanciato nella Liturgia
d'apertura del Sinodo, perché la beatitudine evangelica della
povertà fosse ritenuta come una delle condizioni necessarie per attuare,
nell'odierna situazione, un fecondo ministero episcopale. Anche in questa
circostanza, in mezzo all'assemblea dei Vescovi si è come stagliata la
figura di Cristo Signore, che « ha compiuto la sua opera di redenzione attraverso
la povertà e le persecuzioni » e che invita anche la Chiesa, con i
suoi pastori in primo luogo, « a prendere la stessa via per comunicare
agli uomini i frutti della salvezza ».87
Il Vescovo, perciò, che
vuole essere autentico testimone e ministro del vangelo della speranza, deve
essere vir pauper. Lo richiede la testimonianza che egli è tenuto
a rendere a Cristo povero; lo richiede anche la sollecitudine della Chiesa
verso i poveri, verso i quali è doverosa una scelta preferenziale. La
decisione del Vescovo di vivere il proprio ministero nella povertà
contribuisce decisamente a fare della Chiesa la « casa dei poveri
».
Tale decisione, inoltre, pone il Vescovo in una situazione di interiore
libertà nell'esercizio del ministero consentendogli di comunicare
efficacemente i frutti della salvezza. L'autorità episcopale deve essere
esercitata con un'instancabile generosità e con un'inesauribile
gratuità. Ciò richiede da parte del Vescovo una piena fiducia
nella provvidenza del Padre celeste, una magnanima comunione di beni, un
austero tenore di vita, una permanente conversione personale. Solo per questa
via egli sarà capace di partecipare alle angosce e ai dolori del Popolo
di Dio, che egli deve non solo guidare e nutrire, ma con il quale deve essere
solidale, condividendone i problemi e contribuendo ad alimentarne la speranza.
Compirà questo servizio con efficacia se la sua vita sarà
semplice, sobria e, insieme, attiva e generosa e se metterà coloro che
sono ritenuti gli ultimi della nostra società non ai margini ma al
centro della comunità cristiana.88 Quasi senza
accorgersene, favorirà la « fantasia della carità »,
che metterà in evidenza più che l'efficacia dei soccorsi
prestati, la capacità di vivere la condivisione fraterna. Infatti nella
Chiesa apostolica, come ampiamente testimoniano gli Atti, la povertà di
alcuni suscitava la solidarietà degli altri con il risultato
sorprendente che « nessuno fra loro era bisognoso » (4, 34). La
Chiesa è debitrice di questa profezia al mondo assediato dai problemi
della fame e delle disuguaglianze fra i popoli. In questa prospettiva di
condivisione e di semplicità il Vescovo amministra i beni della Chiesa
come il « buon padre di famiglia » e vigila affinché essi
siano impiegati secondo i fini propri della Chiesa: il culto di Dio, il
sostentamento dei ministri, le opere di apostolato, le iniziative di
carità verso i poveri.
Essere procurator pauperum è stato sempre un titolo dei
pastori della Chiesa e deve esserlo concretamente anche oggi, per rendere
presente ed eloquente il messaggio del Vangelo di Gesù Cristo a
fondamento della speranza di tutti, ma specialmente di coloro che solo da Dio
possono attendere una vita più degna e un migliore avvenire. Sollecitate
dall'esempio dei Pastori, la Chiesa e le Chiese devono mettere in atto quella
« opzione preferenziale per i poveri », che ho indicato come
programma per il terzo millennio.89
Con la castità al servizio di una Chiesa che riflette la
purezza di Cristo
21. « Ricevi l'anello, segno di fedeltà, e
nell'integrità della fede e nella purezza della vita custodisci la santa
Chiesa, sposa di Cristo ». Con queste parole, proclamate nel Pontificale
Romano,90 il Vescovo è invitato a prendere coscienza
dell'impegno che assume di riflettere in sé l'amore verginale di Cristo
per tutti i suoi fedeli. Egli è chiamato innanzitutto a suscitare tra i
fedeli rapporti vicendevoli ispirati a quel rispetto e a quella stima che si
addicono ad una famiglia dove fiorisce l'amore secondo l'esortazione
dell'apostolo Pietro: « Amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli
altri, essendo stati rigenerati, non da un seme corruttibile ma immortale,
cioè dalla parola di Dio, viva ed eterna » (1 Pt 1, 22-23).
Mentre con il suo esempio e con la sua parola egli esorta i cristiani ad
offrire i loro corpi come sacrificio vivente, santo e gradito e Dio (cfr Rm
12, 1), a tutti egli ricorda che « passa la scena di questo mondo »
(1 Cor 7, 31), ed è perciò doveroso vivere «
nell'attesa della beata speranza » del ritorno glorioso di Cristo (cfr Tt
2, 13). In particolare, nella sua sollecitudine pastorale egli è vicino
con paterno affetto a quanti hanno abbracciato la vita religiosa nella
professione dei consigli evangelici ed offrono il loro prezioso servizio alla
Chiesa. Egli sostiene poi ed incoraggia i sacerdoti che, chiamati dalla grazia
divina, hanno liberamente assunto l'impegno del celibato per il Regno dei
cieli, richiamando a se stesso ed a loro le motivazioni evangeliche e
spirituali di tale scelta, quanto mai importante per il servizio del Popolo di
Dio. Nell'oggi della Chiesa e del mondo la testimonianza dell'amore casto
costituisce, per un verso, una specie di terapia spirituale per
l'umanità e, per l'altro, una contestazione dell'idolatria dell'istinto
sessuale.
Nel presente contesto sociale, il Vescovo deve essere particolarmente vicino
al suo gregge e innanzitutto ai suoi sacerdoti, paternamente attento alle loro
difficoltà ascetiche e spirituali, prestando loro l'opportuno sostegno
per favorirne la fedeltà alla vocazione ed alle esigenze di un'esemplare
santità di vita nell'esercizio del ministero. Nei casi, poi, di gravi
mancanze e, ancor più, di delitti che recano danno alla testimonianza
stessa del Vangelo, specie quando accade da parte dei ministri della Chiesa, il
Vescovo deve essere forte e deciso, giusto e sereno. Egli è tenuto ad
intervenire prontamente, secondo le norme canoniche stabilite, sia per la
correzione e il bene spirituale del sacro ministro, sia per la riparazione
dello scandalo e il ristabilimento della giustizia, come pure per quanto
riguarda la protezione e l'aiuto alle vittime.
Con la parola, con l'azione vigile e paterna il Vescovo adempie l'impegno di
offrire al mondo la verità di una Chiesa santa e casta, nei suoi
ministri e nei suoi fedeli. Operando in questo modo, il pastore precede il suo
gregge come ha fatto Cristo, lo Sposo, che ha donato la sua vita per noi e che
ha lasciato a tutti l'esempio di un amore limpido e verginale e, perciò,
anche fecondo e universale.
Animatore di una
spiritualità di comunione e di missione
22. Nella Lettera apostolica Novo
millennio ineunte ho posto in evidenza la necessità di « fare
della Chiesa la casa e la scuola della comunione ».91
L'osservazione ha avuto una vasta eco ed è stata ripresa nell'Assemblea
sinodale. Ovviamente, il Vescovo per primo, nel suo cammino spirituale, ha il
compito di farsi promotore e animatore di una spiritualità di comunione,
adoperandosi instancabilmente per farne uno dei principi educativi di fondo in
tutti i luoghi dove si plasma l'uomo e il cristiano: nella parrocchia, nelle
associazioni cattoliche, nei movimenti ecclesiali, nelle scuole cattoliche,
negli oratori. In particolar modo sarà cura del Vescovo di fare
sì che la spiritualità della comunione emerga e si affermi
laddove si educano i futuri presbiteri, cioè nei seminari, come pure nei
noviziati religiosi, nelle case religiose, negli Istituti e nelle
Facoltà teologiche.
I punti salienti di questa promozione della spiritualità di comunione
li ho indicati sinteticamente nella stessa Lettera apostolica. Qui sarà
sufficiente aggiungere che un Vescovo deve particolarmente incoraggiarla
all'interno del suo presbiterio, come anche tra i diaconi, i consacrati e le
consacrate. Lo farà nel dialogo e nell'incontro personali, ma anche
negli incontri comunitari, per i quali egli non mancherà di favorire
nella propria Chiesa particolare momenti speciali in cui meglio ci si disponga
ad ascoltare lo Spirito « che parla alle Chiese » (Ap 2,
7.11 e al.). Tali sono i ritiri, gli esercizi spirituali e le giornate di
spiritualità, come pure l'uso prudente anche dei nuovi strumenti della
comunicazione sociale, se ciò risulta opportuno per una maggiore efficacia.
Coltivare una spiritualità di comunione vuol pure dire, per un
Vescovo, alimentare la comunione col Romano Pontefice e con gli altri fratelli
Vescovi, specialmente all'interno di una medesima Conferenza episcopale e
Provincia ecclesiastica. Anche in questo caso, non da ultimo per superare il
rischio della solitudine e dello scoraggiamento davanti all'enormità e
alla sproporzione dei problemi, un Vescovo farà volentieri ricorso,
oltre che alla preghiera, anche all'amicizia e alla comunione fraterna con i
suoi Fratelli nell'episcopato.
La comunione nella sua sorgente e nel suo modello trinitari si esprime
sempre nella missione. La missione è il frutto e la conseguenza logica
della comunione. Si favorisce il dinamismo della comunione quando ci si apre
agli orizzonti e alle urgenze della missione, garantendo sempre la
testimonianza dell'unità affinché il mondo creda, e dilatando gli
spazi dell'amore affinché tutti raggiungano la comunione trinitaria,
dalla quale procedono e alla quale sono destinati. Quanto più è
intensa la comunione, tanto più è favorita la missione,
specialmente quando è vissuta nella povertà dell'amore, che
è la capacità di muoversi incontro ad ogni persona, gruppo e
cultura con la sola forza della Croce, spes unica e testimonianza suprema
dell'amore di Dio, che si manifesta anche come amore di fraternità
universale.
Un cammino che procede nel quotidiano
23. Il realismo spirituale induce a riconoscere che il Vescovo è
chiamato a vivere la propria vocazione alla santità nel contesto di
difficoltà esterne e interne, di debolezze proprie ed altrui,
d'imprevisti quotidiani, di problemi personali e istituzionali. È una
situazione, questa, costante nella vita dei pastori, della quale è testimone
san Gregorio Magno quando constata con sofferenza: « Dopo che mi sono
posto sulle spalle del cuore il fardello pastorale, l'animo non può
assiduamente raccogliersi in se stesso, perché rimane diviso in molte
cose. Infatti sono costretto a discutere ora le cause delle Chiese, ora quelle
dei monasteri, spesso a interessarmi della vita e delle azioni dei singoli... E
così mentre la mente, lacerata e dilaniata, è costretta a pensare
a tante cose, quando può rientrare in se stessa per concentrarsi
totalmente nella predicazione, senza tirarsi indietro dal ministero di
annunziare la Parola? ... La vita della sentinella dev'essere dunque sempre
alta e vigilante ».92
Per controbilanciare le spinte centrifughe, che tentano di frantumare la sua
unità interiore, il Vescovo ha bisogno di coltivare un sereno tenore di
vita, che favorisca l'equilibrio mentale, psicologico e affettivo, e lo renda
capace di aprirsi all'accoglienza delle persone e delle loro domande, in un
contesto di autentica partecipazione alle diverse situazioni, liete e tristi.
Anche la cura della propria salute nelle sue varie dimensioni costituisce per
un Vescovo un atto di amore verso i fedeli ed una garanzia di maggiore apertura
e disponibilità alle suggestioni dello Spirito. Sono note, al riguardo,
le raccomandazioni fatte da S. Carlo Borromeo, fulgida figura di pastore, nel
discorso che egli tenne nell'ultimo suo Sinodo: « Eserciti la cura
d'anime? Non trascurare per questo la cura di te stesso, e non darti agli altri
fino al punto che non rimanga nulla di te a te stesso. Devi avere certo
presente il ricordo delle anime di cui sei pastore, ma non dimenticarti di te
stesso ».93
Il Vescovo, pertanto, curerà di entrare con equilibrio nella
molteplicità dei suoi impegni armonizzandoli tra loro: la celebrazione
dei divini misteri e la preghiera privata, lo studio personale e la
programmazione pastorale, il raccoglimento e il giusto riposo. Sostenuto da
questi sussidi per la sua vita spirituale, egli troverà la pace del
cuore sperimentando la profondità della comunione con la Trinità,
che lo ha scelto e consacrato. Nella grazia che Dio gli assicura, ogni giorno
egli saprà svolgere il suo ministero, attento ai bisogni della Chiesa e
del mondo, come testimone della speranza.
La formazione permanente
del Vescovo
24. In stretto collegamento con
l'impegno del Vescovo di proseguire instancabilmente sulla via della
santità vivendo una spiritualità cristocentrica ed ecclesiale,
l'Assemblea sinodale ha posto anche l'istanza di una sua formazione permanente.
Necessaria per tutti i fedeli, come è stato sottolineato nei precedenti
Sinodi e ribadito nelle successive Esortazioni apostoliche Christifideles
Laici, Pastores dabo vobis e Vita consecrata, la formazione
permanente è da ritenersi necessaria specialmente per il Vescovo, che
porta su di sé la responsabilità del comune progresso e del
concorde cammino nella Chiesa.
Come per i sacerdoti e le persone di vita consacrata, anche per un Vescovo
la formazione permanente è un'esigenza intrinseca alla sua vocazione e
missione. Grazie ad essa, infatti, è possibile discernere le nuove
chiamate con cui Dio precisa ed attualizza la chiamata iniziale. Anche
l'apostolo Pietro, dopo il « seguimi » del primo incontro con
Cristo (cfr Mt 4, 19), si sente ripetere lo stesso invito dal Risorto
che, prima di lasciare la terra, preannunciandogli le fatiche e le tribolazioni
del futuro ministero, aggiunge: « Tu seguimi » (Gv 21, 22).
« C'è, dunque, un “seguimi” che accompagna la vita e la missione
dell'apostolo. È un “seguimi” che attesta l'appello e l'esigenza della
fedeltà sino alla morte, un “seguimi” che può significare una
sequela Christi con il dono totale di sé nel martirio ».94
Non si tratta, è evidente, di attuare soltanto un adeguato
aggiornamento, richiesto da una realistica conoscenza della situazione della
Chiesa e del mondo, così da permettere al Pastore di essere inserito nel
presente con mente aperta e cuore compassionevole. A questa buona ragione di
un'aggiornata formazione permanente, si uniscono le motivazioni antropologiche
derivanti dal fatto che la vita stessa è un incessante cammino verso la
maturità, e quelle teologiche connesse in profondità con la
radice sacramentale: il Vescovo, infatti, deve « custodire con vigile
amore il “mistero” che porta in sé per il bene della Chiesa e
dell'umanità ».95
Per l'aggiornamento periodico, specialmente su alcuni temi di grande
importanza, si richiedono dei veri momenti prolungati di ascolto, di comunione
e di dialogo con persone esperte – Vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose,
laici –, in uno scambio di esperienze pastorali, di conoscenze dottrinali, di
risorse spirituali che non mancheranno di assicurare un vero arricchimento
personale. Allo scopo, i Padri sinodali hanno sottolineato l'utilità di
speciali corsi di formazione per i Vescovi, come i convegni annuali promossi
dalla Congregazione per i Vescovi o da quella per l'Evangelizzazione dei Popoli
a favore dei Vescovi di recente ordinazione episcopale. Ugualmente è
stato auspicato che brevi corsi di formazione o giornate di studio e di
aggiornamento, come pure corsi di esercizi spirituali per i Vescovi, siano
disposti e preparati dai Sinodi patriarcali, dalle Conferenze nazionali o
regionali e pure dalle Assemblee continentali di Vescovi.
Converrà che la stessa Presidenza della Conferenza episcopale si
assuma il compito di provvedere alla preparazione ed alla realizzazione di tali
programmi di formazione permanente, incoraggiando i Vescovi a partecipare a
questi corsi, così da ottenere anche in questo modo una maggiore
comunione fra i Pastori, in vista di una migliore efficacia pastorale nelle
singole diocesi.96
È evidente in ogni caso che, come la vita della Chiesa, così anche
lo stile di azione, le iniziative pastorali, le forme del ministero del Vescovo
sono in evoluzione. Anche da questo punto di vista si rende necessario un
aggiornamento, in conformità con le disposizioni del Codice di Diritto
Canonico e in rapporto alle nuove sfide e ai nuovi impegni della Chiesa nella
società. In tale contesto l'Assemblea sinodale ha proposto di rivedere
il Direttorio Ecclesiae imago, già pubblicato dalla Congregazione
per i Vescovi il 22 febbraio 1973, e di adattarlo alle mutate esigenze dei
tempi e ai cambiamenti intercorsi nella Chiesa e nella vita pastorale.97
L'esempio dei santi Vescovi
25. Nella loro vita e nel loro ministero, nel cammino spirituale e nello
sforzo di adeguare la loro azione apostolica, i Vescovi sono sempre confortati
dall'esempio di Pastori santi. Io stesso nell'Omelia per la Celebrazione
eucaristica conclusiva del Sinodo ho proposto l'esempio di santi Pastori
canonizzati durante l'ultimo secolo, come testimonianza di una grazia dello
Spirito che non è mai mancata alla Chiesa e non mancherà mai.98
La storia della Chiesa, a partire dagli Apostoli, conosce un numero davvero
grande di Pastori la cui dottrina e santità sono in grado d'illuminare e
orientare il cammino spirituale anche dei Vescovi del terzo millennio. Le
gloriose testimonianze dei grandi Pastori dei primi secoli della Chiesa, dei
Fondatori delle Chiese particolari, dei confessori della fede e dei martiri,
che in tempi di persecuzione hanno dato la vita per Cristo, restano come
luminosi punti di riferimento a cui i Vescovi del nostro tempo possono guardare
per trarne indicazioni e stimoli nel loro servizio al Vangelo.
Molti, in particolare, sono stati esemplari nell'esercizio della
virtù della speranza, quando in tempi difficili hanno risollevato il
loro popolo, hanno ricostruito le chiese dopo tempi di persecuzione e di
calamità, hanno edificato ospizi dove accogliere pellegrini e poveri,
hanno aperto ospedali dove curare ammalati e vecchi. Tanti altri Vescovi sono
stati guide illuminate, che hanno aperto nuovi sentieri per il loro popolo. In
tempi difficili, conservando fisso lo sguardo su Cristo crocifisso e risorto,
nostra speranza, hanno dato risposte positive e creative alle sfide del
momento. All'inizio del terzo millennio, vi sono ancora di questi Pastori, che
hanno una storia da raccontare, fatta di fede ancorata saldamente alla Croce.
Pastori che sanno cogliere le umane aspirazioni, assumerle, purificarle e
interpretarle alla luce del Vangelo e che, perciò, hanno pure una storia
da costruire, insieme con tutto il popolo a loro affidato.
Ogni Chiesa particolare avrà, dunque, la cura di celebrare i propri
santi Vescovi, ricordando anche i Pastori che per la vita santa e gli
insegnamenti illuminati hanno lasciato nel popolo speciale eredità di
ammirazione e di affetto. Sono essi le spirituali sentinelle che guidano dal
cielo il cammino della Chiesa pellegrina nel tempo. Anche per questo,
affinché sia conservata sempre viva la memoria della fedeltà dei
Vescovi eminenti nell'esercizio del loro ministero, l'Assemblea sinodale ha
raccomandato che le Chiese particolari o, secondo il caso, le Conferenze
episcopali si adoperino per farne conoscere ai fedeli la figura per mezzo di
biografie aggiornate e, se è il caso, esaminino l'opportunità di
introdurre le loro cause di canonizzazione.99
La testimonianza di una vita spirituale ed apostolica pienamente realizzata
rimane ancora oggi la grande prova della forza del Vangelo nel trasformare le
persone e le comunità, facendo penetrare nel mondo e nella storia la
stessa santità di Dio. Anche questo è un motivo di speranza,
specialmente per le nuove generazioni che attendono dalla Chiesa proposte
stimolanti a cui ispirarsi nell'impegno di rinnovare in Cristo la
società del nostro tempo.
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