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d'un cane che
morde un uomo
e d'un uomo che è
morso da un cane
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Fermatevi,
ascoltate, o buona gente;
vi canterò la
canzonetta mia.
Se sarà corta, non
v'è mal di niente:
il tempo mai non va
buttato via.
Vivea dentro
Calcutta un buon cristiano
del qual parlava
tutta la città;
e si diceva ch'egli
avea la mano
sempre occupata a
far la carità.
Pregava spesso ed,
invocando i Numi,
pace chiedea per
tutti, a cuore schietto.
E, giunta l'ora di
spegnere i lumi,
si spogliava
contento e andava a letto.
Poi, la mattina, si
vestiva; e quando
s'era vestito, si
ficcava in mente
d'aver vestito un
altro, e, gongolando,
pensava al gongolar
di quel pezzente.
Dunque dicevo o, per
dir meglio, dico:
v'era in città, fra
tanti cani, un cane
che di quell'uomo
s'era fatto amico
per le sue carità
d'ossi e di pane.
Ma un giorno (come
andasse non lo so)
questo cane
arrabbiò.
Ed incontrato il suo
benefattore
(uh, che orrore, che
orrore; uh, che mondaccio!),
gli s'avventò, lo
morse e gli strappò
mezzo chilo di
ciccia da un polpaccio.
Alle sue grida
accorsero i vicini:
uomini, donne,
bambine e bambini;
e disser tutti e
perfino il curato:
"Quel cane lì
dev'essere arrabbiato!
È certa, altri
motivi non ci sono
per dare un morso a
un uomo tanto buono!"
Vista la gran ferita
sanguinosa,
ognun la giudicò
pericolosa.
E mentre lo
fasciavano e pensavano
che quel canaccio
era di certo idrofobo,
dissero tutti, e
l'affermò anche il medico,
che, senza dubbio,
dentro un tempo corto,
l'uomo sarebbe
morto.
Sapete un po'?
Dentro due settimane,
l'uomo era vivo, ed
era morto il cane!
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