| Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
| Giuseppe Gioachino Belli Mia vita IntraText CT - Lettura del testo |
Testo
Mi accingo a narrarti brevemente gli avvenimenti della mia vita: non mosso dalla stima o da un interesse o diletto che a te possa venire da simili vanità ma stimolato dal desiderio vivissimo di far passare sotto i tuoi occhi quasi in ordinata mostra quelle cose, che di me e del mio carattere sappiano farti fede, dandotene quasi la stessa notizia che avresti potuto raccogliere, dove tu avessi convissuto sempre con me. Nessuna parola io impiegherò per cattivarmi anticipatamente la tua fiducia. La schietta e disadorna esposizione dei fatti saprà in progresso meritarmela: e se mi ti mostrerò quale fui quando potei meritare laude, non mi ti nasconderò laddove mi resi degno di biasimo, contrapponendo cosí ingenuamente quelle circostanze, dalle quali l’umano amor proprio suole essere e lusingato ed offeso. Preparati dunque a conoscere colui, del quale non conoscesti sinora che il nome, ma disponiti insieme a rattristarti, leggendo di quali amarezze sia la di lui storia consparsa.
Io nacqui a Roma di parenti romani. La mia famiglia paterna colla professione dell’arte de’ computi si era procacciata qualche stima, e fortuna, accresciuta poi da Gaudenzio Belli mio genitore col traffico e coll’esercizio di pubblici ministeri. La famiglia di mia madre attese sempre ai traffichi di banca, dei quali attualmente un mio zio sta godendo in Napoli i splendidi lucri.
I miei primi anni passarono presso a poco cosí puerilmente come quelli di tutti i fanciulli, se non ché forse piú precoci che agli altri non sogliono in me si mostrarono i preludi degli affetti e delle passioni che mi avrebbero poscia agitato. La compassione e la generosità pullulando già nel mio tenero animo, facevano travedere quanto io avrei saputo sacrificare a’ miei simili: ma lo sdegno e l’amore di vendetta sollevandosi ferocemente nel mio piccolo cuore, distruggevano od almeno paralizzavano cosí belle speranze.
Una eccessiva dose di amor proprio unita a qualche penetrazione ed a piccola stima delle altrui facoltà intellettuali mi facevano sempre comparire la mia opinione per la migliore di tutte, ed in essa stabilirmi tenacemente, ed in ogni incontro difenderla con alacrità di parole e di atti. L’interesse non fu mai per me un ente, ma sí la invidia per ciò solo che procacciare potesse fama ed onore. Non mai menzognero, ignorava come si potesse celare la verità anche pe’ propi vantaggi: bastava guardarmi nel volto per avere da me un’aperta confessione de’ segreti del mio cuore. Amico della giustizia e nemico implacabile dell’adulazione io cadeva nello estremo opposto di non laudare quasi mai per timore di farlo in onta dell’una e in favore dell’altra. Ti taccio molte altre mie morali qualità, potendo bastare queste per farti conoscere a sufficienza, che se in me la Natura racchiuse qualche parte di buono, questa era veramente dalla cattiva superato.
Ma Iddio che non volle la mia rovina mi sottopose ad un padre che colla sua austerità valse a temperare cosí il carattere mio, che i prosperi semi vi fece germogliare ed a’ malvaggi mancare alimento. Non mai io lo vidi sorridermi, rado compiacermi, e sempre sollecito a mortificarmi nell’amor proprio, cioè nel mio lato il piú sensitivo. Ricorderò sempre con orrore il gastigo da lui datomi nella età di sette anni a pena di essermi ritenuto con silenzio un soldo da me trovato sopra la di lui scrivania. Mi rinchiuse solo per due giorni in una camera oscura con vitto di pane ed acqua, e poi al terzo giorno trasportato da quella in un’altra, in presenza di circa venti persone tutte consanguinee mi udii accusare dal mio genitore di furto: e obbligato di riporre quel soldo nel luogo là donde avevalo tolto, dovetti, genuflesso a terra, confessarmi per ladro. Quale orribile confusione! Ma benedico adesso quella mano di ferro, che allora si aggravava sopra di me, perché nella strada della virtú non fossi poi vacillante.
Alieno da’ fanciulleschi trastulli io donava sempre al mio fratello, a me minore di un anno tutto ciò che per sollazzarmi mi porgeva giornalmente la tenerezza materna: ed istruito di buon’ora nell’arte di leggere, io andava disfogando in questa il bollore di una impetuosa curiosità di sapere, fomentando insieme la mia innata inclinazione alla solitudine ed al silenzio. Questo disordinato amore di lettura, e la povertà di ogni sperienza, facendomi sempre afferrare senza scelta e con avidità qualunque libro potesse casualmente cadermi fra le mani, mi riempirono ben presto di idee troppo bizzarre, ed avvilupparono la mia fervida fantasia fra i delirj dei romanzi ed i progetti dell’ambizione.
Giunto cosí all’adolescenza si erano già in me sviluppati i germi delle mie inclinazioni, ed io non parlava che di pittura, di musica, di poesia, di letteratura, di scienze e di viaggi.
Ma i progetti de’ miei parenti di troppo contrastavano ai miei; e mentre nel caldo del mio cervello io sognava nuovi mondi e nuove corone, il freddo calcolo di mio padre mi preparava un libro mastro, al quale io sarei stato poco appresso condannato, senza quegli strepitosi avvenimenti, che tutta sconvolgendo la Europa cangiarono affatto gli interni sistemi della nostra famiglia.
Tu sai, che poco dopo scoppiata la sanguinosa rivoluzione di Francia, torrenti di arme calarono in Italia ed inondarono Roma e le piú belle provincie. Fu allora che agli sforzi del Pontefice quelli si accoppiarono della Casa Siciliana, onde liberarsi dalla straniera violenza; e Carolina d’Austria in que’ dí moglie di Ferdinando quarto di Borbone spedí da Napoli a Roma il generale Gennaro Valentini giovane bellissimo e di lei molto amorevole, perché segretamente trattasse dei modi più atti a discacciare dal suolo d’Italia la idra formidabile, che a’ danni nostri si vedeva menare le velenose sue lingue. Il generale dunque, come cugino di mio padre per canto materno, avuto nella nostra casa un misterioso ricetto ne fece il centro de’ suoi consigli, ed il deposito de’ Regi dispaccj. Né molto andò oltre il segreto; perché giunte da Napoli le formidabili forze, alle quali egli era preposto duce supremo; manifestandosi, uscí con esse in campo; e, rotta la piccola guarnigione della Repubblica francese, sgombrò Roma dagl’invasori e se ne proclamò giuridicamente comandante interino, sotto gli ordini di un Naselli sopravvenuto col grosso dell’esercito del Mezzogiorno. I francesi però ingrossatisi coi presidj che dei loro raccoglievano ovunque, presto ricomparvero piú feroci, e con onta e scorno indelebili del nome partenopeo, quasi senza un colpo di cannone né un lampo di spada ritolsero ai nemici la preda. Ottantamila soldati fuggirono avanti a seimila; ed il misero Valentini da tutti abbandonato e solo, non trovò altro scampo alla sua vita, che nella nostra fedele ospitalità. Ma sempre il suo asilo non poteva rimanere celato: per lo che, aperte negoziazioni col generale francese, al quale già prima da lui battuto aveva generosamente concesso sicurezza di vita, e libertà di persona; facilmente ne ottenne in contracambio di potersene ritornare salvo e rispettato alla sua patria, e ne ricevette in garanzia un autentico passaporto. Forse troppo, o caro amico, io ti sembro diffondermi in questi politici racconti; ma mi è mestieri di bene descriverti la fonte primaria di tutte le mie successive calamità. In que’ giorni mia Madre soprappresa da un súbito terrore per la propria sicurezza, chiarí la sua determinata volontà di abbandonare la sua patria. A nulla valsero le preghiere del marito: a nulla le lagrime de’ figliuoli. Rimase ferma nella sua risoluzione, e conducendo me ancora fanciullo, partimmo subito alla volta di Napoli precedendo di poco il mio zio cugino il generale Valentini. Le nostre cose piú preziose ci seguirono, e delle altre nostre proprietà rimase in Roma custode mio padre, che seco ritenne il mio minore fratello. Era necessaria la di lui permanenza e per le accennate ragioni e per non accrescere troppo colla sua fuga il sospetto, di cui già qualche lampo traluceva nelle autorità governative.
Noi dunque partimmo. Ah mai non avessimo mosso quel primo passo fatale! Inorridisci quí, o dilettissimo amico, tu, il cui bell’animo cosí dai tradimenti rifugge. Uscito appena il Valentini dalla città dalla porta di San Giovanni, fu preso, e contro ogni data fede, ed ogni dritto delle genti ricondotto in Roma, e fucilato nel seguente giorno sulla piazza di Monte Citorio. Egli andò al supplicio da eroe. Rivestito di tutte le divise del suo grado, volle senza benda guardare fermo quelle armi, dalle quali egli stesso invocò il foco e la morte.
Noi informati del barbaro caso precipitammo la fuga scortati dal cameriere dello sventurato Valentini; ed arrivati ad una locanda del Regno, ivi stanca volle mia Madre fermarsi, e trapassare la notte. Cosí andammo a riposarci, ignari della nuova disgrazia che ci soprastava nel sonno: poiché all’apparire del giorno risvegliatici, non trovammo piú né i nostri bagagli né quello scellerato servo, nel quale cosí a torto avevamo riposto fiducia. Di poco meno che di 10.000 scudi fu il danno del furto. Soli e privi di tutto fummo costretti proseguire il viaggio sino a Napoli, ove accolti in casa del banchiere fratello germano di mia madre, ricevemmo in prestito vesti per mutarci, e danari per soddisfare il nolo della nostra vettura. Passammo là due giorni in una certa bugiarda tranquillità, ma divolgata col terzo la tragedia del misero Generale; i Napolitani, che lo amavano, cominciarono irragionevolmente a sollevarsi, e scoppiò cosí quella funesta rivolta, nella quale furono commessi tanti atroci misfatti. Mia madre sospettata complice colla mia famiglia del tradimento di Valentini fu dichiarata vittima di una ingiusta vendetta, e bastarono appena i sacri recessi di un convento di monache per salvare la sua e la mia vita dall’ebbrezza di quel popolare furore. Ecco come si fondano gli umani giudizj! Noi abbandonammo Roma per sottrarci all’ira di una fazione, e ci ponemmo fra gli artigli dell’altra, la quale, lungi dal perseguitarci, avrebbe anzi dovuto concederci pietosa accoglienza e conforto delle sofferte sciagure. Ma intanto che a Napoli si minacciavano i nostri giorni, si consumavano contro di noi a Roma gli atti, che contro i ribelli soglionsi praticare. Confiscati i nostri beni, sigillati i nostri domestici arredi, fu mio padre dichiarato nemico della Repubblica, e mia Madre emigrata e proscritta. Calmata però la violenza di que’ primi moti, e consolidate alla meglio le basi della usurpazione, risuonò ovunque col nome augusto di libertà il solenne grido di una generale amnistia, smentita ogni giorno da nuovi spargimenti di sangue. Comunque però la cosa si fosse, la verità è che i francesi, penetrato il Regno, giunsero a Napoli e, dopo alcuni mesi, venne rivocata la nostra proscrizione, furono rimossi i sigilli, e la nostra famiglia si riuní tutta finalmente fra le domestiche mura.
Si erano cosí provvisoriamente composte le cose politiche e noi non soffrivamo piú fuorché la estrema penuria, che di ogni vettovaglia per lo Stato tutto rapidamente si estese. Ma la opinione de’ popoli in nulla favorevole a quel fanatismo di bugiarda eguaglianza, presto doveva atterrare un colosso innalzato sopra fragili piedi di creta. Vennero i Russi, tornarono i Napolitani, e la Repubblica Romana ebbe nella sua culla il sepolcro. Presto si aprí a Venezia il Conclave, ed innalzato alla cattedra di S. Pietro Gregorio Barnaba Chiaramonti che attualmente vi siede. Questo avvenimento fece concepire alla mia casa le piú fauste speranze. Ed infatti venuto a Roma il nuovo Pontefice ricevette subito a pro di mio padre graziosissimi uficj della Regina di Napoli, e poco appresso lo nominò ad un onorevole carico nella città, e Darsena di Civitavecchia. Pieni di allegrezza noi ci transferimmo alla nostra novella residenza insieme con un vero amico di mio padre, col quale coabitavamo, ed avevamo di tutto perfetta comunione. In quella città vivevamo nei piú salubri mesi dell’anno, vivendo gli altri sei sotto il meno impuro cielo di Roma. Tre anni trapassammo in questi tragitti, de’ quali ricorderò sempre il piú segnalato per un assassinio sofferto da sette masnadieri mascherati, che di bel giorno e fin sotto a Civitavecchia, ci avevano teso l’aguato. Tra effetti di valore e di uso, computammo la perdita scendere a circa settemila scudi.
Per quanta diligenza però da noi si adoperasse in allontanarci di là nella state onde evitare i morbosi effetti che di quella stagione se ne risentono, pure io vi contrassi una pertinace febbre, la quale mi travagliò fin oltre i due anni. Ma non al grave rubamento, e non alla mia febbre ostinata si limitò contro di noi l’odio della sorte, che aveva già diliberato di rendere la città di Civitavecchia quasi il teatro della nostra rovina. Fa mestieri tu sappia, o mio caro, che durante il breve corso della nostra felicità molte persone si andarono attorno a noi raggirando per partecipare del sorriso di nostra fortuna. Ci avessi veduto circondati di notte e di giorno di lodatori blandissimi, pieni tutti di amicizia sul labbro, e di sincerità sulla fronte. Non altro che canti e viva di gioja si udivano risuonare fra i nostri muri: e sempre in giuochi e in conviti vi si trapassava il corto beneficio del tempo. Mio padre era divenuto l’idolo de’ parasiti; e mia Madre, per se stessa anche bella, l’oggetto degli incensi della galante adulazione. Io, benché ancora fanciullo, condannava altamente nel cuore la condotta de’ miei, che spinti dal disío virtuoso di splendidezza, trascendevano in una viziosa prodigalità. Annojato da uno strepito cosf contrario al mio innato amore per le cose tranquille, me ne sottraeva a mia posta, e scendeva, particolarmente nelle prime ore notturne, a sedermi tutto soletto sulla silenziosa spiaggia del mare. Quivi in pace io nudriva le mie care idee malinconiche; ed al fine delle mie meditazioni, spesso spesso senza neppure saperne il motivo, mi ritrovava umidi gli occhi di pianto.
Ma continuiamo il racconto. Tra la numerosa folla degli amici della nostra prosperità, cinque principalmente se ne vuol noverare, i quali piú degli altri esperti nelle arti cortigianesche seppero abbagliare i creduli occhi di mio padre, quindi sedurlo e finalmente vincerne e dominarne lo spirito. Tutti miserabili costoro, quali per le rovinose circostanze de’ tempi e quali per le conseguenze della loro condotta, eccitarono la di lui compassione fino ad essere raccolti quasi altri membri della nostra famiglia. Vitto ed asilo fu loro accordato: né se ne chiese in compenso che leggerissima opera o di penna, o di ministerio nei rami di uficio o di industria, ne’ quali tutti il di lui animo e quello del di lui compagno non potevano a sufficienza dividersi. Ma questo amico sincero, questo partecipe delle sue fortune e disgrazie, siccome ne ricopiava in sé le virtú, cosí ne aveva i difetti, fra i quali io conto per primo quella loro illimitata fiducia. Ambidue pertanto si riposavano con queste serpi nel seno. Io prevedevo già di quel letargo fini funesti, ma era troppo fanciullo per tentare di trasfondere in alarmi i miei terrori; o, tentandolo, per esserne udito. Uno di que’ cinque cortegiani imprese a coltivare il mio spirito con lezioni periodiche di lingua latina, e geografia. Il mio profitto però non corrispose mai esattamente al di lui impegno; perché in quelle conferenze non obbedendo all’autorità del magistero che il mio corpo soggetto, l’anima libera e sdegnosa vi era sempre straniera, e ricusava confidenza a colui al quale non aveva accordato mai stima. Tale io m’era sin d’allora, o dolcissimo amico, e tale mi sono quindi conservato.
Si avvide finalmente mio padre di quale scarso progresso io dessi prova in istudj né contrarj al mio genio, né punto eccedenti la mia capacità; onde risolse di farmene cessare e di rivolgermi altrove. In quel tempo egli si era addato al commercio, e nel porto allora fiorente di Civitavecchia molti legni caricavano e scaricavano a suo conto. Per le quali cose conoscendo ben presto il bisogno di avere quasi un altro se stesso, cui addossare nel futuro la soma di tanto travaglio, non seppe vedere oltre a me altra persona piú adatta alle sue mire, ed ai desiderj del suo cuore. Mi progettò la vita del viaggiatore, ed io ne fui fuor di me per la gíoja. Fu noleggiato sollecitamente un legno, e si andavano allestendo i preparativi, perché io fossi presto in istato di partire per la Spagna, fissata mèta di quel primo mio viaggio.
Dodici anni io allora contava, età la piú adatta all’ingresso in qualsivoglia carriera; ed a commoversi per le immagini unisone colle nascenti passioni. Puoi pertanto dipingerti in mente ogni idea di umana gioia e consolazione: non mai saprai giungere a quella di cui tutto m’inondava il cuore la vista del mio crescente bagaglio e finalmente del cappotto a cappuccio, onde io doveva fra giorni difendermi dalla marina umidità e dall’invernale rigore. Ma oh Dio! Sogni! fumo! vanità! Una improvvisa penuria di cereali insorse in Levante: e le spedizioni di frumenti, per Tunisi, Algèri, Tripoli e per le altre coste di Affrica offrivano alla avidità de’ commercianti piú lusinghieri profitti. Mio padre ne fu anch’egli allettato, e tosto a tre bastimenti di granaglie diverse egli affidò la massima parte delle sue sudate sostanze. Uno di questi legni era appunto quello già destinato per me; che non fui giudicato esponibile ad un viaggio per Barberia. Tre de’ nostri cinque flagelli vi furono fatti montare per sopraccarichi, o condottieri di poliza; ed allorché fu giunta l’ora di far vela, pieno di amarezza io montai sopra una torre che sorgeva sul nostro palazzo; e da quella sommità vidi pigliar vento e partire i tre legni, che via mi portavano il cuore.
Qualche tempo passò senza notizie di essi. Finalmente ne giunser poco soddisfacenti, partecipandoci insieme col salvo arrivo una molto minore facilità di vendite che ivi produsse la quantità immensa di carichi tratti in que’ luoghi da una stessa lusinga. Questa novella raggirandosi sopra un soggetto per noi di tanta importanza, turbò non poco l’animo di mio padre, e ne alterò alquanto la eccellente salute. L’amico suo divideva con lui le pene de’ suoi timori, e pareva che sul cielo della nostra casa fosse sorta quasi una nuvola ad oscurarne la serenità, e lo splendore. E dovrò dirlo? Sí: dal comune turbamento io solo non fui commosso: anzi in quel non ancora sicuro disastro io gustava con compiacenza una specie di vendetta del sacrificio di mia sospesa partenza. Ecco ciò che io dal bel principio ti dissi di me. La vendetta mi fu sempre dolce: e nel caso presente giunse fino a soffocare nel mio petto la santa voce del sangue, ed il naturale amore del mio proprio interesse. Ne fui però ben presto punito: e confesserò avere quel gastigo tremendo gettato in me tanta luce quanta ne fosse poi sufficiente a mostrarmi tutta la deformità di quella e delle altre mie tristi passioni.
Vivevamo in simili dubbiezze, quando nella Darsena, cioè nel recinto ove le Galee si stavano rinchiuse, scoppiò a Civitavecchia una improvvisa malattia epidemica, la quale prese a menare spaventevole strage di que’ miserabili, che a torme a torme trapassavano dalla catena alla morte. Il contiguo ospedale fu tosto ripieno d’infermi, e la città di terrore. La violenza del contagio mostrò la necessità di una scrupolosa vigilanza sí per la pietà di quelle infelici vittime, sí per la salvezza del popolo. Allora mio padre, scordata ogni domestica cura, tutto il fervore dell’animo applicò in ajuto della sofferente umanità, bene a ciò spinto dall’obligo del suo ministerio che della santa carità di fratello. Né con ordini severissimi ed ottime discipline e profusione di argento egli stimò aver satisfatto al debito del suo cuore: ma volle consacrare al soccorso de’ miseri gli ufficj della sua stessa persona. Ecco la religione attiva, che a Dio tanto piace. Ecco quelle opere belle delle quali una sola vince in merito piú e piú migliaia di belle parole. Dal mio genitore era sempre inseparabile il suo amico, e con essi erano sempre due altri onesti cittadini, ne’ quali eglino avevano da qualche tempo riposto giustamente fiducia. I due però rimasti dai cinque de’ nostri incensatori, si tenevano lungi, e troppo avevano tenero il cuore, perché potessero star saldi al funesto spettacolo della natura desolata. Continuarono però come prima a tenere compagnia a mio padre nelle ore della mensa, e nelle altre andavano a sollazzare in caccie e in passeggi lo spirito contristato dalla loro sensibile filantropía. E secondo il corto vedere degli uomini, la indovinarono. Perché mio padre, l’amico suo, e i due loro compagni, contraendo nelle viscere il pestifero morbo, caddero tutti infermi nel medesimo tempo, e dopo diciotto giorni di patimenti e dolori chiusero insieme gli occhi alle miserie della terra: laddove eglino sani e robusti seppero protrarre piú a lungo la vita, e colla vita le colpe. L’improvviso fulmine colpí l’anima di tutta la mia desolata famiglia. Mia Madre assalita da una specie di furibondo delirio, e travagliata dagl’incomodi di una sinistra gravidanza fece per due intieri mesi temere dei suoi giorni, o almeno della perdita totale della sua ragione. Mio fratello dotato di un carattere pacifico e pieno di tenerezza, piangeva e metteva le piú compassionevoli grida. Io di animo assai piú forte, penetrato di un dolore profondissimo, taceva, sospirava; e diviso tra mio fratello e mia Madre procurava di alleviare colle carezze gli acerbissimi affanni. Ah! fu quello il primo momento, in cui mi accorsi di essere uomo, ed uomo destinato a soffrire assai, perché la nebbia della felicità che si andava già dileguando, od era già anzi svanita, lasciava aperta agli occhi della mia mente un’acerba prospettiva di dolorose vicende. E come avrei potuto io allora distornare dal nostro capo i mali che la minacciavano, io fanciullo appena di dodici anni, e privo di ogni mondana sperienza? Non mi restava dunque che il desiderio dell’opera, ed il rammarico della inazione.
Trascorsi pochi giorni da quella funesta catastrofe, e cessato il lugubre suono de’ bronzi e delle preghiere, colle quali la Città tutta volle lungamente chiamar requie sulle ossa degli amati defonti, s’incominciò fra le mie mura una indagine delle mie cose economiche. Lo stato infelice di mia madre non le permise di assistervi: mio fratello ed io ne fummo esclusi dalla età. I due convittori e nostri custodi profittarono di queste circostanze, e componendo la faccia in atto di amicizia, e di compassione, facilmente ottennero le chiavi di tutto, e la facoltà dell’esame. Quello fu per me, e sarà sempre un mistero. L’inventario seguí, i due agenti partirono, noi restammo ancora due mesi a Civitavecchia; e malgrado tutte le mie dìmande, regnò sempre il silenzio. A Roma poi seppi dalla mia afflitta genitrice, non essersi di tutte le nostre preziose suppellettili ritrovati, che piccoli avvanzi: ignorarsi lo stato degl’interessi tra mio padre e l’amico suo per mancanza fra essi di ogni scrittura: basarsi tutti i nostri crediti ereditarj sopra scarsi ajuti d’illegali prove per colpa della bonomia del mio povero padre: avere le poche somme rimanentesi in effettivo potuto appena bastare alla estinzione della parte passiva del nostro patrimonio, resa ben chiara dall’accorta vigilanza dei creditori: e finalmente dalla vendita delle mobilie, ed altre domestiche masserizie delle due case di Civitavecchia e di Roma essere risultato un asse tenuissimo in confronto dei nostri futuri bisogni.
Rimpatriati cosí, ci ricoverammo dall’ampia in una casa assai angusta, e cominciammo a vivere colle scarse reliquie del nostro recente naufragio. Ma pure nella desolazione; un raggio di speranza sosteneva ancora il nostro coraggio: ed ogni giorno aspettavamo notizie delle nostre merci di Barberia. Vane lusinghe! Nel momento in cui scrivo non ne so punto di piú di quanto allora ne sapevamo. Vedendo pertanto la mia vedova madre venirle meno sino quella ultima risorsa chinò virtuosamente il capo sotto la sferza del cielo, e valendosi della sua squisita abilità in ogni genere di femminili lavori, cominciò a preparare con essa un sudato alimento ai suoi quattro orfani figli, cioè a me, al mio fratello, alla mia sorella ancor viva nata circa un anno prima della morte paterna, e finalmente al frutto prossimo di uno sventurato imeneo, che essa doveva dare alla luce fra pochi mesi: felice bambino a cui concesse Iddio ne’ suoi natali la morte.
Oh come è mutabile il Mondo! Due mesi prima riso, moltitudine, e profusione; due mesi dopo pianto, solitudine, e dirò sino miseria. Sí da tutti noi fummo abbandonati: ed appena ricevemmo dalle antiche conoscenze il conforto di qualche sterile, e studiato sospiro. Pure un’affettuosa cameriera, non ebbe cuore di lasciare nelle calamità la padrona da Lei servita fra gli agj. Divenne essa l’amica di mia madre, ed il suo sollievo in que’ lunghi travagli protratti spesso oltre le ore notturne. Questa venerabile donna vive ancora, ed io non so nominarla mai, né vederla senza versare soavissime lagrime di riconoscenza. Ah! fu dessa la sola creatura che seppe provarmi esistere pure al mondo qualche anima non perversa e venale!.
Ed eccomi gettato nel mondo cosí diverso da quello, che poco addietro dovea farvi ingresso. Non piú viaggj, non piú speranze, non piú soggetto alcuno di gioja. Ritiro, abbiezione, e tristezza erano divenuti il mio patrimonio; e sopra le sole mie braccia e sulla onestà mia doveva oramai riposare ogni lusinga della mia povera Madre. Correva allora l’anno decimoterzo della mia età; e cominciò in quello il corso non piú poscia interrotto de’ miei studj. Abituato per tempo alla lettura ed alla riflessione, dotato di una tenacissima volontà di riuscire in quello che desiderava, e di un immenso amor proprio di far bene quel che faceva, andai alla università coll’animo già preparato alla emulazione, ed alla vittoria. Cosí quella lingua latina, quell’arte oratoria, quella poetica, quella filosofia finalmente, di cui udiva da altri parlare con tanta costernazione, ti giuro, dilettissimo amico, sembravano a me strade fioritissime e piane per giungere alla gloria della scienza; benché poi con tanto maggiore mio scorno io non abbia saputo arrivarvi. Consumato sempre da una ardentissima smania di superare chiunque o per naturale ingegno, o per maggiore anzianità di studio mi pareva potermi dare ombra; mi levava la notte pian piano, per sacrificare i riposi del sonno ai tumulti dell’amor proprio e della invidia che andavano sempre nel mio petto di perfettissimo accordo. I miei condiscepoli incitati da quasi uguale puntiglio spesso si scatenavano tutti contro me solo: ed i miei maestri che sulle prime ridevano pensando come avrei potuto sbarazzarmi da tante terribili prove, stupivano poscia in vedermi sempre vittorioso, e mi coronavano di nuovi allori di carta. Potrei assicurare che rarissime volte entrò qualche errore nelle mie composizioni; ma non potrei però ugualmente negare che la mia indocilità ed il turbolento mio spirito mi assoggettarono sovente ai medesimi gastighi della negligenza, e della ignoranza. La confusione delle sconfitte mi aveva fatto de’ miei emoli altrettanti nemici, che desiderosi di vendicarsi con modi indiretti delle dirette ingiurie di scuola, vegliavano sopra tutti i miei minuti falli, de’ quali bene spesso erano eglino stessi causa insieme e delatori. Però i miei maestri desiderosi di reprimere il mio fiero carattere, erano sempre con la sferza alzata sopra di me; ma non era quella la via di correggermi perché il mio amor proprio fatto per essere cimentato e non offeso, sdegnava ogni punizione comune agli animali privi di quella ragione, di cui molto bene io mi accorgeva dotato. Cosí le mie passioni divenivano ogni dí piú ribelli, ed una ingiustizia pose finalmente il colmo alla mia intolleranza, perché condannato ad alcune battiture in pena di un fallo non commesso, io non mi sentii capace di sostenere quell’indebito scorno, ed amai piuttosto di bandirmi volontariamente da scuola, ove io contava ogni giorno uno insulto.
Partii infatti; ma poi e le preghiere di mia madre, e la giustificazione del mio precettore mi vinsero; ed io ritornai mansueto là donde sí furibondo era uscito. Vaglia però il vero: in appresso fui piú ragionevolmente trattato, e le ammonizioni ed i consigli e la dolcezza ottennero da me una mansuetudine, a cui non avrebbero mai saputo condurmi le minaccie, ed il rigore.
Compiuto per tempo il corso degli studi che preparano la mente, io intrapresi quelli che formano lo spirito e il cuore: e già le mie riflessioni si facevano piú mature insieme colla età mia giunta oramai al sedicesimo anno, anno col quale io doveva contare una nuova sventura. Infermò in quel tempo mia madre di una lunga e penosa malattia, prodotta senza dubbio dalle profonde afflizioni, che le pesavano da tanto tempo sul cuore. A nulla valsero le piú sollecite cure dell’amor nostro e le risorse piú squisite dell’arte per conservarle una vita sí necessaria: al piú se ne ottenne di prolungarla di alcuni giorni: ma oppressa dai dolori del corpo e dello spirito, finalmente, dopo cinque mesi di languore chiuse gli occhi per non piú rivedere i suoi poveri figli, che lasciava orfani mentre erano ancor bisognosi della sua vigilanza e de’ suoi materni soccorsi. Ricorderò sempre con lagrime di pietà la commovente preghiera colla quale sentendosi prossima a rendere l’anima a Dio, ella consegnò alla di Lui paterna provvidenza i sventurati frutti della sua tenerezza. Gli occhi suoi già coperti dal livido velo della morte si illuminarono allora delle ultime scintille vitali, e la virtú della religione seppe renderle per brevi momenti un vigore che ella aveva perduto fra i suoi travagli. Rivolta quindi a noi, ed a me principalmente dirigendo le sue estreme parole, ci ricordò i doveri di cristiano, di suddito, e di cittadino, compendiandoci brevemente le ricompense ed i gastighi che Iddio e la coscienza retribuiscono alla virtú ed al vizio. Ci confortò di non troppo confidare negli uomini, ma sí tutto in noi stessi e nelle opere nostre, e ci avvertí in ultimo qualunque affanno poter essere tollerabile ed anche dolce quando si pensi che le calamità come i piaceri dovendo sulla terra aver fine, in questa idea di un termine si rinchiude necessariamente la consolazione dello sventurato, ed il tormento dell’uomo felice. Qui anelante e spossata dalla fatica sofferta fece silenzio quella Madre amorosa, ma tacendo ancora proseguí col linguaggio degli occhi le sue preziose lezioni. Noi gemevamo amaramente; ond’ella temendo non le lagrime de’ figli di troppo indebolissero il coraggio necessario per ricevere una morte che si sente arrivare accennò il nostro ritiro. Tolti cosí da quella stanza di dolore, e da quella casa di pianto, fummo separati per sempre dall’autrice della nostra esistenza, la quale non tardò molto a ricevere nella fine de’ suoi patimenti il merito della pazienza con cui gli aveva sofferti.
Eccoti, o dilettissimo amico, il principio di un’altra angosciosa epoca della mia vita. Rimasto primo della mia stirpe, mi trovai privo di ogni mezzo di alimentarla. Nel corredo benché decente della nostra povera casa, rinnovato a poco a poco dagl’industriosi sudori della mia buona madre, tutto consisteva il mio patrimonio: essendosi questo dovuto vendere quasi intieramente per soddisfare i debiti contratti per la infermità ed il funerale della mia genitrice, non ce ne rimase che quanto potesse bastare a riposarci nelle ore notturne, e sederci nel giorno in qualche utile occupazione, ed a riporre le poche vesti destinate a ricoprire la nostra nudità. Mosso in quel tempo da compassione del nostro stato, e forse ancora dalla coscienza del proprio dovere piú che dal grido del sangue, un mio Zio paterno, uomo di agiate sostanze, ci raccolse in sua casa, e ci confuse sui primi giorni fra gli stessi suoi figli.
Ma presto la gelosia della moglie di lui, che a malgrado pativa quella eguaglianza di cure, valendosi studiosamente della occasione di qualche leggiera differenza fanciullesca, seppe guadagnare l’animo del marito, e risolverlo ad allontanarci dalla sua famiglia. Fummo noi allora trasferiti nell’abitazione di una di lui sorella vedova, sorella egualmente a mio padre, ed ivi seguitammo per qualche tempo ad essere da lui alimentati e vestiti. Ma oh Dio! Lascia, o caro, che io mi risparmi il rossore di rammentare quelle beneficenze che furono chiamate elemosine. Somministrate esse a piccolissime tratte ci ponevano nella continua necessità di chiederne spesso delle nuove ed allora sentendone sempre ricordare enfaticamente il valore nelle loro frequenti rinnovazioni dovevamo soffrire espresso sul volto dei sovventori l’amarezza e l’umore, con cui ci erano accordate. Costretti di condurci ogni giorno a baciare la mano, che sostenendoci ci opprimeva, giorno non passava, che non avessimo a ritornarcene mortificati e confusi. Ah! quale martirio, pel mio vivo amor proprio quell’udire alla presenza di qualunque persona esaltar sempre dalla bocca de’ miei parenti la mia miseria, e la loro carità! Quanto volentieri avrei ricusato un pane sí amaro, se non avessi temuto piú assai che la mia la estrema indigenza del mio amabile fratello, e della mia innocente sorella. Però io taceva, e soffriva in pubblico, ma poi in privato disfogava con sospiri e con lagrime l’acerbità della mia umiliazione.
Intanto i nomi de’ cari miei genitori erano le uniche parole che io sapessi profferire in quelli momenti di ambascia e di violenza, finché i ricordi di mia madre venissero a calmare colla loro soavità il dolore della trafitta anima mia. Il rammarico di alimentarci fece solleciti i nostri parenti di procurare a mio fratello ed a me un piccolo impiego computistico col cui guadagno noi procacciassimo la nostra vita. Ed infatti i due nostri benché meschini stipendi uniti ad uno scarso assegnamento mensile accordato a me da un Principe Arcivescovo mio patrino, ci posero in istato di caricarci quasi intieramente del peso della nostra esistenza.
Io contava allora circa diecisette anni, mio fratello sedici e mia sorella sette. E qui è d’uopo che ingenuamente io mi accusi di qualche istante di smarrimento e di abbandono ai trasporti della mia fervida età. L’epoca della prima libertà di un uomo è per lui sempre principio di errori per lo piú inseparabili dalla troppo sollecita indipendenza. Lasciato per dir cosí in capo a due strade, ardua l’una e faticosa e l’altra facile e lusinghiera, non ascolta quasi mai il giovane novello che l’istinto de’ suoi insani appetiti, e prestando intiera fede alla religione de’ sensi, ciecamente s’innoltra là dove una bugiarda apparenza gli promette la soddisfazione di ogni umano desiderio, ed il compimento della terrena felicità. Ma l’esperienza succede presto o tardi all’inganno, alle illusioni la verità, ed alle fallaci immagini del delirio la sana luce della matura ragione. Se egli allora si ritrova fortunatamente nel mezzo ancora del cammino intrapreso, può bene rientrato in se stesso scorgere facilmente l’errore onde si lasciava guidare, e ritornando indietro senza molta fatica, ridurre in breve i suoi passi a piú lodevole mèta. Ma dove per sua disgrazia, o per l’impetuoso ardore della carriera, giunto egli al termine di un viaggio sconsigliato, immerso già stia nel vortice a cui le sue bollenti passioni lo trasportarono, gran mercè gli addiviene se quella medesima esperienza, quella verità, quella ragione gli sopraggiungano soltanto inopportune, anziché importune e tormentose. Imperocché, certo finalmente del suo traviamento, convinto della propria sventura, persuaso a qual nobile fine poteva giungere, ed illuminato ad un tempo sull’orribile precipizio che doveva evitare, si sente egli punto bensí da un resto di sentimento del retto, e dell’utile; ma benché scosso da quegli estremi sforzi dello spirito agonizzante sotto il giogo della materia ribelle, inesperto nulladimeno del potere invincibile delle abitudini, non gli resta nel totale deperimento delle sue forze morali, che gemere con dolore sulla impotenza della propria ragione, e sulla inefficacia della sua volontà. Cosí ignaro de’ mezzi onde ritrarsi da tante angustie, ributtando con nausea ciò che dianzi ricercava con avidità, odioso altrui, grave a se stesso; l’infelice per una bizzarria crudele della natura umana è sazio di esistere nel tempo stesso che inorridisce e trema alla sola idea della sua distruzione. Eccoti in compendio, o mio caro, i pericoli che si prepara la incauta gioventú, quando abbandonata a se stessa, in sull’ingresso del mondo, sdegna la severa scorta degli occhi dell’anima, vaga solamente di seguire quelli materiali del corpo, una guida assai piú indulgente sí, ma molto meno sicura, perché troppo per se stessa ingannata ed ingannatrice. Ed io, non lo dissimulo, io medesimo fui per vedere in me un sensibile sperimento di questa verità.
Lasciato cosí di buon’ora in balía di me stesso, fui ben presto circondato da molti giovani presso a poco della mia età, alcuni de’ quali e i peggiori mercè di un ingannevole esteriore ottennero facilmente la mia esclusiva confidenza senza che io badassi molto alla scelta. L’assecondare daprima le altrui inclinazioni è il piú sicuro mezzo per farle in seguito degenerare e quindi trasformarle del tutto. Ecco l’arte abominevole che meco adoperavano quei perversi, ne’ quali la malizia aveva prevenuto la età. Benché per natura amico del silenzio e poco proclive alla gioja, ciononostante io sapeva essere all’occasione loquace ed allegro, in ispecial modo quando in me vedeva aperto un campo al sarcasmo e al motteggio, una allora delle mie passioni predilette. I miei insidiatori si accorsero di questa mia inclinazione, e profittandone per avvicinarmisi, ne formarono il primo strumento della loro perfidia, ed il principal mezzo della mia meditata depravazione. E tanto a dovere que’ maligni m’insidiarono, che guadagnata a poco a poco la mia confidenza, mi condussero senza avvedermene a stimare quasi necessaria la loro compagnia che dianzi io trovava solamente piacevole e piú addietro indifferente: e questo appunto era il centro del labirinto in cui volevano avvilupparmi e smarrirmi.
Da quel momento io divenni lo schiavo di tutti i capricci di chi sembrava al principio quasi obbedire ad ogni mio desiderio; cosicché modellandomi insensibilmente sulle loro forme, si cancellavano in me a grado a grado la mia propria indole, le mie particolari affezioni, ed i caratteri distintivi della mia vera natura: il giuoco da me per l’avanti disprezzato, acquistò a’ miei occhi delle attrattive, ed io cominciai a spendere le intiere giornate nei bigliardi e nelle arene di palla e di altri ginnastici esercizj. Alle veglie, alle cene ed ai notturni vagamenti, io consacrava le piú tarde ore del riposo: dopo aver consumato le prime ore affaticandomi fra scene gratuite in comiche declamazioni. Quindi il familiare commercio con donne per lo piú capricciose, e sempre avide di piacere, m’invescarono successivamente in molte inclinazioni amorose, leggiere però siccome i loro oggetti, e, tanto fragili quanto lo erano i sentimenti che dopo averle accese e fatte ardere di fuoco fatuo, non le sapevano poi alimentare di quell’esca durevole, propria soltanto di una reciproca stima. Del resto trascinato sempre in corse smoderate ed in altri disordinati divagamenti, ne restava spesso sensibilmente abbattuto il mio corpo e snervato il mio spirito: cosicché qualora il mio innato amore per lo studio veniva a sollevare nel mio cuore la sua voce a me una volta sí cara, io non aveva piú né il tempo per ascoltarla, né il vigore per obbedirla.
Ti parrà già di vedere in questo abbozzo il ritratto di un discolo, che per la via dell’errore corra a gran passi alla colpa e forse infine al delitto. Ma no, amico, tale ancora io non era; e benché le mie azioni prese in massa ti avrebbero offerto quanto bastasse a farmi giudicare sfavorevolmente ed a giustificarne il giudizio, nulladimeno se tu mi avessi seguito con assiduità, osservato con diligenza, ed esaminato senza prevenzione, sí, mi dà il coraggio di dirlo, avresti veduto dalla oscurità delle mie stesse vergogne (turpitudini), spiccarsi un raggio della mia prima onestà. Nò la Religione, la carità, la temperanza, erano certamente combattute nel mio cuore, non però vinte, inferme sí ma non morte, ed il loro non poteva giustamente dirsi un vero letargo, ma piuttosto un assopimento. La Ragione tuonava ancora severamente dalla sua sede, e reclamando il suo imperio mi faceva sovente ritornare a me stesso e di me stesso arrossire. La materia tornava è vero continuamente in preda all’appetito della volontà depravata, ma sempre a prezzo di rimproveri dello spirito discorde. Laonde per un continuo conflitto fra la mia natura inferiore e la superiore, io conosceva quanto doveva fare, faceva spesso ciò che non doveva, mentre voleva sempre fare quello che non faceva. Insomma agendo male, e pensando bene, mi si poteva appunto paragonare ad una macchina guasta, nella quale siano giusti i principj, viziosi i processi, e pessimi i resultati.