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| Giacomo Castelvetro Brieve racconto IntraText CT - Lettura del testo |
Delle noci.
Dell'agliata.
Abbiamo altresì le noci, che sono a molte altre generazioni communi, e alla festa di san Lorenzo cominciano ad essere buone verdi, e così son più prezzate e da' nobili mangiate, che non aviene quando secche sono, perché viene riputato cibo più tosto grosso che gentile. Secche pure se ne fa una buona salsa, che agliata s'appella, perciò che in farla vi va d'aglio, e nella vegnente maniera si fa: prima si pigliano i più sani e i più bianchi spichi delle noci e quella prima quantità che l'uom vuole e in un ben netto mortaio di pietra e non di metallo si pestano bene, nel quale prima si pestan due o tre spichi d'aglio; e il tutto bene pestato, si piglia tre fette di mollica di pane bianco e duro, le quali molto bene bagnate in brodo di carne non molto grasso, con le predette cose pur si pestano; e il tutto ben pestato si liquefà con un poco del medesimo brodo caldo, cioè liquido tanto quanto pappina che a' bambolini si dà, e con un poco pepe franto e non polverizzato tepida in tavola si manda. S'usa poi dagli uomini più regolati di mangiar tal salsa con la carne fresca del porco, come antidoto contra la rea qualità di cotal carne, e con le oche, pur poco sano cibo. Usano ancora di coprirne i piatti di maccaroni e sopra le lasagne, che sono grossi mangiari di pasta.
Appresso, de' meno buoni spichi di simigliante frutto in Lombardia se ne fa olio, che usano a far lume per le stalle, ancor che i poveri l'usino ancora in lucerne per case e in tavola altresì; né altra materia usano nel contado i contadini a far lume. È così fatto olio buono a diversi mali e a render le stoviglie di casa fatte del legno di noce, quali sono le lettiere, le tavole, le panche e altre simili, che divengano cotanto lucide che l'uom vi si specchierebbe dentro.