CAPITOLO
SESTO
NELLA COMUNIONE DELLE CHIESE
« La preoccupazione per tutte le Chiese » (2 Cor 11,
28)
55. Scrivendo ai cristiani di Corinto, l'apostolo Paolo rievoca tutto
ciò che egli ha patito per il Vangelo: « Viaggi innumerevoli,
pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali,
pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli
sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza
numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. E oltre a tutto
questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese
» (2 Cor 11, 26-28). La conclusione a cui egli giunge è un
interrogativo appassionato: « Chi è debole, che anch'io non lo
sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema? » (2 Cor 11, 29).
È lo stesso interrogativo che interpella la coscienza di ogni Vescovo,
in quanto membro del Collegio episcopale.
Lo ricorda espressamente il Concilio Vaticano II quando afferma che tutti i
Vescovi, in quanto membri del Collegio episcopale e legittimi successori degli
Apostoli per istituzione e per comando di Cristo, sono tenuti ad estendere la
loro sollecitudine a tutta la Chiesa. « Tutti i Vescovi infatti devono
promuovere e difendere l'unità della fede e la disciplina comune a tutta
la Chiesa, istruire i fedeli all'amore di tutto il Corpo mistico di Cristo,
specialmente delle membra povere, sofferenti e di quelle che sono perseguitate
a causa della giustizia (cfr Mt 5, 10) e, infine, promuovere ogni
attività comune a tutta la Chiesa, specialmente nel procurare che la
fede cresca, e sorga per tutti gli uomini la luce della piena verità.
Del resto è una verità che, reggendo bene la propria Chiesa come
porzione della Chiesa universale, contribuiscono essi stessi efficacemente al
bene di tutto il corpo mistico, che è pure un corpo fatto di
Chiese ».206
Accade così che ogni Vescovo è simultaneamente in relazione
con la sua Chiesa particolare e con la Chiesa universale. Lo stesso Vescovo,
infatti, che è visibile principio e fondamento dell'unità nella
propria Chiesa particolare, è pure il legame visibile della comunione
ecclesiastica tra la sua Chiesa particolare e la Chiesa universale. Tutti i
Vescovi, pertanto, risiedendo nelle loro Chiese particolari sparse nel mondo,
ma sempre custodendo la comunione gerarchica con il Capo del Collegio
episcopale e con il Collegio stesso, danno consistenza ed espressione alla
cattolicità della Chiesa e nel contempo conferiscono alla loro Chiesa
particolare tale nota di cattolicità. Ogni Vescovo, così,
è quasi punto di congiunzione della sua Chiesa particolare con la Chiesa
universale e testimonianza visibile della presenza dell'unica Chiesa di Cristo
nella sua Chiesa particolare. Nella comunione delle Chiese, dunque, il Vescovo
rappresenta la sua Chiesa particolare e, in questa, egli rappresenta la
comunione delle Chiese. Mediante il ministero episcopale, infatti, le
portiones Ecclesiae partecipano alla totalità dell'Una-Santa, mentre
questa, sempre attraverso tale ministero, si rende presente nella singola
Ecclesiae portio.207
La dimensione universale del ministero episcopale è pienamente
manifestata e attuata quando tutti i Vescovi, in comunione gerarchica col
Romano Pontefice, agiscono come Collegio. Riuniti solennemente in un Concilio
Ecumenico o sparsi per il mondo, ma sempre in comunione gerarchica col Romano
Pontefice, essi costituiscono la prosecuzione del Collegio apostolico.208 Anche in altre forme, però, tutti i Vescovi collaborano tra
di loro e con il Romano Pontefice in bonum totius Ecclesiae, e
ciò avviene anzitutto perché il Vangelo sia annunciato in tutta
la terra e anche per fare fronte ai vari problemi che assillano le diverse
Chiese particolari. Nello stesso tempo, anche l'esercizio del ministero del
Successore di Pietro per il bene di tutta la Chiesa e di ogni Chiesa
particolare, come pure l'azione del Collegio in quanto tale, sono di valido
aiuto perché, nelle Chiese particolari affidate alla cura pastorale dei
singoli Vescovi diocesani, siano salvaguardate l'unità della fede e la
disciplina comune a tutta la Chiesa. Nella Cattedra di Pietro i Vescovi, sia
come singoli sia uniti tra di loro come Collegio, trovano il perpetuo e
visibile principio e fondamento dell'unità della fede e della comunione.209
Il Vescovo diocesano in
relazione alla suprema autorità
56. Il Concilio Vaticano II
insegna che « ai Vescovi, come a successori degli Apostoli, nelle Diocesi
loro affidate, per sé spetta tutto il potere ordinario, proprio e
immediato, che è necessario per l'esercizio del loro dovere pastorale (munus
pastorale), ferma sempre restando in ogni campo la potestà del
Romano Pontefice, in forza del suo ufficio, di riservare alcune cause a se
stesso o ad altra autorità ».210
Nell'aula sinodale è stata
sollevata da qualcuno la questione se non si possa trattare la relazione tra il
Vescovo e la suprema autorità alla luce del principio di
sussidiarietà, specialmente per quanto concerne i rapporti tra il
Vescovo e la Curia romana, auspicando che tali rapporti, in linea con
un'ecclesiologia di comunione, si svolgano nel rispetto delle competenze di
ciascuno e, quindi, nell'attuazione di una maggiore decentralizzazione.
È stato pure chiesto che si studi la possibilità di applicare
tale principio alla vita della Chiesa, salvaguardando in ogni caso il fatto che
principio costitutivo per l'esercizio dell'autorità episcopale è
la comunione gerarchica dei singoli Vescovi con il Romano Pontefice e con il
Collegio episcopale.
Come si sa, il principio di
sussidiarietà fu formulato dal mio predecessore di v. m. Pio XI per la
società civile.211
Il Concilio Vaticano II,
che non ha mai usato il termine « sussidiarietà », ha
però incoraggiato la condivisione tra gli organismi della Chiesa,
avviando una nuova riflessione sulla teologia dell'Episcopato, che sta dando i
suoi frutti nella concreta applicazione del principio della collegialità
alla comunione ecclesiale. I Padri sinodali hanno tuttavia ritenuto, per quanto
riguarda l'esercizio dell'autorità episcopale, che il concetto di
sussidiarietà risulti ambiguo e hanno insistito di approfondire
teologicamente la natura dell'autorità episcopale alla luce del
principio di comunione.212
Nell'Assemblea sinodale si
è parlato più volte del principio di comunione.213 Si tratta di una comunione organica, che si ispira all'immagine
del Corpo di Cristo, di cui parla l'apostolo Paolo quando sottolinea le
funzioni di complementarità e mutuo aiuto tra le diverse membra
nell'unico corpo (cfr 1 Cor 12, 12-31).
Perché, dunque, il ricorso al principio di comunione sia fatto
correttamente ed efficacemente, saranno ineludibili alcuni punti di
riferimento. Si dovrà innanzitutto tener conto del fatto che nella sua
Chiesa particolare, il Vescovo diocesano possiede tutta la potestà
ordinaria, propria e immediata, necessaria per l'adempimento del suo ministero
pastorale. A lui, pertanto, compete un ambito proprio di esercizio autonomo di
tale autorità, ambito riconosciuto e tutelato dalla legislazione
universale.214 La potestà del Vescovo, dall'altra
parte, coesiste con la potestà suprema del Romano Pontefice, anch'essa
episcopale, ordinaria e immediata su tutte le singole Chiese e i raggruppamenti
di esse, su tutti i pastori e i fedeli.215
Altro punto fermo da tener presente: l'unità della Chiesa è
radicata nell'unità dell'episcopato, il quale, per essere uno, richiede
un Capo del Collegio. Analogamente la Chiesa, per essere una, esige una Chiesa
come Capo delle Chiese, quella di Roma il cui Vescovo, Successore di Pietro,
è il Capo del Collegio.216 Affinché,
dunque, « ogni Chiesa particolare sia pienamente Chiesa, cioè
presenza particolare della Chiesa universale con tutti i suoi elementi
essenziali, quindi costituita ad immagine della Chiesa universale, in essa
dev'essere presente, come elemento proprio, la suprema autorità della Chiesa
[...] Il primato del Vescovo di Roma e il Collegio episcopale sono elementi
propri della Chiesa universale « non derivati dalla particolarità
delle Chiese », ma tuttavia interiori a ogni Chiesa particolare [...]
L'essere il ministero del successore di Pietro interiore ad ogni Chiesa
particolare è espressione necessaria di quella fondamentale mutua
interiorità tra Chiesa universale e Chiesa particolare ».217
La Chiesa di Cristo, nella sua nota di cattolicità, si realizza
pienamente in ogni Chiesa particolare, la quale riceve tutti i mezzi naturali e
soprannaturali per adempiere la missione, che Dio ha affidato alla Chiesa da
compiere nel mondo. Tra questi c'è anche la potestà ordinaria,
propria e immediata del Vescovo, richiesta per l'esercizio del suo ministero
pastorale (munus pastorale), il quale esercizio, però, è
sottoposto alle leggi universali e alle riserve, fatte dal diritto o da un
decreto del Sommo Pontefice, alla suprema autorità, oppure ad altra
autorità ecclesiastica.218
La capacità di governo proprio, comprendente anche l'esercizio del
magistero autentico,219 intrinsecamente appartenente al Vescovo nella
sua Diocesi, si trova all'interno di quella realtà misterica della
Chiesa, la quale fa sì che nella Chiesa particolare sia immanente la
Chiesa universale, che rende presente la suprema autorità, cioè
il Romano Pontefice e il Collegio dei Vescovi con la loro potestà
suprema, piena, ordinaria e immediata su tutti i fedeli e pastori.220
Conformemente alla dottrina del Concilio Vaticano II, si deve affermare che
la funzione di insegnare (munus docendi) e quella di governare (munus
regendi) – quindi la corrispondente potestà di magistero e di
governo – nella Chiesa particolare sono da ciascun Vescovo diocesano
esercitate, per loro natura, nella comunione gerarchica con il Capo del
Collegio e con il Collegio stesso.221 Ciò non
indebolisce l'autorità episcopale, anzi la rafforza, in quanto i vincoli
della comunione gerarchica che legano i Vescovi alla Sede Apostolica richiedono
una necessaria coordinazione tra la responsabilità del Vescovo diocesano
e quella della suprema autorità, che è dettata dalla natura
stessa della Chiesa. È lo stesso diritto divino a porre i limiti
dell'esercizio dell'una e dell'altra. La potestà dei Vescovi, per
questo, « non è sminuita dalla potestà suprema e
universale, ma anzi è da essa affermata, corroborata e rivendicata,
poiché lo Spirito Santo conserva invariata la forma di governo da Cristo
Signore stabilita nella sua Chiesa ».222
Bene si espresse pertanto il Papa Paolo VI quando, aprendo il terzo periodo
del Concilio Vaticano II, affermò: « Come voi, venerati Fratelli
nell'episcopato, sparsi sulla terra per dare consistenza ed espressione alla vera
cattolicità della Chiesa, avete bisogno di un centro, d'un principio di
unità nella fede e nella comunione, quale appunto trovate in questa
Cattedra di Pietro; così Noi abbiamo bisogno che voi Ci siate sempre
vicini per dare sempre più al volto della Sede Apostolica la sua
prestanza, la sua umana e storica realtà, anzi la consonanza alla sua
fede, l'esempio al compimento dei suoi doveri, il conforto nelle sue
tribolazioni ».223
La realtà della comunione, che è alla base di tutte le relazioni
intraecclesiali 224 e che è stata messa in luce anche
nella discussione sinodale, costituisce una relazione di reciprocità tra
il Romano Pontefice e i Vescovi. Infatti, se da una parte il Vescovo, per
esprimere in pienezza il suo stesso ufficio e fondare la cattolicità
della sua Chiesa, deve esercitare la potestà di governo che gli è
propria (munus regendi), nella comunione gerarchica con il Romano
Pontefice e con il Collegio episcopale, dall'altra parte il Romano Pontefice,
Capo del Collegio, nell'esercizio del suo ministero di supremo pastore della
Chiesa (munus supremi Ecclesiae pastoris), agisce sempre nella comunione
con tutti gli altri Vescovi, anzi con tutta la Chiesa.225 Nella comunione ecclesiale, allora, come il Vescovo non è
solo, ma è continuamente riferito al Collegio e al suo Capo ed è
da essi sostenuto, così anche il Romano Pontefice non è solo, ma
è sempre in riferimento ai Vescovi ed è da essi sostenuto.
È questa un'altra ragione per cui l'esercizio della potestà suprema
del Romano Pontefice non annulla, ma afferma, corrobora e rivendica la stessa
potestà ordinaria, propria e immediata del Vescovo nella sua Chiesa
particolare.
Le visite « ad limina Apostolorum »
57. Una manifestazione e insieme un mezzo di comunione tra i Vescovi e la
Cattedra di Pietro sono le visite ad limina Apostolorum.226 Tre, infatti, sono i momenti principali di tale avvenimento, con
un loro proprio significato.227
Anzitutto il
pellegrinaggio ai sepolcri dei principi degli Apostoli Pietro e Paolo, che
indica il riferimento a quell'unica fede di cui essi diedero testimonianza a
Roma con il loro martirio.
Connesso con questo momento è l'incontro col Successore di Pietro. In
occasione della visita ad limina, infatti, i Vescovi si riuniscono
attorno a lui e attuano, secondo il principio di cattolicità, una
comunicazione di doni tra tutti quei beni che per opera dello Spirito si
ritrovano nella Chiesa, sia a livello particolare e locale, sia a livello universale.228 Ciò che allora si attua non è semplicemente una
reciproca informazione, ma soprattutto l'affermazione e il consolidamento della
collegialità (collegialis confirmatio) nel corpo della Chiesa,
per la quale si ha l'unità nella diversità, generando una specie
di « perichoresis » tra la Chiesa universale e le Chiese
particolari, che si può paragonare al movimento per il quale il sangue
parte dal cuore verso le estremità del corpo e da queste torna al cuore.229 La linfa vitale che viene da Cristo, unisce tutte le parti, come
la linfa della vite che va ai tralci (cfr Gv 15, 5). Ciò si rende
evidente, in particolare, nella Celebrazione eucaristica dei Vescovi con il
Papa. Ogni Eucaristia, infatti, è celebrata in comunione col Vescovo
proprio, col Romano Pontefice e col Collegio Episcopale e, mediante questi, con
i fedeli della Chiesa particolare e di tutta la Chiesa, così che la
Chiesa universale è presente in quella particolare e questa è
inserita, insieme con le altre Chiese particolari, nella comunione della Chiesa
universale.
Fin dai primi secoli il riferimento ultimo della comunione è alla
Chiesa di Roma, dove Pietro e Paolo hanno dato la loro testimonianza di fede.
Infatti con essa, per la sua posizione preminente, è necessario che
concordi ogni Chiesa, perché essa è la garanzia ultima
dell'integrità della tradizione trasmessa dagli Apostoli.230 La Chiesa di Roma presiede alla comunione universale della
carità,231 tutela le legittime varietà e nello
stesso tempo veglia perché la particolarità non solo non nuoccia
all'unità, ma la serva.232 Tutto ciò
comporta la necessità della comunione delle varie Chiese con la Chiesa
di Roma, perché tutte si possano trovare nell'integrità della
Tradizione apostolica e nell'unità della disciplina canonica per la
custodia della fede, dei Sacramenti e della via concreta alla santità.
Tale comunione delle Chiese è espressa dalla comunione gerarchica tra i
singoli Vescovi e il Romano Pontefice.233 Dalla comunione cum Petro et sub Petro di tutti i Vescovi,
attuata nella carità, scaturisce il dovere della collaborazione di tutti
con il Successore di Pietro, per il bene della Chiesa intera e quindi di ogni
Chiesa particolare. La visita ad limina è diretta appunto a
questo fine.
Il terzo aspetto delle visite ad limina è costituito
dall'incontro con i responsabili dei Dicasteri della Curia romana: trattando
con loro, i Vescovi hanno diretto accesso ai problemi di competenza dei singoli
Dicasteri, e sono così introdotti ai vari aspetti della comune
sollecitudine pastorale. Al riguardo, i Padri sinodali hanno chiesto che, nel
segno della mutua conoscenza e fiducia, si facciano più frequenti i
rapporti tra Vescovi, singoli o uniti nelle Conferenze episcopali, e Dicasteri
della Curia romana,234 in modo che questi, direttamente informati
sui problemi concreti delle Chiese, possano meglio svolgere il loro servizio
universale.
Senza dubbio le visite ad limina, insieme con la relazione
quinquennale sullo stato della Diocesi,235 sono mezzi efficaci per l'attuazione dell'esigenza di reciproca
conoscenza, che sgorga dalla stessa realtà della comunione tra i Vescovi
e il Romano Pontefice. La presenza dei Vescovi a Roma per la visita può,
anzi, essere occasione opportuna per affrettare, da una parte, la risposta alle
questioni da loro presentate ai Dicasteri e per favorire, dall'altra, secondo
l'auspicio da essi manifestato, una loro consultazione individuale o
collettiva, in vista della predisposizione di documenti di rilevante importanza
generale; nell'occasione potranno, inoltre, essere opportunamente illustrati ai
medesimi Vescovi, prima della loro pubblicazione, eventuali documenti che la
Santa Sede intendesse indirizzare alla Chiesa nel suo insieme o specificamente
alle loro Chiese particolari.
Il Sinodo dei Vescovi
58. Secondo un'esperienza ormai
consolidata, ogni Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi, in qualche modo
espressiva dell'episcopato, mostra in maniera peculiare lo spirito di comunione
che unisce i Vescovi con il Romano Pontefice e i Vescovi tra di loro,
permettendo di esprimere un approfondito giudizio ecclesiale, sotto l'azione
dello Spirito, riguardo ai vari problemi che assillano la vita della Chiesa.236
Come è noto, durante il
Concilio Vaticano II emerse l'esigenza che i Vescovi potessero aiutare meglio
il Romano Pontefice nell'esercizio del suo ufficio. Fu proprio in
considerazione di ciò che il mio predecessore di v. m. Paolo VI istituì
il Sinodo dei Vescovi,237
pur tenendo presente
l'apporto che già recava al Romano Pontefice il Collegio dei Cardinali.
Mediante il nuovo organismo si poteva così esprimere più
efficacemente l'affetto collegiale e la sollecitudine dei Vescovi per il bene
di tutta la Chiesa.
Gli anni trascorsi hanno mostrato
come i Vescovi, in unione di fede e di carità, possano prestare valido
aiuto con il loro consiglio al Romano Pontefice nell'esercizio del suo
ministero apostolico, sia per la salvaguardia della fede e dei costumi, che per
l'osservanza della disciplina ecclesiastica. Lo scambio di notizie sulle Chiese
particolari, infatti, facilitando la concordanza di sentenze anche su questioni
dottrinali, è un modo valido per rafforzare la comunione.238
Ogni Assemblea Generale del
Sinodo dei Vescovi è una forte esperienza ecclesiale, anche se nelle
modalità delle sue procedure rimane sempre perfettibile.239 I Vescovi riuniti nel Sinodo rappresentano anzitutto le proprie
Chiese, ma tengono presenti anche i contributi delle Conferenze episcopali
dalle quali sono designati e dei cui pareri circa le questioni da trattare si
fanno portatori. Essi esprimono così il voto del Corpo gerarchico
della Chiesa e, in qualche modo, quello del popolo cristiano, del quale sono i
pastori.
Il Sinodo è un evento in cui si rende particolarmente evidente che il
Successore di Pietro, nell'adempimento del suo ufficio, è sempre
congiunto nella comunione con gli altri Vescovi e con tutta la Chiesa.240 « Spetta al Sinodo dei Vescovi – stabilisce al riguardo il
Codice di Diritto Canonico – discutere sulle questioni da trattare ed esprimere
propri voti, non però dirimerle ed emanare decreti su di esse, a meno
che in casi determinati il Romano Pontefice, cui spetta in questo caso
ratificare le decisioni del Sinodo, non abbia concesso potestà
deliberativa ».241
Il fatto che il Sinodo
abbia normalmente una funzione solo consultiva non ne diminuisce l'importanza.
Nella Chiesa, infatti, il fine di qualsiasi organo collegiale, consultivo o
deliberativo che sia, è sempre la ricerca della verità o del bene
della Chiesa. Quando poi si tratta della verifica della medesima fede, il
consensus Ecclesiae non è dato dal computo dei voti, ma è
frutto dell'azione dello Spirito, anima dell'unica Chiesa di Cristo.
Proprio perché il Sinodo è al servizio della verità e
della Chiesa, come espressione della vera corresponsabilità da parte di
tutto l'episcopato in unione con il suo Capo riguardo al bene della Chiesa, nel
dare il voto o consultivo o deliberativo i Vescovi, insieme agli altri membri
del Sinodo, esprimono comunque la partecipazione al governo della Chiesa
universale. Come il mio predecessore di v. m. Paolo VI, anche io ho sempre
fatto tesoro delle proposte e dei pareri espressi dai Padri sinodali, facendoli
entrare nel processo di elaborazione del documento che raccoglie i risultati
del Sinodo, e che proprio per questo amo qualificare come «
post-sinodale ».
La comunione tra i Vescovi e tra le Chiese a livello locale
59. Oltre che a livello universale, sono molte e varie le forme nelle quali
può esprimersi, e di fatto si esprime, la comunione episcopale e quindi
la sollecitudine per tutte le Chiese sorelle. I rapporti scambievoli tra i Vescovi,
poi, vanno ben oltre i loro incontri istituzionali. La coscienza viva della
dimensione collegiale del ministero che è stato loro comunicato deve
spingerli a realizzare fra di loro, soprattutto nell'ambito della medesima
Conferenza episcopale, a livello sia della Provincia che della Regione
ecclesiastica, le molteplici espressioni della fraternità sacramentale,
che vanno dalla reciproca accoglienza e stima alle varie attenzioni di
carità e concreta collaborazione.
Come ho già scritto in precedenza, « molto è stato fatto
dal Concilio Vaticano II in poi anche per quanto riguarda la riforma della
Curia Romana, l'organizzazione dei Sinodi, il funzionamento delle Conferenze
episcopali. Ma certamente molto resta da fare, per esprimere al meglio le potenzialità
di questi strumenti della comunione, oggi particolarmente necessari di fronte
all'esigenza di rispondere con prontezza ed efficacia ai problemi che la Chiesa
deve affrontare nei cambiamenti così rapidi del nostro tempo ».242 Il nuovo secolo, allora, deve trovarci tutti impegnati più
che mai a valorizzare e sviluppare gli ambiti e gli strumenti che servono ad
assicurare e a garantire la comunione tra i Vescovi e tra le Chiese.
Ogni azione del Vescovo compiuta nell'esercizio del proprio ministero
pastorale è sempre un'azione compiuta nel Collegio. Che si tratti
di esercizio del ministero della Parola o del governo nella propria Chiesa
particolare, o anche di decisione presa con gli altri Fratelli nell'episcopato
riguardo alle altre Chiese particolari della stessa Conferenza episcopale, in
ambito provinciale o regionale, rimane sempre azione nel Collegio,
perché compiuta conservando la comunione con tutti gli altri Vescovi e
con il Capo del Collegio, nonché impegnando la propria
responsabilità pastorale. Tutto questo, poi, si realizza non già
in virtù di una convenienza umana di coordinamento, bensì di una
sollecitudine verso le altre Chiese, che deriva dall'essere, ciascun Vescovo,
inserito e raccolto in un Corpo o Collegio. Ogni Vescovo, infatti, è
simultaneamente responsabile, anche se in modi diversi, della Chiesa
particolare, delle Chiese sorelle più vicine e della Chiesa universale.
Opportunamente, pertanto, i Padri sinodali hanno ribadito che «
Vivendo nella comunione episcopale, i singoli Vescovi sentano come proprie le
difficoltà e le sofferenze dei loro Fratelli nell'episcopato.
Affinché questa comunione episcopale sia rafforzata e divenga sempre
più forte, i singoli Vescovi e le singole Conferenze episcopali considerino
attentamente la possibilità che le loro Chiese hanno di aiutare quelle
più povere ».243
Sappiamo che tale
povertà può consistere sia in una forte penuria di sacerdoti o di
altri operatori pastorali, sia in una grave mancanza di mezzi materiali. Tanto
in un caso come nell'altro, a soffrire è l'annuncio del Vangelo.
È per questo che, in linea con quanto già il Concilio Vaticano II
inculcava,244 faccio mio il pensiero dei Padri sinodali i
quali hanno auspicato che siano favorite le relazioni di fraterna
solidarietà tra le Chiese di antica evangelizzazione e le cosiddette
« giovani Chiese », anche stabilendo dei « gemellaggi
», che si concretizzino nella comunicazione di esperienze e di agenti
pastorali, nonché di aiuti pecuniari. Ciò infatti conferma
l'immagine della Chiesa come « famiglia di Dio », nella quale i
più forti sostengono i più deboli per il bene di tutti.245
Si traduce così nella comunione delle Chiese la comunione dei
Vescovi, la quale si esprime pure nelle amorevoli attenzioni verso quei Pastori
che, più degli altri Fratelli e per ragioni soprattutto legate a
situazioni locali, sono stati o, purtroppo, sono ancora provati dalla
sofferenza, nella condivisione il più delle volte delle sofferenze dei
loro fedeli. Una categoria di Pastori meritevole di particolare attenzione, a
motivo del numero crescente di coloro che si trovano a farne parte, è
quella dei Vescovi emeriti. Ad essi, nella Liturgia di conclusione della X
Assemblea Generale Ordinaria, insieme con i Padri sinodali ho spesso rivolto il
pensiero. La Chiesa intera ha grande considerazione per questi carissimi
Fratelli, che restano membri importanti del Collegio episcopale, ed è
grata per il servizio pastorale che hanno svolto e ancora svolgono mettendo la
loro saggezza e la loro esperienza a disposizione della comunità.
L'autorità competente non manchi di valorizzare questo loro personale
patrimonio spirituale, in cui è pure depositata una parte preziosa della
memoria delle Chiese che hanno guidato per anni. È doveroso porre ogni
impegno per assicurare loro condizioni di serenità spirituale ed
economica nel contesto umano da essi ragionevolmente desiderato. Si studino
inoltre le possibilità di un ulteriore utilizzo delle loro competenze
all'interno dei vari organismi delle Conferenze Episcopali.246
Le Chiese cattoliche orientali
60. Nella medesima prospettiva della comunione tra i Vescovi e tra le Chiese
i Padri sinodali hanno riservato un'attenzione tutta particolare alle Chiese
cattoliche orientali, tornando a considerare le venerande e antiche ricchezze
delle loro tradizioni, le quali costituiscono un tesoro vivo che coesiste con
analoghe espressioni della Chiesa latina. Le une e le altre insieme illuminano
maggiormente l'unità cattolica del Popolo santo di Dio.247
Non c'è dubbio, poi, che le Chiese cattoliche dell'Oriente, in
ragione della loro affinità spirituale, storica, teologica, liturgica e
disciplinare con le Chiese ortodosse e le altre Chiese orientali che non sono
ancora in piena comunione con la Chiesa cattolica, hanno un titolo
specialissimo per la promozione dell'unità dei cristiani, sopratutto
dell'Oriente. E ciò sono chiamate a fare, come tutte le Chiese, con la
preghiera e con l'esemplare vita cristiana; inoltre, come loro specifico
contributo, esse sono chiamate ad aggiungere la loro religiosa fedeltà
alle antiche tradizioni orientali.248
Le Chiese patriarcali e il loro Sinodo
61. Tra le istituzioni proprie delle Chiese cattoliche orientali emergono le
Chiese patriarcali. Esse appartengono a quei raggruppamenti di Chiese che, come
afferma il Concilio Vaticano II,249 per divina
Provvidenza, nel succedersi del tempo si sono organicamente costituiti e che
godono sia di disciplina e di usi liturgici propri, sia di un comune patrimonio
teologico e spirituale, sempre conservando l'unità della fede e
dell'unica divina costituzione della Chiesa universale. La loro particolare
dignità è data dal fatto che esse, quasi matrici di fede, hanno
generato altre Chiese, le quali sono come loro figlie e perciò fino ai
nostri tempi a loro legate da un più stretto vincolo di carità
nella vita sacramentale e nel mutuo rispetto dei diritti e dei doveri.
Quest'istituzione patriarcale è ben antica nella Chiesa. Già
attestata nel primo Concilio ecumenico di Nicea, essa è stata
riconosciuta dai primi Concili ecumenici ed è tuttora la forma
tradizionale di governo nelle Chiese orientali.250 Nella sua origine e struttura particolare, pertanto, essa è
d'istituzione ecclesiastica. Appunto per questo il Concilio Ecumenico Vaticano
II ha espresso il desiderio che « dove sia necessario si erigano nuovi
Patriarcati, la cui fondazione è riservata al Concilio Ecumenico o al
Romano Pontefice ».251
Chiunque nelle Chiese
orientali ha una potestà sovraepiscopale e sovralocale – come i
Patriarchi e i Sinodi dei Vescovi delle Chiese patriarcali – partecipa della
suprema autorità che il Successore di Pietro ha su tutta la Chiesa, ed
esercita questa sua potestà nel rispetto, oltre che del Primato del
Romano Pontefice,252 anche dell'ufficio dei singoli Vescovi, senza
invadere il campo della loro competenza e senza limitare il libero esercizio
delle funzioni loro proprie.
I rapporti, infatti, tra i Vescovi di una Chiesa patriarcale e il Patriarca,
che a sua volta è il Vescovo dell'eparchia patriarcale, si sviluppano
sulla base stabilita già in antichità nei Canoni degli Apostoli:
« Bisogna che i Vescovi di ciascuna nazione sappiano chi tra loro
è il primo e lo considerino come loro capo e non facciano nulla di
importante senza il suo assenso; ciascuno non si occuperà che di
ciò che riguarda il suo distretto e i territori che da esso dipendono;
ma anch'egli non faccia nulla senza l'assenso di tutti; così la
concordia regnerà e Dio sarà glorificato, per Cristo nello
Spirito Santo ».253
Questo canone esprime
l'antica prassi della sinodalità nelle Chiese d'Oriente, offrendone al
tempo stesso il fondamento teologico e il significato dossologico,
poiché è affermato chiaramente che l'azione sinodale dei Vescovi
nella concordia rende culto e gloria a Dio Uno e Trino.
Nella vita sinodale delle Chiese patriarcali, dunque, dev'essere
riconosciuta un'attuazione effettiva della dimensione collegiale del ministero
episcopale. Tutti i Vescovi legittimamente consacrati partecipano al Sinodo
della loro Chiesa patriarcale in quanto pastori di una porzione del Popolo di
Dio. Tuttavia, il ruolo del primo, ossia del Patriarca, è riconosciuto
come un elemento a suo modo costituente l'azione collegiale. Non si dà,
infatti, alcuna azione collegiale senza un « primo » riconosciuto
come tale. La sinodalità, per altro verso, non distrugge né diminuisce
la legittima autonomia d'ogni Vescovo nel governo della propria Chiesa;
afferma, però, l'affetto collegiale dei Vescovi corresponsabili di tutte
le Chiese particolari comprese nel Patriarcato.
Al Sinodo patriarcale è riconosciuta una vera potestà di governo.
Esso, infatti, elegge il Patriarca e i Vescovi per gli uffici entro il
territorio della Chiesa patriarcale, nonché i candidati all'episcopato
per gli uffici fuori dai confini della Chiesa patriarcale da proporre per la
nomina al Romano Pontefice.254
Oltre al consenso o parere
necessari per la validità di determinati atti di competenza del
Patriarca, al Sinodo spetta emanare le leggi, che hanno il loro vigore entro –
e in caso di leggi liturgiche anche oltre – i confini della Chiesa patriarcale.255 Il Sinodo, inoltre, restando salva la competenza della Sede
Apostolica, è il tribunale superiore dentro i confini della stessa
Chiesa patriarcale.256 Per la gestione, poi, degli affari più
importanti, specialmente di quelli che riguardano l'aggiornamento delle forme e
dei modi di apostolato e della disciplina ecclesiastica, il Patriarca e anche
il Sinodo patriarcale si avvalgono della collaborazione consultiva
dell'Assemblea patriarcale, che il Patriarca convoca almeno ogni cinque anni.257
L'organizzazione
metropolitana e delle Province ecclesiastiche
62. Un modo concreto per favorire
la comunione tra i Vescovi e la solidarietà tra le Chiese è
ridare vitalità all'antichissima istituzione delle Province
ecclesiastiche, dove i Metropoliti sono strumento e segno sia della
fraternità tra i Vescovi della Provincia che della loro comunione con il
Romano Pontefice.258 Un lavoro pastorale comune, difatti, per la
somiglianza dei problemi che assillano i singoli Vescovi e per il fatto che il
numero limitato di essi permette un'intesa maggiore e più efficace,
sarà certamente meglio programmato nelle assemblee dei Vescovi della
stessa Provincia e soprattutto nei Concili provinciali.
Dove, per il bene comune, si
riterrà opportuna l'erezione delle Regioni ecclesiastiche, simile
funzione potrà essere svolta dalle assemblee dei Vescovi della medesima
Regione o, comunque, dai Concili plenari. Al riguardo, poi, è da
ribadire quanto già espresso dal Concilio Vaticano II: « La
veneranda istituzione dei Sinodi e dei Concili riprenda nuovo vigore, per
provvedere più adeguatamente e più efficacemente all'incremento
della fede e alla tutela della disciplina nelle varie Chiese, secondo le mutate
circostanze dei tempi ».259 In essi i Vescovi
potranno agire esprimendo non solo la comunione tra di loro, ma anche quella
con tutte le componenti della porzione di Popolo di Dio loro affidata; tali
componenti sono rappresentate nei Concili a norma del diritto.
Nei Concili particolari, infatti,
proprio per la partecipazione in essi anche di presbiteri, diaconi, religiosi,
religiose e laici, sebbene solo con voto consultivo, è in modo immediato
espressa non soltanto la comunione tra i Vescovi, ma anche la comunione tra le
Chiese. I Concili particolari, inoltre, come momento ecclesiale solenne,
richiedono una riflessione accurata nella preparazione, che coinvolge tutte le
categorie di fedeli, in modo tale da renderli luogo adatto per le decisioni
più importanti, specialmente quelle riguardanti la fede. Il posto dei
Concili particolari, perciò, non può essere preso dalle
Conferenze episcopali, come precisa lo stesso Concilio Vaticano II quando
auspica che i Concili particolari riprendano nuovo vigore. Le Conferenze
episcopali, invece, possono essere un valido strumento per la preparazione dei
Concili plenari.260
Le Conferenze episcopali
63. Non s'intende affatto, con
questo, sottacere l'importanza e l'utilità delle Conferenze dei Vescovi,
che hanno trovato nell'ultimo Concilio una loro configurazione istituzionale,
precisata ulteriormente nel Codice di Diritto Canonico e nel recente Motu
proprio Apostolos suos.261 Istituzioni analoghe sono, nelle Chiese cattoliche orientali, le
Assemblee dei Gerarchi di diverse Chiese sui iuris previste dal Codice
dei Canoni delle Chiese Orientali « affinché in uno scambio
luminoso di prudenza ed esperienza e mediante un confronto di pareri nasca una
santa cospirazione di forze per il bene comune delle Chiese, con cui favorire
l'unità di azione, aiutare le attività comuni, promuovere
più speditamente il bene della religione e inoltre osservare più
efficacemente la disciplina ecclesiastica ».262
Queste assemblee di Vescovi sono oggi, come si esprimevano anche i Padri
sinodali, un valido strumento per esprimere e portare a pratica attuazione lo
spirito collegiale dei Vescovi. Per questo, le Conferenze episcopali sono da
valorizzare ulteriormente in tutte le loro potenzialità.263 Esse, infatti, « si sono sviluppate notevolmente ed hanno
assunto il ruolo di organo preferito dai Vescovi di una nazione o di un
determinato territorio per lo scambio di vedute, per la consultazione reciproca
e per la collaborazione a vantaggio del bene comune della Chiesa: “esse sono
diventate in questi anni una realtà concreta, viva ed efficiente in
tutte le parti del mondo”. La loro rilevanza appare dal contributo efficace che
recano all'unità tra i Vescovi, e quindi all'unità della Chiesa,
rivelandosi uno strumento assai valido per rinsaldare la comunione
ecclesiale ».264
Poiché membri delle Conferenze episcopali sono solo i Vescovi e tutti
quelli che nel diritto sono equiparati ai Vescovi diocesani, anche se non
insigniti del carattere episcopale,265 il fondamento
teologico di esse è, a differenza dei Concili particolari,
immediatamente la dimensione collegiale della responsabilità del governo
episcopale. Solo indirettamente lo è la comunione tra le Chiese.
Essendo, in ogni caso, le Conferenze episcopali un organo permanente che si
riunisce periodicamente, la loro funzione sarà efficace se si
porrà come ausiliaria rispetto a quella che i singoli Vescovi svolgono
per diritto divino nella loro Chiesa. A livello di singola Chiesa, infatti, il
Vescovo diocesano pasce nel nome del Signore il gregge a lui affidato come
pastore proprio, ordinario e immediato e il suo agire è strettamente
personale, non collegiale, anche se animato dallo spirito comunionale. A
livello, quindi, di raggruppamenti di Chiese particolari per zone geografiche
(nazione, regione, ecc.), i Vescovi ad esse preposti non esercitano
congiuntamente la loro cura pastorale con atti collegiali pari a quelli del
Collegio episcopale, il quale, come soggetto teologico è indivisibile.266 Per questo i Vescovi della stessa Conferenza episcopale riuniti in
Assemblea esercitano congiuntamente per il bene dei loro fedeli, nei limiti
delle competenze loro attribuite dal diritto o da un mandato delle Sede
Apostolica, solo alcune delle funzioni che scaturiscono dal loro ministero
pastorale (munus pastorale).267
È certo che le Conferenze episcopali più numerose richiedono,
proprio per svolgere il loro servizio a favore dei singoli Vescovi che le
formano e quindi delle singole Chiese, una complessa organizzazione. In ogni
caso è da « evitare la burocratizzazione degli uffici e delle
commissioni operanti tra le riunioni plenarie ».268 Le Conferenze episcopali, infatti, « con le loro commissioni
e uffici esistono per aiutare i Vescovi e non per sostituirsi a essi »,269 e ancor meno per costituire una struttura intermedia tra la Sede
Apostolica e i singoli Vescovi. Le Conferenze episcopali possono offrire un
valido aiuto alla Sede Apostolica esprimendo il loro parere su specifici
problemi di carattere più generale.270
Le Conferenze episcopali, poi, esprimono e attuano lo spirito collegiale che
unisce i Vescovi e, di conseguenza, la comunione tra le varie Chiese,
stabilendo tra di loro, specialmente tra le più vicine, strette
relazioni nella ricerca di un bene maggiore.271 Ciò può essere realizzato in vari modi, mediante
consigli, simposi, federazioni. Di notevole rilevanza sono specialmente le
riunioni continentali dei Vescovi, che però non assumono mai le competenze
che sono riconosciute alle Conferenze episcopali. Tali riunioni sono di grande
aiuto per fomentare tra le Conferenze episcopali delle diverse nazioni quella
collaborazione che, in questo tempo di « globalizzazione », si
rivela particolarmente necessaria per affrontarne le sfide ed attuare una vera
« globalizzazione della solidarietà ».272
L'unità della Chiesa
e il dialogo ecumenico
64. La preghiera del Signore
Gesù per l'unità fra tutti i suoi discepoli (ut unum sint:
Gv 17, 21) costituisce per ogni Vescovo un pressante appello ad un
preciso dovere apostolico. Non è possibile attendersi questa
unità come frutto dei nostri sforzi; essa è principalmente dono
della Trinità Santa alla Chiesa. Ciò tuttavia non dispensa i
cristiani dal porre ogni impegno, a cominciare da quello della preghiera, per
affrettare il cammino verso la piena unità. Rispondendo alle preghiere e
alle intenzioni del Signore e alla sua oblazione sulla Croce per radunare i
figli dispersi (cfr Gv 11, 52), la Chiesa cattolica si sente impegnata
in modo irreversibile nel dialogo ecumenico, dal quale dipende l'efficacia
della sua testimonianza nel mondo. Occorre, dunque, perseverare sulla via del
dialogo della verità e dell'amore.
Molti Padri sinodali hanno richiamato la specifica vocazione che ogni
Vescovo ha di promuovere nella propria diocesi questo dialogo e di svilupparlo
in veritate et caritate (cfr Ef 4, 15). Lo scandalo della divisione
fra i cristiani, infatti, è avvertito da tutti come un segnale opposto
alla speranza cristiana. Le forme concrete per questa promozione del dialogo
ecumenico, poi, sono state indicate nella migliore conoscenza reciproca tra la
Chiesa cattolica e le altre Chiese e Comunità ecclesiali che non sono in
piena comunione con essa; in incontri e iniziative appropriate, e soprattutto
nella testimonianza della carità. Esiste, in effetti, un ecumenismo
della vita quotidiana, fatto di reciproca accoglienza, ascolto e
collaborazione, che possiede una singolare efficacia.
D'altra parte, i Padri sinodali hanno pure avvertito il rischio di gesti
poco ponderati, segnali di un « ecumenismo impaziente », che
possono arrecare danno al cammino in atto verso l'unità piena. È,
perciò, molto importante che da tutti siano accolti e messi in pratica i
retti principi del dialogo ecumenico, come pure che su di essi s'insista nei
seminari con i candidati al ministero sacro, nelle parrocchie e nelle altre
strutture ecclesiali. La stessa vita interna della Chiesa, poi, deve offrire
una testimonianza d'unità nel rispetto e nell'apertura di spazi sempre
più ampi nei quali siano accolte e sviluppino le loro grandi ricchezze
le diverse tradizioni teologiche, spirituali, liturgiche e disciplinari.273
La missionarietà nel
ministero episcopale
65. In quanto membri del Collegio
episcopale, i Vescovi sono consacrati non solo per una Diocesi, ma per la
salvezza di tutti gli uomini.274 Questa dottrina
esposta nel Concilio Vaticano II è stata richiamata dai Padri sinodali
per mettere in evidenza il fatto che ogni Vescovo dev'essere consapevole
dell'indole missionaria del proprio ministero pastorale. Tutta la sua
azione pastorale, dunque, deve essere caratterizzata da uno spirito
missionario, per suscitare e conservare nell'animo dei fedeli l'ardore per la
diffusione del Vangelo. Per questo è compito del Vescovo suscitare,
promuovere e dirigere nella propria Diocesi attività e iniziative
missionarie, anche sotto l'aspetto economico.275
Non meno importante, poi, come è stato affermato nel Sinodo, è
incoraggiare la dimensione missionaria nella propria Chiesa particolare
promovendo, a seconda delle diverse situazioni, valori fondamentali come il
riconoscimento del prossimo, il rispetto della diversità culturale e una
sana interazione fra le differenti culture. Il carattere sempre più
multiculturale delle città e delle società, d'altra parte,
soprattutto come conseguenza delle migrazioni internazionali, stabilisce nuove
situazioni dalle quali emerge una particolare sfida missionaria.
Nell'Aula sinodale vi sono stati anche interventi che hanno posto in
evidenza alcune questioni relative ai rapporti tra i Vescovi diocesani e le
Congregazioni religiose missionarie, sottolineando la necessità al
riguardo di una più approfondita riflessione. Al tempo stesso, è
stato riconosciuto il grande contributo di esperienza che una Chiesa
particolare può ricevere dalle stesse Congregazioni di vita consacrata
per mantenere viva tra i fedeli la dimensione missionaria.
In questo suo zelo il Vescovo si mostri servo e testimone della speranza. La
missione, infatti, è senza dubbio l'indice esatto della fede in Cristo e
nel suo amore per noi: 276
l'uomo di tutti i tempi
è da essa sospinto ad una vita nuova, animata dalla speranza.
Annunciando Cristo risorto, infatti, i cristiani presentano Colui che inaugura
una nuova era della storia e proclamano al mondo la buona notizia di una
salvezza integrale e universale, che contiene in sé la caparra di un
mondo nuovo, in cui il dolore e l'ingiustizia faranno posto alla gioia e alla
bellezza. All'inizio di un nuovo millennio, poi, quando si è acuita la
coscienza dell'universalità della salvezza e si sperimenta che
l'annuncio del Vangelo deve essere ogni giorno rinnovato, dall'Assemblea
sinodale giunge l'invito a non diminuire l'impegno missionario, anzi ad
ampliarlo in una sempre più profonda cooperazione missionaria.
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