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| Giacomo Castelvetro Brieve racconto IntraText CT - Lettura del testo |
Delle cime de' rami delle zucche.
Ormai non mi resta, per quanto io mi possa ricordare, altro a dire degli erbaggi, né delle radici, né de' frutti di questa stagione, se non se delle cime de' lunghi rami delle predette zucche, che su per gli alberi o delle siepi e ancora serpendo per terra vanno. Si taglieranno adunque le predette cime lunghe una spanna, lasciando due sole picciole foglie nell'ultima lor parte co' bottoncini che ordinariamente vi sono; anzi, se vi saran zucche picciole quanto è una uliva, non si spiccheranno, perché accrescono la bontà delle cime, e quando ancora quanto una grossa noce, non saran punto men buone. Lavate poi e con accia legate venti o quante si vuole, si faranno in una pentola capace cuocere, come parlando degli asparagi si disse, ma bisogna ben guardare che nel rimuoverle non si rompino e che cada lor la cima, nella quale consiste la maggior bontà. Levate poi di quell'acqua e bene sgocciolate e poste con butiro liquefatto in un piatto, con sale, con pepe e con succo d'aranzi si condiscano, e per cibo sano e alla bocca grato vien trovato.