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I Faraoni?!... chi? quei tirannacci feroci che anticamente
regnavano nell'Egitto?... Quelli, caro mio, erano certi arnesi che a vederseli
rigirare d'intorno c'era da sentirsi puzzar di morto prima che arrivasse il
becchino. I Faraoni?! I Faraoni a ammazzare per un capriccio una, dieci, mille
persone, ci pensavano come tu penseresti a mangiare una, dieci, mille ciliege
lustrine, e forse meno. Di nulla nulla: Zà! e ti vedevi ruzzolare la testa per
la terra come un popone senza gambo. Volevano provare se l'arrotino aveva
assottigliato bene il filo della scimitarra?... Ziff! uno sdrucio nella pancia
da passarci un contadino coll'ombrello aperto. Postacci, tempacci e gentaccia
che, se arrivavi a buio senza esser morto, bisognava dire che proprio avevi
avuto un santo dalla tua.
Un giorno uno di cotesti smargiassi aveva condannato a morte
il figliuolo del suo primo ministro perché, parlando di polli in fricassea, il
giovane imprudente gli aveva detto che a lui gli ci piaceva poco l'agro di
limone. Appena sparsasi la triste notizia, fu una processione continua al
palazzo imperiale per chiedere grazia allo sdegnato monarca. Rappresentanze
dell'esercito, della magistratura e del clero, presidenti di tutte le
associazioni, sindaci di tutti i comuni, prefetti di tutte le province, ciechi,
orfani, sordomuti e perfino gli ammalati di tutti gli spedali corsero a
inginocchiarsi e a battersi il petto davanti a quell'energumeno perché
revocasse il crudele decreto. - Sta bene! - disse il Faraone, più che
intenerito da tante preghiere, spaventato dal pericolo di qualche sommossa
popolare. - Sta bene! Quello scellerato avrà salva la vita, ma a patto che egli
sappia rispondermi con precisione a queste tre domande: "Quanti sono i
chicchi di rena sparsi su tutte le spiagge del mare? Quante sono le stelle che
brillano nel cielo? Quante sono le gocciole d'acqua che si trovano nei fiumi,
nei laghi e negli oceani del globo? "
Il disgraziato giovane, il quale era un bravo matematico e
un uomo di spirito, non si perse d'animo, e disse che avrebbe risposto subito.
E nel momento stesso, carico di catene peggio d'una bestia feroce, fu condotto
davanti al Faraone al quale così rispose:
- I chicchi di rena che si trovano sparsi sulle spiagge del
mare sono quattrocento miliardi di trilioni, cinquemilaottantaquattro bilioni,
novecentodieci milioni, trecentonovantasettemila e ventisei precisi, più quei
pochi che si trovano nelle case degli uomini, dentro le ciotole, per dare il
polverino alle lettere. Le stelle del cielo, eccole qui, leggete questo numero che
io garantisco esatto.
E sciorinò davanti al tiranno una striscia di papiro dove
era scritto in cifre chiarissime un numero lungo ventiquattro metri e
diciassette centimetri e mezzo.
- Le gocciole d'acqua del mare, dei laghi e dei fiumi sono
il doppio preciso delle stelle del cielo.
Il Faraone badava a grattarsi la zucca e brontolava
stralunando gli occhi, perché capì subito che s'era messo in un imbroglio e che
l'amico lo canzonava fine fine.
- Ebbene, - esclamò finalmente, dando una gran botta a mano
aperta sulla tavola, - come fai tu a provarmi la verità di quanto asserisci?
- Nulla di più facile, - rispose il giovine umilmente. -
Vostra Maestà potentissima non deve fare altro che contare o far contare da
persone di sua fiducia tutti i chicchi di rena delle spiagge, tutte le stelle
del cielo, e tutte le gocce d'acqua che si trovano negli oceani, nei fiumi e
nei laghi della Terra. Se avrò sbagliato, pagherò con la mia vita; se avrò
detto il vero mi permetterà la Vostra Maestà di chiederle un piccolo premio per
le mie fatiche e per le pene che ho sofferto fino ad oggi.
Il Faraone si ritirò nelle sue stanze, fece le viste di
verificare i conteggi del giovane e, dopo otto giorni, fattolo nuovamente
condurre alla sua presenza, gli disse, rivolgendogli vivaci rallegramenti, che
i suoi calcoli stavano bene e, lusingandosi di vincere col suo spirito lo
spirito del giovane, gli aggiunse di essere disposto a concedergli il premio
domandato, purché si trattasse di cosa modesta.
- Una piccolezza! - rispose il giovane. - Io mi contento di
un poco di grano per quei famosi polli da cucinarsi, quando saranno a tiro, in
fricassea e sui quali, d'ora in avanti, mi farò un dovere di metter l'agro di
limone...
- Bravo, bravo giovanotto! - esclamò il Faraone, contento di
poterne escir liscio a quella maniera. - Bravo giovanotto! - e stendendogli la
destra: - E... di questo grano, quanto te ne bisogna?
- Ve l'ho detto, Maestà, una piccolezza. Vostra Maestà ne
metta un chicco sul primo quadrato di quella scacchiera - e ne accennò una,
intarsiata d'ebano e di madreperla, posata lì vicina su una tavola di cristallo
di rocca -, raddoppi fino in fondo per i sessantaquattro quadrati della
scacchiera stessa, e io sarò più che contento se la Maestà Vostra vorrà
regalarmi quel monticello di grano che troverà sull'ultimo quadrato.
Il Faraone dette in una gran risata, lodando la modestia di
quella domanda. Ma la risata gli rientrò in gola a precipizio quando, fatta la
prova, si accorse che tutto il grano del suo vasto impero non sarebbe bastato a
saldare il debito con quell'arcifanfano di giovanotto.
E quell'arcifanfano di giovanotto non ebbe il grano; ma
diventò consigliere, diventò ministro, diventò padrone del suo padrone, il
quale si innamorò talmente del suo ingegno e del suo spirito che ricorreva
sempre ai suoi consigli in ogni grave momento, sia per disegnare un piano
complicato di guerra come per preparare i peperoni sotto l'aceto o la polvere
insetticida per ammazzare le cimici nella camera degli ambasciatori.
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