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Due amici andavano insieme a diporto per una selva. Uno era
buono e modesto; l'altro cattivo e vantatore sfacciato della propria generosità
e del proprio coraggio.
- Mi vedrai al cimento, - diceva egli al compagno, sgranando
due occhi da basilisco e facendo il mulinello con un gran bastone bernoccoluto,
- mi vedrai al cimento, se avremo la fortuna che ci capiti il pericolo di
qualche disgrazia.
E la fortuna del pericolo d'una disgrazia non si fece
aspettare.
Videro, a un tratto, sbucare da una caverna un orso che
pareva, Gesú ci liberi tutti, una montagna di pelo, di zampe, d'unghioni lunghi
come coltelli da cucina e di zanne bianche come una tastiera di pianoforte.
Mamma mia! E il male non era che essi avessero veduto l'orso, il peggio era che
l'orso aveva visto loro e che veniva avanti a bocca spalancata, col proposito
non dubbio di fare una scorpacciata di ragazzi crudi.
Il vantatore sfacciato che, fra le altre cose, si chiamava
di nome Napoleone, fu lesto a rampicare in cima a un grosso albero. Cecco
(quello buono e modesto si chiamava a questa maniera), Cecco, che non fu in
tempo a mettersi in salvo, vistosi perso e ricordandosi che gli orsi non
mangiano mai carne di cadaveri, si buttò in terra disteso, fingendosi morto.
L'orso gli fu subito addosso e cominciò a scuoterlo con le zampe e a fiutarlo,
ora nella bocca, ora nelle gote, ora negli orecchi. Ingannato dalla finzione di
Cecco, che rimase immobile rattenendo il fiato, l'orso, dondolandosi scontento,
se ne andò dopo poco per i fatti suoi. Passato il pericolo, l'amico che era
sull'albero scese giú e domandò al compagno se l'orso, quando gli accostava il
muso all'orecchio, gli avesse detto qualche cosa.
? Sì, - rispose Cecco, guardando uno sdrucio che Napoleone
s'era fatto nei calzoni rampicando sull'albero, - mi ha detto che d'ora in poi
io mi guardi bene dall'accompagnarmi con amici arditi e generosi come te.
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