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I.
Gian Carlo era un
onesto cittadino
negoziante di stoffe
e liberale;
membro del
Trinkensvaine di Dublino
e maggior della
Guardia Nazionale.
Così la moglie un
giorno a lui parlò:
"Domani son
dieci anni che il buon Dio,
su dal Cielo, di noi
si ricordò,
unendo in Terra il
tuo destino al mio.
E non mai, fino a
qui, mio buon Gian Carlo,
di quel bel giorno
ci siam ricordati:
se vuoi, doman
potremmo festeggiarlo
con una corsa e un
pranzo in mezzo ai prati.
Io proporrei così:
la mia sorella
col suo bambino, io,
Margherita e Lallo
si monterebbe in una
carrettella;
tu potresti venir
dietro, a cavallo".
Le rispose Gian
Carlo: "Amica mia,
non mai dissenso fra
di noi ci fu;
buona è l'idea,
buona è la compagnia,
e si farà com'hai
proposto tu.
Son negoziante di
tessuti, e godo
fama d'onesto in
tutta la città;
il mio socio ha un
cavallo, è un uomo a modo:
se glielo chiedo, me
lo presterà".
E la sposina:
"Grazie, o buon Gian Carlo.
Anzi, per
risparmiare anche sul vino,
io prenderei del
nostro; e, per portarlo,
si lega dietro al
legno, in un cestino".
Pieno di giusto
orgoglio e di contento,
lodò Gian Carlo la
sua brava sposa
che, anche pensando
ad un divertimento,
si mostrava sì
saggia e risparmiosa.
Il giorno dopo, a
bubboli sonanti,
arrivò la carrozza, e
fu ordinato
che andasse ad
aspettarli un po' più avanti,
per non dare
nell'occhio al vicinato.
Così fu fatto; e
appena accomodata
dentro, la
gongolante comitiva,
"Via!"
Strideva schizzando l'imbrecciata,
e i bambini
gridavan: "Viva, viva!"
Gian Carlo, ch'era
pronto a dar di sprone,
volse gli occhi al
negozio, e vide fuori
una carrozza ferma e
tre persone
che avean l'aspetto
d'esser tre avventori.
Il perder tempo gli
doleva, ma
il perder soldi gli
dolea di più.
"Scendo? Parto?
- pensava. - Che si fa?"
L'interesse la
vinse, e scese giú.
A monti a monti i
rotoli calavano...
ma... giurammio, che
razza di clienti!
Prendevano,
tastavano, posavano...
non c'era verso di
farli contenti.
E Bettina gridava
dalle scale:
"Signor
padrone, hanno scordato il vino!"
E Gian Carlo:
"Fa' presto, è poco male.
Anch'io m'ero
scordato del frustino.
Porta giú tutto,
subito, Bettina;
e quel vino
maneggialo con cura.
Portami insieme
anche una cordellina
per legar le
bottiglie, alla cintura".
Quando tutto fu
pronto alla partenza
tornò in sella Gian
Carlo, agile e snello;
quindi, a scanso di
reumi e d'influenza,
s'avviluppò nel suo
largo mantello,
e si mise in
cammino. Era prudente
il buon Gian Carlo,
e, per la via scabrosa,
serrava il freno; ma
il puledro ardente
scuotea spavaldo la
bocca spumosa.
Così gli accadde che
frenando troppo,
senza averci né
garbo né maniera,
prima, il cavallo
gli levò il galoppo,
poi disperato si
buttò in carriera.
Misericordia! Il
vino salta e dondola,
l'ampio mantello
sibilando sventola,
vola il cappello, lo
spadino ciondola,
frullan le staffe,
la gualdrappa sbrendola...
Avvinto al collo del
puledro e macolo,
con la voce Gian
Carlo l'accarezza;
ma pensa che oramai,
fuor d'un miracolo,
per lui non v'è
speranza di salvezza.
E il puledro,
sentendosi abbracciato
con tanto amore e sì
tenacemente
che mai più strinto
non s'era trovato,
più e più correa,
vertiginosamente.
E intanto ecco che
via vola il mantello
a rincorrer per aria
la parrucca
che, alla sua volta,
rincorre il cappello,
lasciando nuda la
pelata zucca.
Al trapassar di
simile tempesta,
s'alzan grida, i
balconi si spalancano,
chi dice: "Bravo!", chi stordito
resta;
altri a scansarsi
per la via s'arrancano.
E, dietro a lui:
branchi di cani ansanti
e urlanti, a lingua
fuori, inveleniti;
paperi in fuga,
bambini strillanti,
mamme svenute e
babbi inorriditi.
Alla barriera,
udendo quel fracasso,
corrono i gabellotti
ai chiavistelli
e, pensando a
lasciar libero il passo,
prontamente
spalancano i cancelli.
"Chi sia? che
mai sarà? - dicea la gente,
appena in quiete si
fu un po' rimessa. -
Qui non se n'esce; o
quell'uomo è un demente,
oppur c'è sotto una
forte scommessa!"
Gian Carlo corre. Le
bottiglie intanto,
come campane
sbatacchiate a doppio,
oscillano... Gran
Dio! s'ode uno schianto
sulle sue spalle
curve, indi uno scoppio.
E, dai due
recipienti urtati e rotti,
schizza il vino
inondandogli la schiena;
e di lì, traboccando
a larghi fiotti,
bagna il cavallo e
piove sulla rena.
Così, sempre in
procinto d'un macello,
sempre vedendo
innanzi a sé la morte,
giunse dentro le
case d'un paesello
dove ansiosi
attendeanlo: la consorte,
i figli, il nipotino
e la cognata,
che, dal balcone
d'una trattoria,
gridavan tutti, a
gargàna spiegata:
"Babbo!
Fratello! Zio! Anima mia,
il pranzo è
pronto!... Guarda, siam quassú.
Ferma, babbino!
Ferma, ferma, zio!
Abbiamo fame, non se
ne può più!..."
Lui, travolto,
passando: "Anch'io, anch'io!"
Ora è bene saper che
assai lontano,
quattro miglia più
là di quel borghetto,
avea, nel mezzo a un
florido altipiano,
il padron del
cavallo un poderetto.
E a quel podere il
testardo animale
s'è piccato
d'andare; ed ogni prova
perché svolti o si
fermi, a nulla vale;
stringerlo ai
fianchi e urlare a nulla giova.
Mentre il cavallo
fumante e sudato
passa, trabalza e va come saetta,
mi fermo un po'
perché sono arrivato
alla metà della mia
canzonetta.
II.
Gian Carlo, ora
furente, ora allibito,
contro sua voglia
sballottato andò
fin là dove il
caval, con un nitrito,
ansimando e
fiutando, si fermò.
L'amico, ch'era lì,
corse al cancello
domandando:
"Gian Carlo, che è seguito?!
O la parrucca? o il
pastrano? o il cappello?
o quelle chiose
rosse sul vestito?!
Ma... dimmi un po',
Gian Carlo... o la signora?
Spiegati, via, mio
Gian Carluccio amato;
perché ti vedo qui,
mentre a quest'ora...?
Parla, Gian Carlo,
parla: cos'è stato?"
Fermo il cavallo e
salva la sua pelle,
tornò Gian Carlo
allegro e sorridente,
e all'amico ansioso
di novelle:
"Niente, - rispose,
- niente, proprio niente.
La cosa sta così:
secondo me,
sapendo, il tuo
cavallo, che eri qua...
Fermati, aspetta,
senti dico a te!..."
L'amico non risponde
e se ne va.
E se ne va perché,
al veder Gian Carlo
fermo, sudato e
mezzo nudo al vento,
dice: "È meglio
pensare a ripararlo",
e va in casa e
ritorna nel momento;
e porta un bel
cappello e una parrucca
che presenta
sollecito al compare.
Gian Carlo se li
pianta sulla zucca,
e: "Mi son
larghi, ma possono stare!
Grazie".
L'amico nel veder Gian Carlo
tutto pien di sudore
e polveroso,
si mise a ripulirlo
e a spazzolarlo;
poi disse
cordialmente premuroso:
"Amico, tu devi
avere appetito;
far complimenti,
qui, non mette conto.
Or che sei
raffrescato e ripulito,
scendi e vieni a
mangiare; il pranzo è pronto".
"Grazie, non
posso. E sai? mi tirerebbe
quest'odor di
polenta co' i osei!
Ma la consorte,
amico, che direbbe
se oggi non fossi a
desinar con lei? "
E voltava il cavallo,
pian pianino,
quando un
imprudentissimo ciuchetto
ch'era sciolto in
pastura lì vicino,
mise fuori un tal
raglio maledetto,
che il cavallo, a
quell'urlo sgangherato,
prende ombra,
soffia, arruffa la criniera,
e, sulla via già
fatta, spaventato,
torna, peggio di
dianzi, alla carriera.
Quando la sposa sua,
ch'era in vedetta,
da lontano lo scòrse
riapparire
e passare e andar
via come saetta,
perse la testa e non
sapea che dire.
E voltasi angosciata
a un giovinetto
che la guarda e,
anche lui, pensa e sospira:
"Corrigli
dietro, va', corri, t'aspetto...
Se lo riporti qui,
ti do una lira".
Il giovinetto va,
quasi volando
e, dopo un miglio,
riscontra Gian Carlo
che ritornava
indietro turbinando;
e, temerario, si
prova a fermarlo.
Ma inutilmente apre
le braccia e grida;
inutilmente al
furioso destriero
tenta afferrare una
volante guida...
Balza, il cavallo,
e va come il pensiero.
E dietro a lui, giú
per l'aperto piano,
si foga anche il
caval d'un postiglione;
e, in pochi istanti,
lontano lontano,
spariscono in un
denso polverone.
Sei signori che
insieme erano a spasso
contemplando la
florida campagna,
nel veder, con
tant'impeto e fracasso,
un uom correr d'un
altro alle calcagna:
"Corri!
Agguantalo! Al ladro! All'assassino!",
dietro a Gian Carlo
gridavano in coro;
e altra gente, via
via, lungo il cammino,
sentendo urlare,
urlava più di loro.
Così andò, ritornò,
di nuovo andò;
poi tornò nuovamente
alla barriera.
E ripassò e passò,
poi ripassò,
senza rallentar mai,
sempre in carriera.
Tanto che tutti
ormai, lungo la via,
certi d'una
scommessa di valore,
avean preso Gian
Carlo in simpatia
e, al passar,
l'acclamavan vincitore.
Ah, nessuno sapea
che là, lontano,
torno torno a una
mensa rassegnata,
stavan piangendo ed
aspettando invano:
tre bambini, una
moglie e una cognata!
FINE
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