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Una magnifica sera di giugno, il signor Luigi e i suoi tre
figlioletti stavano insieme seduti a frescheggiare sul prato della villa. Il
sole era presso al tramonto e il signor Luigi si compiaceva della impressione
che quel superbo spettacolo faceva nelle giovani menti dei suoi piccini. Era un
cicaleggio lieto ed animato e un continuo invitarsi fra loro, ora a guardare il
giallo dorato dell'orizzonte, ora la delicata sfumatura con la quale il cielo
passava da quel giallo infuocato al celeste puro, e il violetto dei poggi di
faccia, e il roseo di quelli a tergo e le loro cime e il luccichìo della prima
stella della sera che brillava già tra i luminosi vapori del crepuscolo. E il
signor Luigi era dolcemente commosso dall'entusiasmo dei suoi figliolini perché
egli aveva la convinzione che, quando il core d'un giovinetto è capace di
esaltarsi dinanzi ai grandi spettacoli della natura, ha dato già un segno
manifesto di esser preparato ad accogliere tutto quello che per gli uomini vi è
di bello, di grande e di onesto, ed a rigettare tutto quello che vi è di
gretto, di turpe e di vizioso. A distrarre la loro attenzione si sentì partire
di sul tetto della villa uno strido acuto.
- La civetta, la civetta! - gridò subito il minore di quei
ragazzetti; e chetandosi subito e facendosi anche un po' pallido, si accostò al
più vicino e si rannicchiò accanto a lui guardando spaurito sul tetto. I suoi
fratellini non dettero segni di paura così manifesti, ma si chetarono anch'essi
e, dimenticato il bel tramonto, guardavano attoniti la cima d'un camino sul
quale la civetta era andata a posarsi.
Il babbo, che si accorse della impressione sinistra che la
vista di quell'animale aveva prodotto su i suoi figlioli, volle subito
dissiparla.
- Beppuccio, - disse il signor Luigi rivolgendosi al suo
figlio minore, - quella povera bestia lassú ti ha messo paura... non mi dir
bugie.
Beppuccio fece il viso rosso e accennò col capo di sì.
- Ebbene: tu sei un grullerello, e te lo voglio dimostrare.
In quel momento la civetta, dopo un paio di riverenze,
incominciò a squittire: qui qui, tutto mio, tutto mio. I ragazzi si rivolsero
spauriti a guardare a bocca spalancata la civetta, e il signor Luigi dette in
una larga risata, in fondo alla quale prendendosi fra le braccia Beppuccio,
incominciò a dire:
- Vedete, ragazzi miei, non c'è dubbio che la Natura non ha
favorito di un bel canto quel povero animaluccio. Sentito specialmente nella
notte, è vero, produce quel senso di tristezza che gli ha fruttato il nome di
uccello del cattivo augurio. Ma una tristezza uguale non vi viene forse nella
notte dall'abbaio dei cani lontani? dal monotono rumore della pioggia? dal
mugolio del vento attraverso agli usci e per le soffitte? Eppure i cani ci
guardano dai ladri, la pioggia feconda i nostri campi e il vento, quando non è
troppo impetuoso, è sempre benefico; e nessuno ha mai pensato che i cani che
abbaiano, che la pioggia che cade e il vento che soffia ci abbiano a portare il
cattivo augurio. Alla povera civetta è toccata questa sorte e ne è meritevole
quanto quell'usignolo che sentite ora cantare nel boschetto, quanto quel
piccione che tuba sulla torre della colombaia o quanto quella vispa capinera
che tutte le sere viene a cantare sulla siepe dell'orto prima di addormentarsi.
Le fisonomie di quei bambini cominciarono a rasserenarsi ed
a guardare con occhio meno pauroso i lazzi buffoneschi che la civetta faceva
sul pentolino della torretta. Anzi, dopo poche altre parole dette loro dal
babbo in vantaggio del calunniato animale, incominciarono a vergognarsi dei loro
puerili sospetti e a ridersela allegramente delle rispettosissime riverenze che
faceva e delle ridicole vociacce che mandava la civetta.
Ma dalla indifferenza e dal riso passarono presto a sentire
anche gran simpatia per quella povera bestia, quando la civetta, dopo essersi
tuffata con le sue ali rapide e silenziose sul tetto di una capanna vicina, ne
ritornò in su con qualche cosa in becco che Beppuccio coi suoi occhi acuti
riconobbe essere un topo.
- Ora se lo mangia! babbo, ora se lo mangia!
- Vedrai che non lo mangerà, - osservò il babbo, - ma lo
porterà ai suoi civettuoli che avranno il nido lassú sotto i tegoli.
Infatti la civetta entrò con la preda sotto una fila di
tegoli, e poco dopo ricomparve, senza aver più il topo in becco, sulla punta
del camino a fare i suoi soliti lazzi originali.
I bambini tutti, ma Beppuccio più degli altri, erano
diventati bollenti ammiratori della civetta. E come un quarto d'ora fa
l'avrebbero vista volentieri ammazzare, ora erano tutti impazienti di poter
fare qualche cosa in vantaggio di lei e dei suoi piccini.
- Gli si cerca un topo? o il pane lo mangia? gli si chiappa
una lucertola? - Così si domandavano fra loro i bambini e la chiamavano, e le
facevano riverenze alle quali essa rispondeva con squisita cortesia, quando si
udì uno scoppio di fucile dietro alla villa e nello stesso istante la povera
civetta ruzzolò giú morta sul tetto.
- Ah! poverina! Ah! birbanti! Ah! chi è stato? chi è stato?
- E corsero tutti, e il babbo con loro, dietro casa dove trovarono Bistone, un monellaccio
di contadino sui dodici anni, che tutto contento ballonzolava gridando: - E
l'ha avuta! e l'ha avuta!
Ma il signor Luigi lo fece presto chetare con una paternale
così severa e insieme così affettuosa che Bistone se n'andò via confuso e forse
pentito del malfatto, mentre i ragazzi lo guardavano con disprezzo dicendosi
fra loro che non avrebbero mai più potuto patire quel brutto, quel cattivo,
quel birbone, quel ragazzaccio senza core.
Quindici giorni dopo l'accaduto, Bistone venne alla porta
della villa a cercare dei padroncini. Essi comparvero a domandargli che cosa
voleva. Lui senza dir nulla sollevò il coperchio di un paniere che teneva in
mano e cavò fuori e buttò all'aria uno dopo l'altro quattro civettuoli che un
po' incerti da prima, ma poi franchi e sicuri, levarono allegramente il volo
alla campagna. Bistone, commosso dalle parole del signor Luigi e addolorato
d'aver fatto dispiacere ai suoi padroncini, nella notte, dopo avere ammazzata
la civetta, era montato sul tetto, aveva preso i civettuoli, li aveva allevati
finché non furono volatoi ed era venuto a dar loro la libertà davanti ai suoi
padroncini perché lo perdonassero.
Il signor Luigi, comparso sulla porta, dopo essere stato
qualche momento a contemplare la scena, ebbe a richiamare alla calma i suoi
figlioli i quali, nella loro giovanile espansione, eran saltati addosso a
Bistone e gli facevano anche male a forza d'abbracci, di baci e di strizzoni.
E ora Bistone è il loro confidente e il loro amico più caro.
Vanno sempre insieme per la campagna, corrono, saltano, si divertono e quando
vedono una civetta sul comignolo del tetto la salutano, la chiamano con cento
nomi burleschi e allorché la sentono gridare tutto mio, tutto mio: -
Sissignora! Sissignora! - strillano in coro di sul prato -, tutto suo, tutto
suo! - e ne fanno le più sonore e grasse risate.
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